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Full text of "Storia romana"

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Harvard CoUege 
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IBOM THE COLLECnOM 
FORMEO BY 

Gaetano Salvemini, Fli.D. 



Archibald Cary Coolidge 

Class ofl887 
MOCCCCXXXVI 



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TOMA HOMI 

DI 

TEODORO HOHHSfai 

mn mmem mum 

M 

GIUSEPPE SANDRINl 

* 



f OUiHfi X£RZO. 



MILANO 

CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI. 
« Via ìH Giardino 51. 

1867. 




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STORIA ROMANA 



DI 



TEODORO MOMMSEN 

PRIMA TRADUZIONE DAL TEDESCO 

Dt 

GIUSEPPE SANORlNi 

eoa «ove m sitcoftei ti.t;vsnuTivi 

DI INSIGNI iMSiUfTORl ITALIA»!. 



VOLUME TERZO. 

(Dalla morte di Siila alla hatUiglia di Tapso) 



MILANO 

CASA EDITRICE DI MAURIZIO GUIGONI 

Corso di Porta Nuova N. 5. 

186 5. 



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fRO*l THt" COLLECTfON Qf 
OAETANU SALVEMINI 
COOUD(i£ FUND 
MAItOH 21, ia96 



Proprietà letteraria di M. Guigoni. 



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LIBRO QUINTO 



F0NDAZ10iN£. DELLA MONAftCUIA MILITARE 



E nel volgare attoroo lo sguardo 

É quasi preso dal capogiro;* 

Como potrebbe trovar parole per tutto? 

Come potrebbe cuiigiuiigere un (al prulluvio di cose? 

Come potrebbe continuare sempre a scrivere colla slessa lena? 



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Vi 

H 

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CAPITOLO PRIMO. 



MARCO LEPIDO B QUINTO BSRYORIO, 



Alla morte di SiUa, accaduta Tanno d76, lo Stato romano j^'opposi. 
trovami sotto il dominio aaaoluto delToligarchia da esso restan- si«>ne. 
rata; se non chè^ essendo essa slata fondata colla forza, abbiao- 
gnava anche ulteriormente della forza per sostenersi contro i 
molti suoi nemici segreti e palesi. Ciò che Tawersava non era 
già un seòDplice partito con mire chiare e pllesij guidato da uo- 
mini conosciuti, sibbene una massa dei più eterogenei elomentà, 
che in generale si comprendevano bensì sotto il nome di partito 
popolare, ma, mossi di fatto dai più eterogenei motivi e nella 
plà eterogonea intenzione , facevano opposizione airordinamento 
dato da Siila alla repubblica. Erano gli uomini della legge po- 1 g|^,ii 
sitiva , che non si occupavano e non s' intendevano di poli- 
tica, ma che sentivansi presi da orrore pel dispotismo , cón cui 
Siila aveva disposto della vita e delle sostanze dei cittadini. An* 
Cora vivente Siila, mentre taceva ogni altra opposizione,! severi 
giuristi si erano pronunciati contro il reggente: cosi, a caglon 
d* esempio, nelle decisioni giudiziarie venivano considerate come 
nulle le leggi cornelie , che non riconoscevano a parecchie bor* 
ghesie italiche il diritto della cittadinanza romana, cosi pure non 
ritenevasi dai tribunali soppresso il diritto di cittadioanza colla 



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8 LIBRO QUINTO, CAPITOLO F. 

prigionia lìi guerra c colla vf iidila in ischiavitù durante la rivo- 
L'arisio- luzione. Vi erano poi i resti dell'antica minoranza liberale del 
favorovcde^^'^^^^) la quale nei tempi aDteriori aveva lavorato ad una tran* 
rifui ine parlilo delle riforme e cogli italici , ed ora mostra- 

* * vasi in egoal modo inclinata a temperare In cosjifn/.iono severa- 
I Demo- mente oligarchica di Siila facendo concessioni ni ])opolani. Vi 
cratici. inoltre i veri popolani, i radicali moderati di buona fede, 
i quali sulle parolone del programma del partito mettevano* so- 
stanza e vila^ salvo poi a rimanere dolorosamente stupefatii ac- 
corgendosi dopo la vittoria di non aver combattuto per una 
cosa, ma per una frase. Qwsto partito sentiva prima di tutto il 
bisogno di ripristinare il potere tribunizio da Siila a dir vero 
non soppresso, ma spogliato delle più essenziali sue prerogative. 
Questa istituzione produceva sulla moltitudine un effetto tanto 
più misterioso che non offriva alcun vantaggio evidente e pratico, 
e non era propriamente se non un vano fantasma ; sicché vedia- 
mo il nome di tribuno del popolo mettere sossopra Roma ancora 
mille anni più tardi. Vi erano anzi tutto le numerose e impor- 
tanti classi lasciate insoddisfatte dalla restaurazione di Siila, o 
r (r.i^pa- lese addirittura negli interessi politici e privati. Per siffatte cause 
. apparteneva air opposizione la benestante e numerosa po])ola- 
zione della provincia tra il Po e le Alpi ; la quale considerava 
naturalmente la concessione del diritto latino, fattale Tanno 06S 
(V. II. p. 220), come un pagamento a conto del pieno diritto di 
cittadinanza romana e che prestavasi agevolmente ad una agita- 
I liberU. zione. Lo stesso dicasi dei liberii, egualmente influenti pel loro 
numero e per le loro ricchezze, e pericolosi particolarmente pel 
loro agglomeramento nella capitale, i quali non potevano darsi 
pace per essere stati ridotti di liei nuovo dalla reslaurazione al 
I capita- loro antico diritto elettivo praticamente insussistente. E valga lo 
Ii5ti. sfosso dei grandi capitalisti, che a vero dire si tenevano accor- 
tamente tranijuiUi, ma che conservavano il tenace loro rancore 
I proipLirie il non meno tenace Imo iiolere come per Io passato. Eguale 
«s^pn'ilV i"'i'''<^nteiilo il jn-olplariato della « a jiitale, che riscontrava 

Gli spro- la vera lilicrlà aelK'i soiinninistrazione pratiiila dei cereali. E an- 
prìati. ^^^.^ j^ii^ profonda irrilazioae fennoiitava nei cittadini colpiti dalle 
conllsche ordinate da Siila, vivessero essi, coinè a cagione d'e- 
sempio quei dì Pompei , sulle loro terre scemale dai colonisti 
sillani. ontro le stesse cerchia ( on ((iiesti e con essi in continue 
conlese, o si trovassero . come gli Aretini e i Volterrani , in via 
di fatto tuttora in possesso del loro territorio, ma sempre sotto 
la spada dì Damocle delia contìsca pronunciata contraessi dal 



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UAfiCO LEPIDO E QUINTO 9RnT0RI0. 9 

popolo idTTinno, u iiiialmuiilc, corno parlir«»l,ii ìtniile in Elruria, 
^risscvu d incilìM nollo antiche loro j*tanze,o come malaihlrini nelle 
foreste. Si trovav;i iiiialuieiite in combustione i'inliero parlilo dellel ^roscrilti 
famiglie e dei liberti di ((nei capi demucralici. che erano periti in *^'J,j/rtitoI^" 
conseguenza della r*^<*laiir;jzione, o si trovavano ipiali emigrati in 
tutti» 1(( bijuailoro della niiseiia. erranti, sia siiilc spiaggie maurilane, 
sia alla corte e nell'esercito di Milradatf; imperocché secondo il 
sentimento pi di lieo di que'tempi, in cui prevaleva una grande se- 
verità nei vincoli di faiiiigiia. era consideralo un affare d"* ono- 
re l'i jicr ijuclli riiiiasli ili ])atria 1" niiinoiv ,(i '-onginnli ?msenti 
il ritorno a casa loro, }i<-i inofli almeno lyitsoppi»'>sione d^lla Tiiac- 
cliia attaccata alla loro memoria ed ai loro tigli e la resLiiuzione 
delia sostanza pntprnn. Più di tutti gli nitri i figli dei proscritti, 
che il reggente aveva It-iralmente ridotto alla condizione di paria 
politici (Voi. II. p. 'iiì), erano |U'i' sitì'alta dispo!ìizione (piasi im- 
pegnati a <oUevarsi contro resistente ui-ilinc delle (;ose. — A tulle La gente 
mh^ìe irazmni di malcontenti era uopo di aggiungere altresì J*^^'"^*^- 
tutta la massa della genie rovinala. Tutta codesta gentaglia alta 
e bassa che nelle eleganti e triviali gozzoviglie aveva perduto 
ogni avere e ogni contegno; i nobili che nulla avevano conser- 
vato (li elevalo eccettuati i loro debiti; i lanzichenecchi di Siila, 
i quali poterono bensì essere per ordine dei reggente trasmutati 
ÌQ possidenti, ma non in agricoltori , ed i quali dopo • sciupata 
la prima eredità dei proscritti anelavano a farne un'altra simile 
— lutti costoro attendevano con impazienza di vedere spiegata la 
bandiera che li conducesse a combattere il presente stato di cose, 
poco curandosi del motto che potesse essere scroto sulla mede- 
sima. Spinti da eguale necessità vi si univano tutti gli uomini Gii 
tlistinti deir opposizione, che ambivano di fare carriera e avevano 
!<i.sogno di rendersi popolari, tnnlo quelli, cui era vietata Tarn- 
irnssìone o la rapida elevazione dai ciclo severamente chiuso de* 
gli ottimati, i quali perciò si sforzavano di entrare nella falange 
e dì rompere col mezzo del favore popolare le leggi dell^esclosi- 
vismo e deiranzianità degli oligarchi, quanto quelli più pericolosi, 
la (sai ambizione anelava a raggiungere una meta più alta di 
quella di concorrere a regolare i desdni del mondo entro le 
mpne collegiali. E sino dai tempi della dittatura avevano siffatti 
aspiranti vivamente combattuto contro la restaurazione colle anni 
della giurisprudenza formale e della facile parola, particolarmente 

(') Merita di essere rimarcalo 11 feth), cbc un dislinlo professore di lett^- 
laiiira, i! liberta Staberìo Ero, amioettova i OgU dei proscritti gratultameiite 
alle m lezioni. 



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40 LIBRO QUINTO, CAPITOLO ì. 

(ìalla (rihuna degli nworviti, l'unico tom-iio di legale opposizione 
lasciato libero da Siila; cosi l'abile oratore Marco Tullio Cicerone 
i06 (nato il 3 gennajo (iiH), figlio d'un possidente di Arpino^si fece 
ben presto celebre colla sua semi-prudente e semi^ardita opposi* 
zione al capo supremo dello Stato. Gotali sforzi non avevano una 
grande importanza ove Topponente ad altro non aspirasse che a 
procacciarsi la sedia curule, onde, soddisfatto il suo desiderio, 
passarvi seduto il resto (hi suoi giorni. Gli é però fuor di dub- 
bio, che, non accontei^tandoai un uomo popolare di codesta sedia 
e trovando Caio Gracco un successore, diveniva inevi^ibile una 
lotta air ultimo sangue ^pdel resto almeno per allora non si co- 
nosceva nessuno , che si fosse proposta una meta si elevata. — 
Potere Tale ORI Popposizione, colla quale il governo oligarchico inse- 

%onc^ diato da Siila aveva a lottare, dopo che il medesimo, prima fona 
che Siila stesso vi avesse pensato, si vide colla sua morte ab- 
bandonato a sé stesso, n cémpito in sé non era facile, e aggra- 
vossl ancora per le molte inconvenienze sociali e politiche del- 
Tepoca, anzi tutto per rimmensa difficoltà di mantenere i capi 
militari delle Provincie soggetti alla suprema autorità civile, e di 
fare stare a segno nella capitale la massa del canagUume italico 
e straniero che andavaai accumulando, nonché gli schiavi ; che 
vi vivevano per la massima parte in effettiva libertà» e ciò senza 
avere truppe a disposizione. Il Senato si trovava come in una 
fortezza esposta e minacciata da ogni banda, ed era inevitabile 
di venire a serie lotte. Ma anche i mezzi di difesa ordinati da 
Siila erano ragguardevoli e di gran pondo; e sebbene la mag* 
gioraoza della ^azione fosse francamcoite avversa, anzi ostile, al 
governo costituito da Siila, esso poteva ciò non per tanto man- 
tenersi ancora lungamente nella sua rocca facendo fronte alla 
massa confusa e scompigliata d* un' opposizione che non si ac- 
cordava né nello scopo, né nei mezzi, e che senza un capo si 
sminuzzava in cento frazioni. Gli è cei to, eh' esso doveva poi an- 
che voler mantenersi e apportare per la difesa almeno una scin- 
tilla di quella energia . colla quale la sua rocca era siala pian- 
tata; giacché per un presuUu. che non vuol difendersi , il più 
grande ingegnere militare avrà indarno costrutto le sue mura e 
scavate le sue fossa. 
Difetto Quanto più al poslulto ogni cosa dipendeva dalla individualità 

^jyPgjJJ^'degli uomini che slavano alla testa da ambo le parti, tanto peg- 
gio egli era che a stretto rigore si difettasse di uomini capaci 
da ambe le parti. La puliiica di questo tempo era dominata asso- 
lutamente dalla coaiìorteria nella peggiore sua forma. £ bensì 



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MARCO LEPIDO E QUINTO SKRTORIO. Il 

tero, che ciò non era una novità ; gli stretti legami di famiglia 
e di club sono una parte integrante neir ordinamento aiiétocra* 
tieo di uno Stato, ed essi da secoli erano prepotenti in Roma. 
Ma soltanto in qnest* epoca essi si erano fatti a poco a poco on- 
aipotenti; e cosi ora soltanto ( primamente nel 090) la loro in- 
fluenza fu piuttosto constatata con misnre legali repressive che 
frenata. Tutti i notabili, i popolari non meno dei veri oligarchi 
8i unirono in eterie ; la massa della cfttadinanza , almeno per 
quanto essa prendeva regolarmente parte agli avvenimenti poli- 
tici, si formava secondo i distretti elettorali egualmente in rin* 
nioni compatte organizzate quasi mìlitaimente ; i presidenti dei 
distretti < divisori delle tribù » (dmsmt tnbunm) n^erano i ca- 
pitani 6 gli intercessori naturati. In qjiesti club politici tutto era 
venale : prima di tutto il voto deir elettore, non meno di quello 
dal consigliere e del giudice , e cosi i pugni dispensati nei tu* 
multi delle vie e i capipopolo chef li dirigevano — la sola tariffa 
dìstinpieva le associazioni degli ottimati da quelle della gente 
lassa. L'etra decideva delle elezioni, Teteria determinava le 
acease, i'eterìa dirìgeva la difesa; essa corrompeva T avvocato 
accreditato, essa accordavasi, in caso di bisogno, per Tassoluzione 
con uno degli speculatori, i quali esercitavano su vasta scala il 
lucroso coTiimprcio dei voti dei giudici. L'eteria colle sue bande* 
organizzale doiiiiiiavu le vie della capitale e quindi troppo so 
Tenie lo Stato. Tutte queste cose avvenivano con una certa rego- 
larità e per cosi diro pubblicamente; codesto sistema di eterie 
era meglio ordinato e meglio cui ito di qualsiasi ramo del ^'O- 
vemo; sebbene dopo segreta inteiiigeiiza, com»; si pratica tra 
mariuoli educa Li, non si parlasse apertamente di codesto malvagio 
traffico , nessuno però ne faceva un mistero ed anclie gli avvocati 
riguardevoU non avevano ribrezzo di far sapere pubblicamente e 
intelligibilmente il loro rapi)orto colle eterie de' loro clienti. Se 
pure vi era*qualmino che non si prestasse a codesto trafflco e 
non rinLiiiCias.se al tempo stesso alle sue pubbiiciio mansioni, 
esso era certo un Don (^liisciotle politico come Marco Calone.Al 
posto dei parliti e delie lotte di parie si erano messi i club e 
la loro concorrenza, al posto del governo l'intrigo. PnI ilio Cetego, 
uomo di cai-attere più che ambiguo, già zelante partigiano di 
Mario, poi accolto con favore da Siila come disertore ( Voi. II. 
p. 296), ebbe nelle mene politiche di (jiiest'epoca una inlluentis- 
sima parte, soltanto quale avveduto rapportatore e mediatore tra 
le frazioni del Senato e qual maestro squisito di ogni sorU» di 
cabale; alle volte decideva della nomina ai comandi militari più 



• 12 LIBRO QUINTO, CAPITOLO T. 

importanti una parola della sua concubina Preda. Una si misera 
condizione (!i cose era possibile appunto per ciò che nessuno 
defluii uomini politici attivi' si elevava al di ^opra della medio- 
crìtà; qualsiasi uomo superiore per talenti avrebbe saputo 
spazzare via codesta fazioni come tante ragnatele; ma appunto 
di capacità politiche e militari vi era il più sconfortante difetto* 
« Le guerre civili avevano ingoiato tutti i campioni dell* antica 
Filippo, razza, se si eccettui il vedbhio, astuto ed abile oratore Lucio Filippo 

91 (console 663), il quale, dopo d'essere stato prima del partito po- 
polare (VoL n. p. poi capo del partito dei capitalisti (Voi. IL 
p. 196) e strettamente unito coi seguaci di Mario (Voi. IL p. 290)^ 
Analmente sdrucciolando fra i diversi partiti era passato coiroli* 
Metello, garchia vittoriosa abbastanza in tempo (Voi. IL p. 290), onda 
i Lucuui. 1 accogliere oro ed onori. Tra gli uomini della seguente genera- 
zione i più riguardevoli capi delP aristocrazia pura erano Quinto 

80 Metello Pio (console 674), compagno indivisibile di Siila nei 
pericoli e nelle vittorie^ Quinto Lutazio Galulo, console nel Panno 

78 della morte di Siila 676, tìglio del vincitore di Vercelli; e 
due ufficiali più giovani, i fratelli Lucio e Marco Lucullo , 
il primo de' ffttali aveva combattuto in Asia, l'altro in Italia sotto 
Siila e ambidue valorosamente ; por lacere degli ollimali, come 
II4-B0 Quinto Ortensio (040-704), valente soltanto come avvocalo, o come 

77 Decimo Giunio Bruto (console del 677). Mamerco Emilio Lepido 
Liviano (console del 677) ed altre .cimili nullità, che altro non 
avevano fuori del sonoro nome aristocratico. Se non che anche i 
suddetti quattro personatrsi ht ii di po/ o polevaiisi elevare al di 
S(ìpra del merito gd('r|n:it(j dei uoliili inÌL'liori di quest'epoca. Catulo 
era al* pari di suo padi »* un uomo di multa coltura od un aristo- 
cratico onesto, *ma d'i talenti limitati e prima di tutlo non era 
soldato. Metello non solo era una persoli. i stimabile, ma era al- 
tresì un ulìiciale capace e sperimentalo: non tanto in grazia dei 
suoi slretli rapiunti di famiglia ed ulTici.ili fol ilitiaNiic. quanto 

7* in crrazia «Iella notoria sua ranarit:) fu ejzli ueirauno l)7.j,scadulo 
il suo lerniine cons(d-ire . mvialo in IspaLOia. ailorrln'' i Lusitani 
e gli emigiati romani soliu Quinto Serloiio di hel nuovo si som- 
mossero. Erano valorosi ulììcinli eziandio i due Luculli , pariiro- 
larmente il maggiore, il (jualc ad un rispeltahile talento militare 
associava una solida coltura letteraria e dì>po<:!zioni n divenire 
un buon scrittore: egli era poi degno di rispeiio ;ni lie mm^ 
uomo. Ma, considerali come uomini di Stato, persino questi mi- 
gliori fra gli arisiocralicj non erano di molto meno fiacchi e 
miopi dei senatori dozzinali di questo tempo. I più distinti tra i 



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MARCO LEPIDO K QUiMO hEHTORIO. 13 

m^ddsiiiii sì mostrarono bensì capaci c valorosi a fronte del ne- 
mico estemo, ma* nessuno diede prova di avera la volontà ed il 
talento di sciogliere il vero compito politico c di guidare con 
mano sicura e da esperio piloi a l i n.ivo dolio Stato attraverso le 
agitazioni degli intrighi e delle fazioni. L;i loro scienza politica 
si limitava a credere sinceramente, che no IP oligarchia i ra Tanica 
via di salvezza» e per contro a odiare cordialmente e a imprerare 
coraggiosamente contro la demagogia come qualsiasi forza isolala 
che tende ad emancipai-si. Essi accontentavano con poco la piccola 
loro ambizione. Quanto si narra di Metello in Ispagna, che esso non 
solo trovasse diletto neir ascoltare le p<|$sie, invero poco armo- 
niche, dei poeti epitalamici spagnnoli, ma che ovunque arrivasse 
sì fiicesse furo un ricevimento come una Divinità con libazioni 
di vino e profami d"" incenso , e che seduto a mensa si facesse 
incoronare coir alloro dorato da Vittorie che scendevano dalPalto 
fra tuoni da teatro , non é meglio provato della massima parte 
^ degli aneddoti storici ; ma anche in simili dicerìe scorgesi r or- 
* goglio degenerato di quella schiatta di Epigoni. Persino i mi- 
gliori n'andavano soddisfatti, ove potessero ottenere non autorità 
ed influenza, ma il consolato ed il trionfo, e un posto d'onore in 
Senato; quando erano giunti al punte, in cui, se fossero stati 
animati da un giusto orgoglio, avrebbero appunto incominciato 
a divenire veramente utili alla loro patria e al loro partito , si 
ritraevano dalla scena politica per eclissarsi in un lusso prìncipe* 
SCO. Ad uomini come Metello e Lucio Lucullo non istava già 
come generali meno a cuore T estensione del territorio romano 
col soggioLM mento di ald i re e di altri popoli, che il pensiero di 
accrescere con nuove ghiottonerie delTAfrica e dell' Asia Minore 
1.1 immensa lista della selva-igiua , dt'lla polleria e del pospasto 
(Iella ó'a>liuiiuoiia r')iii;iii;i , ed essi hanno sciupato la jtarto iiii- 
irlioie della loro \ila in un ozio più o meno spiritoso, l/ahilità tia- 
'li/.iouale e lo spirilo di sacrilìcio indivitliiale, che formano la 
Itase (li oirni reggimento oligarchico, erano venuti meno alia de- 
cailula ari.slocrazia romana di questo tempo artitit ialiuente ri])i i- 
stiritilar lo s|iiii(o ili casta valeva per essa d'ordinario per pa- 
inutisino, la v olila per ambizione, la dappocaggine per coerenza. 
Se la co>iitii/.io!i.^ di Siila fosse stala posta sotto la salvaguardia 
<li nomini, come so no trovarono a Roma Collegio de' Car- 
dinali e ;i Venezia nel (Consiglio dei Dieci , non si può dire se 
l opposizione sarebbe riuscita a scuoiei'la sì presto; ma con sil- 
fatli difensori opni atta- co recava nn graNO pericolo. 
Fra gii uomini, che non erano né assoluti fautori, né aperti Pompeo. 



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ìì LIBRO QUINTO, CAPITOLO 1. 

avversari della costituzione di Siila, nessuno attirava l'alteusione 
della moltitudine in maggior grndo sopra dì ^ quanto il giovine 
Giieo Pompeo, il quale, nato il 29 settembre 648^ contaTaToarotto 
anni d^età quando mori Siila. £ra questa una sventura pel gio- 
vine ammirato non meno che per i suoi ammiratori; ci6 era na- 
turale. Sano di corpo e di mente, famoso ginnasta» che anche 
quando divenne ulficiale superiore saltava, correva e alzava pesi 
a gara co^ suoi soldati, gagliardo c destro cavalcatore e schermi- 
dore^ temerario condottiero di bande, era questo giovine divenuto 
imparatore e trionfatore in un'età che lo escludeva da ogni ca- 
rica e dal Senato, e oqcupava nella pubblica opinione il primo 
posto a canto di Siila; che più? lo stesso arrendevole dittatore, 
fosse per convincimento o per ironia, gli av^va dato il titolo di 
Grande. Ma sfortunatamente le sue doti intellettuali non corri- 
spondevano assolutamente a tali inauditi successi. Egli non era 
nò cattivo, né inetto, ma assolutamente un uomo affatto comune, 
destinato dalla natura ad essere un valente basso ufficiale di ca- 
valleria, dalle circostanze chiamato ad essere generale e uomo di * 
Stato. Avveduto, valoroso, esperto e sotto ogni aspetto distìnto 
soldato era Pompeo, ciò nulla meno, anche come uomo d^arme 
senza ombra di doti elevate ; come generale e in tutte le sue 
azioni egli soleva procedere con ona previdenza che accostavasi 
alla timidezza, e portare, se era possìbile,' il colpo decisivo sol- 
tanto quando s' accorgeva di essere nella massima superiorità di 
forze a fronte deir avversario. La sua coltura era la coltura dozzi- 
nale deir epoca ; sebbene soldato sino nelle midolle , arrivato a 
Rodi non ommise di ammirare e di premiare, compera di costu- 
me, quei maestfl nell\arte oratoria. La sua rettitudine era quella 
dell'Uomo dovizioso, il quale colla ragguardevole sua sostanza 
avita ed acquistata sa tenere un giudizioso piede di casa : egli 
non disdegnava di procacciarsi del danaro nel modo usato dai 
senatori , ma era troppo freddo calcolatore e troppo ricco per 
esporsi per un tal motivo a pericoli di quaklie entità od a no- 
tabile voi KOi,Mìa. La malvagità venula di moda fra i suoi contem- 
poranei gli protacciò, più della sua propria virili, la fama — re- 
lativamente ben meritata — di uomo aitile e dislFileressalu. La 
sua « faccia onesta » era divenuta quasi iiruverhiale. e ancora 
dopo la sua iiiorte egli fu dello uomo di meri lo e sperxhio di 
moralità; egli era di fallo uu luuui vicino, che non seguiva Fuso 
dei grandi di quel tempo, i (juaii estendevano i conniii dei loro 
possedimenti con arijuisli forzali, o peggio.» spese dei vi( ini meno 
agiati, e n^lla vita domei>tica egli si mostro atfezionato alla mo- 



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MARCO LEPIDO E OUJMTO SERTORIO. 15 

l{Ue ed ai iigli;>e ridonda a suo onore d^essersi il primo soostato 
dal costarne barbaro di far porre a morte i re ed i duci fatti * 
prigionièri dopo che avevano servito di spettacolo nei trionfi. Ma ciò 
ngn tolse, che per ordine di Siila, suo signore e padrone, egli si 
dividesse dalP amata sua consorte perché tipparteneva ad una fa- 
miglia proscrìtta, e che dietro un cenno del medesimo egli fa- 
cesse sotto i suoi occhi colla massima imperturbabilità eseguire 
le sentenze di sangue pronunciate contro uomini, che in tempi 
diflìeìU l'avevano soccorso (Voi. II. p. 307); a torto lo si disse 
crudèle; egli crA, ciò che vai peggio ; freddo e senza passione 
nel bene come nel male. Nel bollore della mìschia sul campo di 
battaglia egli mostravasì impavido; nella vita privata era ti- 
mido, e alla minima circostanza gli si colorivano le guancie; 
tra sempre imbarazzato quando parlava ii^ pubblico; ingenerale 
egir era golTo, stentalo e rozzo nel conversare. Malgrado la sua 
boriosa caparbietà egli era, come di regola sono coloro che fanno 
pompa d'essere indipendenti, un docile strumento nelle mani di 
(luelli lihe sapevano l'arte di prenderlo, pailicolarineiite de' suoi 
liberti e de' suoi ciieiili, dai nuali qi^Vì non temeva di essere do- 
minato. A nulla meno e^lì quadrava che ad essere uomo di Stato. 
Imbarazzato ne' suoi scopi, poro destro nella scelta de'suoi mezzi, 
tli corta vista nelle cose di piccola e di Ì5nande importanza e 
sprovveduto di consigli, Pompeo soleva nascondere il suo tenten- 
uamentu e la sua incertezza sotto un suleiine silenzio, e quando 
intendeva di fare l'astuto egli incannava sè stesso credendo di 
ingannare gli altri. Per la sua carica militare e pei suoi rapporti 
civili gli si accostò, senza clfesso si desse la minima cura, un 
colisi derevole partito a lui pei-sonalmente devoto, col (juale avrebbe 
potuto venire a ca))o ilelle [)iu grandi rose; su non che Pompeo 
era sotto ogni aspetto incapace a dirigere e a tenere insieme un 
partito, che, se codesto partito ciò non pertanto sì teneva unito, 
ciò avveniva ej^ualmente senza la sua cooperazione |ier la sola 
forza di gravità delle circostanze. Sotto questo aspetto e sotto 
altri rajq^orti egli rassomiglia a Mario: ma Mario co'suoi modi villani, 
colle sue passioni sensuali è ancora meno jnsopportahile che questa 
stucchevolissima fra tutte le copie di uomini grandi. La sua po- 
sizione politica era assolutamente falsa. Egli era un ufficiale 
di Siila e come tale obbligato a sostenere la costituzione 
restaurata, ed ei a af tempo stesso personalmente in opposizione 
con Siila e con tutto il reggimento senatorio. La famiglia dei 
Pompei^ che solo da circa sessantanni figurava sulle liste conso- 
lari, non era ancora considerata dall'aristocrazia come sua eguale; 



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Ì6 LieaO QUINTO, CAPITOLO 1. 

il padre di questo Pompeo poi si era messo in una odiosissima 
. ed ibrida posizione contro il Senato (Voi. II. p. ^i. 28i)edegU 
stesso aveva già appartenuto al partito dei seguaci di Ciana 
(Voi. li. p. 896) — memorie ché si passavano bensì sotto sìlgi- 
zio, ma che non si dìD&enticavano. La posizione eminente che 
Pompeo Si era procacciato sotto Siila lo inimicava in secreto coirà* 
rìstocrazia appunto qnanto apparentemente ad essa lo strìngeva. 
Testa leggiera qual era, Pompeo fu preso dalle vertigini in grazia 
della gloria» cui era pérvenuto si rapidamente e si facilmente. 
Come se volesse egli stesso schernire la sua natura assolutamente 
prosaica confrontandola con quella del più poetico fra gli eroi» ei 
cominciò a paragonarsi con Alessandro Magno, c a considerarsi come 
un personaggio unico, cui non s'addiceva di essere soltanto uno dei 
cinquecento senatori j^omani. L'esteriore dignitoso di Pompeo, le 
sue maniere gravi, il suo valore personale, T onorevole sua nta 
privata^, la sua astensione da qualsivoglia iniziativa gli avrebbero, 
se fosse nato due secoli prima, ottenuto un posto onorìfico a 
canto a Quinto Massimo e a Publio Decio; ma questa mediocrità 
prettamente aristocratica e prettamente romana non contribai 
menomamente a queir alUnità adesiva che esistè sempre fra Pom- 
peo e la maggioranza della borghesia e del Senato. Anche ai 
suoi tempi vi sarel)l)e stata per esso una posizione netta e rispel- 
labile, se esso avesse voluto accontentarsi di essere il capitano 
del Senato. i)er la qual carica egli era nato. Ma essa non gli 
bastava, o (jiiindi si uiiso nella fatale posizione di voler essere 
qual( he cosa di diverso da quello ch(! poteva essere. Ei:li mirava 
co stantemente ad una posizione spei-iale iiclluStalo, e quando Toc- 
casione se ne presentava non >ajH'va ri.«,olversi ad afferrarla ; egli 
irritavasi profomlaiiìenle se pt iMine e leggi iinii pipcravaii<i rie- 
cament(> a suoi ^oleri, e ciò non pertanto ei.di slcs.su i>i moslrava 
con mia iiKiih^triia. non soltanto ani-Mala. f|nal«» uno dei molli 
ei;uahnente iinvilcgiali o Ircuiava al soln ji('ii>!ci-o di Care aicuit 
che di contrario alla costituzione. In cuntiiiua e profonda tou- 
sinjic loir oligarchia, e però al tonipo ph-sso suo devoto serviloif, 
tonnentalo costantemente (la un anilii/iune.che spaventavasi dinanzi 
alla sua propria meta, trasse egli gli agitati suoi giorni senza alcuna 
soddisfazione ed in una ri- rua contraddizione ron sA ^stesso. 
Cnsso. Come Pompeo cosi Marco (Crasso non puossi annoverare Ira gli 
assoluti partigiani delPoligarchia. Egli è per F epoca, di cui si 
ragiona, un personaggio assai caratteristico. Come Pompeo , cui 
era di pochi anni maggiore^ apparteneva egli pure al circolo del- 
l' alta aristocrazia romana, aveva ricevuto un'educazione confor- 



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MARCO LEPIDO E QUINTO SERTORIO. 17 

alla sua condizione e miiilalo come Pompeo con distinzione nella 
guen-a italica diretta <la Siila. Quanto a doti della mente, a let- 
teratura e a talento militare egli era inferiore a molti suoi si- 
mili , ma li sorpassava tutti nella immensa speditezza e nella 
perseveranza, colla quale lottava onde tutto conseguire e tutto 
essere. Anzi tutto egli si gettò nelle speculazioni. Esso si era 
procacciato una fortuna durante la rivoluzione coirac(iuisto di 
beni stabili; ma non disdegnava nessun ramo d'industria; atten- 
deva alla costruzione di case nella capitale con grauiliosità non 
disgiunta da previdenza ; egli si metteva in società co' suoi li- 
berti nelle più svariale imprese ; in Roma e fuori di Roma egli 
faceva il banchiere direttamente o col mezzo della sua gente; 
preslava danaro a'siioi colleglli in Senato e s'incaricava secondo 
le circostanze di far eseguire per loro conto dei lavori o di cor- 
rompere i collegi de' giudici. Non era imbarazzato nella scelta, 
dei modi di far danaro. Già in occasione delle proscrizioni di 
Siila egli era stato convinto d'un falso nelle liste dei proscritti, 
motivo per cui Siila d'allora in poi non se ne servi più in af- 
fari di Stalo; ma ciò non tolse eh' egli adisse l'eredità, sebbene 
latto di ultima volontà, in cui figurava il suo nome, fosse noto- 
riamente slato falsalo; egli non si opponeva, se i suoi liltajuoli 
scacciavano colla forza o segrelamentl; da* loro campi i piccoli 
agricoltori confinanli col loro padrone. Del resto egli non en- 
trava mai in aperte collisioni coi tribunali criminali e viveva da 
vero usurajo colla massima semplicità. In questo modo Crasso in 
pochi anni aveva fatto salire la sua sostanza da quella solita di 
un senatore ad una somma, che, poco prima della sua morte e 
dopo d'aver fallo immense spese straordinarie, ascendeva ancora 
a 170 milioni di sesterzi (45 milioni di L.); egli era divenuto il 
più ricco Romano e quindi unai)otenza politica. Se a tenore disile 
suo parole nes&uno poteva dirsi ricco che non fosse in grado di 
mantenere colle sue entrate un esercito, colui che Io poteva fare 
non era più un semplice cittadino.E di fatto il pensiero di Crasso 
volgevasi ad una meta ben più alla di quella di possedere la cassa 
più ben fornita in Roma. Egli non tralasciava alcuna fatica onde 
estendere le sue relazioni. Esso sapeva salutare per nome lutti i 
cittadini della capitale. A nessuno, che ne lo richiedesse, rifiutava 
egli la sua assistenza dinanzi ai tribunali. È bensi vero , che la 
natura non aveva fatto mollo per esso nelTarle oilitoria: le sue 
aringhe erano aride, il suo modo di porgere monotono, ed era 
duro d'orecchio: ma la tenacità della .sua mente, che non. lascia- 
vasi spaventare da nessun tedio; nè di.<?trarre da qualriafi gòtìi- 
Storia Romana. Vul. III. i 



18 LIBRO QUINTO, CAPITOLO I. 

mento, superava ogni in top [io. Egli non si lue^Piil.iva mai senza 
essere preparato, giammai imjiiovvisava i suoi «h-riir si e percid egli 
fu maisempre un avvocalo <ii grido e sempre pionto alla «lifesa, 
la cui fama punto non iscapilava qualumine ciiiis.i egli inipicn- 
desse a difentlore per trista che fosse. quaii<r,iiirh(> roriM.s>e di 
inlluf-n/at e i giudici non solo colle sue imi-o1i', ma anche co"suoi 
rapporti e, occorrendo, col suo oro. Lj djd Senato era in- 
debitata verso di lui; la sua abitudine di [nosiari" danaro agli 
« amici » senza interesf^i e contro reslilu/inne a ri( liiesti , p^'i 
accaparrava un gran numero di uomini inlluenli, e lauto più che 
da vero uomo d'affari egli non faceva alcuna differenza fra i di- 
versi partiti, manteneva dappertutto buoni rapporti e prestava 
danaro a chiunque fosse solvibile o potasse essergli utile in qual- 
che cosa. I più temerai*f eapipnrte. elie volgevano \u-i' ogi,{ dove 
*e senza riguardi i loro attacchi, si guaialavano bene dall'atlaccare 
Crasso: lo si paragonava al toro della inandra, che non era pru- 
denza di stuzzicare. È evidente che un uomo di tal fatta, posto 
in simili condizioni, non poteva tendere ad un umile scopo, e, 
diversamente da Pompeo, Crasso, precisaraenic come un ban- 
chiere, conosceva lo scopo delle sue speculazioni politiche e i 
mezzi per raggiungerlo. Dacché Roma era Roma, il capitale era 
sempre stato una potenza politica; correvano allora tempi, in cui 
tatto pareva potersi ottenere coir oro non meno che col ferro. Se 
nel tempo della rivoluzione un'aiMstncrazia dei capitali aveva voluto 
pensare ad abbattere roligarchia dinastica, poteva bene un uomo 
come Grasso sollevare i suoi sguardi più alto dei fasci e del 
manto trappuntato dei trionfatori. Pel momento egli era seguace 
di Siila e partigiano del Senato; ma esso era troppo finanziere - 
Ijft darsi ad un determinato pactito politico e ] ter seguire un^al- 
^•Ira via che quelli del sno vantaggio personale. Perchè non do- 
veva Crasso, il più ricco e il più intrigante cittadino di Roma^ 
che non era un miserabile avaro accumulante tesori , ma uno 
speculante in proporzioni massime, speculare anche sulla corona? 
Porse che le sole sue forze non bastavano a raggiungere questo 
scopo; ma egli aveva già portato a termine più d'un grandioso 
affare sociale; non era impossibile che anche per ciò si rinve- 
nisse un socio conveniente. Era nel carattere delPepoca, che un 
mediocre oratore, un mediocre ufficiale, un uomo politico, il 
quale scambiava la sua attività per energia, la sua cupidità per 
ambizione, il quale in sostanza altro non aveva che una fortuna 
colossale ed il talento mercantile di saper contrarre delle relazioni 
^ che un tsd uomo, appo^patò aironnipotéhzàdellacohsorterìa e 



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MARCO L£P1D0 £ QUIMU SEftTOlUO. 19 

degli intrighi si credesse eguale ai primi generali ed ai più 
distinti Qomioi di Stato, e loro conteodesse il massiiiio premio 
che sorride air ambizione politica. 

Le procelle della rìvolozione avevano fatto una spaventosa cai i po- 
messe nelle file dell' opposizione propriamente detta , tanto in ^^^^ 
quelle dei conservativi quanto in quelle dei popolani. Nelle pri- 
me runico rimasto, che fosse tenuto in considerazione, era Cago 
Cotta (630 - 681), amico e seguace di Druse e appunto perciò isi-73 
mandato in esìglio nel 663 (Voi. IL p. 210), poi, vittorioso Siila, 01 
ritornato in patria (Voi. IL p. 321); egli era nomo savio ed un 
eccellente avvocato; ma per la poca importanza del suo partito e 
di lui stesso non ad altro era destinalo che ad una parte slima* 
bile si ma secondarla. Fra la gioventù del pirtito democratico 
attirava tutti gli sguardi Cajo Giulio Cesare, che allora contava Cesare. 
24 anni (nato 0 il luglio 662?). La sua cognazione con Mario lot 
e con Cinna — la sorella di suo padre era stata moglie di Ma- 
rio, ed egli aveva condotto in moglie la figlia di Cinna — ; il 
coraggioso rifiuto del giovinetto appena uscito dalla puerizia di 
mandare per ordine del dittatore la lettera di divorzio alla 
giovine sposa Cornelia, al che fare in un simile caso si era però 
prestato Pompeo; la temeraria persistenza a conservare la carica 
sacerdotale conferitagli da Mario, e da Siila rivocata; le sue pe- 



O SI suole Indicare ranno SM come quello della nascita di CesuB, perehè ìqq 
Svelonlo {Cm. 88), Plutarco (Caos. 69) c Appiano (ò, c. % 149) dicono cti'esso 

morì (lo marzo 710) contando 56 anni di \ita; con qucsle asserzioni combina 44 
presso a poco l'altra, che esso all'epon fidile proscrizioni di Siila (67i) avesse 
anni {ydlsi. 2, 41). Ma vi ò una iiisolutjile contraddizione in ciò cbe Ce- 
sare lia coperto la carica di edile nd 069, quella di priore nel Mi, e quella es. Si 
di console nel (KNS, e cbe secondo le leggi codeste caricbe non potevano essere ss 
colpito rispettivamente prima che rindividuonon avesse per lo meno compiti 
f!\\ anni 37, 40 e 43 e fosse entrato nel succe*?sivo 3Mmo il ino e V»nio (B»H'kor 
2, 2, 21); per cui essendo Cesare nato indubilatanientf il <ii \ì lu'^lio, l'anno 
(li sua nascila, anziché il Oo^'», dev'essere stato il Coi; quindi lul 67i contava 
Si anni e nioit contando 87 anni e 8 mesi 0 non SS. Le quattro usenloni 
surriferite possono benissimo ossero scaturite dalla stessa sorgente, e non si 
è tenuti di prestarvi cieca fede , considerando che ne' tempi remoti prima 
degli arfn rliunia i dati sugli anni di na^srifa dei Honiani aneli.' più ronopriuH 
e più allo locati, corne a ca<;!on d'esamino di quella di Pni'j[> » ^^r»^o ìffaH'^ 
iucertii non si sa pei contro spiegare, come Cesare copuaiu Lulle codcale li- 
fjcbe condì due aimi prima di aver raggiunta 1* età legalmente prescrìtta e come 
non al facda In nessun luogo un cenno di questa circostanza. E soltanto in tal 
guisa si rpicga comn i denari fatti coniare dn Cesare vcr.^o l'epoca dello scop- 
pio della pierra ci\ilo fossero marcati con LII, VLM-osiniilmerte alludendo alla 
blu t% dsmulu. cììo qoaado iutJOmixiCAò dulia guerrè Clt^aib avuva m amii. 



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■ 



so LIBRO QUINTO. CAPITOLO L 

regrinazionì durante il tempo, in cui era minarciato dalla pro- 
scrizioDe, da cui fu salvo a stento per le preghiere dei parenti; 
il suo valore nei combattimenti sotto Mitilene e nella Cìlicia , 
onde nessOBO avrebbe giudicato capace un giovinetto mollemente 
educato e quasi effemminato; le stesse ammonizioni di Siila di 
guardarsi dal « giovine in gonnella • sotto la quale nascondevasi 
più d'un Mario — tutte queste erano altrettante raccomandazioni 
agli occhi del partito democratico. Ma riguardo a Cesare non po- 
tevano formarsi che speranze per Tavvenire; e gli uomini, che 
per la loro età e per la loro posizione politica avrebbero potuto 
sin d'ora porsi alla testa del partilo e dello Stato, erano tatti 
morti 0 proscrìtti. La direzione della democrazia, in mancanza di 
un nomo che vi fosse veramente chiamato, era quindi abbando- 
nata a chiunque si presentasse qual rappresentante dell'oppressa 
libertà popolare; e in ^questa guisa essa venne nelle mani di 

Lepido. Marco Emiliano Lepido, del partito di Siila, il quale in grazia 
di motivi più che ambigui passò nel campo della democrazia. 
Già zelante ottimate e molto interessato nelle vendite dei beni 
dei proscrìtti, egli aveva spogliato la provincia di Sicilia, dove 
trovavasi come governatore, cosi scelleratamente, che, minacciato 
da un atto d^ accusa, affine di sottrarsene, si era gettato nel 
partito deir opposizione. Era questo un guadagno di dubbio va- 
lore. Portava egli bensì un nome conosciuto, era uomo di con- 
dizione e r opposizione aveva in esso acquistato un caldo oratore 
nel foro,- ma Lepido era una testa insigniftcante e balzana, che 
non meritava di stare a capo d*un partito nò in pace nò in 
• guerra. Ciò nulla meno ropposizione raccolse come il benvenuto, 
e il nuovo capo della democrazia riusci non solo a far desistere 
i suoi accusatori dagli attacchi mossigli contro, ma ad ottenere 
9B altresì relezione al consolato pel 676, nel quale affare d*altronde 
oltre i tesori estoati in Sicilia gli fu giovevolé anche la smania 
puerile di Pompeo di provare in questa occasione a Siila e ai 
suol seguaci puri quanto egli fosse possente. Avendo quindi al* 
Pavvenuta morte di Siila Topposìzìone trovato un altro capo nella 
persona di Lepido, ed essendo questi il supremo magistrato dello 
Stato,. era da prevedersi con sicurezza il vicino scoppio d'una 
nuova rivoluzione nella capitale. 

L'emigra- Ma prima dei democratici della capilale si erano di bel nuovo 
lieUa ^^^^^ r'^' emigrati democratici in Ispagna. L aniuia di questo 

Spagna, inovimoiito era Quinto Serlurio. Quest'uomo eminente, iialo a Norcia 

Sartorio, nella Saliina. aveva ricevuto un'educazione tenera e quasi molle 
(^ne i' una prova TaHetto quasi fantastico ^tir.sua maiUe llaia)ed 



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KARCO LEPIDO £ QUINTO SERTORIO. 21 

en in pari tempo, come lo testiAcavano le onori flche cicatrici 
riportate nelle gaerrecimbrìche, spagnaole ed itaìiclie, un uomo 
del più cavalleresco valore. Benché non fosse stato menomamente 
ammaestnrto neirarte oratoria, egli destava colla naturale scor- 
revoleua e colla stringente sicurezza de^ suo! discorsi lo stupore 
dei più pratici avvocati. Durante le guerre delia rivoluzione, con- 
dotte dai democratici in un modo cosi mesclifno e sconsigliato, egli 
aveva avuto occasione di mostrare lo splendido contrapposto de^suoi 
straordinarii talenti militari e politici; egli era riconosciuto come il 
solo ufficiale democratico capace di predisporre e di dirigere la 
guerra, e runico uomo di Stato democratico, il quale si opponesse 
con politica energia allo spensierato agitarsi ed infuriarsi del suo 
partito. I suoi soldati spagnuoli lo chiamavano il nuovo Anni- 
bale e non pel solo motivo ch'esso avevu perduto un occhio in 
guerra. Egli ricorda effettivamente il grande Fenicio pel suo modo 
di guerreggiare scaltro non meno che coraggioso, pel raro suo 
talento neir organizzare la guerra colla guerra, pella sua destrezza 
neir attirare nazioni straniere nel proprio interesse e nel farle 
servire a'suoi piani, per la sua prudenza nella buona come nel- 
Tawersa fortuna, pel suo ingegno nel trar partito dalle vittorie 
e nel riparare alle conseguenze delle disfatte. È lecito dubitare 
se,v*abbia un altro uomo di Stato romano del tempo passato o 
del presente che pel talento universale possa venir paragonato a 
Sertorio. Dopo che ì generali di Siila Tavevano obbligato a ftig- 
gire dalla Spagna (Voi. II. p. 307) egli aveva vissuto sulle coste 
di quella penisola e deir Africa una vita raminga d*avventuriere, 
ora in lega ora in guerra coi pirati cilicii, che quivi pure eransi 
stabiliti, e coi capi delle erranti tribù della Libia. E persino su 
quelle «piaggio la vittoriosa rìstaurazione romana T aveva inse- 
guito. Mentre egli era intento a stringere d'asseifioTiogite (Tan- 
geri), venne in ajuto del principe di quellsf città dairAfrìca ro- 
mana un corpo di troppa comandato da . Paccieco; ma Paccieco 
fu da Sertorio completamente battuto e 'Tingile presa. Sparsasi 
la notìzia di sKTatte gesta guerriera delPesule Romano , i Lusi- 
tani, 1 quali malgrado la pretesa'ìoro sommesstone alla supre- 
mazia romana mantenevano di fatto la loro indipendenza e tutti 
gli anni venivano a lotta coi governatori della Spagna ulteriore, 
* mandarono un^ambasciata a Sertorio in Africa, invitandolo a re- 
carsi presso dd loro onde assumervi il comando delle loro mili- ^^^^^.^^ 
zie. Sertorio, che ventanni addietro avevi servito in lapagna sotto dPiiri 
Tito Didio, e che conosceva le risorse de! paese, risolse di ^ccct-sp^^à'^ 
tare rinvilo e s^lmbarcù per la Spagna (verso i) 074]^ lasciando un ao 



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22 LXBRO QUINTO, CAPITOLO I. 

pi r io posto ()i truppa ^all i spiaggia della Mauritania. Lo sUretto 
che divide la Spagna dair Àfrica era guardato da una squadra 
romana romandata da Coita; non era possibile di attraversarlo 
inosservato; Sertorio si apri a forza un varco attraverso h squa- 
dra nemica e giunse felicemente presso i Lusitani. Non furono 
più di venti comuni lusitani quelli che si misero sotto i suoi • 
ordini, e anche dei < Romani » egli non passd in rivista più 
di 2600 uomini, un buon numero dei quali erano disertori del- 
r esercito di Paccieco o Africani armati alla romana. Sertorio 
8^ accorse, che tutto dipendeva dair associare alle indisciplinate 
schiere di gueriUa un buon nerbo di truppe romane ben orga- 
nizzate e disciplinate ; a tale effetto esso rinforzò la schiera che 
aveva condotto seco levando 4000 fanti e 700 cavalieri , e con 
questa legione e cogli sciami de' volontaij spagnuoti andò ad 
affi'ontare I Romani. Nella Spagna ulteriore comandava Lncto 
Fufldio, il quale in grazia deir assoluta sua devozione a Siila, 
esperìmentata in occasione delle proscrizioni, era stato promosso 
da basso ufficiale al grado di pro-pretore. Egli fu eompletamente 
battuto sulle rive del fiume Reti e 2000 Romani copersero il campo 
di battaglia. Furono inviati solleciti messi al governatore della 
vicina provincia delPEbro, Marco Domizio Calvino, invitandolo 
ad accorrere onde porre un argine airulteriore avanzamento dei 
t7V Sertoriani; non andò guari (G7o) che giunse anche lo sperimene 
Metello tato generale Quinto Metello inviatovi da Siila per rilevare nella 
ispkgQa. Spagna meridionale Tinetto Fufìdio. Ma non venne però taiìo di 
dominare la sollevazione. Nella provincia delPEbro fu dal luogo- 
toienle di Sertorio, il questore Lucio Irtul€òo,non solo distrutto 
Teserei to di Calvino e lui stesso morto, ma fu dallo stesso valo- 
roso generale altresì completamente battuto anche Lucio Manlio, 
governatore della Gallia ulteriore, il quale aveva varcati i Pirenei 
con tre legioni *per venire in ajuto del suo collega. Con graiiJe 
stento salvossi Manlio co» pochi de\suui in Ilerda (Lerida) e da 
quivi nella .sua provincia , nella qual rilirata tgli perdette inol- 
tre lutto il suo ba^aj^liuiiK» per un attacco improvviso delle po- 
polazioni (lelP Aqtiil ama. Ni'lla Spagna ulteriore eni i o Metello nel 
leniioiio lusitano: m;i a St rlorio riusci di attirare durante l'as- 
sedio di Lougolirifja (non lungi dalla foce del Tago) in un' im- 
boscala una divisionf capitanata da Aquino e con rjù di costrin- 
gere io stesso Metello a levare 1" assedio ed a sgonibiare il ter- 
ritorio lusitano. Sertorio lo insegui, batté suil'Ana (Guadiana) il 
corpo comandato da Torio e recò gravi danni allo stesso co- 
mandante supremo de' Romani con una guerra alia spicciolata. 



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UABCO LEPIDO E QUINTO SERTQRIO. 23 

Metello, tattico metodico e alquanto pesante, era posto alla di- 
sperazione da questo avversario, il quale rìflutava costantemente 
una battaglia decii?iva, mentre gli tagliava 1 convogli e le comu- 
flÌGazioni e da ogui parie e di ronlinuo !o tormentava.— Questi^^rg^n^- 
immensi successi ottenuti da Serloiio in ambedue le Spagne di 
erano tanto più considerevoli, in quanto che non erano ottenuti Sertoiio. 
soltanto colle armi e non vestivano* soltrinio il carallero militare. 
Gli emigrali rome non » rano temiluli : nè polcvasi dare im- 
portanza a >jng()li .successi ollt'nult dai Lusitani sotto quoslo o 
quel condottiero sti.uiiiro. Ma Serlorio con sicuro tatto politico 
e patriotico inoslr ivasi, appena le circostanze glielo concedevano, 
non qual coniidltiero dei Liisiiani sollevali contro Roma, ma come 
generale e ijovernatore roui.inc» della Spagna, col quale incarico 
egli era stalo inl.illi quivi invintu da (juelli che allora tenevano 
il ?overno. Egli comint;iò (*) a scf^lier^ fra i l'ai^i dell' emipra- 
zioiie un Senato, che doveva esleudersi .sino a Irecenlo membri 
e dirigere gli alTai i e nominare i magistrati colle forme romane. 
Egli considerava il suo esercito come un esercito romano e oc- 
cupava ì posti degli ulliciali esclusivamonle c on Homani. In fac- 
cia agli Spagnuoli egli era il governatore, il quale in forza della 
sua rariea richiedeva dfl essi nomini e ogni altro appoggio: ma 
ei,i cortanieiile mi goveiiiatore . il qnalo invece di esercitare il 
sulito guvenio dispotico era lutto iritento a legare i provinciali 
a Boma ed a sè slesso. La sua natura cavalleresca gli rendeva 
facile r adottare i costumi spagnuoli e deslava fra i nobili spa- 
gnuoli il pili arileiite entusiasmo por codesto maraviglioso stra- 
niero da essi adottalo; seguendo il costume guerresco della Co- 
mitica^ quivi pure esistente come presso i Celti ed i Germani, 
migliaja di Spagnuoli della più distinta nobiltà giuravano al loro 
generale romano fedeltà sino alla morte , e Serlorio trovava in 
essi più fidi commilitoni che fra i suoi compatriotti e partigiani. 
Egli non teneva a vile di profittare persino dei pregiudizii delle 
rozze popolazioni spagnuole facendosi recare ì suoi piani strate- 
gici come ordini di Diana dalla bianca cerva della Dea. Soprat- 
tutto egli governava con giustizia e con dolcezza. Per lo meno 
sino dove giungeva la sua vista ed il suo braccio le sue truppe 
dovevano osservare la iiìù severa disciplina; quanto egli era ge- 
neralmente mite' nell'inlliggere pene» altrettanto mostravasi ine- 

(') Per lo meno i primi Irattt di queste orgauìzrazioni devono demandarsi 
agli anni 67i. 5711 576^ sebbene la messa in eseGusione per una buoM parte 801 90. 99. 
apporteDg» senza dubKto s(4 tento aitu anni irostmrfori. 



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2i LIDRO QUINTO, C\riTOI.O I. 

soiablie per ogni ticliito commesso dalla sua ^cnle in territorio 
amico. Ma egli peT»<;iva ;illi e.si ai! un durevole alleviamento della 
condizione dei provjiK i ili ; ridusse per rio i irihuli e ordinùai soMati 
di erigersi baracche per l' invei no facendo cosi ces^ai-o Toppros- 
sivo acquarlieramenlo ; ( inle fu cliiusa una sorgente di iniìiiiti 
inconvenienti e vessazioni. IVn iìgii dei noliili Spagnuoli fn in- 
stituita in Osca ( Huesca) un'accademia, ove essi ricevevano 
l'istruzione suiìerioro che impartivasi alla gioventù in Roma, 
Imparavano a parlare romano e L-reco e a portare la toj^a — mi- 
sura assai singolare, che non mirava per nulla affatto soltanto 
allo scopo di prendere col maggior riguardo po!?sibi]e dagli al- 
leati gli ostagf(i,di cui non si poteva fare a meno nella Spagna, 
ma prima di tutto era una emanazione e una estensione del 
grande concetto di Cajo Gracco e del partilo democratico di ro- 
manizzare le Provincie a** poco a poco. Era questo un primo ten- 
tativo di porre in opera la romanizzazione col latinizzare gli 
stessi provinciali e* non coir estirpare gli antichi abitanti e sosti- 
tuirvi emigranti italici. Gli ottimati in Roma schernivano il 
miserabile emigrato, il disertore delPcsercito italiro, l'ultimo 
deila banda di assassini di Carbone; la maliziosa beltà ricadeva 
sopra di loro stessi. Le truppe messe in' campo contro Sertorio 
si calcolavano, compres i la leva in massa spagnuola, a 120,000 
fanti, WOQ arcieri e frombolieri e 0000 cavalieri. Contro queste 
immense fone Sertorio non solo aveva resistito in una serie di 
felici combattimenti e riportato brillanti vittorie, ma ridotta al* 
tresi in suo potere la massima parte della Spagna. Nella provin- 
cia ulteriore Metello si trovò ridotto a quelle sole parti di ter^ 
ri torio occupate dalle sìie truppe, perchè tutte le popolazioni, 
elle lo potevano, avevano preso partito per Sertorio. Nella pro- 
vincia citeriore, dopo le vittorie riportate da inulto, non vi era 
più alcun esercito, romano. Emissari di Sertorio percorrevano 
tutto il paese gallico; già cominciavano anche quivi ad agitarsi 
le tribù e delle frotte raccogliticcie a rendere mal sicuri i passi 
delle Alpi. E finalmente il mare apparteneva tanto agli insorti 
quanto al governo legittimo, poiché gli alleati degli insorti, i 
corsari, nelle acque della Spagna erano quasi altrettanto potenti 
quanto le navi da guerra romane. Sertorio organizzò pei medé- 
simi una forte stazione stil promontorio di Diana (di faccia ad 
Ivica, tra Valenza e Cartagena ), ove essi davano la caccia alle 
navi romane, che approvvigionavano le città marittime romane 
e r esercito, scambiavano le merci degli insorgenti, ed erano 
i mediatori dei loro commerci coir Italia e coir Asia .Minore. 



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MARCO LEPIDO E QUINTO SERTORIO. 25 

Questi mediatori, che dalla sede deirincendio ne recavano in ogni 
parte le scintille, davano un- gran pensiero , specialmente in un 
tempo, in cui nello Stato romano era ammontichiata tanta ma- 
teria combustìbile. 

In questo stato di cose avvenne la repentina morte di Siila (676). 
Sino che era in vita 1" uumu, alla cui voce un esercito di vele- di siUa 
rani agguerriti e fedeli er.i pronto ;i l o(?ni istante. T oligarchia ^^J"®. 
potè tollerare come una sventura i)asseg*.'ierci la (piasi decisa gucuze. 
perdita delle pruvincie spaglinole nello niLini de^Mi enii.^raii, non- 
ché l'elezione del capo delFopposizione in Ironia a supremo ma- 
gistrato della repulihlica. e. liendu' con poca avvedutezza, pure 
non intieramente senzi ragione, andare sicura, che, o l'opposi- 
zione non oseroldie di p:issnre ad una aperta lotta, oppure che, 
quando Tosasse, colui clic aveva salvata 1* oligarchia due volte 
l'avrebbe salvala una terza. Ora lo §lal(> Molle cose si mutò, f 
}»iù avanzati fra i dcmocratiri della capitale, di Iiuilio inipa/ienli 
tleir iuilnt?i;irt' soiiza fine, e sedotti dalle l)nllaiili notizia della 
Spagna, s[Mii^rv,(nii a Ncuire alle mani; e Lepido, dal quale in 
quel momento dipendeva l;i dt i isionp. vi arronsenti con lutto lo 
zelo del riniiegalu e la leggerezza ( In» lo caratterizzava. Parve un 
momento come se la face, che acrenilt \a il rogo del reggente, 
dovesse accendere anche la guerra < ittadina; ma l' influenza di 
Pompeo e lo spirito dei veterani di SiUa decisero Popposizione a 
lasciar compiere tranquillamente i funerali del ditta lore. Tanto 
più manifestamente !?i forerò po55ria i preparativi per un' altra 
rivoluzione. Ogni «iiornu sul Foro della rapitale si udivano ri- insnrre* 
petere le accuse contro il « Romolo in earicatura » <' contro i ^^P® 
suoi scherani, e Lepido e i suoi partiinani apertamente raanife- Lepido, 
slavano, che lo scopo dei loro sforzi era l' abolizione della co- 
stituzione di Siila, il ristabilimento delle distribuzioni dì grano, 
la restaurazione dei tribuni del popolo nei loro antichi diritti, 
il richiamo degli esìgliati illegalmente, la restituzione dei beni 
contiscati. Si stabilirono relazioni cogli esigliati; Marco Perpenna, 
governatore della Sicilia ai tempi di Cinna, fece ritomo a Roma. I 
tìgli di coloro, che da Siila erano stati condannati come rei d'alto 
tradimento, sui quali pesavano gravissimamente le leggi della re- 
staurazione, e in modo speciale gli uomini più riguardevoli del par- 
tito di Mario, furono invitati a fare adesione; non pochi, fra'qaalt 
il giovine Lucio Cinna, si unirono; altri invece seguirono l'esempio 
diCajo Cesare, il quale alla notizia della morte di Siila e dei piani 
dilapido era bensi ritornato dalPAsia, ma» conosciuto che ebbe 
m^lio il carattere del capo e del Movimento , prudentemente 



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86 LIBRO QUINTO, CAPITOLO L 

si ritirò. Nella capitale si tiìnrava e si arruolava nelle osterie e 
nei bordelli per conto di Lepido. Finalmente anche i malcon- 
tenti deirEtrurìa tramavano una congiura contro il nuovo or- 
dine di cose (*). — Tutto ciò succedeva sotto gli occhi del go- 
verno. 11 console Catulo ed i più assennati tra gli ottimati insì- 
stevano perché si procedesse subito ed energicamente contro co- 
deste mene e si sofTocass» la sollevazione nel germe; ma la ri- 
lassata maggioranza non sapeva risolversi a cominciare la lotta, 
ma sì sforzò (l' ingannare sè slessa più a lungo rlic potè eon un 
sistema di transazioni e di concessioni. Cedette rispello alla legge 
fruraentaria accordando una limitata rinnovazione della dislribu- 
ziune di cereali a j^ensi della l» :-:^'e di Gracco, ri lunidiiiio proba- 
bilmente alla transazione dell'epui a dt.ll;i 1:1111 r;i sociale, sr< ondo 
la quale pare che non lulii, come lo voIcn i l i b .ugc senijiiuiiia, 
ma >oltaiilo 1111 nmiuwd determinalo — prubabilnit nle 40,O0U — 
fra i più povn-j cidailiiii ricevessero la stessa <!istril>uzione fis- 
sata da (il .!( ( 0. cioè ( iiiquo iiioilii nt:iii niL'se al picz/.o di assi (j l/;j 
(circa .'{(J leiile.simi ) — dispo^iziollt' . Ije costava airerai i(j nnn 
perdita annua di almeno ll,2oO,UOU L. ("). Il partilo deli" oppo- 

(*) La seguente narrazione sì b<asa essenzialmente su quanto lasciò scritto 
Lidnlano, il cui racconto, por quanto sia .spiv.zato specialmente in (jnesta 
parie, pure ci lì.'i itnportanli sehiariinenti inlni ii i alla sollcvaziont* ili Lepido. 

78 ('*) Liciiiiai.o (/;. l'eri/., p. M Uoun) nana all'anno 67C.: ( ^.«^/mZ/jv? » Hr) 
geni Iraoittiilui i /am^ nnllo irsistenU' (otU'ji^J lim eat, ni annua (acj qnotquc 

73 mudi popu (lo daj rentur. Cuindl la leg!;c del consoli dell* anno 681, Marco 
Terenzio LucuUo e Cajo Cassin Varo, onde Cicerone fa cenno (in Verr.^'iOj 
163. il, 21, o2) e alla quale» si riferisci' eziandio .Sallustio (liisl. X C»i, 19 Dielscli), 
non ha riprislinat » i cinque niog^fi, ma colla sislemazione de^jll acqul>ti del 
frumento sibili 1 in » lia soUanfo asNÌcurato le disli ilmzioin e forse cam- 
bialo qualcl)** dettaglio, .stactieia legge so'uprouia (Vul. II. p. 03) acCk.>iJi><.*nU&vSe, 
ebe 0^ cittadino domiciliato in Homa prendesse parte alle distribuzioni; 
ma seipbra che questa regola sia stala poscia soppressa, giacché ammon- 
tando il frumento da distrihuirsi ogni mese alla borpfliesia romana a poco più 
di 33,000 m<*dtnini = n m.iVY) n.xlii r ;:o ( ck_ Vcrr. 3, :Mì , 72), non po- 
teva allora T'- di-Iriliuito clic a ìO,<kxj LÌltadini, nii'iilre il numero de' cit- 
tadini domiciliati nHla capitale doveva essere di granluniia supcriore. Questo 
Importante cambiamento deriva verosimilmente dalla legge Ottavia , che In 
luogo deir esagerata distribuzione sempronìca ne introdusse una « moderata, 
non tanto gravosa per lo Scalo e neces.saria pel pop do minuto » (Cic. «fe 
off. 2, 21, 72. lirut. 02. 222 : Voi. II. p. 211), che sar.\ shh di nuovo inserita 

9g nella legge del Ci70. E nemmeno <li quesia legge era contenta la dem icrazia. 
La perdila risulta dal prezzo d anpiisto per lo meno doppio che axova il 
frumento (Voi. n. p. 99) ; se la pirateria o altre cause facevano aumentare ì 
proizt dei ceieali^la penlita doveva naluralmeDle risultare molto più raggnar* 



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MARCO LAPIDO E QUINTO SSRTORIO. 27 

sìzione» nataralmeote poco soddisfatto e decisamente Incorag^to 
da siffatta ineghevolezza, mostraTasi nella capitale tanto più bai- 
danxoso e Tiolento; e neirEtruria, ovverà la vera sede di 
tutte le italiche insurrezioni dei proletari, era già scoppiata la 
guerra cittadina. Gli spropriati Fiesolanl ripresero armata 
mano il possesso dei perduti loro beni e molti fra i veterani di 
Siila ivi stabiliti perdettero la viu nella mischia. A questa notizia 
decise il Senato dinviare colà i due consoli affine di raccogliere 
truppe e di reprimere la sollevazione (*). Non era possibile di 
agire più spensieratamente. Facendo rivivere la legge frumentaria 
il Senato dava airinsurrezione una prova della sua fiacchezza e 
de* suoi timori; alfine di evitare il baccano nelle vìe, esso as- 
segnò un esercito al capo notorio deirinsurrezione ; e i due con- 
soli fùTono col più solenne giuramento che mai si potesse im- 
maginare impegnati a non volgere Funo^contro T altro le armi 
loro affidate. Non ci voleva da meno della sciocca ostinazione 
delle coscienze oligarchiche per edificare un siffatto riparo con- 
tro V insurrezione che minacciava. Lepido armava neir Etruria , 
come era ben naturale, non pel Senato, ma per V insurrezione , 
dichiarando con ischerno, che il giuramento prestato non lo te- 
neva vincolalo che per V anno in corso. Onde determinarlo a 
ritornare, il Senato ricorse all'espediente degli oracoli e lo inca- 
ricò della direzione delle imminenti elezioni consolari; ma Le- 
pido fece il sordo, e, mentre i messaggieri aii lavano e venivano 
e Taniiu andava a spegn isi in piani di accomodamenlo, le sue 
schiere si accrebbero a foiaiaie un esercito. Quando flnalmenle 
l'aiiao seguente (G77) il Senato inijiose a Lepido di ritornare im- 
mediatamente, il proconsole con arroganza vi si rilìulò e alla sua 
volta richiese la riniR>\ azione dell'antico potere tribunizio e la 
reintefrrazione dì coloro che violentemente erano slati privati dei 
loro diritti di cittadini e del possesso de' loro beni, oltre di ciò 

(•) Dai frammenti della narrazione di Licini^tno ii nomi) risulta eziandio, 
che la deleiiuinazioDC del Seiialo ; * ali Lepidus el Calulus decretis exeì'cilibm 
malturrwmc proficUeereiUiir • (Sallustio hi$L 1 , 44 Dietscb) — non dei'esl in* 
tendere come un invio dei consoli nelle rispettive loro Provincie proconso- 
lari prima della scadenza del loro consolato, p i ! ) li > avrebbe poi anche 
Tn'4!! - ifo ogni motivo, mn come un invio nell' Elruria per sedare i ribelli 
Fiesolaiii, proprio come nella [,'uerra catilinaria vi era stato inviato appunto 
il console Caju Antonio. Se Filippo dice ia Sallustio (hisl. 1, 48, 4)ctie Lepido 
ob mMtkmm pnwjnciam am exereUtt cutoplui ett, ctò combina pertisttamenle 
oon millanto fa detto di sopra, giacebò 11 comando straordinario consolare 
neU'Etruria è precisamente una pnuèMla come 0 oomindo proooneolsre <r* 
dinano n6Ua <]«Ula wtìmm. 



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28 libuo quinto, gapitòlo l 

per sé la rielezione al consolato pel corrente anno » vale a dire 
Sed|>pio r istituzione deRa tirannide in forma legale. Cosi fu dichiarata 
guerra, la guerra. Il partito del Senato, oltre ai veterani di Siila, la coi 
esistenza civile era minacciata da Lepido» aveva per sé anche 
resercito chiamato sotto le armi dal proconsole Calalo; e per 
le insistenti ammonizioni degli uomini più accorti, e particolap* 
mente dì Filippo , fu quindi dal Senato demandata a Calalo la 
difesa della capitale e quella contro le forze principali della parte 
democratica nelP Etruria, e al tempo stesso fu fatto partire Gneo 
Pompeo alla testa di altre schiere aftine di strappare dalle mani 
dell'antiro suo protetto la valle Padana orcupala dal suo luogo- 
tenente Marco Bruto. Menti'e Pompeo eseguiva con rapidità T or- 
dine avuto e costringeva il duce nemico a chiudersi in Modena, 
comparve Lepido dinanzi la capitale col disegno, come altra volta 
aveva fatto Mario, di prenderla (rassallo a prò della rivoluzione. 
Ridusse in suo potere tutta la riva dirilla del Tevere e pofA per- 
j>ino passare sulla riva opposta, e si venne a decisiva battaglia sul 
baiato ^^°*P^ Marte sotlo le mura della città. Vinse Galulo ; Lepido 
fu costretto a ritirarsi nelPFtruria. mentre Scipione,di lui figlio, 
con una divisione si gettava nella fortezza d'Alba. La sollevazione 
fu così recata essenzialmente a fine. Modena sì rese a Pomi ( ; 
Bruto, malgrado il roncessogli salvo condotto, fu poi trucidato per 
ordine di Pompeo. Anche Alba fu costretta colla fiime ad arren- 
dersi dopo un lungo assedio e il coniiiidante venne egualmente 
condannato a morte, l^idolto da due parli alle strette da Catulo 
e da Pompeo, tentò Lepido un'ultima volta la fortuna in una 
battaglia sulle spiaggie ctrusche'', tanto per assicurarsi una riti- 
rata, e poi s'imliarcò nel porlo di Cosa per recarsi in Sarde- 
gna, d'onde egli sperava di tagliare i viveri alla capitale e 
Morte di mettersi in relazione cogli insorgenti spagnuoli. Ma il gover- 
Lepido. natore delP isola gli oppose una valida resistenza e lui stesso 
77 mori di tisi non molto tempo dopo il suo sbarco (677K sicché 
ebbe fine anche la guerra in Sardegna. Una parie de' suoi sol- 
dati si disperse; col nerbo delP esercito insurrezionale e con una 
cassa ben guarnita il già pretore Marco Perpenna si recò nella 
Liguria e di là in Ispagna per raggiungere i Sertoriani. 
Pompeo L' oligarchi£f aveva dunque vinto Lepido; essa vedovasi per 
peMoraa contro obbligata dalla pericolosa piega , ctie prendeva la guerra 
rinvio di Sertorio, a fare delle concessioni, che pregiudicavano tanto il 
Uf^ ^ senso letterale quanto lo spirito della costituzione di Siila. CJiia* 
rìvasi P assoluta necessità d' inviare in Ispagna un forte esercito 
capitanato da un abile generale; e Pompeo non leceva hMto» 



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MARCO LEPIDO E QUl^iTD SERTORIO. 29 

ch'egli desiderava, o per meglio dire, che egli voleva questa mis- 
àone. La pretesa era forte. Era già un male abbastanza grave 
quello di lasciare che questo segreto avversario riprendesse nel- 
Targenaa della rivoluzione di Lepido di bel nuovo un comando 
straordinario; ma era cosa ancora di gran lunga più pericolosa 
di abbandonare tutte le regole della gerarchia dei funzionaij det* 
tate da Siila , onde investire d^ uno dei più importanti governi 
provinciali un uomo, che non aveva per anco coperta alcuna ca- 
rica civile, tanto più che «non era da pensare alPosservanza deL 
r annuo termine legale. oligarchia, anche astrazione fatta dai 
rìgaardi dovuti al suo generale Metello, aveva quindi ragione di 
opporsi seriamente a questo nuovo tentativo deir ambizioso glo- 
fioe di prolungare la sua posizione eccezionale ; ma la cosa non 
era tacile. Anzi tutto essa difettava assolatamente di un uomo 
adatto al difOcile posto di supremo duce in Ispagna. Nessuno dei 
consoli allora in carica aveva voglia di misurarsi con Sertorio e 
fu giuoco forza di sopportare in pace quanto Lucio Filippo disse 
in pieno Senato, che di tutti i più riguardevoli Senatori nessuno 
era capace e volonteroso di assumere il comando in una grave 
gnerra. Forse il Senato non se ne sarebbe dato pensiero, e, non 
avendo nn candidato capace, secondo il sistema oligarchico avrebbe 
riempiuta codesta lacuna con un ripiego qualunque, se Pompeo ««ì 
' fosse limitato soltanto a desiderare il comando e non P avesse 
* richiesto alla testa d" un esercito. Egli aveva già f;ilto il sordo 
agli ordini. (li (ballilo di licenziare T esercito: era per lo meno 
dubbioso, so (lucili del Senato avrebbero una mif,'liore accoglienza, 
e nessuno poteva calcolare le conseguenze d" un i ndtura. Nella 
bilancia dogli avvenimenti la parie dell' aristocrazia poteva assai 
facilmente balzare in aria se nel bacino opposto si gettava la 
spaila d' un generale conosciuto. Quindi la maggioranza si decise 
ali.i cftndiscendeuza. Non dal popolo, che, trattandosi di rivestire 
un privato del supremo potere, avrebbe a sensi ilella costituzione 
doviitn essere consultalo, ma dal Senato fu conferito a Pom|teo 
il potere proconsolare e il supremo comando nella Spagina cite- 
riore, e quaranta giorni dopo, neireslate del 677, egli varcò le 77 
Alpi. 

Anzi tutto il nuovo generale trovò da fare nel paese dei delti, Pompeo 

• 4 •« • _ nella 

ove a dir vero non era scoppiala già una vera msurrezione, ma cattia. 

«love in parecchi luoghi la tranquillità era slata seriamente tur- 
bata; per cui Pompeo tolse ai cantoni dei Volci-Arecomici e degli 
FJvii la loro indipendi^nza assoggettandoli a Massalia. Egli fece 
ttiaudio costruire una nuova strada aipestre -attraverso TAlpe Gozia 



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30 LIBRO QOIICTO» CAPITOLO 1.^ 

(MoDginerra, Voi. I. P. II. p. 100) affine di stabilirò una pia 
pronta comunicazione tra la valle Padana e il paese de^ Celli. 
Durante qnesto lavoro passò la bella stagione; Pompeo varcò ì Pi* 
renel soltanto neirautonno inoltrato. — Sertorio in questo frat- 
tempo non se n^era stato ozioso. Esso aveva inviato Ii*tolejo nella 
provincia ulteriore onde tenere in iscacco Metello , mentre pen* 
sava a rendere completa la sua vittoria nella proylncia citeriore, 
e a disporre Toccorrente pel ricevimento di Pompeo. Egli attaccò 
e ridusse in suo potere l^ina dopo raltra le varie dttà celtibere, 
che in questa provincia tenevano ancora pef Roma; P ultima a 
cadere in sua mano, già nel cuore dell' inverno, fu la forte Gon- 
trebia (al sud-est di Saragozza). Indarno le tribolrite città avevano 
mandato messaggi sopra messaggi a Pompeo; nessuna pregtiiera 
valse a smoverlo dall^abìtuale suo' sistema di procedere a passi 
Arrivo lenti. Ad eccezione delle città marillime. difese dalla flotta ro- 
Porapeo e dei tlistretli i\e^\\ Indìgeti e dei Laletani. stanziali nel- 

la l'angolo posto al noni-est della Spagna, ove Pompeo, varcati 
bpagoa. riiialmentc i l'ireiiei, si fei mò facendovi svernare sotto le 

tende le non ap[f.Mierrite sue truppe onde abituarle strapazzi, 
77 sullo scorcio (it'll .inno 077 tinta la Spagna citeriore Irovossi sotto 
la dipendenza di Sertorio sia per convenzioni, sia per forza 
d'armi, ed il paese deiTalto Kbro e del mediano rimase d'al- 
lori in avanti il più forte sostegno del suo potere. La stessa 
apprensione, prodotta dal nuovo esercito romano e dal celebrato 
nome del suo duce sulPesercilo degli insorgenti, ebbe per Ser- 
torio delle salutari conseguenze. Marco Perpeuna, il quale siiiu 
alloni, come di etrunìe rango con Sertorio , aveva preteso ad un 
comando indipendente sulle divisioni da esso condotte dalla Li- 
guria, fu dopo la notizia delParrivo di Pompeo iu Ispagna da'suoi 
solila! I ostrelto a porsi sotto gli ordini del più idoneo suo col- 
76 lega. — Per la campagna dell'anno 078 Sertorio impiego contro 
Metello anclie il corpo di truppe comauilato da Irtulcjo, mentre 
Perpenna con un forte esercito prese posizione sul corso inferiore 
dcirEbro, ' alfine dì impedire a Pompeo il passaggio di questo 
fiume, quando esso, come dovevasi aspettare, coli' intenzione di 
porgere la mano a Metello volesse marciare lungo la costa me- 
ridionale anche in grazia del mantenimento delle sue truppe. 
Ad appoggiare Perpenna fu anzi tutto destinato il corpo diretto 
da Gajo Èrennio; più addentro sull'alto Ehro si recò Sertorio 
slesso per sottomettere alcuni distretti bene alfetli ai Romani, e 
vi si fermò, pronto a recar soccorso» secondo le circostanze, sia 
a Perpennà' sia ad Irtulejo. Anch» quosta volta era sua lutea* 



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MARCO LEPIDO B QUINTO SERTORIO. 31 

zìooe (H evitare ogni battaglia campale e di distruggere il nemico 
colla pìccola guerra e tagliandogli ì viveri. Se non cb(* Pompeo 
non solo sforzò contro Perpenna il passaggio delPEbro» ma scon- 
fìsse presso Valentìa (Valenza) completamente Erennio e s^impa- 
(Ironi (li questa importante città. Era ormai tempo, che Sertorio Pompeo 
stesso si port^issc innanzi, e che facesse valore la superiorità nu- l»tt*to. 
merica (lolle sue truppe e del suo ironio contro la maggiore bra- 
vura (lei soldati del suo avversario. La lotta si tenne lungo tempo 
concentrata intorno la citlàdi Lff«ro(sullo Sucro (Xucar)al sud di 
Valenza) che si era ilichi irata per Pompeo e perciò stretta d' as- 
sedio da Sertorio. Pompeo foce u.uni sforzo per liberarla; ma dopo 
che parecchie divisioni da esso coiu.indaic erano state separata- 
iiiiiiie sorprese e tagliate a pezzi, il glande guerriero, mentre 
a|ii»!iiilu ( Cedeva di avet circondalo i Serlorjani e aveva giù in- 
vitato «rli assediati ad essere spettatori della disfatta deiresercito 
assedianlc, si vide ad un tratto messo fuori della possibilità di 
('umbattero o dovotlo. pei' non essere circondato lui medesimo, 
e<spro (lai Hio campo spi U iiero della presa e deirinconei ìuìeiito * 
ilt'llti f ill i iiHeala e del traspurlo degli abitanti nella Lusilania — 
avvenimento che decise una serie di città trià vacillanti nella 
Spa^^na mediana ed orientale a tenersi ani oia sfrette a Sertorio. 
Più forlunatanionle comb itieva Meielio. In un forte combattimento, Vittorie 
imprudentemente impegnalo da Irliileji) presso Italica (non lungi n^ii^), 
(la SivijL'Iiaì, nel (jiiale vennero alle mani personalmente i due 
cuman lantt . e li tiilejo vi rimnso anche ferito, e^rli battè questo 
generale costriiit^emlolo a suomhrare il territorio romano propria- 
mente detto ed a gettarsi nella Jjisitania. 0!^ps^1 vittoria reso pos- 
sibile a Metello nella prossima campagna (679) di marciare alla volta 73 
•Iella S|)agna citeriore, a ITI ne di unire le sue truppe con fiuelle di 
Pompeo nei dintorni di Valenza e di olTrire di comune accordo 
l>attaglia al grand' esercito nemico. Irlulejo gli sbarrò la via presso 
Segovia con un esercito raccolto in tutta fretta ; però esso non 
solo fu battuto, ma vi rimase estinto insieme con suo fratello. 
Fu questa nna perdita irreparabile per i Sertoriani. Dopo questo 
fatto non fu più possibile dMmpediro la congiunzione dei due 
geaerali romani; ma mentre Metello si avanzava verso Valenza , 
Pompeo, coirintento di riparare lo smacco toccatogli presso Laurd 
e di raccogliere possitulmenle solo gli sperali allori , offri tosto 
l)aUaglia al grand' esercito nemico. Ben volentieri colse Sertorio 
r occasione di combattere con Pompeo prima che arrivasse 3Ie- 
lello e prima che si spargesse la nuova della morte (rirtulejo. 
Gli eserciti si incontrarono sul fiume Sucro (Xucar); dopo nna 



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32 LIBRO QUINTO, CAPITOLO I. 

Bftttapa [otta accanita Pompeo fu battuto sulPala diritta e asportalo dal 
Socio, campo di battaglia gravemente ferito. Àfranio vinse a dir vero 
coltrala sinistra ed espugnò il campo dei Sertoriani, ma dorante 
il saccheggio , sorpreso da Sertorio^ egli pure alla sua volta do» 
vette ritirarsi. Se Sertorio avesse potuto il giorno dopo riappi^ 
care la battaglia, Tesercito di Pompeo sarebbe forse stato distrutto. 
Ma in questo frattempo Metello si era avanzato, aveva battuto ti 
corpo di truppe d! Perpenna e preso il suo campo , e non era 
possibile dì ricominciare la battaglia contro i due eserciti uniti. 
I/unione delle forze nemiche, la certezza, che ormai non si po- 
teva più nascondere, della dissoluzione dell' esercito d'Irlulejo, 
il subitaneo arrestarsi dopo la vittoria sparsero lo spavento fra i 
Sertoriani , e, come era solito avvenire negli eserciti spaprnuoli, 
in conseguenza di qiiesto cangiamento di cose il niaggiui' numero 
dei soldati di Serlui io si disperse. Lo scorajrgiamento scomparve 
però colla stessa rapidità, colla quale si era manifestato; la bianca 
cem, che avvalorav-i i piani militari dri generale presso la mol- 
• titudine, ridivenne ben tosto più pniKtl.ire che mai; in breve 
tempo comparve Serlorio hpI paese pian*» al uit'zzdili di Sagun- 
to (Murviedro), che It'iicvjsi ferma a Boma, con un niiu\o eser- 
cito a comlialleroi Kumani, mentre i pirali sertoriani rendevano 
diflìrili ai nK'desimi i irasporli dello provvigioni per mare, lalL'lif 
nel campo romano già sentivasi la mancanza dei viveri. Si venne 
ancora a baltaglia nei piani bagnali dal fiume Tnrii ( Ciuadda- 
viar): la lotta rimase limgamente indecisa. Pompeo alla testa 
della rn\>n1leria fu balluto da Scrlorio, e suo cognato e questore, 
il ^alolu:s(} Lucio Memmio, morto; vinse per contro Metello il 
Perpenna e respinse vittoriosamente T attacco «tiretto contro di 
lui dal capo principale deirarmala nemica, riiioiiarnlo egli stosso 
una ferita nella mis' Uia. Un'altra volta fu quindi .sronìjiigliato 
r esercito di Serlorio. I l^omani si abbandonarono forse pei' un 
istante alla speranza di (ssersi liberali del im ir»» avversano. 
L'eserritn di Sertorio ora scomparso, le liuppe i umane, pene- 
trate mollo innanzi nel pae.se, ne tenevano assedialo lo slesso 
generale nella fortezza di riunia sull'alto Duero. Se non che, 
mentre esse stringevano indarno (piesta rocca, altrove si racco- 
glievano i contingenti dei comuni insorti ; Serioi io trovava mezzo 
di uscire dalla fortezza e si poneva ancora ali i testa d"nn esercito, 
75 mentre Tanno 679, tanto fecondo di avvenimenti, toccava alla 
Successi fine. — Al postutto Roma poteva essere contenta dei successi di 
Romani ^^^^^'^ campagna. In conseguenza della distruzione delfesercilo 
^ dUrtul^o e delle ballaglie combattute sulle rive dello Sucio 



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MARCO LEPIDO E QUINTO SERTORIO. 33 

(Xucar) e del Guadai avi nr la Spagna inoridionale c la mediana 
erano liberate dal nt'inico e assicuratone durevolmente il pos- 
sesso coir occupazione delle città cellibere di Segobrìga (fra To- 
ledo e Cuenca) e di Bilbili (presso Calatayud) per opera di Me- 
tello. La lotta concentrossi d'allora in poi suiraltoe medio Ebro 
in vicinanza delie piazze d'armi principali dei Sertoriani, Cala- 
guni, Osca, llerda, e sulla costa intorno a Tarragona. Sebbene 
ambedue i generali romani si fossero battuti valorosamente , tuu 
taTìa non a Pompeo ma a Metello andavasi debitori di quanto 
sì aveva ottenuto. 

Benché i Romani non avpjisero ottenuto poco, essi non avevano Le 
però raggiunta la meta ; e fa loro giuoco forz a di prendere i quartieri 
d'inverno colla sconfortante prospettiva del Pimmancabile innovazio-<MO e 681 
ne del lavoro <li Sisifo. Non era possibile di acquartierarsi nella valle 
inferiore deirEbroorrìbilmente devastata da amici e nemici; Pompeo 
passò quindi rinvemo nel paese dei Yacei (intorno a Valladolid), 
Metello si portò Ano nella Gallia. Gol rinforzo di due legioni di 
truppe fresche venute d'Italia ricominciarono i due generali nella 
primavera del 680 le loro operazioni. A dir vero non furono più 74 ■ 
date delle vere battaglie; Sertorìo si limitò assolutamente alta 
piccola guerra ed alla guerra d'assedio. Nella Spagna meridionale 
Metello ridusse alPubbidiensa i luoghi che tenevano ancora per 
Sertorìo e, affine di turare la sorgente delle sollevazioni, asportò 
dappertutto con sé Pintici^a popolazione maschile. Più difficile 
era la situazione di Pompeo nella provincia delP Ebro. Pakmtia 
(Palenza al di sopra di Valladolid), che egli avea stretta d'assedio, 
fa liberata da Sertorio; sotto le mura di Galagurri (Galahorra 
sulPEbro superiore) esso fu battuto da Sertorìo e obbligato a 
lasciare il paese, benché Metello si fosse a lui unito nelP assedio 
di questa città. In egual modo fu condotta la campagna del 6Bi 73 
dopo che Hetollo ebbe svernato nella sua provìncia e Pompeo 
nella Gallia ; tuttavia Pompeo raccolse In quest' anno successi 
più durevoli e fece in modo^he un ragguardevole numero di 
comuni si ritraesse dalF insurrezione. 

La guerra sertorìana durava dunque da ott'anni,enonpotovasi ^uerrt 
preveder un termine né dalPuna né dalPaltra parte. Lo Stato ne^senza"^ 
soffriva immensamente, n flore della gioventù italica A»davasi^<ìJ^'^^^ 
consumando per gli strapazzi della guerra di Spagna. Nelle casse e 
pubbliche non solo non affluivano le enli-ate spagnuole, ma dalleP^''**'^' 
medesime dovevansi spedire ogni anno ragguardevoli somme pel 
soldo e pel mantenimento degli eserciti spagnuoli , che appena 
potevano esser oietac a.ssiome. Non occorre di ossen'are , che la 
Storia Romana, Voi. III. 3 



« 



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34 LIBRO 0U»(TO, CAPITOLO L 

Spagna no cindava disertata e impoverita, e che la civiltà romana, 
che vi si andava si magnificamente sviluppando, riceveva un grave 
colpo da una guerra dMnsurrezione condotta con tanto accani- 
mento e sovente colla distruzione d'interi comuni. Persino le 
città, che tenevano pel partilo dominante in Roma, dovevano 
soffrire gravissime tribolazioni. Quelle situate sulle cost« dovevano 
venir soccorse del bisognevole dalla flotta romana e quasi dispe- 
rata era la condizione dei comuni interni rimasti fedeli. Né di 
molto minori erano i patimenti della provincia gallica, sia in 
grazia delle reqnisixioni di contingenti a piedi ed a cavallo, di 
frumento e di danaro, sia pel grave peso dei quarti^ d'inverno 
che a motivo del cattivo raccolto dei 680' divenne insoppor- 
tabile; quasi tutte le casse comunali furono obbligate di ri* 
volgersi a! banchieri romani e d'incontrare pesantissimi debiti. I 
generali non meno dei soldati facevano la guerra con avversione. 
I generali avevano trovato un avversario per talento dì gran 
lunga a loro superiore, una resistenza noiosamente tenace , una 
guerra che presentava gravi pericoli e successi diCBcili e poco 
brillanti ; si pretese, che Pompeo avesse in mente dì farsi richia- 
mare dalla Spagna e assegnare un altro comando di maggior 
successo. Anche i soldati erano poco soddisfatti d'una campagna, 
nella quale non solo non v'era nulla a buscarsi se non che delle 
forti percosse e magro bottino, ma anche il soldo non veniva loro 
pagato che assai irregolarmente. Pompeo riferi nell'inverno del 
680/1 al Senato, che il soldo delle troppe era in arretrato da 
due anni e che T esercito minacciava di sciogliersi, se il Senato 
non vi provvedeva; allora finalmente vennero le somme neces> 
sane. Il governo romano avrebbe senza dubbio potuto rìspar^ 
miarsi una buona parte di queste inconvenienze, se avesse sa- 
pulo condurre la guerra di Spagna con minore rilassatezza, per 
non dire con miglior voglia. Al postutto però non era né colpa 
sua, né colpa dei suoi generali, se, malgrado ogni superiorità na« 
merica, un genio tanto superiore, come era Sertorio, sapeva so^ 
stenere la piccola guerra per ann^ed anni in un paese si straor- 
dinariamente favorevole alla guerra d'insurrezione ed al corseg- 
giare. Non se ne poteva prevedere la fipe , e sembrava anzi che 
l'insarrezìone sertorìana volesse intrecciarsi con altre contempo- 
ranee sollevazioni e rendere cosi maggiore il pericolo che ne 
derivava al governo. Appunto allora si combatteva in tutti i mari 
contro le flotte dei flibustierì, si combatteva in Italia contro gli 
schiavi insorti, in Macedonia contro le popolazioni del basso Da- 
nubio, nell'Asia Minore nuovamente contro re Mitradate* Non si 



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MARCO LEPIDO E QUINTO SERTORIO. 39 

potndibe sostenere decisamente, che Sertorio fosse in relazione 
eoi nemici di Roma in Italia e in Mai^onia , sebbene egli si 
tenesse senxa dubbio incontinoa rel^nione cogli aderenti di Mario 
in Italia ; coi pirati per contro egli ama già prima (àtta aperta 
tega, e col re del Ponto, col quale egli si era da lungo tempo 
tenuto in relazione col mezzo degli emigrati romani che vivefano 
alla soa cortei conchiuae ora un formale trattato d^alleanaa, con 
coi cedeva al re gli Stati vassaUi deU^Asia Minore, ma non la 
provincia romana d^Asia, colla promessa di mandargli un uOl* 
dale capace di condarre le sue truppe ed un certo numero di 
soldati; il re per contro prometteva di dargli quaranta navi e 
3000 talenti (L. 18,760,000). Gli uomini di Stalo prudenti della 
capitale gii' ricordavano i tempii in cui Tltaha era minacciata da 
Filippo e da Annibale daliX)riente e dairOccidente, e pensavano 
che 11 nuovo Annibale, dopo avere, come il suo predecessore, 
sottomessa la Spagna colle sue proprie forze, potesse factimenle, 
come quegli, catare in Italia colle forze spaguuole prima di Pompeo, 
e chiamare, come allora il Fenicio , gli Etruschi ed i Sanniti 
sotto le armi contro Roma. 

Questo paragone era però piuttosto arguto che giusto. Sertorio u 
non avefva assolutamoite suflSclentI forze per rinnovare la gigan- p^^*^ 
tesca impresa d* Annibale; egli era perdnto se lasciava la Spa- Sertorio 
gna, comecché tutti i suoi successi dipendessero dal carattere 
del paese e della popolazione, e anche quivi egli si vedesse ogni 
di più obbligato dà rinunciare airoflfensiva. La sua meravigliosa 
bravura nel comando non poteva cambiare la qualità delle sue 
truppe; la leva in massa spagnuola rimase, quale era, iiisiabile 
come le onde e coinè il vento, ora sommando sino a 150,0(X) 
uomini , ora ridotta a un pugno di gente ; cosi gli emigrati ro- 
mani rimanevano insubordinati, orgor liosi e testardi. Le armi,che 
erigevano una lunga presenza nel corpo , come particolarmente 
la cavalleria, erano quindi rappresentate nel suo esercito in modo 
insufficiente. La guerra andava consumando i suoi migliori uiTi- 
ciati ed il nerbo de'suoi vi-iorani, ed anche i più fidi comuni, 
slancili delle vessazioni deiiiomani e del cattivo trattamento degli 
ufficiali di Seiioìio, cominciavano a dare segni d'impazienza ed 
a vacillare nella loro fede. E degno di essere rimarcato, che Ser- 
torio. anche in ciò come Annibale, non si è mai ingannato sullo 
stato disperato della sua posizione; egli non trascuri nessuna 
occasione per venire ad un componimento ed era pronto a deporre 
'Ogni momento il bastone del comando contro rassicurazione di 
poter vivere trauquiiiamenle nella sua patria. Ma 1 ortodossia 



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36 LlfiRO QUINTO, CAPITOLO I. 

polìtica non conosce alcun componimento, alcuna riconciliazione. 
Sertorio non poteva nè indietreggiare, né andare a sghembo, egli 
era costretto a progredire* inevitabilmente sulla vìa che s'era 
tracciata per quanto essa divenisse sempre più angusta e vertigi- 
Dissosnioninosa. Al pari dei snccessì guerreschi d'Annibale, anche i suoi 
andavano necessariamente diminuendo; si cominciò a mettere in 
'dubbio il suo talento militare, a dire cli'esso non era più quello 
una volta , che passava la giornata banchettando e trincando e 
che sciupava il danaro ed il tempo. Il numm dei disertori e 
quello dei comuni ribelli andò aumentando. Non andò guari che 
pervennero a sua saputa progetti degli emigrati romani contro la 
sua vita; vi si poteva prestar fede, tanto più se si pone mente 
che parecchi ufflcìali deir esercito degli insortì, e fra questi par- 
tìcolarmente Perpenna , si erano adattati solo a contraccuore a 
porsi sotto al comando di Sertorto e che da lungo tempo i go- 
vernatori romani avevano promesso amnistia ed una forte somma 
qual prezzo di sangue air assassino del comandante nemico. Dopo 
codesti indizj Sertorio dispensò i soldati romani dalla guardia 
della sua persona e T affidò a un corpo scelto di Spagnuoli. Con- 
tro gli individui sospetti egli procedette con terribile, ma neces- 
saria severità, e fece condannare a morte parecchi indiziati, senza, 
come al solito, aver ricorso a giudici; nei circoli dei malcontenti si 
andava quindi dicendo essere egli ora divenuto più pericoloso 
agli amici che ai nemici. Non tardò guarì a scoprirsi una seconda 
congiura, che aveva il suo centro ne! seno dello stato maggiore, 
i denunciati dovevano fuggire o morire; ma non tutti furono 
traditi, e gli altri congiurali, primo di tutti Perpenna , ravvisaro- 
no in ciò soltanto un nuovo stimolo ad alTrcltare il colpo. Ciò av- 
Sertorio veniva nel quarlier generale in Osca. Quivi fu per disposizione 
^nato' Perpenna annunziala al supremo tluce una brillante vil- 
torin , riportata ilallo sue truppe, e al sontuoso banchetto 
disposto ilnllo stesso Perpenna ondo celebrare codesta vittoria 
comparve anche Sertorio, accompairiiato, come soleva, dal suo 
seguito cumìK»sto di Spa^mioli. CoiUio ral^itiuìine osservata nel 
quarlier generale di Serlorio, il festino mulossi ben presto in 
un I>a( fanale; vi si tennero dei discorsi grossolani e pan'e come 
se ab uni degli ospiti cercassero occasione di venire a rontesa; 
Serlorio si coricò sul suo letto e sembrava che non volesse fare 
attenzione allo schiamazzo. Si udì scricchiolare una lazza sul 
pavimento: era il seirnab? convenulo eon rerpeMun. Marco .\nb> 
nìo, che a tavola se<le\a ii canto a Sertorio. vilirò contro questi il 
primo .colpo, ed allorché il ferito si voltò sforzandosi di balzare in 



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XABCO LEPIDO E QUINTO SERTORIO. 37 

piedi, rassassino gli fa sopra e lo tenne supino sino a che gli 
altri ospiti, tnlti congiurati, si gettarono sui due che si dibattevano 
e necisero F inenne generale ch^era tenuto fermo per ambedue le 
braccia (68St). Con esso morirono i suoi fedeli seguaci. Cosi fluiva Ti 
la sua vita uno de^più grandi uomini,pèr non dire il giù grande, 
cui Roma fino allora avesse dato I natali, un nomo, che in cir- 
costanze più fortunale sarebbe forse stato iUrigeneratore delia 
sua patria ; egli moriva pel tradimento di una miserabile banda 
di emigrali, eh' esso era slato condannato a capitanare contro la 
patria. La storia non ama i Coriolani ; essa non fece L'ccezione 
nemmeno per questo, sebbene fra tulli fosse il più magnanimo, 
il più geniale, il più degno di compassione. 

Gli assassini pensavano di adiie P eredità della loro vittima. Perpeima 
Spento Sertorio sorse Perpenna, il più elevalo in rango tra gii^uc^sson 
ufficiali del P esercito di Spagna, a far valere i suoi diritti alla Sertorio. 
carica di saliremo duce. Lo si accettò come tale, ma con difli» 
(lenza e con ripugnanza. Per (iiianlo si avesse mormoralo contro 
Sertorio mentre era in vita, la morie rese di bel nuovo giustizia 
all'eroe e fortemente si manifestò lo s legno dei soldali, quan- 
do dandosi lettura del suo testamento si udi fra i nomi de- 
gli eredi anche quello di Perpenna. Una parte dei soldati , par- 
ticolarmente i Lusitani, si (iispi.Tso; i rimasti fui-ono invasi dal 
presentimento, che colla morte di Sertorio fosse da loro dipartila 
la mente direttrice e la fortuna. K cosi ;d primo scniiti o con Pompeo Pompeo 
le schiere degli insorgenti sroraijgiat'M* inai condotte furono com-™^^^j,[^"® 
pletamente sbaragliale e fra parecchi altri uffn iali fu fatto prigio- insurr©- 
iiiero anche Perpenna. Onesl' indegno tentò di aver salva la vita 
mediante la consegna della corrispondenza di Sertoi io, che avreblie 
compromesso un numero infinito di distinti persona.L^gi in Italia; 
ma Pompeo ordinò che codeste carte fossero date alle fiamme senza 
leggerle e di consegnare quel miserabile al carnefice al pari de- 
gli altri capi degli insorti. Gli emigrati sfuggiti a Pompeo si sban- 
darono e si recarono por la maggior parte nei deserti della Mau- 
ritania 0 presso i pirati. Una parie dei medesimi ottenne tosto 
dopo colla legge plolina» appoggiata calorosamente in ispeciedal 
giovine Cesare, il permesso di ripatriare; tutti quelli poi di loro, 
che avevano avuto parte alP assassinamento di Sertorio, uno solo 
eccettuato/ morirono di morte violenta. Osca e in generale la 
massima parte deUe città, che nella Spagna citeriore avevano 
tenuto ancora per Sertorio» aprirono ora spontaneamente le porte 
a Pompeo; soltanto Uxama (Osma), CI unta e Calagurrì dovettero 
esservi astrette colle armi. Le due Provincie furono riorganizzate; 



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38 LIBRO QUINTO, CAPITOLO I. 

neir ulteriore elevò Metello ai cornimi più colpevoli gli annui 
tributi; nella citeriore dispose Pompeo a suo piacimento dei pre- 
mile dei castighi; cosi tolse alla città di Calagarrì la sua indi- 
pendenza somn^ettendola ad Osca. Pompeo indusse una schiera 
di soldati sertorìaniy che si era raccolta nei Plr^ei, a sottomet- 
tersi e ne formò una colonia a settentrione dei Pirenei presso 
iMgudwmm ( S. Bertrand nel dipartimento dell'alta Garonna) 
chiamandola comune M t congregati » {eanvmte). Sui passi dei 
Pirenei furono innalzate le vittoriose Iwndiere dei Romani; e 
sullo scorcio deir anno 683 percorsero Metello e Pompeo coi loro 
eserciti trionfalmente le vie della capitale» onde offrire al Padre 
Giove in Campidoglio i ringraziamenti della nazione per le vit- 
torie riportate sugli Spagnuoli. Pareva che la fortuna di Siila 
proteggesse la di lui creazione anche oltre la sua tomba e che 
la difendesse meglio che noi facessero gli inetti e fiacchi guar- 
diani incaricati della sua custodia* L'opposizione italica si- era 
sfasciata da sé per IMnettezza e per P inconsideratezza del tm 
capo, remigrazione per le inteme dissensioni. Queste sconfitte, 
benché fossero piuttosto Topera della perversità e delP intema 
dissoluzione di quei partiti che degli sforzi degli avversari, erano 
tuttavia altrettante vittorie riportate dair oligarchia. Le sedie en- 
ruli faroDo ancora una volta assicurate. / 



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CAPITOLO II 



DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. 



Allorché, compressa la rivoluzione di Cìnna che minacciava ilcondizioni 
Sinato nella sua esistenza , venne fatto al governo della reslau- ^^^^ 
zione (li volgere <li bel nuovo la necessaria attenzione alla sicure/za 
interna ed esterna dello Stato, si rliiarirono non pochi alTari. la 
cui soln/ione non potoNa essere protraila senza ledere i più im- 
porlanii interessi e senza lasciare che incomodi del momento de- 
generassero in pericoli avvenire. Astrazione fatta dalla gravissima 
^complicazione delle cose in Ispagna manifeslavasi assolutamente 
necessario di battere decisamente nella Tracia e nei paesi danu- 
biani i barbari, che Sill;i nella sua marcia in Macedonia non 
aveva potuto punire clie sui)ertìcinlinente (Yol. H. p. 27iì) e di 
regolare Tnilitarmente le complicate condizioni sui conlini setten- 
trionali della penisola greca; di estirpare le bande di flibusticri 
che dominavano da per tutto e principalmente nelle acque orien- 
tah e d'introdurre per fine un miglior ordine nel governo del- 
l'Asia Minore. La pace conclusa da Siila nell'anno 670 con Mi- 84 
tradate re del Ponto (Voi 11. p. 27i). della quale il trattato fallo 
con Murena nei 673 (Yol li. p. 308) in sostanza non fu che una 81 
ripetizione, aveva assolatamente i^impronta di un atto provvisorio 
datato dalie circostanse dei momento ; e dei rapporti dei Romani 



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40 MBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

r(.n Tignane re (ì" Aiiiicni.i . cùì quale essi av»n.ino pure redi- 
mento guerreggialo, non era sialo fallo alcun cenno in Uelta 
pace. Non a torlo vi aveva «iiiiinli Tigraiio Irov.ito il tacito por- 
inef^so (li recare in suo potere i possetliinenli dei Uoiuani iuA^ia. 
Se i metlesinii non dovevano essere abbandonali, era necessario 
di intendersela collo linone o colla forza col nuovo Gran Re del- 
TAsia.— Dopo d'aver narrato nel precedente capitolo 1 movimenti 
in Italia ed in ls[)agna in connessione colle mene democratiche, 
nonclu"' la vittoria riportata dal governo senatorio, considereremo 
nei presente il reggimento esterno nel modo, in cui le autorità 
istituite da Siila Thanno guidato o non guidalo. 
Spedizioni Nelle misure energiche, che negli ultimi tempi della reggenza 
na«donÌ.cli Siila il Senato prese quasi contemporaneamente contro i Ser- 
torianì, contro i Dalmati ed i Traci e contro i pirati della Cili- 
eia, si riconosce ancora la potente mano del reggente. — La spe- 
dizione nella penisola greco-illirica aveva lo scopo sia di sotto- 
mettere 0 per lo meno dì rendere docili le tribù barbare, che 
infestavano tatto il paese interno compreso tra il Mar Nero e 
rAdnatico,e tra le quali particolarmente i Dessi (sul gmncle Balkan) 
godevano, come dìcevasi allora, pressoi ladroni stessi di una ben trista 
riputazione di ladroni^ sia di distruggere i corsari che si tene- 
vano nascosti precipuamente sul litorale dalmato. L'attacco segui 
come al solito contemporaneamente dalla Dalmazia e dalla Macedo- 
nia, al qnal effetto in quest^ultima provìncia era stato raccolto p 
esercito composto di cinque legioni. In Dalmazia era affidato il coman- 
do air ex pretore Cajo Cosconio, il quale percorse il paese in tutte 
le direzioni ed espugnò la fortezza di Salona dopo un assedio 
78»76 di due anni. In Macedonia il proconsole Appio Claudio (676^78) 
tentò prima di tutto di impossessarsi sul confine macedone- 
tracico del paese montuoso sulla sponda sinistra del Karasu 0* 
Da ambe le parti si guerreggiava con grande ferocia ; i Trac^ 
distruggevano i luoghi conquistati e tagliavano a pezzi i prigioni) 
e i Romani rendevano la pariglia. Non vi furono però importanti 
sttccessi; le faticose marcie ed i continui combattimenti coi nu- 
merosi e gagliardi montanari decimarono senza alcun costrutto 
78-7S Tesercito, e lo stesso generale ammalò e morì. Il suo successore 
CaJo Scrìbonio Curione (679-681) fù indotto da parecchi intoppi» 
e particolarmente da una non indifferente sollevazione militare, 
ad abbandonare la difficile spedizione contro i Traci e a volgere 
Invece i suoi passi verso il conflne settentrionale della Macedonia, 

C) Fiume del Ciiersoneso taurico, oggidì Crimea. (Xola del TradJ* 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. . 41 

ove (nella Serbia) soggiogò i Dardani, più deboli, spingendosi fino 
al Dunubio. Soltanto il valoroso ed esperto Marco LucuUo(682. 7^ 
(^83) si avanzò di bel nuovo verso T Oriente, scoQfisso i Bessi 71 
ne' loro monti , prese la loro capitale Uscudama o Filippopoli 
(AUrianopoli) e li obbligò a riconoscere la supremazia romana, -p/ada 
U re degli Odrisi Sadala o le città grecbe sulla spiaggia orientalesoggiogata. 
a settentrione ed a mezzodì delBalkan: Istropoli, Tomoi, Kallati» 
Odesso (presso Yama), Mesembrìa ed altre divennero vassallo dei 
Romani ; la Tracia, di cui i Romani sino allora non avevano pos* 
sedato molto più del paese attalico nel Ghersoneso, divenne ora 
una parte, benché poco sommessa, della provincia di Mace- 
donia. 

Più perniciosa di gran lunga che noi fossero le scorrerie prc- . . 
done dei Traci e dei Dardani » che si Umitavanci poi sempre ad " 
mia piccola frazione dello Stato, riusciva a questo ed ai singoli 
individui la pirateria che sempre più andava estendendosi e sal-Estcnsìone 
damente organizzandosi. Il commercio marittimo del Mediterraneo 
era tutto nelle sue mani. L' Italia non poteva né spedire air e- 
stero i suoi prodotti, né introAirro il frumento dalle Provincie; 
nella penisola si soffriva la fame, nelle Provincie si trascurava la 
coltivazione delle terre per mancanza di smercio. Nessuna spe- 
dizione dì danaro, nessun viaggiatore era più sicuro; il tesoro 
dello Stato ne risentiva perdite s{>nsibìlissime ; moltissimi perso- 
naggi romani venivano catturati dai corsari e costretti a riscat- 
tarsi mediante grosse somme, quando pure non piaceva al pirati 
di eseguire su alcuni la pena capitate, accompagnata non di rado 
dàlia più spietata ferocia, f commercianti e persino I distacca- 
menti di truppe romane con destinazione pell'Oriente cominciarono 
a rimettere i loro viaggi di preferenza alle stagioni procellose e 
a temere meno le fortune di mare che le navi dei pirati, le quali 
naturalmente anche in codeste stagioni non isi oniparivano del 
lutto. Ma per quanto sensibile fosse codesto bloccu del mare,esso 
era pur sempre mvno molesto delle devastazioni delle isole e 
delle spiaggio groclio e ili>ir Asia Minore. Appunto come più 
tardi neir epoca dei Noi inanni le squadre dei corsari assalivano le 
città marillime, e le oI>l)iigavanu a riscattarsi mediante pagamenio 
di f rosse somme di danaro. o Io stringevano d'assedio e le espu- 
gnavano armala mano. Se avveniva che sotto gli occhi di Siila 
dopo conclnsa la pace con Milradate fossero dai pirati sj)oglialo 
le città di Samotracia, Clazomene. Samo e lasso (070), si può im- 84 
maginarsi cJie cosa succedesse là dove non eravi in vicinanza nò 
una Uolta né un esercito romano. Tulli gli anticlii e ricchi lem- 



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42 • LIBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

pU sulle spiaggie della Grecia c dell'Asia Minore furono saccheg- 
giati Tuno dopo r altro: soltanto da Samotracia dicesi sia stato 
asportato un tesoro di 1000 talenti (6,375,000 L.). Un poeta ro- 
mano li quest'epoca dice, che Apollo era talmente impove- 
rito dai pirati, che, quando la rondinella veniva a fargli visita, 
egli di tatti i suoi tesori non le poteva far più vedere nem- 
meno nna dramma d^oro. Si facevano ascendere a più di quat- 
trocento i luoghi presi d^assalto o taglieggiati dai pirati, fra i quali 
parecchie città come Gnido , Samo^ Colofone; da parecchie già 
fiorenti piazze insulari e marittime spatriava tutta la popolazione 
per non venir rapita dai pirati, dai quali non si era più sicuri 
nemmeno neir intemo del paese; comecché avvenisse che essi 
sorprendessero dei luoghi posti ad una e sino a due giornate di 
cammino dalla spiaggia. Il terribile indebitamento, cui poscia sog- 
giacquero tutti i comuni deirOriente greco, data per la massima 
Organic- parte da questi fatalissimi tempi. La pirateria aveva cambiato 
^dliPà totalmente natura. Non erano più arditi malandrini quelli che 
pirateria, nelle acque di Greta tra Cirene ed il Peloponneso (dette nel lin- 
guaggio di quei filibustieri « mHb d^oro ») mettevano a contri- 
buzione il grosso commercio italo-orientale di schiavi e di oggetti 
di lusso; non erano neppure cacciatori armati di schiavi, i quali 
esercitavano al tempo stesso * la guerra, il commercio e la pirate- 
ria > ; era uno Stato di corsari con uno spirito singolare di corpo, 
con una solida e assai rispettabile organizzazione, con una propria 
patria è coi pi imordii d^ una simmachia, e senza dubbio anche 
con determinati scopi politici. Quei flibustieri si dicevano Cilici; 
ma in realtà sulle loro navi si raccoglievano disperati ed avven- 
turieri di tutte le nazioni: soldati licenziati delle piazze di ar- 
ruolamento di Creta, abitanti delle città e dei villaggi distrutti 
in Italia, in Ispagna ed in Asia, soldati ed uffìciali degli eserciti 
di Fimbria e di Serlorio, m irouerale la feccia di tutte le na- 
zioni, i fuggitivi perseguitati di tutti i partili vinti, tutto ciò che 
vi era di miserabile e temerario — e dove non incontravansi ca- 
lamità e malvagità in quei jualangiir iti tempi? Non era più una 
bauli di ladri, ma uno Stato mililare consolidalo, in cui la 
fra nn 11 a ssoneria della proscrizione e del delitto teneva il luogo 
della nazionalità, e nel quale il delitto, come avviene si sovente , 
crnarenliva dal delitLu per lo spirito di corpo. In un'epoca di dis- 
isoiuzione, in cui la codardia e l" anarchia avevnno rilassato lutti i 
legami dell'ordine sociale, gli Stati legiltimi potevano specchiarsi 
in questo Sluto bastardo, figlio del bisogno e della forza, nel 
quale soUiinto fra tutti gli altri sembravano essersi ricoverati 



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BOHmiO DELLA RESTAURASIOUC DI SlLLA. 43 

riUTiolabile DDione, lo spirito dì corpo, il rispetto per la data 
lede e Terso i capi eletti nel proprio seno , il valore e la de- 
strezza. Sebbene sovra il vessillo di questo Stato fosse scrìtto 
il motto della vendetta contro la 8ocietà,cbe a torto o a ragione 
aveva da sé cacciato i suoi membri , poteva dubitarsi se quel 
motto fosse di molto peggiore di quelli deir oligarchia italica e 
del dispotismo dei Sultani orientali, che sembravano in procinto 
di dividere il mondo tra loro. I corsari per lo meno sentivano 
di poter stare al livdlo di qualsiasi Stato legittimo. Abbiamo an- 
cora parecchi aneddoti caratteristici di pazza giovialità e di costumi 
cavallereschi da flibustierì , che rendono testimonianza ddla loro 
ambizione, della loro magnificenza e della loro giovialità da 
banditi. Essi credevano, e se ne vantavano, di essere impegnati 
in una giusta guerra con tutto il mondo ; quanto essi ne ritrae- 
vano non era da essi considerato roba rubata, ma sibbene bot- 
tino di guerra ; e se i flibustieri presi potevano andare certi di 
essere fissi in croce nel primo porto marittimo romano, essi si 
credevano alla loro volta in diritto di far mettere a morte qua- 
lunque decoro prigionieri. La loro organizzazione politico-mili- 
tare fu stabilita specialmente all'* epoca della guerra mitrada- 
tica. Le loro navi, per lo più piccole barche scoperte sparvierate (*), 
In piceiol numero soltanto quelle a due ed a tre ponti, corre- 
vano ora i mari organizzate in isquadre, comandate da ammiragli,^ 
i cui navigli solevano brillare coperti d^oro e di porpora.Nessun' 
capitano pirata richiesto d'ajuto lo rifiutava al minacciato came- 
rata, ancorché questi gli fosse affatto sconosciuto; un trattato 
conchiuso con uno dei pirati era riconosciuto valido da tutta la 
società, come ogni offesa fatta ad uno di loro era vendicata da 
tutto il consorzio. La loro vera patria era il mare dalle Colonne 
d'Ercole sino ai lìdi delia Siria e dell^gitto; essi trovavano fa- 
cilmente gli asili, onde abbisognavano sul continente, per sé e 
per le loro case galleggianti, sulle spiaggio della Mauritania e 
della Dalmazia, neirisolu di Creta e sopra tutto sulla spiaggia 
n^dionale deirAsia Minore si ricca di seni e di nascondigli, e 
che dominava la via principale del traffico marittimo di quel 
tempo, e allora era per cosi dire derelitta.La lega delle città licie 
ed i comuni della Panfilia non contavano molto; la stazione ro- 
mana, che esisteva in Cilicia dal 668 in poi, non bastava di gran ^ 
lunga per signoreggiare la lunga costiera; il dominio siriaco sulla 
Cilicia non avea esistito mai che di nome e da poco tempo era stato 
penino surrogato dal dominio armeno, il cui sovrano, da vero 

(*) V autore le eliiaina t Mttmkàlme > osala canotti da sorci, fll IVaip. 



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44 LIBRO QUINTO. CAPITOLO II. 

Gran Re, nulla si curava del ni;ire o lo ribbandonava volontifrì 
alle spofrliazioni dei Cilici. Non era quindi maraviglia, se i cor- 
sari iiiiivi più che in qualsiasi altro silo prosperassero. Essi 
non solo vi possedevano da per tutto sulla spiaggia dei segnali 
e delle stazioni, ma avevano eziandio costrutto nei più remoli 
nasrondigli dei paesi erti e TnoaiU08i dell' intemo della Licia, 
della PanOiia e della Cilicia le loro rorclio, nelle qaali^ mentre 
essi percorrevano i mari, nascondevano le loro mogli, i loro fan- 
ciulli e i loro tesori e ove in tempi difficili si mettevano in salvo 
essi stessi. Abbondavano simili rocche di pirati particolarmente 
nell'aspra Cilicia, nelle cui foreste i corsari trovavano in pari 
tempo il miglior legname per la costrazione delle loro barbhe e 
dove perciò trovavansi i principali loro cantieri ed arsenali. Non 
doveva destare meraviglia, se questo regolato Stato militare si 
era formato fra le città greche marittime » le quali più o meno 
erano abbandonate a sé stesse e si amministravano da sé, una 
solida clientela, che in base di accordi stabiliti trattava coi pirati 
di affari commerciali come con una potenza amica e che si rifiutò 
di aderire air invito del governatore romano di mandar delle navi 
coltro i medesimi. La città di Side, a cagion d'esempio^ nella 
Panfilia, concesse ai pirati di costruire navi nei suoi cantieri e di 
vendere sul suo mercato gli uomini liberi fatti prigionieri. — Una 
siffatta piraterìa era una potenza politica, e come potenza politica 
essa si spacciava ed era considerata dacché pel primo Trifone re 
della Siria (Voi. IL p 61) se ne era servito per usurpare lo scet- 
tro. Noi troviamo i pirati come alleati 'di Hitradate re del Ponto 
e deir emigrazione democratica romana; noi li troviamo che com* 
battono le flotte di Siila tanto nel mare orientale quanto neiroc* 
cidentale. Noi troviamo principi pirati, che signoreggiano sunna 
serie di considerevoli città litorali. Non sapremmo dire a qual 
grado di interno sviluppo politico questo Stato galleggiante fosse 
diggià pervenuto; ma in codeste forme ravvisaci senza dubbio 
il germe di uno Slato mariUiiuo, che (x^mincia a roiisolidar-^i , 
e dal quale sotto favorevoli condizioni avrebbe potuto svilupparsi 
uno Sialo durevole. 
Nullità Da questa narrazione .si può giudicare, e in parie Pabbiamo già 
pnUzIa accennato allr(iv(^ (Voi. Il, p. 59), della polizia che e&iMrilavano, 

marittimao piuttosto rbe non eser> ifavano i Homani m\ « loro'mare ». II 
dei 

gQiujmj. protettorato eserritafo da Homu sulle pruvincie consisteva sostan- 
zialmente nella tutela militare: per la difesa in mare e in terra, 
la quale era tutta nelle mani dei Homani . ronlribuivano i pro- 
vinciali. Ma non vi fu forse mai un tutore clic abbia con tanta 
impudenza ingannato il suo pupillo come T oligarchia romana 



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DOMINIO D£LLA HESIÀURAZiOKE DI SILLà. 45 

ingannava le provìncle vassalle. Invece di formare un navìglio 
generale delio Stato e centralizzare la polizia marittima, il Se- 
nato romano abbandonò onninamente la suprema direzione e la 
centralizzazione della polizia marittima , senza la quale appunto 
in questo genere di affari nulla di buono potevasi operare, la» 
sciando che ogni singolo governatore e ogni singolo Stato vassallo 
si difendesse dai pirati come meglio credesse e potesse. Invece 
dì sostenere le spese della flotta esclusivamente colle proprie 
fone e con quelle degli Stati vassalli rimasti nominalmente so- 
mm, come n'aveva preso impegno, Roma trasandó la marineria 
da guerra italiana servendosi delle navi mercantili requisite dalle 
città marittime e ancora più frequoqtemente dei guardacoste 
cbe aveva' dapertulto organizzato; in ambedue i casi toccava ai 
saddìti a sostenere le spese e le fatiche. 1 prov^ciali potevano 
chiamarsi fortunati, se il governatore romano impiegava realmente 
in difesa delle coste le requisizioni imposte per tale titolo e non 
se le appropriava , o non le destinava , come ben di sovente av- 
veniva, a riscallaro dai pirati qualche personaggio romano. Ciò 
die si era romincialo a fare con senno, come fu raccupazioue 
della Cilicia nel 052, venne meno nel corso dell' esecuzione. Co- 102 
loro fra i Romani di quei tempi, i quali non erano intieramente 
inel'iiali dalla vcriiguiosa idea della grandezza nazionale, avreb- 
bero dovuto desiderare di vedere strappati dalla tribuna sul Foro 
i rostri, almeno per non ricordare ad ogn'istante le ottenute vit- 
torie navali in tempi migliori. — Silln, il quale nella guerra Spedizione 
contro Mitradate aveva dovuto porsiiadeisi dei pericoli. cui*si ^^n-^JJJgJjj^^J* 
(lava incontro col trascurare la HoKa , aveva poro date alcuno naie 
disposizioni onde riparare efrìrncemenlr a ( o leslo inconveniente. 'Jiin^i^* 
L'ordine lasciato ai govcmaloii tla esso nominati in Asia di ar- 
riKire Delle ci Uà una flotta contro i pirati aveva a dir vero 
fruttalo ben poco, dacrh«^ Murena aveva preferito ili rouiinniare la 
guerra contro Mitradale. e il ^nvornalore della Cilicia (ìrieo Do- 
labella si era mostrato assolulamenle inetto. Perciò deliberò ilP.ServUio 
Senato nel 675 d'inviare nella Ciliria nno dei ronsoli ; la sorte ^^^79^* 
toccò al valente Publio Servilio. Ivsso sconlisse in un micidiale 
combattimento la flotta dei pirati e si diresse poscia a distrug- 
gere quelle città situate sulla costa meridionale dell' Asia Mino- 
re, che servivano ai medesimi (li stazioni e di scali di commercio. 
Le fortezze del possente principe pirata Zenicete : Olimpia, Co- Zeniccte 
lieo, Fasoli nella Licia orientale, e Atlalia nella Panfilia, furono 
prese di forza, e il principe perdette la vita nelle fiamme di j^^Jj^.. 
Olimpia. Si andò più oltre cogli Isauri,! quali abitavano la parte soggiogati. 



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46 LIBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

nord-ove<;t dell* -ilpostre Ciliria sul versante nordico del Tmro 
in una specie di laliirinlo di erti gioghi, di roccie dirupale e di 
profonde valli, coperto da magnilichc foreste di quercie — paese 
ancora oggi giorno piejiu di limembranze degli .inlichi predoni. 
Onde forzare codeste rocche, gli ultimi e più sicuri ricettacoli 
dei flibustieri, condusse Senilio il primo esercito romano oltre 
il Tmiro ed espui^nò la fortezza nemica di Oroanda e partirn- 
lanniiiif* Isanra, ch'era T itiealc di una città di predoni, situata 
sul culmine d"uii monte ih dinìeili' accesso e dominante comple- 
78-76 tamen te la vasta pianura di Iconio. La trienne campagna (676-678), 
che diede a Publio Servilio ed a suoi discendenti il nome di 
Isaurico, non fu sterile; un gran numero di corsari e di navi 
venne per opera sua in potere dei Romani; la Licia, la Panfilia, 
la Cilicia oc i.lentale furono grandemente devastate, i territori 
delle città distftitte confiscati ed incorporati alla provincia della 
Cilicia. Ma con tntlo ciò la piraterìa non fu distrutta; essa solo 
si recò per allora in altre regioni , particolarmente a Creta , il 
più antico ricovero dei corsari del Mediterraneo (Voi. II. p. 61). 
Affine di raggiungere completamente lo scopo, cui si miraTa»era 
necessario di mettere in opera misure repressive generali , o per 
dir meglio era necessaria una permanente polizia marittima. 
MTAsia' ^ condizioni del continente delPAsia Minore erano in mol- 
tipUce relazione con questa guerra marittima. irritazione, cbe 
quivi esisteva tra Roma ed i re del Ponto e dcir Armenia « non 
Tigrane attenuavasi , anzi andava sempre più crescendo. Da un lato Ti- 
fi tmvo grane, te deirArmenia, continuava nel modo il più impudente ad 
^r^^^^'^"^ estendere il suo regno con nuove conquiste. I Parti, il cui Stato 
rmema.^^^ le inteme dissensioni era di quel tempo in grande decadenza, 
erano stati con continue lotte respinti jsempre più nelP interno 
dell'Asia. Fra le Provincie site tra 1* Armenia, la Mesopotamia e 
riran, il paese dei Cordueni (parte settentrionale del Curdisian) 
e la Media atropa tene (Aderbidjan) mutarono il vassallaggio dei 
Partì in quello degli Armeni, e il regno di Ninive (Mosul) o Adia- 
bene fu obbligato almeno pel momento a sottomettersi egual- 
mente alla clientela del re deirArmenia. Anche nell^ Mesopola- 
mia, e particolarmente in Nisibi e sue dijacenze sì estese la do» 
minaztane armena ; soltanto la metà meridionale, per la massima 
parte deserta, e precipuamente Seleucia sul Tigri , pare non sia 
stata occupata dal nuovo Gran Re. Egli diede il regno di Edessa 
ossia d^ Osroena ad una tribù di Arabi erranti, che trapiantò dalla 
Mesopotamia meridionale, quivi fissandola, onde col suo mezzo 
domiadie il passaggio dell' Eufrate e la grande strada commer- 



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DOMINIO DELLA RISTAURAZIONB DI SILLA. 47 

cìale (*). DOD che Tigrane non si accontentò delle conquiste 
folle sulla sponda orientale dell'Eufrate. La Gappadocia fu prima La 
d*ogni altro paese la mira delle sue aggressioni e » inenne qual ^iScà' 
era, essa soffri dal prepotente vicino dei colpi rovinosi. Egli umeiia. 
staccò dalla Gappadocia la più orientale provincia di Melitene e Tuni 
colla provitela armena di Sofene che le stava di fronte, rìdu- 
ceodo cosi in suo potere il passaggio dell'Eufrate e la grande 
via commerciale dell'Asia Minore e deirArmenia. Dopo la morte 
di Siila gli eserciti di Tigrane invasero persino la Gappadocia 
propriamente detta e condussero iu Armenia gli abitanti della 
città capitale Mazaca (poi Cesarea) e di altre undici città ordi- 
nate in modo greco. Nò maggiore resistenza poteva opporre al 
nuovo* Gran Re il regno de^Seleucidi ormai in piena dissoluzione. 
Regnava quivi al mezzodì dal confine egizio sino alla Torre dì 
Stratone (Gesarea) il re de^ Giudei Alessandro Gianneo, il quale sotto 
nella lotta sostenuta coi vicini della Siria, delP Egitto e del- Tigrane. 
FArabia estese e consolidò poco a poco il suo regno. Le mag- 
giori città della Siria, Gaza, Torre di Stratone, Tolemaide, 
Berea tentarono, ora come comuni liberi, ora sotto cosi detti ti- 
ranni di sostenersi indipendenti; principalmente Antiochia, la città 
capitate, poteva considerarsi quasi come indipendente. Damasco e 
le valli del Libano si erano sottomesse al prìncipe nabateo Areta 
da Petra. Finalmente nella Gilicia dominavano ì pirati o i Ro* 
mani. E per questa corona, che si andava sfracellando in mille 
frantumi, continuavano i Seleucidi pertinacemente a contendere 
fra loro quasi volessero ridurre il regno ad un oggetto di scherno 
e di scandalo universale, ed anzi, mentre i sudditi si staccavano 
tutti da codesta dinastia condannata come la famiglia di L^jo ad 
etèrna discordia, essi osavano persino elevare delle pretese al 
trono d^Egitto resosi vacante essendo morto senza eredi reAles» 

(') 11 regno di Edessa, fondalo secondo le cronache patrie l'anno 620 (Voi li. 434 
p. 88), pervenne soltanto qualche tempo dopo all'araba dinastia deftU Abgar 

ridi e dei Mannidi. clic vi troviamo più lardi. È evidente ctie ciò i 1 i colla 
colonizzagli ti n' di molli Arabi \m' operi di Ti ,'i-aiit' il firaii ì ■ in lla n'^rion»» dì 
Edessa, di Kailirroe, di Karre (i'iin. h. n.o,i(},H-i. 21. 8ti. 0, ix, l'ri), dicondd 
aiicUe Plutarco {Iaìc. 21) che Tigrane civilizzò gli Arabi nomadi e li avvicinò 
al suo regno^ onde col loro ajuto rendersi padrone dei coromercio. Ci6 si 
spiega ven»imìimen(e cosi, die ciuèi Beduini» abituati ad aprire vie commer- 
ciali attraverso il loro pa^s»». e a farsi pagare un pedaLr„ir> dai paissanti (Slrab. 
16, 7i^K s'^virniiD al <iran Ho (miui.' di ricfvitori dogaii ili. risruolendo dnzj 
per esso e per se al passaggio dell' Kufrate. yuesli Arabi o.sroeni ( Otet Ara- 
tei), .come li chiama Plinio^ devono essere gli sttssi Arabi vinti da Afiaoio 
sul monte Amano (Plut, Pomp» 39). 



48 MJiRO OLINTO, CAPITOLO li. 

Sandro U. In conseLrufii/,;! di che re Tigrane mise mano all'opera 
senza roriinonie. Non inculi liò (lifTicoIlà a soggiogare la Cilicia 
orientale e condusse in Armenia i citladini di Snioi e di altre 
cittù appunto come vi aveva rondotlo quelli della Cappadocia. 
Cosi ridusse all' ubbidienza ( olle anni il territorio superio- 
re della Siria ad eccezione di Selcn< i a alla foce delPOronte, valo- 
rosamente difesa, e della massima parte della Fenicia; Verso 

74 l'anno G80 fu dagli Armeni «\spugnata Tolemaide e minacciato lo 
Stato dei Giudei. Antiochia, antica capitale dei Seleucidi. divenni' 

83 una delle residenze del Gran Re. Già a cominciare dal C71, il 
primo dopo la pace conclusa tra Siila e Mitradate, Tigrane viene 
indicalo negli annali della Siria come sovrano, e la Cilicia o la 
Siria sono designate come una delle salrapie armene sotto il go- 
vernatore del Gran ReMagadate. Pareva ritornato il tempo dei re 
di Ninive» dei Salmanassarrì e dei Seuaciieribbi; di bel nuovo il 
dispotismo orientali^ pesava gravemente sulla popolazione com* 
merciale dei litorale siriaco come una volta sopra Tiro e sopra 
Sidone; di bel nuovo grandi potenze del continente assalivano le 
Provincie bagnate dal Mediterraneo; di beljiuovo sulle coste della 
Cilicia e della Siria vedevansi eserciti asiatici, composti, comesi 
diceva, di un mezzo milione di combattenti. Come un tempo Sai- 
manassarre e Nabuccodonossorre avevano condotto i Giudei in Babi- 
lonia, cosi dovettero ora da tutte le provincie confinarie del nuovo 
regno, i Cordueni, gli Àdiabeni, gli Assiriì, i Glliciì, ì Gappadoci 
e particolarmente i cittadini greci o semi-greci raccogliersi con 
tutti i loro beni (pena la conlisca di tutto ciò che lasciato aves- 
sero in patria) nella nuova residenza, una di quelle città gigan- 
tesche, le quali chiariscono piuttosto la dappocaggine dei popoli 
che la grandezza dei dominatori, e che sorgono quasi per incan- 
tesimo nei paesi bagnati dair Eufrate ad ogni cambiamento di 
supremazia politica al detto del nuovo Gransultano. La nuova 
città, detta Tigranocerta, posta nella provincia più meridionale 
deir Armenia, non lungi dal conGne della Mesopotamia (*), divenne 
una città come Ninive e Babilonia , con mura deir altezza dì 
cinquanta braccia e coi palazzi, giardioi e parchi, ormai inerenti 
al sultanismo. E anche in altri rapporti il nuovo Gran Be non 
ismentiva il suo carattere ; poiché come neireterna inCanzia del- 
l' Oriente le puerìli rappresentazioni dei re con vere corone sul 
capo non furono mai abolite, cosi anche Tigrane compariva in 

(*) I.a i-ìllh non era sita presso Diarbflxr. ina fra Diarh'^kr nd il la^rn Van . 
più vicino a questo, sul Micerorio ( lozidcUaueli Su), uno degli afflueuliàetleii- 
Irioaaii dol Tigri. 



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* 



DOUINIO DELLA RESTAUHA/JONìù bl SXLLA. 40 

pabblico colla pompa e col costarne di un successore di Dario e 
di Serse, col caffettano dì porpora , colla sottoveste bianco-par- 
pnrea, coi calzoni lunghi a grandi pieghe , con un alto turbante 
e col diadema reale ; era accompagnato e servito ovunque an- 
dasse da quattro c re » in costume da schiavi. Più modesto Hiiradate. 
mostravasi Mitradate. Egli si asteneva . da usurpazioni neir Asia 
Minore, limitandosi, ciò che nessun trattato gli vietava, a conso- 
Kdare maggiormente il suo dominio sol Mar Nero e a ridurre 
a poco a poco più ricisamente sotto la sua dipendenza le pBO- 
vinde che separavano il regno del Bosforo — posseduto allora 
da suo figlio Hacare sotto la sua supremazia — dal regno pontico. 
Ha egli pure impiegò tutti i mezzi per ridurre in buone condi- 
zioni la sua flotta ed il suo esercito, e per armare e organizzare 
qaest^ ultimo alla romana, e in ciò gli prestarono segnalati ser- 
vìgi i moltissimi emigrati romani che si trovavano alla sua corte. ' 

Ài Romani non importava nulla di immischiarsi negli affari d^O* Condotta 
riente più di quello che già Io fossero. Ciò si. vede con chiarezza i\nmlu\. 
particolarmente nella circostanza che il Senato disdegnò di co- ^^^'^^ 
gliere Toccasione presentatasi di quel tempo di ridurre il regno 
egizio pacificamente sotto IMmmediata signoria romana. La le-l<*EgiUo 
gitlima discendenza di Tolomeo, figlio di Lago, si spense, (juando sotto- 
dopo la morte di Tolomeo Solerò II Laliro re Alessandro II, rocsso. 
Hglio di Alessandro I, messo sul trono da Siila, pochi giorni 
ilopo la sua assunzione al Irono fu ammazzato in una solleva- 
zione della capitalo (G73). Onesto Alessandro aveva nel suo testa- ^t 
mento (*) cosliluila credo la reimljblica romana. Fu a dir vero 



(') X'ìli quislione, se (pir-sto su[iposto o elTeKivo ff^slaineiito sta affrihiiibilo 
al primo Aless.'iiKjo (inorlu nel Ooò) (»iuttoslo ctic al sei'om}'» (niorlo nel 073), 88. 81 
*i propende d'ordinario per Ui priiua allcrnaliva. Ma le ragioni souo insuflì- 
citafi; Cicerone {de l. agr. I, 4, 12. iS, 38. 16, 41) non dice che TEgilto sia 
Ttnnta in potere di Uoma Panuo 666, ma in quest'anno odopo quest'anno; 88 
I' rki dalla circostanza elio Alessainiro I mori ali' osterò , e Alessandro II in 
Al('S?andriri si vo!!f» ij'.fi rir ' . rtìc i !<'SHri rtf'fi'tunfi nel losfaiiienlo . onde ?i 
parla, e deposiilali in Tiio, ai<l<ian<j appartenuto al primo , non .si li.nlu d!" 
AJessaudro II era stato ammazzalo dieciuovc giorni dopo il suo arrivo in 
Egitto (Letronne, Itucr, de V Egypte % 20), mentre la sua cassa poteva essere 
heiii^isimo ancora a Tiru. È per contro decisiva la circostanza,clie il secondo 
Alessandro ora 1' iillimo \oro Lapide, poiché nei somiglianti acquisti di Per- 
gamo, di Cirene e dolla Hiliiiia Homa fn sempre rnsfifuita erede dall' ultimo 
rampollo delia legittima fanii;,Mia re},'nanle. 1/ antica ragione di Stato, almeno 
come serviva di uornia per gli Stati clienti dei Iloniani, sembra che non ac- 
consenUsse al reggente il diritto di disporre con atto di ultima volontà del prò- 
prio regno in modo assoluto, ma solo in mancanza di agnati aventi diritto 
Illa successione — . - il testamento fosse vero o falso non si pnò giudicare, 
Storia Romana. Voi. III. 4 



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50 LIBRO QUANTO. CAI'ITULO IL 

rontestala raulenlirita di questo docnnipnto: m.t il Sonatolo 
riconobbe incassando in l)ase al raedesimu le siuiiiiit' depositate 
in Tiro per ronfo do) defunto re. Ciò non ]>« it;iiiio lasciò che 
due figli del re Laiiro , notoriamente illegittimi, prendessero 
in ¥ia di fatto possesso, l'uno. Tolomeo Xf , detto il novello 
Bacco 0 il « suonator di flauto » fAulele), dell'Egitto, l'al- 
tro, Tolomeo il Cipriota, di Cipro. Essi a dir vero non furono 
dal Senato assololamente riconosciuti ; ma questi non fece ioro 
nemmeno una espli' ita r ichiesta di restituzione dei regni. La ra- 
gione, per cui il Senato lasciò che durasse questo stato ambi- 
guo di cose e non si decise a rinunciare in modo obbligatorio 
all'Egitto ed a Cipro, era senza dubbio il ragguardevole tributo, 
clie codesti re, i quali regnavano quasi per grazia, pagavano sem- 
pre per la continuazione della medesima ai capi della con- 
sorterìa in Roma. Se non che la ragione di rinunciare assola- 
tamente a codesta ricca preda vuoisi cercare altrove. L' Egitto» 
per la speciale sua posizione e per la sua oi ganizzazione. Qnan- 
ziaria, dava a quel qualunque luogotenente ivi comandasse una 
potenza pecuniaria e marittima e in generale una forza indipen* 
dente tale, che assolutamente non si affaceva col governo sospet- 
toso e Oaccodeir oligarchia; partendo da questo punto di vista 
facevasi cosa giudiziosa rinunciando air immediato possesso del 
Il paese bagnato dal Nilo. — Meno giustiAcabilo egli é, che il Se- 

"^"gj^^^^'nato ommettesse d* intervenire direttamente negli affari deirAsia 

iK M'Alia- Minore e della Siria. È bensì vero, che il governo romano non 
Mmore pi^qq^i^j^q ^ conquistatore armeno come re di Gappadocia e di 

nella Sirla.si|^2. dair altro canto esso non fece nulla per respingerlo, 
78 per quanto la guerra, che fu costretto a condurre nel 676 in Ci- 
licia contro i pirati, dovesse eccitarlo a intervenire particolar- 
mente nella Siria. E di falto , acconsentendo alla perdita della 
Gappadocia e della Siria senza una dichiarazione di guerra, il 

^ governo ramano non solo abbandonava i suoi clienti, ma le 
basì pili importanti della sua posizione politica. Era già cosa grave 
il rinunciare alle città ed ai regni ellenizzati sulF Eufrate e sul 
Tigri, che erano le opere avanzate della sua signoria; ma il per- 
mettere che gli Asiatici si stabilissero sulle spiaggia del Medi ter* 
raneo, il quale formava la base politica del suo dominio, non era 
una prova di amore di pace, sibbene una confessione, che V oli- 
garchia colla restaurazione di Siila era bensì divenuta più oli- 



i'd è poi anche abhasi iu/'^) indifferente; non vi sono però dati speciali per 
auuaettiìTo uua faibiiica^one. 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. ol 

garcbica, ma non più assennata nè più enor^ica, e che il dominio 
romano universale era giamo al principio della line. — E nemmeno 
la parte avversaria voleva la guerra. Tigrane non aveva nessuna 
ragione di desiderarla, posto che Roma gli abbandonava tulti gli 
alleati anche senza ricorrere alla forza delle armi. Mitradate, che 
al postuUo non era soltanto un sultano, e che aveva avuto molle 
occasioni di sperimentare amiri e nemici nella buona e neirav* 
versa fortuna , sapeva benissimo, che in una seconda guerra coi 
Bomani egli molto verosìmilmente si sarebbe trovato solo come 
nella prima e che non poteva fare nulla di più savio che di 
starsene tranquillo e di rinvigorire il suo regno neir interno. 
Che esso fosse seriamente penetrato di questi sentimenti pacifici 
Io aveva provato a sufficienza nel convegno avuto con Murena 
(Voi. II. p. 308); egli continuava quindi ad evitare ogni cosa che 
potesse spingere il governo romano ad uscire dalla sua attitudine 
passiva. 

Ma come la prima guerra contro Mitradate era avvenuta senza che 
alcuna delle parti Tavesse seriamente desiderata, cosi anche ora 
interessi opposti cagionarono reciproci sospetti, e (juindi reci- 
proci preparativi di difesa, i (juali finalmente condussero per 
forza di gravità air aperta rottura. La poca fede, che da lungo 
tempo riponeva la politica romana nelle proprie forze, ben na* 
turale quando si voglia por mente alla mancanza di eserciti pe^ 
manenti e al reggimento collegiale, assai poco esemplare, riduceva, 
per cosi dire, ad assioma della politica romana il principio di 
condurre ogni guerra non solo sino al soggiogamento, ma sino 
ali annientamento dei nemico; a Boma si era (jiiindi sino da l)el 
principio si poco contenti della pace di Siila, come altra volta 
(Ielle condizioni, che Scipione Africano aveva concesso ai Caila- 
iriiiesi. Il Umore più volte espresso, che sovrastasse una seconda 
rcssione del re del Toiilo, era in <iiinlche modo giustificalo 
tlnlla ^n"aiiili<sini;i aiialdiiia dello condizioni al Inali con quelle di 
dodici anni addiotro. tira puro cuiabinLt^asi una pericolosa guerra 
civile con seiii aniiamiiiti di Mitradate: i Traci innihlnvaiio fiuo- 
vaiJi<'iito la Macedonia e le ilollc dei cdisaii coprivano lutto il 
Mediterraneo; nuovamente era un aiidiiÌMeiii di emissari, come 
lina volta fra Mitradate e gli Itali» i. cosii adesso fra gli emigrati 
ininani in agna e ({uelli dimoraiili alla corte di Sinope. Sino 
dal principio (ìeU aiino (177 fu detto in Senato, che il re attendeva 77 
soltanto la Imofia uccasiiMu' per assalire l'Asia l'omana fervendo 
in Italia la guerra civil»- : ;:Ii eserciti rtnnani stanziati in Asia e 
in Gilicia furono rinforzati onde ovviare possibili eventi. — Dal- 



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52 LIRRO QUINTO, CAPlloLO II. 

Taltro canto anche Milradate spiava con crescente inquietudine 
]o svolgimento della politica romana. Egli doveva sentire che una 
guerra dei Romani con Tigrane, per quanto il fiacco Senato cer- 
casse di evitarla. nltn langa sarebbe divenuta inevitabile e che esso 
non avrebbe potuto fare a meno di prendervi parte, li tentativo 
da lui fatto, onde ottenere dal Senato romano iltuti'oramancnntp 
istrumento di pace in iscritto, era andato a vaoto durante gli 
scompìgli della rivoluzione lepìdiana , ed era rimasto senza ef- 
fetto. Milradate scorse in ciò un indizio d* !!' imminente ricomin- 
ciamento della lotta. La spedizione contro i {drati, che toccava 
direttamente anche i re d'Oriente, onde essi erano gli aUeati,ne 
sembrava Tintroduzione. E maggior pensiero davano le pendenti 
pretese di Roma sull'Egitto e su Cipro. È significante, che il re del 
Ponto promettesse in mogli le sue due figlie BGtradati e Nissa ai 
due Tolomei,ai quali il Senato continuava a rifiutare il riconosci- 
mento. Gli emigrati spingevano alla guerra, la posizione di Ser- 
torio in Ispagna, per conoscere la quale Mitradate aveva con 
plausibili pretesti mandato dei messi nel quartier generale di 
Pompeo, e che difltatti appunto in quel tempo era imponente, 
fece nascere al re la speranza di non combattere, come nella 
prima guerra, contro tutu e due i partili romani, ma con uno 
contro Taltro. Un più propizio momento non potevasi sperare e 
al postutto era sempre meglio di dichiarare la guerra che di 
farsela dichiarare. In quel tomo moriva il re di Bitinia Nicome- 
dìvìene IH Filopatore, ultimo della sua schiatta — poiché il figlio avuto 
romana, da NIssa era o si diceva illegìttimo — lasciando il suo regno per te- 
stamento ai Romani, i quali non tardarono a prendere possesso 
di questo paese confinante colla provincia romana e già da lungo 
La tempo pieno di impiegati e di commercianti romani. Al tempo 
Cirenaica stesso aucho la Cirenaica, venuta sino dal 658 in potere dei Ro- 
romana, mani (Yol. II. p. 243), fu finalmente organizzata come una prò* 
75 vincia, e nel 679 vi fu mandato un governatore romano. Queste 
disposizioni e la guerra mossa di quel tempo sulle coste meri- 
dionali dell'Asia Minore contro i pirati, e particolarmente V oc- 
cupazione della Bitinia, che rendeva i Romani vicini immediati 
del regno pontico, poiché non era da far alcun conto della Pa- 
Dichiara- fl agonia , devono nv^r siiscit.ito doi serii timori noli' animo del 
jj^J^^^ re; Tultimo fallo diede verosiìiiilinPMto il liacollo olla hilancia. 

di 11 re fece il passo decisivo e nell" inverno del (j7y/80 dichiarò la 
MltTaiate.gyg|.j.^ ai Romani. 

Mitradate Mitradate avrebbe desideralo di non Irovarsi solo all'ardua 
impresa. 11 suo più prossimo e più naturale alleato eraii Gran He 



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DOMINIO DELLà RESTAURAZIONE DI SILLA. IS3 

Tigrane; ma questi, corto di senno, declinò la proposta del suo- 
cero. Così non rimaDevano che gli insorgenti ed i pirati. Mitra* 
date si diede premura di mettersi in relazione cogli uni e cogli 
altri, inviando numerose squadre in Ispagna ed a Creta; concluse 
con Sertorio un Irallalo in piena forma (V. p. 35), col quale 
Roma cedeva a! re di Bilinia la Paflagoiiia, la Galazia e la Cap- 
padocia — acquisii che dovevano nalni al mente venir ratificali 
sul campo di baltaglia. P^ù importante fu rajulo. che il duce 
spagnuolo accordò al re coirinvio di uflìciali romani per con- 
durre i suoi eserciti e le sue Hot te. I più operosi tra ìiìì emigrati 
in Oriente, Lucio Maj^io o Lucio Fanuio, furono da Sortono spe- 
diti alla curie di Siiiupe come suoi rappresenta n li. Vennero soc- 
corsi anche dai pirati; essi si raccolsero in gran numeio nel re- 
gno ponlico e particolarmente col loro mezzo pare che sia riu- 
scito ni IV (li formare una forza navale imponente sia pel nu- 
mero che per la lionià delle navi. Il ma^gioie assegnamento do- 
vevn però farlo «^ulh; proprie forze, olle (juali il re sperava di 
impus.sessai ii dei possedimenti dei Un mani in Asia prima che 
e«si vi arrivassero, e ciò tanto i>iu facilmente in quanto che 
nella provincia d'Asia h gran inis. iia pecuniaria cagionata dal- 
l'imposta di guerra decretata da Siila . in Bilinia V avversione 
pel nuovo governo romano, nella Cili( ia e nella Pamfìlia la 
materia infiammabile rimnstnvi dall' ultima i^iicrra distruttri- 
ce appena (inila , ollrivano lusinga favorevole ad una invasione 
ponlica. Non vi ei a difello di provvisioni; nei regi granai si tro- 
va v;ino due miUoni di medimni di frumento. La llolta e Te- 
sercilo erano numerosi e hene esercitati e in particolar modo 
gli assoldali Bastami formavano una schiera scelta non inferiore 
ai legionari italici. E questa volta ancora fu il re che prese Tof- 
fensiva. Un corpo di truppe comandato da Diofanto entrò in Gap- 
padocia onde occuparvi le fortezze e attraversare ai Romani la 
via al regno pontico; il condottiero inviato ila Sertorio, il pro- 
pretore Marco Mario, si recò insieme colf ufficiale ponticoEumaco 
nella Frigia per far insorgere quella provincia romana e le po- 
polazioni del Monte Tauro ; il corpo principale, composto di ol- 
tre 100,000 fanti, 10,000 cavalieri e iOO carri falcati, con- 
dotto da Tassile e da Ermocrate sotto la suprema direzione del 
re, e il navigiio di 400 vele sotto gli ordini di Aristonico mo» 
vevano lungo la spiaggia nordica deirAsia Minore per occu- 
pare la Paflagonia e la Bitinta. — I Romani elessero per laArmamenQ 
guerra in primo luogo il console dell'anno 680 Lucio Lucullo, il nolani, 
quale, come governatore deirAsia e della Gilicia , fu posto alla 



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;>4 Meno QUINTO, CAriTOLO II. 

testa delle qaatlro legioni che erano ncW Asia Miaore e una 
quinta condotta (ìalPIlalia, e incaricato di atlravemro conquesto 
esercito, forte di 30,000 Tanti e 1,000 cavalieri, la l'rigia per en- 
trare nel regno pontico. Il suo collega Marco Gott.i si mosse colla 
flotta 6 con un altro corpo di truppe romane Terso la Propontide 
onde coprire l'Asia e la Bitinia.Fu Analmente ordinato un generale 
armamento delle coste, particolarmente delle traciche, minacciate 
più da vicino dalla flotta pontica, e affidato in via straordinaria 
ad nn solo funzionario Fincarico di spazzare tutti i mari e tutte 
le spiaggie dai pirati e dai loro consorti pontici; la scelta cadde 
sul pretore Marc' Antonio, figlio di colui che trent'anni addietro 
aveva pel primo battuto i corsari cilicii (Voi. II. p. 125). Oltre dì che 
11 Senato mise a disposizione di LucuUo una somma di 72 milioni 
di sesterzi (L. 18,7£iO,000) onde costruire una flotta; ma Lucullo 
la rifiutò. Da tutto ciò si vede, che il governo romano nella tra- 
scuratezza della marineria riconosceva la fonte del male e si dava, 
per lo meno secondo le sue forze, tutto* il pensiero onde poni 
rimedio. 

74 Cosi incominciò nel 680 la guerra su tutti i punti. Fa una di- 
^^^^uf'" sgrazia per Mitradate, che appunto nel momento della sua di- 
guenra. chiarazione di guerra la fortuna volgesse le spalle a Sertorio, 
per cui il re perdette una delle principali speranze e il governo 
romano potè volgere tutte le sue forze alla guerra marittima ed 
alla gnerra nelPAsiu Minore. Nell'Asia Minore per contro rac- 
colse Mitradate i vantaggi dell' offensiva e della grande distanza 
dei Romani dal teatro immedialo della guerra. Molte città del- 
l'Asia Minore aprirono le loro porle al pro-pretore sertoriano, 
invialo iiiiiaiizi nella provincia d'Asia, e lo famiglie romane ivi 
88 stabilite furono scannate come era avvenuto nel (}(!(]; i Pi^i- 
dii, gli Isaiiri, i Cilici ilieilero di piglio allo armi luiilro Roma. 
I Uomaiii Jii quel momento non avevano truppe nei punti mi- 
nacciali. (Jualche valenfiioniii si provò \u'v proprio impulso di 
contenere codesta sollevazione dei pro\ in( i;ili — cosi il giuviue 
Cajo Cesare sulla notizia di questi avvenimenti aliliandonò Rodi, 
duNo accmliva a'suoi studii, e con una schiera di gius. un id« culli 
in tutta fretta affrontò gli insorti; ma simili corpi franchi non 
potevano essere di grande vantaggio. Se il vaioloso Dejuiaro, te- 
trarra della tribù celtica dei Tolisloboi, stabilitasi intorno Pessi- 
nunle, non avesse abbraeciato il partito dei Romani e combattuto 
felicemente contro i generali pontici, Lucullo avrebbe dovuto co- 
minciare dal ritogliere al nemico 1* interno della provincia l'omana. 
Ma anche cosi egli perdette un tempo prezioso nel pacificare il 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. 55 

paese e nel respingere il nemico; nè i meschini successi otte- 
nati dalla sua cavalleria ne «lo ricompensarono. Più sfavorevoli 
ancora che nella Frigia si svolgevano gli eventi pei Romani sulla 
spiaggia settentrionale dell'Asia Minore. Quivi il grande esercito 
e la flotta dei Pontici si erano impossessati intieramente della 
Bitioia e avevano costretto il console romano Cotta a ritirarsi colla 
sua poca truppa e colle sue navi entro le mura e nel porto di Gal- 
cedonìa, dove Mi tradate lo teneva bloccato. Questo blocco era j^^^^^^^. 
tuttavia pei Romani un avvenimento favorevole, in quanto che, htmu 
se Cotta teneva occupato Tesercito pontìco dinanzi a Calcedonia (^■^[^^ 
e Lucullo volgeva i suoi passi appunto a quella volta, tutte le donla. 
forze dei Rumanì potevano còncentrarsi presso Calcedonia e co* 
stringere il nemico a venire quivi ad una battngUa decisiva, an- 
ziché nel lontano e impraticabile paese pontico. Lucullo prese 
effettivamente la via di Calcedonia; ma. Cotta, onde fare un gran 
colpo prima del suo arrivo, ordinò al suo ammiraglio Publio Rn- 
lilio Nudo dì fare una sortita, la quale non solo fini con una 
sanguinosa sconfitta dei Romani, ma procacciò altresì ai Pontici 
la possibilità di attaccare il porto, di spezzare la catena che lo 
chiudeva e di ardere tutte le navi da guerra romane che vi si 
trovavano nel numero di circa sessanta. Dietro la notizia di queste 
sventure, che pervenne a Lucullo sul fiume Sangario, esso acce- 
lerò la sua marcia con grave malcontento de' suoi soldati, cui, 
secondo le loro ideo nulla caleva di Cotta, e i quali avrebbero 
meglio preferito ili sj; ( ht ;jgiare un paese inerme cIiq d'insegnare 
a vincere ai loro cameraia. Il suo arrivo rimediò ia parte alle 
sofferte sventure: il re tolse rasseilio di Calcedonia, non fece 
però riloi Mo nel ruoto, ma si diresse verso ino/.zudi nelT aulica 
provincia romana, ove si estese sulla Pi'opoutidee snirKMesponto; 
occupò T^ampsaco e cominc iò rassedio della gl'amie e ricca città MUradate 
di Cizico. F.git si ficcava (juiiiiii sempi'e più addentro nelTaugi- ^jjjgQ^ 
porlo, in cui si era messo, invero di LMovarsi coutro i Homani 
delle •rramli ('istanze, come ipiellr che soli» avo'bttero potuto es- 
s*:rgli prolìllevoli. In iÀ/Àco si era conservata incdlume, come 
forse in pochi altri luoghi, l'antica de>trezza e j?agliardia greca; 
i suoi cittniiiui pre<;t;irono la più lisuluta resistenza a l onta che 
nella infelice doppia hattiiLMia di Calcedonia avessero fatto delle 
gravi perdite di uomini e di navi. La città di Cizico soigeva su 
di un' i^ola vicina aila terra ferina ed unita alla medesima con 
un ponte. Oli aesedianti s'impadronirono tanto dell' altura, che 
dominava la terra ferma e metteva capo al pente e del sob- 
borgo ivi esistente, quanto delle famoso allure dindimeniche sul- 



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% LIBRO QUINTO. CAPITOLO li. 

l'isola stessa, c lanlo dal lalo deiri^ola. rome da quollo della 
terra forma impieLraroiio gli iugegneri ^'reci lutla farle loro per 
rondoì-o ]u»ssibile l'assallo-Ma la hroci ia. rlio fiiialiiioiile si giunge 
a<l apiiif. In di notte tempo di bel nuovo chiiisa d;igli assediali 
f gli sforzi deiresercilo regio rimasero infriiUuosi aiìiìiinto come 
la barbara minaccia del re di far iiietlere a morie solLu le iniii;> 
i Cizirhesi fatti prigionieri, ove i cittadini continuassero ancora 
lungo tempo a i-ilìulare la resa. 1 (a/.irlo^si rnnlinuarono la di- 
fesa con coraggio e con prospera fortuna, e non mancò mollo che 
durante 1 assedio facessero prigiojiiei o il re stesso. In questo frat- 
tempo Lucullo aveva occupalo una forte posizione alle spalle 
dell'esercito pontico, la quale a vero dire non gli permetteva di 
recare ajuto immediato all' angustiala città, ma bensi di tagliare 
^ttone ncii^ico ogni trasporto di viveri per terra. L'immenso esercito 

(\o\. di Mitradate, che, compreso il corpo dal bagagliume, valutavasi 
pootico^ ^iOOjOOO uomini, si trovava per tal modo nella impossibilità di 
combattere e di marciare, conficcato com'era tra rinespugnabìle 
città e l'immobile esercito romano, e per tutti ì suoi bisogni ri- 
dotto soltanto al maro, die per buona sorte dei Poutici era esclu- 
sivamente dominato dalla loro llotta. Ma si approssimava la mala 
stagione; nna tempesta distrusse una parte delle opere d'assedio; 
la mancanza di viveri, e particolarmente di foraggio pei cavalli, 
cominciò a divenire insopportabile. Le besiio da soma e il baga- 
gliume, colla scorta della massima parte della cavallerìa ponti ca, 
furono allontanate coir ordine di cavarsela di soppiatto o di 
ai)rirsi a qualunque costo nna via; ma Lucullo raggiunse il con- 
voglio sul 0ume Rindaco dalla parte orientale diCizico e lo mise 
tutto a pezzi. Un^ altra divisione di cavalleria, comandata da Me< 
trofane e da Lucio Fannio, fu costretta dopo un lungo vagare 
neirAsia Minore occidentale di far ritomo nel campo posto sotto 
Gizico. La fame e le malattie contagiose facevano terrìbile strage 

73 nelle schiere pontiche. Arrivata la primavera (681), gli assediati 
raddoppiarono i loro sforzi e presero le trincee piantate sul Din- 
dimo; al re non rimaneva a far altro che levare Tassodio e col 
mezzo della flotta salvare quanto si potesse salvare. Egli stesso 
parti colla flotta alla volta deirEllesponto; ma tanto neirimbarco 
quanto strada facendo ebbe molto a soffrire dalle tempeste. La 
stessa direzione presero anche Ermeo e Mario coli* esercito di 
terra, onde imbarcarsi in Lampsaco sotto la protezione delle mura 
della città. *£ssì abbandonarono i loro bagagli, gli ammalati ed 
i feriti che furono tutti massacrati dai Cizichesi. Strada facendo 
Lucullo cagionò loro al passaggio dei fiumi Esopo eGranicocon* 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. til 

siderevolissinii daiiiii; essi raggiiinsoio però il loio scopo: le 
navi polìtiche rondiisspro If relitiuie (lei griinde esercito ed i 
ciKadini di Lanipsaco Uuiltì dalla portala dei i\omaiii. — Col suo 
conseguente e ;ì'~'<t>Tjn;it() modo di giurreggiare, LucuUo non solo 
aveva immediato agii errori commessi dai suo collega, ma aveva 
altresì distrutto, senza dare una battaglia campale, il fiore del- 
l'esercito nemico, composto, rome dif-evasi, di 200,000 soldati. Se fiucTra 
avesse avuto ancora la llolla, arsa nel porlo di Calce<ionia, egli avrebbe 
annientato tulio Pesercilo nemico; così T opera di distruzione ri- 
mase incompiuta ed egli dovette persino provare il dispiacere di 
vedere, che, malgrado la catastrofe di Cizico, la flotta ponlica 
prendesse posizione nella Proponiide, che la medesima bloccasse 
PerìDlo e Bisanzio sulla spiaggia europea, che fosse da essa sac- 
cheggiata Priapo sulla spiaggia asiatica, e che il quartìer gene- 
rale del re fosse posto nel porlo bilinico di Nicomedia. Anzi una 
squadra eletta di cinquanta vele con a bordo 10,000 uomini scelti, 
fra* quali Marco Mario e il nerbo degli emigrati romani, si recò 
nel Mare Egeo; corse voce che dovesse approdare in Italia onde 
accendervi di bel nuovo la guerra civile. Intanto cominciavano 
a raccogliersi le navi, che Lucullo dopo il fatto di Galcedonia 
aveva richiesto ai comuni asiatici, e tosto fu inviata una squadra 
nel Mare Egeo in traccia della squadra nemica. Lucullo stesso , 
ammiraglio esperimentato (Voi. IL p. 273), ne prese il comando. 
In vista del porto Acbeo, nelle acque tra la costa trojana e 1* isola 
di Tenedo, furono sorprese e calate a fondo tredici qnìnqueremì 
nemiche, che viaggiavano alla volta dì Lenno sotto il comando 
di Isidoro. Presso la isoletta di Nea, tra Laino e Scìro,nel qual 
luogo poco frequentato la flottiglia pontìca di 32 vele era stata 
tirata a secco, Lucullo attaccò al tempo stesso le navi e la ciur- 
ma dispersa neir isola e s*impadroni di tutta la squadra. Qui 
trovarono la morte Marco Mario e i più valorosi emigrati romani 
sia combattendo, sia poscia per mano del carnefice. Lucullo di- 
strusse cosi tutta la flotta nemica deirEgeo.— Gotta ed i legati di 
Lucullo, Voconio^ Barba e Caio Valerio Triarìo, avevano intanto 
continuato la guerra nella Bitinia coir esercito aumentato dai 
rinforzi venuti dair Italia e con una squadrìglia messa insieme In 
Asia. Barba prese neir intemo Prusa suli^Ollmpo e Nicea, Triarìo 
sulla costa Àpamea (altra volta Mirlea) e Prusa a Mare (altra 
volta Chio). Si unirono poi in Nicomedia per unMmpresa in co- 
mune contro Mitradate; ma il re, senza nemmeno tentare la bat- 
taglia, fuggì sulle sue navi e se ne rìtomò in patria, riuscendo- 
gli anche questo soltaniò perchè r ammiraglio romano Voconio, 



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liS LIBRO oriNTO. CAPITOLO IL 

inrarirnto flfl Itlorco del porlo di Nicomevlia, arrivò troppo lardi. 
Strada facendo il re ebbe, a dir vero, por trndimptito rimporlante 
Mitradate cittn di Eraclea, clie on npò; ma mia prru ella gli :itlondò in 
'^^nef*^ quelle acque olire sessanta navi e gli disperse le nitro, cosi che 
Ponto, egli arrivò a Sinope quasi solo. L'olTensiva di Milradate lei miin) 
con una completa scondita delle sue forze navali e terrestri, cer- 
tamente non gloriosa, e meno poi pel supremo duce. 
Lucuiio Ora prese I.ucullo alla sua volta T offensiva. Triario assunse il 
il p'^to comando della llotla coirordinc di chiudere V Ellesponto prima 
d'ogni altra cosa odi dare la caccia alle navipontiche che ritornas- 
sero da Creta e dalla Spagna; Colla ebbe ii comando delPassedio 
di Eraclea; la dilTìciie bisogna delle provvigioni fu demandata ai 
fedeli e operosi principi galati ed ai re della Cappadocia Ario- 
73 bai7.ane; Lucullo stesso enlrd nell'autunno del G8i nel paese 
pontìco, che da lungo tempo aveva avulo la fortuna di non ve- 
nire calpestato da rdnni nemico. Mitradate» deciso di attenersi ora 
alla più stretta difensiva, si ritrasse, senza tentare In sorte delle 
armi, da Sìnope ad Amisa, da Àmisa a Cahira (poi Neocesarea, 
ora Nìksar) .sul Lieo, un affluente delPIri; egli si accontentava 
di trarre il nemico sempre più addentro nel paese onde render- 
gli più difficili gli approvigionamenti dei viveri e le comuni- 
cazioni. Con rapidità lo* seguiva Lncnllo; Sinope fu lasciata da 
un canto; passato il fiume Ali, Pantico confine di Scipione, fu- 
rono circondate le ragguardevoli città di Amisa, Eupatorìa (sul- 
riri), Temìscira (sul Termodonte), sino a che Tinverno fece 
finalmente porre un termine alle marcie, se non agli assedi! delle 
città. I soldati di Lucullo mormoravano delP incessante avanzare, 
che non permetteva loro di raccogliere i frutti delle loro fatiche 
e dei gravosi assedi! neir avversa stagione invernale. Ma Lucullo 
non era Tuomo da badare a simili lamenti; nella primavera del 
n 0g2 proseguì la marcia verso Cabira, lasciando due legioni ca- 
pitanate da Lucio Murena per guardare Amisa. Durante Tìnvemo 
il re aveva fatto un tentativo onde far entrare nella lotta il Gran 
Re deir Armenia; ma questo tentativo non fu più felice dell'altro, 
0 almeno non vi fu risposto che con vane promesse. £ ancora 
meno vogliosi di prender parte ad una causa perduta erano i 
Pontìci. ih questo frattempo si era formalo, specialmente per vìa di 
arruolamenti nel paese degli Scili, presso Cabira, un ragguarde- 
vole esercito comandato da Diofanlo e da Tassile. L'esercito ro- 
mano, ridotto a sole tre legioni, e nella cavalleria decisamente 
inferiore ai Ponlici, si vide obbligalo di evitare possibilmente la 
campagua idia ed arrivò a(Jabira,nou stiìza fatica e perdita, per 



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DOMINIO DELl-\ RESTAURAZIONE I»i SILLA. 

aspri ed appartati sentieri, i duo eserciti rimasero Itmpro tempo 
accampali di fronte i'uao air altro presso questa città. Si com- 
hatteva particolarmente per lo provvirzioiii , che erano scarse da 
ambe lo parli. Milradate formò per questo motÌTO sotto il comando 
di Diofanto e di Tassile coi fiore della sua cavalleria e con una 
divisione di fanteria scelta e nn corpo volante, il quale era desti- 
nato a scorrere il paese fr.i il Lieo • TAli e ad acchiappare i 
trasporti di viveri che dalla (lappadocia venivano ai Homani. Se 
non ché il luogotenente di LucuUo, Marco Fabio Adriano, il quale 
scortava un silTatto convoglio, non solo sconfìsse la schiera che 
lo attendeva in quelle medesime strette, nelle (juali essa aveva 
in animo di sorprenderlo, ma, ottenuti dei rinforzi dal campo, 
Mtté. anche il coi*po di Diofanto e di Tassile in modo che n'andò 
dìscìolto. Fa una perdita irreparabile pel re Tavere qui distrutta 
la cavalleria, sulla quale soltanto egli faceva assegnamento. Ap- 
pena ebbe ricevuta dai primi fuggitivi dal campo di battaglia 
in Cabira — e (cosa abbastanza notabile) furono gli stessi scon- 
fitti generali — V infausta notizia, e prima ancora che LucuUo 
ricevesse quella della vittorìa,ìl re si decìse airimmediata ulteriore 
ritirata. Ma la notizia di questa risoluzione del re si sparse colla ce- vittoria 
lerità del lampo fra quelli che gli stavano più vicino; e vedendo i 
soldati che i confidenti del re facevano in fretta i loro bagagli, fu- 
rono presi essi pure da un timore panico. Nessuno voleva essere 
l'ultimo a partire; superiori ed inferiori fuggivano come fiere spa- 
ventate; non si rispettava più alcuna autorità, nemmeno quella 
del re, e il re stesso era strascinato nel fiero trambusto. Accor- 
tosi Lncullo della confusione, incominciò V attacco e le schiere 
pontiche si lasciarono tagliare a pezzi quasi senza fare resistenza. 
Se le legioni avessero saputo mantenere la disciplina e moderare 
la loro avidità di bottino, non un nomo sarebbe loro sfuggito e 
avrebbero senza dubbio fatto prigioniero il re stesso. A stento si 
salvò Mitradate con pochi compagni pei monti a Gomana (non 
long] da Tocat e dalle sorgenti dell* fri), dove ben prea^ lo 
raggiunse una schiera romana comandata da Marco Pompeo e Io 
insegni sin tanto ch'esso, accompagnato da soli 2000 cavalieri, 
passò il confine del suo regno nella Annenia Minore presso Ta- 
lar.ra. Egli trovò negli Stali del Gran Re un asilo , ma nulla di 
più (fine del 082). Tigrane, a dir vero, fece rendere onori reali 
al fuggitivo suo suocero, ma non lu invitò nemmeno alla sua 
corte e lo It nno nolla lontana provincia di confine , ove si tro- 
vava, quasi iii un t onorevole prigionia. Le truppe romane inva- Il Ponto 
sevo lutiu ii Ponio e i Ainienia Minore, e il paese piano sino a '^""^^ 



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60 LiBUO QUINTO, CAP ITO LO II. 

Trebisonda si sotloTiiisf .il vinci torcf^eoza opporre alcuna resistenza. 
Anche i comandaiiii (Ielle regie losorerit:' si arresero dopo [nh o 
men lungo icmporeggiamenlo e consegnarono le somme <"1m' ave- 
vano nelle casse. Le donne del reirio serraglio, le soi»dlo lÌ*'1 ro, 
le molle sue mogli e conculiine furono per di lui ordine, poiché 
non era possibile di farle fuggire, ammazzate da uno de'* suoi 
Assedii eunuchi in Farnacheia (€hirisonda). Le sole ci Uà opposero unn 

rmh resistenza. Le poche nel paese interno, come Cabira , Araa- 

ponliclie. seia, Eupatoria caddero a dir vero assai presto in potere dei Ro- 
mani; ma le città marillime più grandi, come Ancisa e Sinope 
nel Ponto, Amastn nella Paflagonia, Tio e la pontica Eraclea 
nella Bitinia, si difesero disperatamente, in parte per entusiasmo 
di devozione al re ed alla libera costituzione municipale ellenica 
da lui difesa, in parte tenute in soggezione dalle schiere dei cor- 
sari chiamatevi dal re. Sinope ed Eraclea mandarono persino fuori 
delle navi contro i Romani e la squadra di Sinope prese una 
iloUigiia romana proveniente dalla penìsola taurica e carica di 
grano per Fesercito di Lucullo. Eraclea soggiacque soltanto dopo t 
nn assedio di due anni, dopo che la llolta romana ebbe tagliato 
alla città le comunicazioni colle città i^n-' iie della penisola tan- 
rìca e dopo che nelle file della guarnigione si fu messo il tra* 
dimenio. Quando Amisa si trovò ridotta agli estremi la guami* 
gione incendiò la città e, protetta dalle fiamme, montò sulle sue 
navi. In Sinope, ove il temerario capitano dei pirati Seleuco ed 
il regio eunuco Bacchìde dirigevano la difesa, il presidio prima 
di partire diede il sacco alle case e incendiò le navi che non 
poteva trar seco ; si pretende che, quantunque la maggior parte 
dei difensori abbia potuto imbarcarsi, tuttavia nella città siano stati 
uccisi più di 8000 corsari. Due anni dopo la battaglia di Cabira 

71-70 (682^684) durarono gli assedii, che Lucullo conduceva per la massima 
parte col mezzo de' suoi comandanti inferiori, mentre egli stesso 
regolava le condizioni della provincia d'Asia, che richiedeva ed 
ottenne una riforma radicale. Per quanto cotesta ostinata resistenza 
dei commercianti pontìci contro i vittoriosi Romani sia storicamente 
meravigliosa, tuttavia il risultato non poteva essere di gran mo- 
mento; imperocché la causa del re Mitradate non era meno di- 
speratagli Gran Re non aveva, almeno pel momento, assolata- 
mente alcuna intenzione di ricondiurlo nel suo regno. Golia di- 
struzione della flotta del Mare Egeo remigrazione romana aveva 
perduto i migliori suoi campioni; non pochi dei rimasti, come a 
cagion d'esempio gli operosi capitani Luci» Magio e Lucio Fan- 
nie, avevano fatto pace con Luf uUo, e colla morte di Sertorio , 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. 61 

avrenttta neiranno della battaglia di Gabira, spariTa raltimasna 
speranza. La potenza propria di Mitradate era completamente di- 
strotta e Tnno dopo Taltro andavano cadendo anche gli ultimi 
appoggi della medesima: cosi furono attaccate e distrutte da 
Triario presso risola di Tenedo le sue squadre composte di sel^ 
tanta vele , provenienti da Creta e dalla Spagna ; cosi il gover- 
natore del regno del Bosforo, il suo proprio Aglio Macarete, si 
staccò da ini e concluse come prìncipe indipendente del Cher- 
soneso Taurìco per proprio conto pace e amicizia coi Romani (68&). 70 
Lo stesso re dopo una poco gloriosa difesa trovavasi, fuggitivo 
dal suo regno, quasi prìgloniero del suo suocero in un lontano 
tcastelio deir Armenia. Ancorché le schiere dei corsari stessero 
ult'o ra neir isola di Creta e quelli che erano rimasti dopo la 
caduta di Amisa e di Sinope si fossero salvali presso i Sanegi e 
i Lazi, abitanti delle inospitali spiaggie del Mar Nero, la mae- 
strìa, colla quale Lucullo aveva diretto la guerra e V assennata 
sua moderazione, por la quale egli non isdegnava di rendere 
giustizia .alle giuste doglianze dei provinciali, e sapeva impiegare 
nel suo esercito come ufliciali gli emigrati ravveduti, avevano 
fatto si ch'egli con pochi sacrìflcj aveva liberato TAsia Minore 
dal n^lco, distrutto il regno pontico e fatto in modo che il me* 
destmo da uno Stato vassallo di Roma poteva venir mutato in una 
provincia romana. Si attendeva una commissione del Senato onde 
in unione col supremo duce procedere alla nuova organizzazione 
provinciale. 

Restavano a regolarsi i rapporti coll'Armcnia. Abbiamo giii di- principio 
mostralo che una di'-liiaruziuin' di guerra dei Romani a Tigrane g{{f»[.ra 
era giustificabile, anzi cbe era imposta dalle circostanze. Lucullu, coU'Ar- 
che aveva osservato più d'appresso e con maggior senno le con- 
dizioni delle cose che non il collegio senatorio di Roma, rico- 
nobbe chiaramente la necessità di ridurre rAi monia ne' suoi li- 
miti e di ricouquislaiv a piò di Hoin?» la perduta signoria sul 
Mediterraneo. Nella diivziouc dogli alTari asiatici egli si chiari non 
indegno .successore dt l suo ni icslro ed amico Siila ; filelleno co- 
me pochi Rouuini sua tempo, egli non era .sordo agli obbli- 
ghi che Roma aveva assunto coircredità d'Alossarnho. di essere 
cioè lu scudo e la spada dei Greci in Oriente. Non vogliamo ne- 
gane, che Lucnllo non .siasi lasciato indurre a codesti piani an- 
che da motivi personali, dol drsidciia di raccogliere degli alk)ri 
aneliti oltre TEufratr. daihi suscetlilulità offesa perchè il Gran He 
in una lettera a lui tliretfa aveva oiniut-s-o il fiiolo di fmpcrator: 
ma gii è ingiusto di pieuUcre dei motivi mesciiioi ed e^oibtici 



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62 LIIiRO QUINTO. CAPITOLO ii. 

per azioni, per la cui spiegazione bastano perfeltamente qnelU 
conformi al dovere. Del reslo dal collegio goTernaiivo romano, 
sempre in angoscia, neghittoso, male informato e anzi tatto tri- 
bolato dalla eterna penuria in cui versavano le sue finanze, non 
potevasì giammai aspettare che esso, senza esservi immediata- 
mente costretto, prendesse Finiziativa per una si lontana e di* 
spendiosa spetlìzione.. Verso Tanno 082 erano venuti a Roma i 
rappresentanti legittimi della dinastia dei Sei eucidi, Antioco detto 
rAsiatico e suo fratello, indottivi dalla piega favorevole della 
guerra pontica, onde ottenere un intervento romano nella Siria, 
e nel tempo stesso far riconoscere i loro diritti ereditaij suU'E- 
gitto. Sebbene quest* ultima richiesta non potesse venir concessa, 
non era possibile però di trovare un più favorevole momento ed 
una migliore occasione per incominciare la guerra contro Tigrane 
riconosciuta da lungo tempo necessaria; se non che il Senato 
aveva bensì riconosciuto i principi come i legittimi re della Si- 
ria, ma non si era potuto risolvere di ordinare r intervento ar- 
mato. Per non lasciarsi sfuggire la favorevole occasione era ne* 
cessarlo che Lucullo cominciasse la guerra a suo rischio e pe- 
rìcolo e senza un ordino preciso del Senato; ed egli pure , al 
pari di Siila, si vide posto nella necessità d'intraprendere ciò che 
era di manifesto interesse del vigente governa, non d'^accordo col 
medesimo, ma suo malgrado. Codesta determinazione riusciva meno 
scabrosa a Lucullo per gli oscuri rapporti di Roma coirArmenia. 
i quali da lungo tempo pendevano tra l i pace e la guerra; essi in 
qualche modo coprirono il suo arbitrario operare e somministra- 
rono bastevoli motivi formali per venire ad una guerra. La si- 
tuazione della Cuppadocia e della Siria oiTrìvano sufficienti cause, 
ed i confini del regno di Tignane erano (ì'alironde già stati lesi 
dalle truppe romane inseguendo il re ponlico. Siccome però il 
compilo di Lucullo era la direzione delia guerra contro Mitradate 
ed esso desiderava di restare altacrato a (juello, così e?ili slimò meglio 
d'inviare ai (ìran He in Anliocliia uno diVsuoi ulìiciali. Appio 
Claudio, per chiedere la cousi^f^n.i di Milradale, ciò clic necessa- 
riamenle doveva condurre alla guerra. La deliberazione era seria, 
tanto più, ove si voglia por menle alla eondizione dell'eser- 
cito romano. Durante la campagjia delP Armenia era inevita- 
bile di occupare forleuienle r»!steso territorio ponlico. poiché «li- 
versamenle l'esercito non avreidic potuto mantenere Iti comuni- 
«aziuiii con lloma, e oltre di rio era facile a prevedere una in- 
vasione di Mill i i;ile nel suo antico regno. Era evidente che Pe- 
sercilo, alia cui itila Lucullo aveva recalo a fine la guerra con- 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONI: DI SILLA. G,') 

Irò Bfitrailate e che saliva a circa :jO,0(X) uomini, noa bastava 
per codesto duplice córapiio. tu ordiuarie condizioni il suppremo 
duce av rebbe chieslo ed ottenuto dal suo governo rinvio supple- 
torio di UD secondo .esercito; ma siccome Lucullo voleva, e in 
certo modo doleva costringere il governo a fare la guerra > 
cosi si senti obbligato di rinunciarvi, e sel)benc egli ingrossasse 
le sue file persino coi mercenaij tracii del re del Ponto fitti 
prigionieri, egli non potè passare l'Eufrate con più di due 
legioni, ossia tutfal piii iri.ooo uomini. Era già questo un grave 
pensiero: m i la i ii vii i del numero poteva essere compensata in 
qualche modo dallo sperimentato valore deir esercito composto 
interamente di veterani. Molto peggior male minacciava lo spi- 
rito dei soldati, del quale Lucullo nelle sue massime altamente 
aristocratiche si dava troppo poco pensiero. Lucullo era un buon 
generale e ^ giudicandolo come aristocratico — un uomo onesto 
e benevolo; ma tutt^ altro che amato da' suoi soldati. Egli era 
impopolare , perché fautore decìso delP oligarchia, e perché 
neli^ Asia Minore aveva messo energicamente un freno alle or- 
rìbili usure dei capitalisti romani, impopolare, pei lavori e 
per gli strapazzi che esigeva dai soldati , impopolare perché te- 
neva sotto severa disciplina i suoi soldati e impediva, per quanto 
era possibile, il saccheggio delle città greche, mentre faceva però 
per sé stesso caricare molti carri e molti cammelli coi tesori 
deir Oriente, impopolare in fine pei suoi modi delicati, da gran 
signore , affettanti r ellenismo, assolutamente insocievoli coi sol* 
dati e perché in tutto portato alla vita comoda. Non vi era in 
lui una traccia di queir arte magica, che stringe personalmente il 
supremo duce al semplice soldato. Arroge finalmente, che una 
gran parte dei più valorosi suoi soldati avevano tutte ie ragioni 
di lamentarsi per la smisurata prolungazione della loro capito- 
lazione. Le sue due migliori legioni erano appunto 'quelle, che 
erano state condotte in Oriente da Fiacco e da Fimbria (008) 86 
(Voi. H. p. 270). Malgrado che da ultimo, dopo la battaglia di 
Cabira, fosse loro stato assicurato il congedo da esse ben meritato 
dopo 1.3 campagne, ora f.ucullo le conduceva oltre PEufrate per 
una gui'rra, della quale non si poteva calcolare la (ine — sem- 
brava cbe si volesse tr,ill;in> |if^ggio i vincitori di Ciibira che i 
vinti di Canne (Voi. I. W il pp. 128. 1G8 ). Kia "cosa infalli più 
cbe temeraria, cbe un generalo con un si scarso iiinnoro di truppe, 
per soprappiù svogliale, come aMii;imo detto, di sua propria auto- 
rità e, strettamente pai l indr». in oppusiziune alle leggi, intraprcn- 
deise una spediziuue lu im paese lontano ed ignoto, pieno di 



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64 LIBRO QUINTO. CAi lTOLO II. 

rapidi fiumi eulì monti coperti di neve, che per la sola sua 
estensione rendeva pericolosa ogni aggressione tentata con leg- 
gerezza. La condotta di Lucuilo fu perciò biasimata a Roma sotto 
vaij aspetti e con ragione; 5:nH mto non si. avrebbe <lnvnto pas- 
sare sotto silenzio, che questo disperato procedere del coman* 
dante era slato motivato dalla stravaganza del governo, la qaale, 
se non lo giustificava, lo rendeva però meritevole di scusa.- 
LiKuito La missione di Appio Clnulio, oltre lo scopo di motivare di* 
plomaticamente la dichiarazione di guerra, aveva avuto anche 
quello di chiamare alle armi contro il Gran Re i principi e le 
città» principalmente quelle della Siria; il formale attacco successe 
^ nella primavera del Correndo T inverno .il re di Gappadocia 
aveva provveduto in silenzio alle navi da tJ:asporto; queste ser- 
virono al passaggio delfEufrate e la marcia per la provincia 
di Sofene si compi senza perdere' tempo nelPassedio dei piccoli 
luoghi sino a Tigranocerta » ove poco stante aveva fatto ritorno 
anche il Gran Re, proveniente dalla Siria, dopo dVer pel mo- 
mento sospeso il progresso de^suoi piani di conquista sui Mediter- 
raneo in grazia delle complicazioni coi Romani. Egli stava appunto 
immaginando una Invasione nelFAsia Minore romana dalla Cilicia 
e dalla Licaonia, e stava pensando se i Romani avrebbero sgom- 
brato subito FAsia o se forse presso Efeso si sarebbero schierati 
in battaglia, quando un messaggiero gli recò la notizia deirav* 
vicinarsi di LucuUo. Egli lo fece appiccare; ma la molesta 
realtà rimase quaP era. Allora lasciò la sua capitale ritirandosi 
neir intemo deirArmenìa, onde armarsi contro i Romani, ciò che 
fino allora non aveva fatto. Intanto Mitrobarzane doveva occupare 
i Romani colle truppe che aveva a sua disposiziope, e colie vicine 
Assedio tribù de^Beduini^ che in tutta fretta erano state chiamate sotto le 
batta<'iia Armi. Ma il corpo di troppe dì Mitrobarzane fa sconfitto dairan- 
_. tiguardo rotnano. gli Arabi lo furono da un distaccamento co- 
certa, mandato da Sestilio; e mentre il grand' esercito armeno, che rac- 
coglievasi nei monti al noni-est di Tigranoccrla (intorno a Bitlis), 
era tenuto in iscacco da una divi.-^ione romana avanzata, che com- 
batteva con fortuna in una vantaggiosa posizione, Luculh» spin- 
geva con fervore rasscdio di Tigranorr ila. L'inccssanU iuuugia 
di (lardi lanciati dalla guarnigione suiT esercito romano e P in- 
cendio delle macchine d'assedio con nafta fecero quivi conoscere 
ai Uomani i nuovi pericoli delle guerre combattute nell'Iran , e 
il valoroso r oniandante Maneheo lenne la città, sinché finalmente 
il granil'esrrcito regio, raccolto da tutte le parli del vasto regno e 
delle lìuiiime provincia, aperte agli anuolaiori Ainieui, saperati 



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BOVINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. Oj 

i passi al nord-esl si approssimò per lilx rare la capirle. Tassilo, 
condolliere provato nelle guerre di Milradale, consigliò di evitare l i 
battaglia e di circondare colla cavalleria la piccola scliiera romiinn, 
obbligandola cosi ad arrendersi per fame. Ma quando il re vide che 
il generale romano (il quale si era deciso di dare battaglia senza 
percit'ì levare l'assedio) sì avanzava con poco più di 10,000 uo- 
mini contro una forza ben venti volle superiore, e passava ardi- 
tamente il lìume che divideva i due eserciti, quando vide da un 
lato codesta piccola schiera « troppo numerosa per un' amba- 
sciata, troppo scarsa per un esercito », e dall'altro l' immenso 
suo esercito, nel quale incontravansi popoli del Mar Nero, del 
Caspio, del Mediterraneo e del Golfo Persico, e del quale la sola 
terribile cavalleria coperta di ferro e armata di lancie era più 
numerosa di tutto l'esercito di LucuUo, non mancando pur an- 
che la finteria armata alla romana , allora egli si decise di ac- 
cettare immediatamente la battaglia desiderata dal nemico. Ma 
mentre gli Armeni erano ancora intenti ad ordinarsi , Lucullo 
nella sua perspicacia s'accorse che essi aveTano dimenticato di 
occupare un'altbra , che dominava tutta la posiuone della loro 
cavalleria; egli con due coorti si afTrettò ad occuparla mentre al 
tempo stesso la poca sua cavalleria con un attacco di fianco di- 
straeva l'attenzione del nemico da questo movimento; e appena 
giuntovi condusse la sua piccola colonna alle spalle della caval- 
leria* nemica. Questa fu completamente sbaragliata e si gettò sal- 
rinfanleria non ancora bene ordinala, la quale senza combattere 
prese la fuga. Il bollettino del vincitore, che diceva essere ca- 
duti 100,000 Armeni e 5 Romani, e che il re, gettato da sé tur- 
bante e corona, era fuggito senza venir riconosciuto e accompa- 
gnato da pochi cavalieri, è concepito nello stile del suo maestro 
Siila ; ciò non pertanto la vittoria riportata il 6 ottobre G85 di- 
nansi a Tìgranocerta è una delle più brillanti nella gloriosa storia 
delle guerre romane; e non fu meno fruttifera che luminosa. 
Tutti *i paesi tolti ai Parli ed ai Siri! andarono in conseguenza Tutte 
di quella rotta strategicamente perduti per gli Armeni e passa- eonqui«tfì 
reno per la massima parte senz'altro in possesso dei vincitore, arm ru 
E prima di tutto la stessa nuova capitale del gran regno. ImoUi'^^*'^^''^'" 
Greci, costretti ad abitarvi , si sollevarono contro il presidio e Bori mi. 
aprirono air esercito romano le porte della città , che fu abban- 
donata al sacco dei soldati. Il satrapo armeno Magadate aveva 
levato dalla Ctlicia e dalla Siria tutte le truppe onde rinforzare 
r esercito di liberazione sotto Tigranocerta. Lucullo invase la 
provincia più settentrionale della Siria Commagene e prese d'as- 
Sloria Rmana, Voi. lU. 8 



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LIBRO Qi'lKTO, CAPITOLO ÌU 

salto la capitale Samosata; egli non giunse nella Siria propria- 
mente detta , arrivarono però a luì ambasciatori spediti dai di* 
na$ti e dai comuni sino al Mar Rosso, Elleni, Sirii, Giudei.Arabi, 
per rendere omaggio ai Romani quai nuovi sovrani. Persino 
fi principe di Corduene, provincia situata a levante di Tigrano- 
certa, fece la sua sommessione. In Nisibi per contro » e quindi 
in Mesopotamia , si sosteneva Gura, fratello del Gran Re. Dap- 
pertutto presentavasi Lacullo come protettore dei prìncipi e dei 
cittadini greci; nella Commagene mise sul trono un principe della 
famiglia dei Seleucidi, Antioco; egli riconobbe come re della Si- 
na Antioco TAsiatico, che era ritornato in Antiochia dopo la par- 
tenza degli Armeni ^ permise ai coloni stabiliti per forza a Ti- 
graiìocerta di tornare nei rispettivi loro paesi. Le immense prov- 
visioni e i tesorì del Gran Re — 30 milioni di medlmni dì fnimeBto 
e nella sola Tigranocerta 8000 talenti in danaro(circa S0,000,000 
di lire) — misero LucuUo in istato di sostenere le spese della 
guerra senza ricorrere al pubblico tesoro e di assegnare a eia* 
scheduno de^suoi soldati oltre un abbondantissimo trattamento 
un dono di 800 denari (circa L. 800). * 
l ui lite n Gran Re era profondam^ite umiliato. Egli aveva un carattere 
debole, tracotante nella propizia fortuna, sbigottito nell'avversa; 
'forse poteva aver luogo tra lui e LucuUo un accomodamento, che 
ambedue avevano tulli i motivi di accettare: il Gran Re facendo gravi 
sagrifìci^il generale romano a condizioni discrete, se non vi fosse 
slato il vecchio Mitradate. Questi non aveva presa parte ai com- 
battimenti solto le mura di Tigranocerta. Per la tliscordia laes- 
sassi tra il (iran Re ed i Romani, lascialo libero dopo venti mesi 
70 di prijrionia verso la metà dti (>8i, Mitradate era stalo mandalo 
alla testa di 10,000 cavalieri aimeni neiraniioo suo regno, ond« 
minacciare le comunicazioni del nemico. Riclii.inialo, ancora pri- 
mi ch'egli avesse potuto fare qualche cosa, allorch»' il (jranRe 
raccoglieva tutte le sue forze per liberare la capitale da lui fon- 
data, gli VLiiiìero incontro al suo airivo dinanzi Tiìcranocerta le 
colonne che fug^nvaiio dal campo di baJtaL-iia. Dai «iran Re snio 
al semplice gregario, a lìiili pareva ogni cosa perduta. Se però 
Tigranc avesse fallo allora la pace , Mitradate non ioio perdeva 
r ultima speraqza di riavere il suo regno, ma la sua conse^^'na 
sarebbe stala senza dubbio la prima fondizione della pace; e 
Mitradate era ben certo, che Ticfrane non avrebbe aerilo diversa- 
mente con esso, di quanto avea fatto Boera con iiiugurla. Egli 
impiegò quindi tulli i suoi mezzi per impediie un ^i{la^to acco- 
modamento e per decidere la corte armena a continuare la guerra, 



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DOMISrO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. 67 

neili quale egli nulla aveva a perdere e tulio a j-'iiada^nare ; e, 
benché fuggitivo e iletroniz/ato, la sua iiillucnza a corte non era 
poca. Egli era tuttora un uomo di bella e nobile presenza, e, seb- 
hrne conlasse olire i sessant'anni, soslenevasi a cavallo in com- 
pleta «matura, e nella mischia era tale da stare a petto di chi 
die sia. Sembrava che gli anni e le avversità avessero ritemprato 
il suo spirito: mentre egli nei tempi anteriori faceva guidare gli 
«serciti da' suoi condottieri e non prendeva immediata parte alla 
(toerra, lo troviamo ora nell'età senile comandare e pugnare lai 
«tesso. Avendo durante il cinquantenne suo regno assistito a tante 
cata0ln>fi,1litiidate non considerava la causa del Gran He come 
perduta per la sconfitta sofferta a Tigranocerta; anzi giudicava 
assai critica la posizione di LucQÌlo,e qualora non si facesse la 
pace e si continuasse la guerra in modo migliore la riteneva 
molto grave. L' esperto vecciiio , che faceva quasi da padre al Rior^^u 
tìran Ee, e che ora si trovava in grado di esercitare personal- a^^ltn 
menìeit sBa inteensa sul medesimo, vim colla sua energia Tnomo " 
fiacco e lo indusse ooq solo a continuare la guerra, ma ad affi> 
dare altre^^i a lui slesso la direzione petitica e militare della me- 
desima. Quella guerra di gabinetto doveva ora cambiarsi in una 
guerra nazionale asiatica; i re ed i popoli dell'Asia dovevano 
unirsi contro i prepotenti ed orgogliosi occidentali. Furono fatti 
i più grandi sforzi per riconciliare gli Armoni ed i Parti e per 
decìderli alla comune lotta contro Roma. Dietro sollecitazione di 
Mitradale Tigrane si offrì di restituire ail'Arsactde Fraate il Dio 
(regnava dal 684) le provincie conquistate dagli Armeni^ la Me* 70 
sopotamia, Adiabene e le « grandi valli >,edi stringere con esso 
pace e amicizia. Ma dopo tutto quello eh* era avvenuto codesta 
offerta non poteva essere accettata favorevolmente; Fraate preferi 
dì assicurarsi il confine dell' Eufrate piuttosto trattando coi Ro- 
mani che non cogli Armeni, e di stare a vedere come Todioso 
vicino e V incomodo straniero si andassero fra loro distruggendo. 
Con maggiore successo che ai re, si volse Mitradate ai popoli deiro- 
riente. Non fu oa cómpito difficile di rappresentare quella guerra 
come una guerra nazionale dell* Oriente contro TOccidente, poiché 
e^sa era tale; e la si poteva anche dire guerra di religione e 
«pargere la BOtizia, che la meta cui mirava Tesercito dlLucullo 
pra il tempio di Manea 0 Anaiti in Elimaide (r odierno Luri- 
.«lan), il più celebrato e più ricco santuario di tutta la valle del* 
l'Eufrate (*). A torme accorrevano da presso e da lungi gli Asia- 

(') t poco probabile cbe Cicerone { àe in^. Hmp. 9 , 33 ) intenda parlai^ 



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68 LIBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

tici solili le insegne dei re, che li chiamavano a difendere To- 
ripnte e l i ^uoi Dei contro gli empi stranieri. Se non che i falli 
avevano ja iìN i(o. che il solo ammassare immen«n quantità di truppe 
era cosa nini soliaalu iniiiile, ma die anzi coi mellervi insieme le 
schiere aggucrrile e disciplinate queste divenivano inservibih e 
dalle altre venivano tratte nella generale rovina. Milradatc si 
sforzò prima di tutto ad organizzare l'arma, che era la più de- 
bole presso gli Occidentali e la più gagliarda presso gli Asiatici , 
la cavalleria; nel nuovo esercito da esso ordinalo la metà della 
truppa era a cavallo. Pel servizio a piedi egli scelse con ogni 
cura dalla massa dei coscrilli o dei volontarj gli adatti e li fece 
addestrare da' suoi ufficiali pontici. Il considerevole esercito, che 
ben presto si trovò di bel nuovo sotto le insegue del Gran Re, 
non era però destinato a cimentarsi alla prima occasione sul 
rampo di battaglia coi veterani romani, ma doveva limiuirsi alla 
difesa e alla guerra alla spicciolala. Già nelPullima gut ira com- 
battuta nel suo regno Mi i t ifiate aveva adottalo il sistema di ri- 
tirarsi, evitando ogni battaglia; anche questa volta fu svenila la 
stessa tattica, e pel teatro della guerra fu scelta l'Arnit'nid prò- 
priuiiriite delta, il paese avito di Tigrane, non ancori tocco dal 
nemico, e che per la topografica sua condizione non meno che 
pel patriotismo de* suoi abitanti si confaceva eccellentemente per 
IIaI^o questo modo di guerreggiare. — L'anno C80 trovò Lucullo io 
,..i;itro ""'"^ posizione difficile o che andava facendosi sempre più sca- 
*neiu' ^ hrosa. Ad onta delle brillanti sue vittorie in Koraa non si era 
rapiuie per nulla contenti di lui. Al Senato pesava il suo modo arbitra- 
*serclto procedere; il partito dei capitalisti, da lui profondamente 

oiTeso, poneva in moto tutti i mezzi della cabala e della corru- 
zione per ottenere il suo richiamo. Nel foro della capitale si gri* 
dava tutti i dì a torto o a ragione contro il generale temerario, 
avIdOf antiromano, reo d'alto Iradimenlo. Alle lagnanze soli' ac* 
cumulamento di un polare cosi smisurato, di due ordinarie Pro- 
vincie e di un importante comando straordinario nelle mani di 
un tal uomo, il Senato aveva già ceduto destinando la provincia 
d^Àsia ad uno dei pretori, la proviacia della Cilicia insieme con 
tre legioni di nuova formazione al console Quinto Marcio he e 
limitando il supremo duce al comando contro Mitradate e contro 

d' altro che di uno dei ricchi templi dell' Elim.iido. ai qn.ili diripevansi ref?o- 
larmrnte le scorrerie dei re di Siria e della Partii fsir ibone IG , 744; Poiib. 
31, 11; Maccali. 6 e in altri luogiii),e verosinuiiueide intenda parlare di que* 
tU scorreria, come dèDa più nota; in nessun caso deve supporsi cbe sia il 
tempio di Comsna o In genere un santusiio del regno pootico* 



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DOMIHIO DELLA RESTAURAZIOKB DI 8ILLA. 69 

Ttgrane; » Queste acease elevatesi In Roma contro LttcdUo tro- 
varono ttn perìeoloso eco nei quartieri soli* In e sul Tigri; e 
tanto plà, ehe alcuni officiali, e fra questi lo stesso cognato del 
supremo duce, Publio Glodio^ sobillavano in questo senso i sol- 
dati. La vo:e^ sparsa senza dubbio espressamente da questi, che 
LttcuUo volgesse nella mente il pensiero di far seguire alla guerra 
pontìco-armena una spedisìone contro 1 Parti, alimentava T irri- 
tazione delle truppa — Mentre però il malumore del governo e 
dei soldati minacciava il vittorioso duce col ricbiamo e colla sol- 
levazione, egli, come il giuocatore disperato^ continuava raddop- 
piando la messa e crescendo di ardire. Egli non andò a dir vero Lueutlo 
contro i Parti; ma vedendo che Tìgrane nò si decideva a fare la|*jS^a.' 
pace^ né, come desiderava Lucullo, osava scendere in campo per 
una seconda battaglia decbiva, si decise di lasciare Tigranocerta 
e di recarsi, attraversando la scoscesa provincia montuosa sulla 
riva orientale del lago Yan, nella valle dell'Eufrate orientale (o 
Arsania, ora Morad Tschai) e da questa in quella deir Arasse, 
dove, sulla china settentrionale dell" Ara rat trovavasi Artassata, 
capitale dell'Armenia propriamente dettateci palazzo ereditario ecol 
serraglio del re. Minacciando T avita residenza del re egli spera- 
va di costrìngerlo ad accettare la battaglia o strada facendo o sotto 
le mura di Artassata. E siccome era assolutamente necessario di 
lasciare una divisione sotto Tigranocerta , ed era impossibile di 
indebolire ulteriormente V esercito mobile, altro non rimase a 
fare se non diminuire le guarnigioni del Ponto e far venire 
di \h delle truppe a Tigranocerta. La principale difflcoltr'i per 
imprese militari era però nell'Armenia la breve durata deirestate. 
Suiraltipiano armeno, oltre oOOO piedi sopra il livello del mare, 
geriiìOfTiia presso Erzerum il grano solamente in principio di 
^ugno e col ricollo, che ?iiccede in settembre, comincia già Tin- 
verno; tutt'a4 più in quattro mfsi dovevasi raggiungere Artassata 
e la rampnc^nn doveva essoro terminata. — LucuUo parti da Ti- 
granocerta a mezzo estate del 680, e nrrivù, senza dubbio altra- 
verso la valle bagnala dal Carasu (liumeche in direzione sud-est 
sbocca nel braccio orientale delF Eufrate), Tunica che congiunga 
ii piano della Mesopotamia colP ultipinno delF Armenia infe- 
riore, suiraltipiano di Musch e all' Eufrate. La marcia, molestala 
di continuo da incomodissime scaramuccie colla «^■^valleria ne- 
mica e particolarmente dagli arcieri a cavallo, procedeva lenta, 
ma senza notevoli intoppi: ed anche li passaggio dell'Eufrate, 
difeso seriamente dalla cavali* ria armena, fu forzato con un fe- 
lice combaltimento; l' infanteria armena si mostrò, ma non potè 



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70 LIBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

essere tratta nella lotta. Cosi giunse Tesercito al vero altipiano 
4eirAmenia e continuò la sua marcia neir interno di quel paese 
sconosciuto. Non si aveva sofferto nessun vero sinistro a^ri lf iite; 
ma il solo inevitabile ritardo della marcia causato dalle difficoltà 
del terreno e dalla cavallerìa nemica, erano già un danno sensi" 
T.ut uiio bilissimo. Molto tempo prima di giungere ad Artassata era venuto 
'iléHa^ rinvemo; e quando i soldati italiani si videro in mezzo alla neve 
M« .sopo- ed al ghiaccio, Tarco troppo teso della disciplina militare si ruppe, 
lanua. sollevazione obbligò il generale di ordinare la ritirata, 

che esso esegui colla sua solita destrezza. Arrivato felicemente 
al piano, ove la stagione permetteva ulteriori imprese, LucuUo 
passò il Tigri e si gettò con tutta la massa nel suo esercito su 
NjMbi Nisibi capitale della Mesopotamla armena. Il Gran Re, reso ac- 
' ^iXt dairesperienza fatta sotto Tigranocerta, abbandonò la città 
a sé stessa; la quale malgrado una valorosa difesa fu dagli as- 
sediami presa d'assalto in una notte oscura e piovosa e Tesercito 
di LucuUo vL trovò un bottino non meno ricco e quartieri dUn* 
cornhatu- verno non meno comodi delio scorso anno in Tigranocerta. Ma 
■e" Ponto questo frattempo tutta la forza deirolTensiva nemica cadde 
sui deboli corpi romani nel Ponto e presso Tigranocerta. Qui 
Tfgnno- Tìgrane costrìnse il comandante romano Lucio Fannio quello 
«"orta. stesso che prìma aveva fatto il mediatore tra Sertorìo e Mitra- 
date (V. 83. 60) ^ a gettarsi in una fortezza, ove lo tenne asse- 
diato. Nel Ponto entrò Hitradate con 4000 cavalieri armeni e 4000 
propn, e qual liberatore e vindice chiamò sotto le armi la na- 
zione contro il nemico del paese. Tutti accorrevano; t soldati 
rìomani dispersi furono dappertutto presi e ammazzatì,e allorquan- 
do Adriano comandante romano nel Ponto (y. p. 59) condusse le 
sue truppe contro di lui, gli antichi mercenari del re e i molti 
Ponticì, che seguivano r esercito come schiavi, fecero causa co- 
mune col nemico. Due giorni di seguito durò rirtlguale lotta; 
solo la circostanza, che il re dopo ricevute due ferite dovette es- 
sere trasportato fuori del campo di battaglLi, forni al comandante 
romano la possibilità d'inteirompere la battaglia considerata come 
perduta, e di gettarsi colle poche reliquie della sua gente a Ca- 
hira. Un altro dei luogotenenti di LucuUo, che venne per caso 
in questa regione, il risoluto Triario, raccolse bensì ancora una 
mano di soldati e diede al re un felice combattimento; ma egli 
era troppo debole per ricacciarlo dal suolo ponttco e dovette la- 
07 sciare che il re prendesse ì*suoi quartieri d'inverno in Comana. 
RiUrata Venne la primavera del 687. La concentrazione deir esercito 
ii pouio. in Nisibi, Tozio dei quartieri d'inverno, la frequente assenza del 



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DOMINIO DELLA RESTAL*RAZ10N£ DI SILLA. 71 

generale avevano intanto accresciaio rindisciplìnatezza delle truppe: 
esse non solo domandavano eon violenza di essere ricondotte in 
patria, ma era oramai abbastanza evidente, che, se il generale vi 
di rifiutasse, esse sarebbersi levate da sé. Le provvisioni erano 
scarse; Fannio e Triario nella triste loro posizione chiede\*ano 
istantemente ajuto.dal generale. Col cuore addolorato si decise 
Lncnllo di cedere alta necessità, e, rinunciando a Nisibi e Tlgra- 
nocerta e a tutte le briltantl speranze della sua spedizione ar* 
mena, a far ritorno sulla destra sponda dell' Eufrate. Fannio fu 
liberato; ma pel Ponto era gi^ troppo tardi. Triario, non abba- 
stanza forte per misurarsi con Mitradate , aveva preso una forte 
posizione presso Gaztursa (Turksol suUMrì a ponente di Tokut) 
lasciando il bagagliume presso Dadasa. Ma avendo Mitradate po- 
stò l'assedio a Dadasa, i soldati romani, che videro esposto il loro 
bagaglio, obbligarono il loro condottiere ad abbandonare la sua 
sicura posizione e a dare battaglia al re sulle alture tra Ga- 
zìursa e Ziela (Zilleh). Avvenne ciò che Trìario aveva preveduto: sconfitta 
malgrado la piA valorosa difesa Tata comandata in persona dal domani 
re ruppe la linea dei Romani e spinse la fantertaromanainuna v^^^<i 
gola melmosa, ove non poteva né avanzare né retrocedere, e Zì^ 
(love fu senza pietà fatta a pezzi. Un centurione romano ave- 
va a dir vero ferito il re mortalmente sacrìflcando la propria 
vita ; ma la sconfìtta non fu perciò meno completa. Il campo 
romano fu preso; il fiore della fanteria, quasi tutti gli ufficiali 
e sollouflìciali coprivano il suolo; i cadaveri rimasero sul campo 
insepolti, e arrivato Lucullo sulla destra sponda dell'Eufrate non 
ebbe la dolorosa notizia da'* suoi, ma dajili indigeni. Mano a 
mano con questa sconfitta scoppiò la congiura mililan». In 4110.-10 
punto venne da Roma la notizia, che il popolo aveva deciso di accor- 
dare il congedo ai soldati che avevano terminalo gli anni di 
servizio, vale a dire ai soldati di Fimbria, c di conferire ad uno 
dei consoli del corrente anno il supremo comando nella Hit a 
^ nel Ponto; il coasole Manie Acilio Già brio , successore di Lu- 
tallo, era già approdato nell'Asia Minore. Il congedo delle più 
valorose e più inquiete legioni ed il riclnaino del su))remo duce, 
nonché l'impressione prodotta dalla sconfitta presso Ziela rilas- 
sarono neir esercito lutti i vincoli deiraulorità, e appunto (juanfìo 
il generale ne aveva il massimo bisogno. Egli si trovava presso 
Talaura neir Armenia Minore a fronte dello truppe pontiche, alla 
lesta delle quali Mitradate di Media, .uucero di Tigrane, aveva 
j.;ià dato ai Romani un felice combattimento; e appunto a questa 
volta trovuvasi in marcia, proveniente dair Armenia , la forza 



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72 LIBRO QVIlfTO, CAPITOLO IL 

pi inciiiile del Gran Re. Lucullo mando ju^r ajuto al nuovo go- 
vernatore della Cilicia naiiito Marcio, il «luaie recandosi con Ire 
legioni nella sua provincia era arrivato appunto allora nella Li- 
caonia ; quesli rispose, che i suoi soMni ^l i ni alavano di andare 
in Armenia. M^indò a Glabrio pregandolo di assumere il comando 
stipremo conferitogli «lai popolo; questi mostro ancor nono voglia 
di entrare in una posrzione resasi cosi difficile e pericolosa. Co- 
stretto a conservare il supremo comaiido, Lucullo per non dover 
rombaflere presso Tilaura al tempo stesso contro gli Armeni e 
contro i Poutici, comandò di marciare alP incontro dell' esercito 
liichorc armeno che si approssimava. I soldati ubbidirono al comando; 
'^vpr*^ ma arrivali al bivio, onde una via conduce nelT Armenia, Tallra 
MInorc "^^^'^ Cappadocia, la massa delPesercito s'incaminò su questa, e 
si portò nella provincia d'Asia. (Jui giunti, i Fimbriani chiesero 
r immedialo loro congedo; e sebbene dietro le istanti preerhiere 
del supremo duce e degli altri corpi essi ne desistessero, dicbia- 
rarono che, avvicinandosi T inverno senza che avessero a fronte 
un nemico, essi si sarebbero sciolti , o cosi avvenne. Mitradate 
non solo rioccupò cjuasi tutto il suo regno; ma i suoi cavalieri 
scorsero tutta la Cappadocia sino ai conlini della Biiuii i: indarno 
si volse re Ariobarzane tanto a Quinto Marcio, (luanto a Lucullo 
c a Glabrio colla preghiera di soccorrerlo. Fu un esito strano e 
quasi incredibile di una guerra sostenuta tanto gloriosamente.Ove 
si voglia aver riguardo alle sole imprese militari , non >' lia un 
generale romano, il quale abbia fatto tanto con si pochi mezzi 
quanto Lucullo; sembrava che il talento e la fortuna di Siila 
fossero passate in eredità a questo suo scolaro. La ritirata del- 
l'esercito romano, nelle condizioni in cui si trovava, e il suo ar- 
rivo incolume neir Asia Minore devesi considerare come un' o- 
pera noiiitare meravigliosa, che, per quanto noi passiamo giudi- 
care, sorpassa di gran lunga la ritirata di Senofonte, ^e che si 
deve però primamente attribuire alla solidità del sistema mili- 
tare dei Romani e alla inabilità degli Orientali, ma ciie sotto 
tutti i rapporti assicura al duce di questa campagna nn nome 
onorevolissimo fra le capacità militari di primo rango. Se il^no^ 
me di Lucullo non ó d'ordinario ricordato tra queste, se ne deve, 
secondo tutta V apparenza, cercare la causa soltanto nella circo- 
stanza, che da un lato non é pervenuta sino a noi nessuna, l>en- 
chè meschina, relazione militare sulle sue campagli, e dairaltro» 
che in tutte cose, e particolarmente In quelle di guerra, si guarda 
anzi tutto al risultato Onale, e questo rassomigliava certamente 
ad una completa sconfitta* Colla u(iima malaugurata piega delle 



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DOUlTilO DELLA RESTAURAZIONE DI SILLA. 73 

cose e panicolarmente ia grazia della sollevazione dei soldati, 
latti ì saccessi di una guerra di otto anni erano andati di nuovo 
perduti, e neli' inverno del 687/8 i Bomani si trov nano appunto 67/9 
alla stessa condizione come neir inverno del 679/80. 78fi 

La guerra marittima fatta ai pirati non ofTriva migliori risultati Guerrj 
di qaella sul continente, la quale era cominciata contemporanea- pjjl^fj^ 
mente e si era mantenuta sempre con quella in islretta relazione. 
Abbiamo già narralo (V. p. 54) come il Senato nell'anno 680pren- 74 
(lesse la giudiziosa risoluzione di incaricare un solo ammiraglio in 
rapo di purgare i mari dai corsari e di conferire questa carica al 
pretore Marc' Antonio. So non che già alla bella prima i senatori 
A erano ingannati nella scelta del capo, o, per dir mef^l io, coloro, 
che avevano appoggiato questa in sò convenevole misura , non 
avevano considerato, elio nel Senato tutte le qnistinni personali 
si deridevano per Tinlluenza di Publio Celego (V. p. il ) od altri 
simili riguardi di consorterìa. Avevano inoltre mancato di for- 
nire lo scelto ammiraglio di n;^vi e di danaro in modo confacen- 
te alla sua missione ; talclu'' in grazia delle enormi recjaisizioni 
ojli riesci quasi altrettanto molesto ai provinciali quanlo ai cor- 
sari. I risultati furono corrispondenti. Nelle acquo della Campania 
Antonio prese colla sua flotta parecchie navi corsali. Coi Cretesi, Scuoiitia 
i quali erano amici od alleati dei pirati, e, da Antonio invitati a Ant'mio 
sriofrliersi da que'rypporlit avevano risposto con arroganza, si 
venne a roniljotlimejilo ; c le catene, che il previdente Antonio 
aveva disposto sullo proprie navi onde sciMrsrne pei (libu- 
sticrì falli prigionieri, servirono per li i^ ii n il iiueslore e gli altri 
prigionieri romani agli alberi delle conquistale navi romane al- 
lorquando i generali cretensi Lastene e Panare ritornarono trion- 
/anli a Cidonia dopo la battaglia navale data ai Romani presso 
la loro isola. Dopo d'avei e sciupale somme immense collo sventato 
suo modo di guerreggiare, e non aver ottenuto il minimo risul- 
tato. Antonio mori a Greta Tanno 683. 11 calino successo della 71 
.spedizione di Antonio, la spesa per la costruzione della tlot- 
ta , e in parte l'avversione deir oligarchia ad accordare qual- 
siasi pia eslesa competenza n\ funzionari, fecero si, che, termi- 
nata di fatto quesiMmpresa colia morie di Ant iruo, non si pro- 
cedette più alla nomina d"un altro ammiraglio in capo e si ri- 
tornò alla massima antica di lasciare ad ogni goveriiaiure nella 
sua provincia ia cura di siailicare la pirateria ; nel modo che. a 
ragion d' esempio, la llotta messa assieme da Lucullo (V. p. o7j 
agiva nel M;ìii' i^geo. Solo per qiuinto concerneva i Cretensi, Guerr.* 
par\e anche a quella stirpe Uegenciaia che ad uno smacco, come 



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Ti unno quinto, capitolo ii. 

quello sofferto presso Ciilonia, non si potesse rispondere eli e co« 
una dichiarazione di guerra. Sarebbe però quasi riuscito agli am- 
7<> basciatori crelensi, venuti nel 68i a Roma colla preghiera, di vo- 
ler riprendere i prigionieri e di ripristinare P antica alleanza di 
uttenere una fevorevole risoluzione dal Senato; poiché ogni sin- 
golo senatore era pronto a concedere per danaro sonante ciò che 
rìQtiero collegio chiamava una vergogna. Soltanto do{)o che una 
formale risoluzione senatoria ebbe dichiarato non alti a procedura 
^ii imprestiti degli ambasciatori crelensi presso i banchieri ro- 
mani, cioè dopo che il Senato si era posto neirimpOMlfaiUtà di 
lasciarsi corrompm» comparve il decreto, che i comuni creteo», 
ove pur volessero evitare la guerra , avessero a consegnare ^i 
Romani per la conveniente punizione, oltre i disertori, gli autori 
della malvagità commessa presso Cidonia, i condottieri Lasteru» 
e Pann re, avessero a rimettere inoltre tutte lo navi e tutti gli 
schifi da quattro e più remi, consegnare 400 ostaggi e pagare una 
multa di 4000 talenU (circa L. 22^75,000). Avendo gli. ambascia- 
tori dichiarato di non essere autorizzati ad accettare codeste 
condizioni, uno dei consoli dell* anno seguente fu incaricato, doi» 
Mett'Ho spirato il suo termine, di recarsi a Creta, onde ricevere in conse- 
Creta, gna quanto erasi richiesto, oppure incominciare la guerra. In cm- 
<i6 formità di che nel 686 comparve il console Quinto Metello neli^ 
acque cretensi* I comuni deir isola, e primieramente le città più 
ragguardevoli di Cortina, Gnosso e Gidonia, erano risolute di di- 
fendersi colle anni piuttosto che adattarsi a quelle esorbitanti 
pretese. I Cretesi erano un popolo perverso e degenerato (Volli ; 
p. 60), la cui vita pubblica e privata era cosi intimamente le» 
gata alla pirateria, come il ladroneccio lo era a quella dellt 
i^pubbUca degli Etoli; ma essi rassomigliavano agli Etoli con» 
«otto molti altri aspetti cosi anche nella prodezza, e furono io* 
fatti questi due Stati greci i soli, i quali abbiano soslemilo 
coraggiosamente e onorevolmente la lotta per V indipendenza* 
Presso Cidonia, dove Metello fece sbarcare le sue tre legioni» eri 
pronto per riceverlo un esercito cretense di 84,000 uomini co> 
mandati da tastane e da Panare ; si venne ad una battaglia in 
campo aperto, nella quale dopo una durà lotta la littoria rioiass 
«i Romani. Ma le città bravavano ciò nulla stante 11 generale ro- 
xnano dietro le loro mura; Metello dovette risolversi ad asse- 
4liarle Tuna dopo Taltra. La prima ad arrendersi fu Cidonia, ì^i 
€ui si erano salvati gli avanzi dello sconfitto esercito; dopo un 
lungo assedio ne furono aperte le porte da Panare, che ottenns 
per sé libera la sortita. Lastene, che era fuggito dalla città» ^ 



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DOMLNiO D£LLà RESTAURAZIONE DI SILLA* 75 

Tette venire assediato una seconda volta in Gnosso , ed essendo 
anciie questa fortezza vicina ad arrendersi , egli distrusse i suoi 
tesori ed evase ancora recandosi in siti, i quair, come Licto,Eleu* 
tema ed altri , continnarono a difendersi. Passairono due anni' 
(68ft. 6B7) pHma che Metello si rendesse padrone di tatta risola 68. 07 
e con questa T ultimo pezzo di terra greca libera venisse in po- 
tere dei Romani. I comuni cretensi, che primi fra i gl'eoi ave- 
Tiao dato sviluppo alla libera costituzione urbana ed alla signo- 
rìa dei mari, dovevano essere anche gli ultimi di tutti quegli 
Stati maritUffll greci , che avevano fatto corona al Hediterra* 
neo, a soggiacere alla potenza continentale romana. — Tutte le 
condizioni legali erano adempiute, onde celebrare un altro pom* 
poso trionfo; la famiglia dei Metelli ai suol fasti macedoni , nu- 
midici , dalmati e balearici , poteva con eguale diritto aggiun- 
gere i cretensi e Roma aveva un nome splendido di più. Ciò non > 
ostante r autorità dei Romani nel Mediterraneo non fu mai più ^ n^ì 
meschina, quella dei pirati mai più brillante che in questi anni. ^'^.^^H' 
I Cilici ed i Cretensi che stavano sul mare, ì quali dìcesi con- 
tassero in questi tempi sino a 1000 navi , potevano benìssimo 
beffarsi deirisaurìco non meno che del Cretense e delle meschine 
loro vittorie. Abbiamo già narrato con quale energia i pirati agi5^ 
sero nella gaerra mitradatica e come le città marittime del Ponto 
nella pertinace difesa derivassero le migliori forze dai corsari. Ma 
questi facevano anche per conto proprio non meno grandiosi affari 
(Joan alla vista della flotta di Lucul lo sorprese il pirata Atenodoro 
aeiranno 68S V isola dì Dolo, ne distrusse i eelebratissimi san- 69 
toari e templi, e condusse in ischiavitù tutta la popolazione. L*i- 
sola di Lipari, non lungi dalla Sicilia , pagava ogni anno ai pi- 
rati un tributo fisso, onde essere preservata da sìmiglianti inva- 
sioni. Un altro capo di pirati, Eracleone, distrusse nel 6S2 la 
squadra annata in Sicilia contro di lui, e gli bastò r animo di 
entrare nel porto di Siracusa con soli quattro schifi scoperti. Due 
anni dopo il suo collega Pirganione scese nello stesso porto a 
Whra, vi si stabili e fece fare delle scorrerie neir interno deii' i- 
sola sino che il governatore romano l'obbligò finalmente a rim- 
barcarsi. Era oramai abitudine, che le Provincie armassero delle 
squadre e che mantenessero dei guarda-coste o almeno contri- 
buissero per le une e per gli altri, epperò i pirati venissero ciò 
non ostante a saccheggiare le provincio colla sfessa regolarità 
ome i governatori romani. Ma codesti sfrontati ladiom non ri- 
spettavano ormai più nemmeno il sacro snolo il' Italia: essi ru- 
Uiouo a Crotone il tesoro nei tempio dell'Era lacinia; appro- 



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76 LIBRO QUINTO, CAPITOLO U. 

fbrono a Miseno, a Gneiii, nei porti dell' Etruria e nella slessa 
Uslia ; condussero seco loro couio luigionieri i più distinti fun- 
zionar] romani, fra gli altri P ammiraglio della Cilicia e due pre- 
tori con lutto il loro seguito, colio tremende scuri e coi fisii 
con tutti i dislinlivi della loro carica; da una vi Un presso Miseno 
rapirono la stessa sorella (ieir ammiraglio in capo Marcantonio, 
incaricalo delia distruzione dei pirati, e distrussero nel porlo d'O- 
stia la flotta armata conlfessi e comandata da un console, li 
contadino latino, il viaggiatore sulla via Appia. il ricco signore 
che andava a prendere i bagni nel paradiso terrestre di Baja. non 
erano un sol momento siciiri delie robe loro e della loro vita : 
stagnava ogni traffico, ogni commercio; la più terribile carestiii 
regnava in Italia e specialmente -nella capitale, che si nutriva dei 
frumento di oltmmare. I contemporanei eia storia abbondano di 
lamenti intorno ali* insopportabile miseria. 
Movimenti Fin ani abbiamo narrato come il Senato restauralo da SilU 

jichiavj. provvedesse alla guardia dei confini in Macedonia, alla clienteli 
dei re vassalli deir Asia Minore e alla polizia del mare; i risal- 
tati non erano in nessun luogo soddisfacenti. Non migliori suc- 
cessi ebbe il governo in un altro forse più urgente affare, nella 
sorveglianza del proletariato delle Provincie e sopra tutto dell'I- 
talia. Il cancro del proletariato degli schiavi rodeva le midolla di 
tutti gli Stati deir antichità e tanto più quanto maggiormente 
erano in flore ; poiché la potenza e la ricchezza nelle condisinoi, 
in cui erano allora gli Stati, portavano regolarmente ad uno spro- 
porzionato aumento nel numero degli schiavi. Era naturale cIk' 
Roma ne soffrisse le conseguenze più duramente che qualsiasi 
altro Statti dell'antichità. Già il governo del sesto secolo aveva 
dovuto mettere in campo delle truppe contro le bande d# 
schiavi pastori ed agricoltori chVano fuggiti. Il sistema delle piaa- 
tagioni, adottato dagli speculatori italici in sempre maggiori pro- 
porzioni, aveva aumentato airinflnito il pericoloso male; nei 
tMipi delle crisi dei Grachi e di Mario ed in lanetta relazione 
colle medesime erano succedute delle sollevazioni dì schiavi in 
parecchi punti dello Stato romano, ed in SiciliaOTol. II. pp. 74^76. 
Ì37441) ne erano persino derivate due sanguinose gaen» 
(eiMtt e 6S9-654). Ma 11 decennio del governo della résUnn* 

^'^^^ zione dopo la morte di Siila fu Tetà dell'oro cosi pel flibasUeii 
in mare come^er le bande d'egual genere in terra ferma, e 
principalmente nella penisola italica sui allora relativamente ab- 
bastanza bene ordinata. una sicurezza pubblica in Italia non 
ai poteva nemmeno più discorrere. Nella capitale e nei teiritorii 



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DOMINIO DELLA RESTAI n.UiO!«B DI SILLA. 77 

meno popolati Italia i forti si succedevano senza posa e fre* 
«laenti erano gli assassini!. Contro il rapimento denomini schiavi 
e liberi fa — forse in quesC epoca — emanato uno speciale ple- 
biscito; contro la violenta espropriazione di terreni fa di questi* 
tempi introdotta una nuova procedura sommaria. Questi delitti , 
dovevano apparire pericolosi particolarmente per ci6 che essi 
erano bensi d* ordinario commessi dai proletari, ma vi parteci- 
pavano in grandi proporzioni» come autori morali ed interessati 
nel guadagno, anche individui della classe elevata. E particolar- 
mente il ratto di uomini e Papproprìazione delle terre succedevano 
assai frequentemente per opera dei sovrintendenti delle grandi te- 
nute evenivano eseguiti col messo delie schiere di schiavi sovente 
armati, che nelle medesime si raccoglievano; e parecchi perso^ 
naggi assai rispettati non {sdegnavano di accettare ciò che qual- 
CQDO de'*zelanti loro aguzzini loro procacciava nella stessa guisa 
come lleflstofele tolse di vista a Fausto i tigli di Filemone f). Co- 
me stessero le cose è dimostrato dalle maggiori pene introdotte 
verso il 676, pel delitti commessi con bande armate contro la 7a 
proprietà da uno dei migliori ottimati. Maree Lncullo, nella sua 
qualità di preside delP amministrazione della giustizia nella ca- 
pitale , eolla mira manifesta di costringere i proprietari delle 
grandi greggio di schiavi ad esei^itare sai medesimi una più se- 
vera sorveglianza col pericolo di vedersene spossessati Là dove 
si rubava e si assassinava per ordine dei signori, codeste masse 
di schiavi e di proletari avevano bel giuoco a fare altrettanto 
pioprio conio ; bastava una scintilla per far avvampare la 
terrìbile materia infiammabile e per mutare il proletariato in un 
esercito insurrezionale. L' occasione non si fece aspettare. — I Guorra 
corabaltimenli <le' gladiatori, che allora occupavano il primo rango friadi'a(„ri 
tra i divorlimenli popolari in Italia , avevano fallo sorgere mol- ij»^ 
lissimi stabilimenti, particolarmente in Capua e suoi contorni, 
nei quali si custodivano o si istruivano quegli schiavi, elio per 
divertire il popolo sovrano erano destinati ad uccidere o ad es- 
sere uccisi. Erano per lo piii valorosi prigionieri di guerra, i 
qoali non eransi dimenticati di avere altre volte combattuio con- 
tro i Kumani sul campo di battaglia. Un certo numero di questi 



n V. r atto quinto d«Ua Iragadla di tMHbe • Fausto • parte seconda, in 
fui è (atto cenno del tigli tanto cari a Flleinona e Band fatti sparire da Me- 

ftstofele. rNotn del Trad. ). 

(") Da questa» dispnsij'ioni si sviluppò l idci della rnpina come d'un delitto 
speciale, mentre i uiUico diritto comprendeva la rapina nel turto. 



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78 LIBRO OUINTO, CAPITOLO IL 

''ò uomini disperati fuggi (081) da una di tali scuole in Capua e 
s4 portò sul Vesuvio. Alla loro testa si trovavano due Celli. 

salariato, detti come schiavi Criiiso ed Enomao. eil trace Sparlai o. Questi, 
«forse un rampollo della nobile scliiatla degli Spai loci<li pervecuta 
nella Tracia e in Panticapca persino ali* onore del soglio, aveva 
servito ira le truppe ansilime Iraciche ncli esercito romano, rn 
disertato e si era recalo rume masnadiere nelle montagne ; quni 
or;'nnizza-era stato preso e ée«tinalo jtei divertimenti gladiatorii. Le scor- 
'mK' ^^l'ic di qiu'st;! piccola schiera, che alla bella prima non mntavj 

inNum- più di settantaquaUio individui, ma che pel concorso dalh^ vici- 
nanze si andò rapidanienle ingrossando, riescirono in ÌM r\etanl<' 
moleste agli abitanti della ricca Campania, ch'essi, dtipi d'aver 
inuliiinenie tentato di difendi'rsmr da sé, chiesero ajiito;) Roma. 
Venne una lìivicjione di 3000 nomini, messa insieme in tutta 
fretta e comandai » da Clodio Glabrio, e occupò le vie clie con- 
ducevano al Vesuuo onde costringere la schiera degli schiavi a 
darsi vinta per fame. Ma i masnadieri, benché in piccol nuraer) 
e mancanti d' armi, arrischiarono (ii scendere per le scoscese pen- 
dici e sorprendere i, posti dei Romani, e quando quella misera- 
bile milizi:i s: vide assalita impensatamente da quel pugno di 
uomini dispeiuU, alzo le calcagna disperdendo-i da tutte le parti. 
Questo priiiK» successo procacciò ai masnadieri armi e concordo 
sempre (recente. SeMiene una "gran parte di essi non fosse tut- 
tavia arui;i::i • i;e di randelli accnminati, la nuov;» e più forte di- 
visione di niili/ia — dne Ic^'ioni capitanale dal pretore Publio Va- 
rinio, che prnvenifnte da homa era entrala nella Campania — li 
trovo già a 'campati nel piano quasi come un esercito. La situa- 
zione dj Vaiinio era scabrosa anzi che no. Le sun milizie, cosi rette 
a serenare di fronte al nemico, ebbero molto a solTiire dall umi- 
dità della stagione autunnale e dalle malattie che ne furono la 
c onseguenza, e più ancora delle epulemie ne diradarono le fde 
la codardia e V indisciplinatezza. Una delle sue divisioni si scom- 
pose alla prima mostra y non ritirandosi i fuggiaschi presso il 
corpo principale, ma facendo a dirittura ritorno a casa. E quando 
fu dato il comando di portarsi contro le trincee nemiche e di 
attaccarle, la massima parte di quella gente si rifiatò. Ciò oon 
pertanto Varinio marciò con quelli, che tennero fermo, contro 
la schiera de' masnadieri ; ma più non la trovò dove la cercò. 
Lssa era partita nel più profondo silenzio dirigendosi al mezzodì 
verso Picenzia (Vicenza presso Amalfi ), dove Varinio la raggianse, 
v)a non potè impedire che passasse il Silaro e si ritirasse sino 
nella Lusania interiore, la terra promessa dei pastori e dei ladri. 



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domìnio della HESTAURAZiCNE DI SILLA. 70 

(il -a pure Yariuio la seguì, e quivi finalménte lo sprezzalo ne- 
mico si fermò per rombjtiere. Tutte le rondtzioui, da cui dipen- 
deva il combatlinicVito, er:ino in pregiiulizio dei Romani ; benché 
i .-oldati pociii momenti prima avessero cliieslo con islan7a di 
combattere, essi pugnarono male; Yarinio fu vinto completamente, 
il sno cavallo e 1'^ iii^ieirnc della sua dignità caddero col campo 
'?^^5!0 de'Romani nello mjni de* nemici. In massa accorrevano 
gti schiavi deiritalia meridionale, particolarmente i valorosi e 
!^i-barb'HÌ pastori, sotto le insegne dei salvatori apparsi co?Ì 
irupensatamt-nle ; secondo i calcoli piii modici i! numero degli 
'r.sorti armati sali a 40,00u uomini. La Campania, pena sgom- 
brata, fu tosto rioccupata ; il corpo di trui»pe romane quivi ri- 
rr.islo sotto gli ordini del (juestore di Yarinio, Cajo Toranio , fu 
sbaraglialo e disirutlo. In tutta la parte sud e sud-ovest del ìlla- 
lia il paese aperto cadile in potere dei vittoriosi capitani di quelle 
binde: persinox-dellc ratrguardevoli città, come Cosenza, Turio e 
Metaponto nella Lucania. Nola e iNocera nella Campania, furono 
i.2 f -si prese d' assalto ed ebbero a solTrire tutti gli orrori che 
po.ssano commettere vittoriosi barbari contro genie inerme ci- 
vilizzata, e schiavi scatenali contro gli antichi loro signori. 
Che una lolla , come questa , fosse condotta senza alcuna lep- 
e assomigliasse piuttosto ad un macello che ad una guerra 
uun occorre che si dica : i signori crociOggevano di diritto 
tulli gli schiavi che capitavano loro in mano; questi, come 
era naturale, uccidevano egualmente ì loro prigionieri o li ob- 
bligavano con rappresaglia ancora più schernevole ad uccidersi 
Ira di loro a mo'di gladiatori, come avvenne più tardi con ire- 
reiito.di.essi in occasione dei funerali d'uno dei capitani degli 
schiaTì, morto in battaglia. A Homa si slava con ragione in ap- nran^n 
prensione rair incendio che $ì andava sempre più dilatando. Fu ' 
deciso di spedire nel prossimo anno ((>82) ambedue i consoli con- Spam ca. 
tro i terribili capi-banda. E di fatto riusci al pretore Quinto Ar* 
rio. comandante in secondo del console Lucio Gelilo, di cogliere 
e di distroggere nelPApulia sai Gargano la banda de'Celti, che 
^otto il comando di Grisso si era staccata dalla massa delPeser-* ' 
cito dei gladiatori e andava saccheggiando per proprio conto. Ha 
tanto più brillanti vittorie riportava Spartaco negli Appennini e 
neir Italia settentrionale, dove il console Gneo Lentulo, mentre 
< redeva di circondare«e di far prigionieri i masnadieri» e poscia 
it suo eollaga Gelilo ed il pretore Arno testò vincitore, e final- 
mefite presso Modena il governatore della Gailia citeriore Cajo 
Cassio (console 681) ed il pretore Gneo Manlio soggiacevano Tuno ^ 



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80 LIBRO QUINTO, CAPITOLO li. 

dopo l'altro ai loro colpi. Codeste masnade di schiavi , appe- 
na armate, erano Io spavento delle legioni; la serie delle scon- 
Pissonsi fitte ricordava i primi anni della guerra d'Annibale. Cosa avrebbe 
degli potuto accadere, se alla testa delle vittoriose schiere in luogo di 
insorti, schiavi gladiatori fossero stati i re dei po|)o]i delle montagne del- 
rAlvcrcrna o del Balkan.non si sapK l ì i dire; ma quel movimento, 
malgrado le brillanti sue vittorie, rimase quello che era in ori- 
gine, una sollevazione di masnadieri, e fu vinto più per rinterna 
discordia e per la mancanza d'un piano, che per la superiorità 
de' suoi avversari. L'unione contro il comune nemico, che nelb* 
prime giu rie servili in Sicilia si era fatta sì meravigiiosanieiitr 
rimarcare, niancò in questa d'Italia; la causa vuoisi trovare 
nella circostanza, che gli schiavi siciliani avevano quasi un punto 
naziniiale di unione nella comune nazionalità siro-cllenira, men- 
tre gli italici si dividevano nelle due ma^se degli elleno-l>arbari 
e dei cello-germanici. L i livi^ione tra il (.elio Crisso ed il Trace 
Spartaco — Enomao era pento in uno de'primi scontri — e altri 
dissapori impedirono di U'iufruttare gli otleimii successi e pro- 
cacciarono parecchie importanti vittorie ai Uomani. Ma assai più 
della indisciplinatezza celto-germanica inllui perniciosamente sul- 
l'impresa la mancanza di un piano determinalo e di uno scopo. 
J)a quel poco che noi sappiamo «li Spartaco, quest'uomo singo- 
lare era in questo ben superione al suo jìarlito. Egli olire al ta- 
lento strategico mostrò anche un non comune ingegno organiz- 
zatore, e da bel principio la giustizia, colla quale egli comandava 
la sua masnada e distribuiva il bottino, attirò su di lui gli sguardi 
delle masse per lo meno quanto il suo valore. Onde rimediare 
al difetto di cavalleria e di armi, egli tentò colTajuto delle man- 
drie di cavalli, prese nell'Italia inferiore, di formare e discipli- 
nare una cavalleria, e, appena avuto in suo potere il porto di 
Tario, si provò di procacciarsi di colà del ferro e del rame, senza 
dubbio col mezzo dei pirati. Ma nelle cose principali egli pure 
mn avrà potuto dirigere le orde selvaggie, che capitanava, 
a scopi determinati. Volentieri avrebbe e|;li impedito i forsennati 
baccanali di crudeltà, a cui que' ladroni si abbandonavano nelle 
ciuà conquistate, i quali erano il principale motivo, pec cai nes-' 
suna città italica faceva spontaneamente causa comune cogli in* 
sorci; ma l'ubbidienza, che il capitano della masnada otteneva 
sul campo di battaglia, cessava colla vittona e vane erano tulle 
le sue preghiere e le suo rimostranze. Dopo le vittorie rlpor- 
7i tate negli Appennini (682) air esercito degli schiavi era libero il 
passo in ogni direzione. Si pretende, che Spartaco accarezzasse 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI SiLLA. 81 

il pensiero di passare le Alpi, onde aprire a sè ed a' suoi la via 
pel ritomo nella loro rispettiva patria celtica e tracica; se la no- 
tizia è fondata, essa ciiiarisce qnanto poco il vincitore prof^u- 
messe de^suoi saccessi e della sua potenza. Rifiutandosi i militi 
di volgere si presto le «spalle alla ricca Italia, Spartaco diresse i 
sQOi passi alla volta di Roma, e vuoisi, che abbia avuto il pen- 
siero di bloccare la capitale. Ma anche a questo progetto, dispe- 
rato se si vuole, ma pur fatto con un Une, le schiere si mostra- 
rono contrarie; esse obbligarono il loro condottiero, so voleva 
essere generale, a rimanere capitano di masnadieri ed a scorrere 1' 1- 
talia sacch^ando, senza altro scopo. Roma poteva dirsi fortunata, 
che le cose passassero cosi; ma anche cosi era un'imbroglio bello e 
buono. Eravi mancanza di soldati addestrati non meno che di gene- 
rali sperimentati; Quinto Metello e Gneo Pompeo erano uccupati in 
kpagna. Marco LucuUo nella Trada, Lucio Lucullo neirAsia Mi- 
nore e non erano disponibili che millxie inesperte e tutt^ al 
più degli ufilciali mediocri. SMnvesti del supremo comando stra- 
ordinario in Italia il pretore Marco Crasso, il* quale a dir vero 
non era un distinto generale, ma aveva però combattuto con 
onore sotto Siila ed era almeno uomo di carattere, e si mise a 
m disposizione un esercito di otto legioni, imponente pel nu- 
mero se non per la qualità, n nuovo supremo duce comincio 
resercizio della sua carica facendo trattare con tutto il rigore 
della legge marziale e decimare la prima divisione per aver get- 
tato le armi ed essere fuggita dinanzi ai masnadieri; dopo di che, 
a dir vero, le legioni fecero meglio il loto dovere. Spartaco, vinto 
nel primo combattimento, si ritiro tentando di recarsi a Reggio 
attraverso la Lucania. Appunto allora dominavano i pirati non c. muImi- 
solo nelle acque della Sicilia, ma altresì nel porto di Siracusa 
(v. p. 78); coirajuto del loro schifi ' pensava Spartaco, di get- urnrio. 
tare no corpo de' suoi in Sicilia, ove gli schiavi non attendevano 
che ad una spinta onde insorgere per la terza volta. La marcia a 
Reggio riuscì; ma i corsari, spaventati forse dai guardacoste 
^ istituiti in Sicilia dal pretore Cajo Terre, fors' anche corrotti dai 
Romani, accettarono da Spartaco 11 convenuto nolo senza addi- 
venire alle corrispettive prestazioni. In questo frattempo Crasso 
aveva seguito la masnada quasi sino alle foci del Crate, e, sic- 
come i suoi soldati' non combattevano come dovevano, egli, come 
Scipione dinanzi a Numanzia , Il fece lavorare ad un vallo trin- 
cerato della lunghezza di sette leghe, il quale divise la penisola 
bruzia dal resto deiritalia (') , chiuse alPesercito degli insortì 

D Rdsendo la iiaea lunga sette l^be (Sallustio 4, 19 Dietsch; Plutarco, 
Storia HQmana. Voi. III. 6 



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82 LIDRO QUINTO, CAPITOLO H. 

b via sulla quale ritornava <la Regfrio o tngliò al meiiesiiào ir 
provvigioni. Ciò non citante in una noUc oscura ruppe le ìino" 
71 nemiche e nella [nimavera de! 683 (*) si trovò ili btl nuovo 
nella Lucania. La fatic osa opera era dunque riuscita inutile. Cra>.>u 
cominciò a disperare di sciogliere il suo cómpito e chiese al 
Senato di richiamare in Italia in suo ajuto gli eserciti, che erano 
in Macedonia sotto Marco Lucullo e nella Spagna citeriore souo 
r.Moo Pompeo. Del r^^^to non era necessario di ricorrerti a (jue- 
Mo passo est corno; la disunione e la baldanza di quelle bando 
di predoni l(a>iavano a paralizzare i >anta?£ri da esse ottenuti. 

Siiiiiiuz- Tu' altra voli:) si sciolsero i Celti ed i Germani dalla lega, capo 
ed aniuìa it il i quale era il Trace, per esporsi sotto rapi 

iiKvirti nazionali, Gaunico e Ca.sto, alla spicciolala n! feno dei Uuiaaiii. 
],^y,, l'na volta li salvò sul lago Lucano 1" opportuno arrivo di Spar- 

i-s.v;,H'tla-iaro; ossi accamparono bensi in "^nn vicinanza: ma ciò non per- 
ìtiVììU*. ..... . j . 1 ,1 

• tanto riusc! a Crasso di occupare Spartaco mediante la cavalle- 
ria e intanto di girare lo schiere celtiche e di obbligarle ad un 
comballimento separalo, noi (juale lutti, dicosi 12.300. valorosa- 
ijìoiito combattendo caddero sul campo feriti davanti I Alinea Spar- 
taco tentò di raggiungere colla sua divisione lo vicine laonlagne 
t!i Po(»dia (presso Strongoli in Calabria) e battè durameaie lan- 
liguartlo de" Romani cheto inseguiva. Se non che questa vittoria 
recò maggior dai!!K> al vinciloro che al vinto. Ebri del succes.'^o 
i masnadioii si riliularono di ritirarsi ulteriormente, e rosirin- 
sero il loro generalo a condurli per la Lucania neirApulia al- 
Tnltima e definitiva battaglia. Spartaco uccise prima della batla- 
•ilia il suo destriero ; come egli nella buona e nell" avversa fortuna 
non si era mai divi.so dai suoi, così con quest'alto dava loro 3 
divedere, che ora si trattava per lui come per tutti di vincere o 
di morire. E nella battaglia egli combaltò col coraggio del leone: 
due centurioni caddero di sua mano; ferito e sulle ginocchia 
egli colla sua lancia seguitava a menar colpi contro i nemiiM 
che gli erano addosso. Così il grande capitano de'gladialori e con 
esso i migliori de' suoi compagni d'armi incontrarono la morto 
71 degli uomini liberi e dei soldati d'onore (6I$3). Dopo la vittoria' 



Cran, 10), essa non CorreTa da SquUIaec al Fino, ma più verso il Nord, fors<* 
presso Castrovillari e Caasano, aUraTeiso la penisola lafga quivi circa 5 ie- 

ytii' in linea retta. 

7i (•) Che Cra.sso abbia assunto ancata nel 082 il supremo coniando risulU 
dall' essere stato tolto il comando ai consoli (Plutarco, Qafs. Ì0) ; che 1 due 

7i/l eserciti passassero 1* inverno del 6d8,3 presso il vaUo brusio risulta dalla tnotte 
cb« nemicava • (PlutaicOr Crasi, li). 



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DOMINIO DELLA ilESTAURÀZiONE Di SILLA. 83 

Ottenuta a caro prezzo, le truppe, che la riportarono, c quelle di 
Pompeo, che in questo frattempo, vinti i Sertoriani, erano arri- 
vate dalla Spagna, fecero per tutta TÀpulia e la Lucania una 
vera caccia d^aomini, come non se n'era mai veduta la simile, 
onde estinguere sino T ultima favilla del grande incendio. Seb- 
bene nelle regioni meridionali, dove a cagion d' esempio nel 683 7t 
fa presa da una banda di masnadieri la piccola città di Tempsa, 
e neirEtroria, cosi gravemente colpita dalle confische di Siila, 
non fosse ancora veramente assicurata la pubblica tranquillità , 
pure uiliciaimente fu detto eh' essa in Italia era omaì ristabilita. 
Per lo meno le aquile cosi vergognosamente perdute erano state 
di bel nuovo riconquistate — soltanto dopo la vittoria sui Celti 
se ne trovarono cinque — e lungo la via daCapua a Roma le sei 
mila croci , su cui erano appesi altrettanti schiavi , erano una 
prova del nuovo ordine e della nuova vittoria del diritto ricono- 
sciuto sulla schiavitù vivente che s'era ribellata. 

Gettiamo uno sguardo retrospettivo sugli avvenimenti, che oc- 
capano il decennio seguito alia restaurazione di Siila. Nessuna ^ delia * 
delle commozioni esterne ed inteme avvenute in questo tempo ^^ion^^ 
conteneva un pericolo che toccasse necessariamente le forze vi* in 
tali della nazione, né Tinsurrezione di Lepido, nè le imprese 
degli emigrati spagnuofì, non le guerre tracico-macedoni e del- 
PAsia Minore, né le sollevazioni dei pirati e degli schiavi^ eppure^ 
io Stato aveva dovuto combattere perla propria esistenza pressoché 
in tutte codeste lotte. Ne era cagione la circostanza , che i pro- 
blemi, fin tanto che erano ancora facili a risolversi, erano rima* 
sii dappertutto insoluti ; che la trascuratezza delle più semplici 
misure di precauzione aveva prodotto le più gravi inconvenienze 
e disgrazie e convertito le classi dipendenti ed I re impotenti in 
avversari di eguale portata. La democrazia, a dir vero, e Tinsur- 
rezione degli schiavi erano state vinte; ma le vittoriftrano state 
tali, che il vincitore non era per esse né moralmente eleyato, né 
materialmente rinforzato. Non era una gloria, che i due più fe* 
steggiati generali delj[)anito governativo in una guerra di otto 
annido segnalata più per le sconQtte che per le vittorie, non avesse- 
ro potuto debellare né il capo degli insorti, Sertorio, né le st^e bande 
spagnuole, e che solo il ferro omicida de^suoi amici avesse deciso la 
guerra sertoriana in favore del governo legittimo. Quanto agli schiavi 
poi era molto minore Tenore di averli vinti , che la vergogna di 
essere stati parecchi anni con essi loro in lotta da pari a pari. Dalla 
guerra d'Annibale era trascorso poco più d'un secolo; gli onesti Ro- 
mani dovevano sentirsi montare il sangue alle guancie se riQettevano 



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8i LIBRO QUINTO, CAPITOLO II. 

alla decadenza rapidissima» che fatto aireva la nazione da qaelU 
grande epoca in poi. Allora gli schiavi italici erano rimasti saldi 
come muraglie dinanzi ai veterani d'Annibale; ora la milizia 
italica sfumava come loppa alla vista dei randelli dei suoi schiavi 
disertati. Allora ogni ufficiale superiore in caso di bisogno faceva 
da generale e combatteva sovente con avversa fortuna, ma sem* 
pre con onore; ora vi era la massima difficoltà di rinvenire tra 
tutti 1 distinti ufficiali un solo 'condottiero di comune capacità. 
Allora il governo toglieva Tultimo bifolco dairaratro piuttosto di 
rinunciare alta conquista della Grecia e della Spagna; ora si stava 
quasi per rinunciare a codesti territoij da si gran tempo acqui- 
stati solo per potersi difendere in casa dagli schiavi ribelli. An- 
che Spartaco, come Annibale, aveva scorsa col suo esercito Tltalla 
dal Po allo stretto di Messina, aveva sconfitti due consoli e mi- 
nacciato Roma d^assedio; se contro T antica Roma vi era stato 
d*aopo del più gran generale deirantichità^ contro la moderna 
bastava un audace capo di masnadieri. Qual meraviglia adunque 
che da siffatte vittorie contro Insorti e capi di masnadieri non 
venisse infusa nuova vigoria allo Stato? —.Un risultato ancora 
meno consolante avevano poi chiarito le guerre esteme. Lai tra- 
cìco-macedone , a dir vero, se non diede un risultato corrispon* 
dente al ragguardevole spreco d* uomini e di danaro , non 
ne diede perO nemmeno uno del tutto sfavorevole. Per contrario 
nella guerra dell* Asia Minore e in quella dei pirati il governo 
aveva fatto un completo fallimento. La prima fini colla perdita 
dì tutte le conquiste fatte in otto sanguinose campagne , la se- 
conda colla completa cacciata dèi Romani dal c loro Mare » . Una 
volta Roma, nella coscienza della irresistibiliti della sua fona 
sul continente, aveva acquistata la preponderanza anche sulPaltri) 
elemento;^ra la grande potenza era nulla sul mare e pareva sul 
punto di perdere anche il suo dominio terrestre per lo meno sul 
coDlinente asiatico. I benefìcj materiali delP ordinamento politico 
della società, la sicurezza dei confini , il non turbato pacifico 
traflico, la protezione delle leggi, l'onlinata amministrazione co- 
minciarono a venir meno nelle varie nazioni raccolte nello Stato 
romano; tutti gli Dei proleilori sembravano saliti alPOlimpo ab- 
bandonando la misera terra a coloro, che per incarico uflìciale 
0 spontaneamente, si davano a saccbeggiarla e tormen tarla. Que- 
sta decadenza dolio Slato non era soltanto sentila come una 
pubblica calamità da coloro die godevano dei diritti politici «» 
avevjno seninHcnli di patriotismo; ma T insurrezione dei prole- 
tari e li mal governo delle bande dei masnadieri e delle squadre 



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DOMINIO DELLA RESTAURAZIONE DI S;LLA. 8.*) 

ilei pirati, che ricordano t tempi dei Ferdinandi del regno di 
Napoli, portavano il sentimento dì questa decadenza nelle più 
lontane vallate» e nelle più umili capanne deiritalia, lo facevano 
sentire come una calamità personale a tutti quelli che esercita- 
vano il commercio ed il traffico, o che solo acquistavano uno stajo 
di frumento. Se si chiedeva quali fossero stati gli autori di que- 
sta miseria malaugurata e senza esempio, se ne potevano a giusto 
titolo accusare non pochi. I detentori di schiavi, il cui cuore sta- 
vasi chiuso nella horsa del danaro, i soldati indisciplinati, i ge- 
Qjeralt o vili, o inetti, o spensierati, i demagoghi del Foro, che 
per lo più spìngevano il popolo sulla falsa via , avevano %na 
gran parte della colpa; o per dir meglio, chi non vi aveva parte? 
$i sentiva come per istinto, che codesta miseria, codesta vergogna 
e codesto scompiglio erano troppo colossali per essere V opera 
<ran solo individuo. Nel modo che la grandezza della repub- 
blica romana non era stata T opera di individui eminenti , mu 
sibbene qneUa di una borghesia sapientemente oi^anizzata, oosi 
aache la decadenza di questo magnifico edificio non sorse dal 
mal talento di singoli individui, ma dalla generale disorganizza- 
zione. La grande maggioranza della borghesia non era buona a 
nulla e ogni Gracido mattone serviva ad accelerare la rovina del* 
r intiero edificio; la nazione intera scontava la pena che Tintera 
nazione aveva meritato. Era cosa ingiusta il rendere responsabile 
il governo^ come rnhlma espressione palpabile dello Stato, di 
lotte le malattìe sanabili ed insanabili del medesimo; ma era ad 
ogni modo vero, che il governo aveva grandissima parte alla colpa 
universale. Nella guerra delPAsia Minore, a cagton d^esempio, in 
.coi nessuno di coloro, che reggevano la cosa pubblica, manco in 
modo particolare, in cui anzi Lucullo, ahneno militarmente, si 
mostrò valente e n*ebbe molta gloria, si chiari tanto più eviden- 
lemenle, che la colpa della mala riuscita stava nel sistema e nei 
governo come tale, e in questo caso prima di tutto neiravere 
antecedentemente abbandeoato per Inerzia la Caii ìj adocia e la Siria; 

nella falsa posizione del valente generale a fronte del collegio 
governativo Inetto a qualsiasi energica risoluzione. E cosi nella 
polizia del mm B Senato aveva guastato il savio e giusto con- 
cetto di una generale caccia ai pirati, prima nel porlo In esecu- 
zione e posda lasciandolo intieramente cadere, onde seguire di 
bel nuoto f antico stolido sistema di inviare delle legioni contro 
I cavalli del mare. Secondo questo sistema furono intraprese le 
spedizioni di Serritio e di Marcio nella Cilicia , di Metello in 
•Creta; secondo questo sistema fece Triarlo circondare con un 



86 ■ LIBRO QUINTO^ CAPITOLO II. 

moro risola dì Delo onde garantirla contro i pirati. L^avere ten- 
tato di ottenere il dominio sul mare con questi mezzi ricorda 
quel re di Persia, che fece dare delie frustate al mare per ren* 
derlo ubbidiente. La nazione aveva quindi le sue buone ragioni 
per porre primamente a carico del governo della restanrazione 
il suo fallimento. Colla restaurazione deli^ oligarchia era sempre 
venuto un malgoverno pari a questo , dopo la caduta dei Grac- 
chi, come dopo quella di Mario e di Saturnino; ma prima non 
ve n* era mai stato uno cosi violento e al tempo stesso cosi ri* 
lassato, cosi guasto e cosi rovinoso. Ma quando un governo non 
sa governare, esso cessa di essere legittimo e chi ha la forza ba 
anche il diritto di abbatterlo. È pur troppo vero , che un go- 
verno inetto e malvagio può calpestare per lungo tempo il be- 
nessere e Tenore del paese prima che si trovino uomini, i quali 
si servino contr*ess(^(leile terribili ami da esso stesso preparate 
e possano e vogliano evocare dallo sdegno morale dei forti e 
dalla miseria dei molti la rivoluzione, che in simil caso è legit- 
tima. Se però lo scherzare colie sorti delle nazioni può tornaro 
quasi a diletto, e può venir continuato per molto tempo 
a beli' agio , può riuscire anche, fatale e ingojare a suo tempo i 
giuocatori ; e nessuno allora impreca alla scure, che recide dalla 
radice l'albero che porta simili frutta. Questo tempo era ora ve- 
nuto per r oligarchia romana. La guerra pontico^rmena e gli 
affari dei pirati fùrono le cause prossime della caduta della co- 
stituzione di Siila e della Istilazione di una dittatura militare 
rivoluzionaria. 



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CAPITOLO Ili. 



CàfiUTA DELL'OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 



La cosUtozIone di Siila reggevasi tati' ara imperturbata. La La 
tempesta, evocata da Lepido e da ^ertorio contro la medesima, ^zìì^jio 
era stata dissipata senza lasciar grave danno. Il governo aveva ^<iì^ 
senza dabbio trascurato di condurre a termine redificio, lasciato con'unu:: 
a metà, secondo l* energico concetto del suo autore» Lo prova il g^352,l,,r^. 
fatto, che esso né si fece carico di procedere alla divisione dei 
terreni a ciò destinati da Siila, ma da lui stesso iion ancora fra- 
zionati, nè rinunciò a dirittura ai diritti sui medesimi, ma tot- 
lei* elio pei momento i primitivi proprietarj continuassero a ri- 
manere in possesso senza regolarne il titolo, e lasciò eziandio 
<*he si occupassero arbilrariainenle dei tratti di terreno dema- 
niale sillano non ancora distril)uili, secondo l'antico sistema di 
occupazione abolito di fatto e di diritto colle riforme di Gracco 
/Voi. II. p. ;jl9j. Quanto delle disposizioni di Siila riesciva agli 
ottimati indiflFerenle o molesto, era da essi senz'altro o iguurato 
0 cassato; cosi il ritiro dt-l diriiiu di cittadinanza ad intori co- 
muni; il divieto di riunire le nuove tenute rurali; parecctii pri- 
vilegi accordati da Siila a molli comuni, ben inteso senza re- 
stituire ai comuni le somme da essi pa^i^^ìte per tali concessioni. 
Mi quando pure queste lesioni delle ordinanze di Siila per parte 
dello slesso governo contribuissero a scuotere le fondamtiiid del 



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88 UDRÒ QUINTO, CAPITOLO III. 

stio edificio, le leggi sempronie erano e rimasero però nell'es- 
senziale al)olito. 

Allaccili Non \" era a dir vero mancanza di uomini, che pensassero a 
rl'nio- ri|ni<iin re la costituzione di Gracco, e non si difettava di pro- 
craxia. getti per ottenere alla spicciolata e col mezzo di riforme costilu- 
zionnli quanto Lepido e Sertorio avevano tentato di ottenere nella 
u-^iii via delia rivoluzione. Il froverno, so Uo la pressione deiragitazione 
^7»Se" promossa da Lepido immediatamente dopo la morte di Siila (OTOX 
78 aveva ac( misentito alla limitata ripiislina/iune della dispensa del 
frumento, e fece di poi quanto era pos>ilMÌe per mostrarsi com- 
piacente al proletariato della capitale in questa sua qnistione vi- 
tale. Qu;!n tó. malgrado codesta dispensa, i prezzi dei cereali, 
elevatisi ad un'enorme altezza in grazia della pirateria, produs- 
sero in Roma una si oppressiva carestia, che ne sì ltuì Tanno 679 
una forte sollevazione nella città, si ebbe prima di tutto rimr^ 
a straordinari acquisti di frumento siciliano per conto del }j;u- 
verno onde riparare alla fiera necessità: per P avvenire poi un i 
7a legi^e frunientaria, proposta dai consoli delTanno 681, provvide 
agli acquisti dei cereali siciliani dando al governo, ben inteso a 
spese dei provinciali, i mezzi, ondeme^dio ovviare a simili pe- 
Tentativi nose situazioni. Ma anche i meno materiali punti di dilTerenza, 
ripri'sti- riprislinazionc del potere tribunizio neìT antica sua estensione 
lyziom* e la soppressione dei tribunali senalorii non cessavano di esser/» 
uiuitóio' ^og? di agitazione pel popofi-i.ea queste commozioni il governo 
oppose pin energica resistenza. La quistione dell' ufficio tribunizio 
7»*' fu messa innanzi sino dal (578, subito dopo la sconfitta di Lepido 
dal triliuno del popolo Lucio Sicinio, forse un disrendente del- 
romonimo, il quale più di quattrocento anni prima aveva occu- 
pato pel primo questa carica; ma il suo disegno andò a vuoto 
per Topposizionc che gli fece l'accorto console Cajo Curione. ^'el 
74 680 ritentò T agitazione Lucio Quinzio; ma T autorità del consolli 
Lucio Lucullo lo indusse a rinunciare air impresa. Con maggiore 
zelo si mise Tanno seguente sulle sue orme Cajo Licinio Macro, 
il quale — il che è caratteristico per l'epoca — portò i suoi studiì 
letterari nella vita pubblica e, come lo aveva letto nella cronaca, 
Aifì€'-hi consigliò alla borghesia di rifiutarsi alla coscrizione. — Anche 
"^"^'^^ sulla cattiva amministrazione della giustizia col mezzo de^ gin* 
tribunali rati seoatorii non andò guari che si udirono ben fondati laumti. 
^cuatoru.^^^ era <iuasi più possibile di ottenere la condanna d'un uomo 
che appena avesse unaqualclie influenza. Non solo il collega sentiva 
una giusta compassione pel collega, Taccusato remoto o futuro pel 
presente delinquente, ma la venalità dei Toti dei giurati non era 



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CADUTA dell'oligarchia E SIGNORIA DI fOMPLO. 89 

quasi più TI n' eccezione. Parecchi Senatori erano slati ^nudiziaria- 
menle convinti di questo deliiio; altri egualmente colpevoli si 
mostravano a dito; gli ottimati più rapgnardevoli , come Quinto 
(latulo, confessavano apertamente in Senato, che i lamenti erano 
perfeilaraente fondati; alcuni c.jsi particolarmente clamorosi oli- 
bliprarono parecchie volle il Senato, come a cagion d'esempio, 
nell'anno 680, a deliberare intorno alle misure contro la venalità 74 
(lei giurati, naturalmente sino che il primo chi;( orasi sedato 
e si poteva lasciare scorrere la cosa tranquillamente sotto la cro- 
sta di ghiaccio. \j- i onsr;^'iipiizt' di qnesta miserabile amministra- 
zione della giusii/ja si chiarivano p irlicolarmente in un sistema 
di saccheggio e di tormenti dei provinciali, a paragone del ijuale 
le stesse malvagità finora sofferte sembravano sopportabili e mo- 
derate. 11 furto era in certo qual modo reso legitlimo dall abitu- 
dine; la commissione istituita per investigare sulle concussioni 
poteva passare per una istituzione, onde mettere a contribuzione 
i Senatori reduci dalle Provincie a favore dei loro colleghi ri- 
masii in patria. Ma allora quando un Siciliano di «listinzione, per 
non aver voluto prestare mano al governatore oii ìc roinmettere 
un delitto, fa da questi condannato a morte in conlumiu ia e senza 
e.ssere sentito; allora quando persino cittadini romani, che non 
fossero cavalieri o senatori, non erano più sicuri in provincia 
dalle verghe e dalla scure del governatore romano, eia più antica 
delle conquiste fatte dalla democrazia romana, la sicurezza della 
persona e della vita, cominciò ad essere calpestata dalla domi- 
nante oligarchia: allora anche il popolo radunato nel Foro ro- 
mano non rimase insensibile alle lagnanze contro i suoi go- 
vernatori e contro i giudici, che moralmente rendevansi compUcì 
di cotali misfatti. L^opposizione non ommise naturalmente di 
attaccare i suoi avversari snironico terreno, che, per cosi dire 
ie fosse rimasto, quello dei tribunali. Cosi il giovine Cajo Cesare, 
li quale per quanto lo comportava la sua età si era con zelo 
immiseliiato anche nell'agitazione per la ripristinazione del po* 
tere tribunlsio, trasse dinanzi al tribunale nell'anno 077 uno dei 77 
più ragguaj^devoli partitanti di Siila, il consolare Gneo Dolabella» 
eneiranno seguente un altro ufliciale di Siila, Cajo Antonio; 
còsiUarco Giaerone nel 684 Cajo Verre, una delle più misera- tq 
bili creature di Siila, ed uno dei peggiori flagelli dei provtneiaii. 
TattM di si spiegavano con tutta la pompa della retorica italiana 
e con tutta r amarezza della satira italiana 0 dinanzi alle adu* 

(') Non si dimenticbi il lettore che l autore di qaesta Storia è tedesco a 
«be presso Mesdii ^ ormai anttoo tt vecio £ dire clie gU Itallaal sono 



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90 LIDRO QUINTO, CAPITOLO IIL 

nate masse le ionnagini di quel tenebroso tempo delle proscrizioni, 

gU orrendi patimenti dei provinciali, Io stato abominevole del- 
ramininisfr.i7Jone della giustizia criminale, e il possente estinto 
co 'suoi viventi scherani veniva abbandonato senza compassione 
alla loro ira ed alla loro schernevole beffa. Tutti i di si recla- 
Inava ad alta voce dagli oratori del partito popolare il ristabili- 
mento del pieno potere tribunizio, al quale sembrava legata la 
libertà, la potenza e la felicità della repubblica come per virtù 
d^un antico sacro incantesimo, il ristabilimento dei « severi • 
tribunali de' cavalieri, e la rinnovazione della censura soppre$<;a 
da Siila onde depurare la suprema carica dello Stato dai fracidx 
e perniciosi elementi, 
^ill'l Ma tutti codesti sforzi a nulla conducevano. Vi fu molto scan- 

esili 1 , . « . . 

dell a;;!- dalo e molto chiasso e col prostUtiire il governo come meritava, 
J^iocra-® più che non meritasse, non sì raj^giunse però un vero successo, 
tica. La forza materiale, fin tanto che relemento militare non si immi- 
schiava, era ancora sempre nelle mani della borghesia della ca- 
pitale; e qiicslo « popolo », che si assiepava nelle vie di Roma, 
ed eleggeva magistrati e faceva leggi nel Foro, non era per nulla 
migliore del Senato che governava. Il governo, a dir vero . do- 
veva accomodarsi colle masse là dove si trattava del propino im- 
mediato interesse; ('> (jaesla la ragione della rinnovazione della 
legge fnimentaria sempronica. Ma non a credersi , che questa 
borghesia, trattandosi d'un' idea e ninno ancora d'una conveniente 
riforma, prendesse la cosa sul serio. A ragione fa applicato ai Romani 
di quesf epoca ciò che Demostene disse dc'^uoi Ateniesi : ch'essi 
erano animatissimi sino che stavano intorno all'aringhiera e udi- 
vano le proposte di riforma; ma quando erano ritornati a casa 
nessuno pensava più a ciò che aveva udito nel Foro. Per quanto 
pur anche codesti agitatori democratici solTìassero nelle fiamme, 
la loro fatica non serviva a nulla, poichf^ mancava la materia 
combustibile. Il governo lo sapeva e nelle importanti quistioni 
di principii non si lasciava strappare nessuna concessione; tut- 
7i l'ai più verso il 682 acconsenti di dare Tamnistia ad una parte 
di quelli che avevano spatriato con Lèpido. Ciò che si concesse 
non fu già per T insistenza della democrazia, ma piuttosto pei 

parolai, astuti e satirici per eccellen7.a ; mentre questo Sf potrebbe dire a mi- 
glior drillo dt altre nazioni. Del resto lloibmsen lo sa meglio d*ogni altroyche 

gli Italiani fecero spesso seguire alle magniflcbe parole fatti non meno gran- 
diosi, che la bonomia non è poi merce esclusiva della Germania e che, più 
che di satiro, gli Iialìani furono autori di creazioni meravigliose c insuperate 
dalle altre aaziouL (Nota (kl Trad.j. 



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CADUTA DELL' OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 01 

tenUitivi di mediazione dell^arìstocrazìa moderata* Ma delle due 
leggi» che ottenne venissero sanzionate durante il sno consolato 
del 679 Gajo Cotta, V unico capo di questa frazione che ancora 
si distinguesse, quella relativa ai tribunali fu di liei nuovo sop- 
pressa già nel seguente anno, e quella che toglieva di mezzo la 
disposizione di Siila, per cui la carica di tribuno era incompati- 
bile coirassnnziooe di qualsiasi altra magistratura,lasciando però 
sussistere le altre limitazioni, destò, come al solito ogni mezza 
misnra,soìtantoil malumore di ambedue i partiti. Il partito dei con* 
servativi nel senso della riforma, il quale in grazia della prematura 
morto di Gotta, avvenuta tosto dopo (verso V anno 681), perdette 
il suo capo più rinomato, andò sempre più decadendo, schiacciato 
}n i due estremi che emergevano sempre più aspri. Ifa fra qne- 
sti due il partito del governo, benché cattivo e rilassato, rimase 
in faccia air opposizione, egualmente cattiva e rilassata, neces- 
sariamente con vantaggio. 

Ma questa condizione si favorevole al governo cambiossi,quando Contea» 
si inasprirono le contese tra esso e quelli fra i suoi partigiani, ^'^v^rno^ 
le cui speranze salivano a più alte aspirazioni che non fossero li p ^ 
posto d'*onore nella curia e la villa aristocratica. Fra questi vediamo ^*"'^'^*^* 
Gneo Pompeo in prima linea. Egli era bensì un seguace di Siila ; 
ma abbiamo già narrato (V. p. 15) come egli non si trovasse bene 
nemmeno con quelli del suo proprio partito, e come dalla nobil- 
tà, di cui era considcffato ufflcialniente lo scudo ed 11 brando, lo 
allontanassero la sua origine, il suo passato, le sue speranze. La 
discordia già esistente aveva preso durante le campagne spagnuoledi 
questo generale (677-683) proporzioni tali da non ammettere una 77-71 
riconciliazione. A malincuore e quasi obbligalo lo aveva il governo 
associato come collega al suo vero sostegno Quinto Metello; eil 
egli d'altra parte accasava, e non senza ragione, il Senato di 
avere per negligenza o malevolenza trascurato gli eserciti spa- 
gnuoli per modo d'essere statola cagione delle sconfitte ad essi 
toccale e d'aver messo a repentaglio T esito della spedizione. Or^ 
ritornava vincitore ilei nemici palesi e dei nemici nascosti alla 
lesta d'un esercito aggiicnilo e a lui affezionato, chiedendo terre 
pe'suoi soldati, per sé gli onort del trionfo ed il consolalo. Que- 
ste ultime richieste erano contrarie alla legge. Sebbene Pompeo 
fosse giiì più volte stalo in via straordinaria investito del su- 
premo potere, non aveva coperto ancora nessuna carica ordina- 
ria, non aveva nemmeno coperta la questura e non era ancora 
membro del Senato; console non poteva essere che colui, il quale 
avesse percorso rugoluriueiile i gradmi inferiori della magislra- 



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92 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IIL 

tura, e non poteva oLkiiere gli onori del trionfo che colui, li 
quale avesse coperto la snproma carica in via orUiaaria. Il Se- 
nato era legalineiue autorizzato, quando esso avesse cliiesto il 
<*onsolalo, di rimandarlo a domandare la questura, e quando avess*:* 
( liie^lo gli onori del trionfo, di ricordargli il grande Scipione, il 
quale in condizioni eguali aveva rinunciato al trionfo per la 
con(|uistata Spagna. Non meno dipendente dal buon volere dtl 
Senato era Pompeo, secondo la cosUtuzione, relativamente alTas- 
.segnamento di terre fatto a' suoi soldati. Del resto an lic se il 
Senrito. che, avuto riguardo alla sua debolezza, era naturale si 
mostrasse arrendevole anche nel rancore, cedeva e accordava in 
quest'incontro al vittorioso generale pel servizio da scherano da 
esso reso contro i capi della democrazia, gli onori del trionfo.il 
eonsolato e gli assegni di terreni, ini onorevole storno delTindo- 
lenza senatoria nella lunga serie dei pacifici imperatori senatori 
era tuttavia la più favorevole sorte, che rolìgarchia avesse potuto 
procacciare al trentaseienne generale. Egli non doveva tuttavia 
giammai sperare, che il Senato gli concedesse spontane;^mente i! 
comando nella guerra contro Mi tradate, il quale era pure il ^ojxqo 
della sua mente; nel proprio beninteso interesse Tolii^nn Ina non 
doveva permettere, che Pompeo ai trofei africani ed eui oin i aggiun- 
gesse pure quelli della terza pnrte del mondo; gli abbondanti e co- ». 
modi allori da raccoglierai in Orienta fìovevano in lutti i casi essere 
riscn'ali alla pretta aristocrazia. Ctie, se il festeggiato generale 
non trovava il suo conto stando colla dominante oligarchia, al- 
lora non gli rimaneva altra scelta clie quella di fare causa co- 
mune colla democrazia, poiché non era né maturo il tempo, né 
adattato nel suo assieme il carattere di Pompeo per una politica 
puramente personale, schiettamente dinastica. Nessun interesse 
proprio lo legava alla costituzione di Siila. Egli poteva raggiun- 
gere i suoi scopi personali egualmente bene, se non meglio, an- 
che con uDà costituzione più democratica. D'altra parte egli tro- 
vava tutto ciò che gli occorreva nei partito democratico. Gli at^ 
tivi e destri capi del medesimo erano pronti e capaci di togliere 
allMmbarazzato e alquanto disadatto eroe la difTicile direzione po- 
litica, e però troppo piccoli per potere, o soltanto voler conten- 
dere al celebrato generale la parte principale e particolarmente 
la suprema direzione militare. Lo stesso Caio Cesare, il più rag- 
gaardevole fra i medesimi, non era elie un giovine, cui più della 
vivace sua democratica eloquenza avevano procacciato un nome 
gli arditi suoi viaggi ed i suoi debiti eleganti, e doveva sentirsi 
wUe onorato^ se il celeberrimo Imperator gli concedeva Tononi 



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CADUTA DSLL*0tI6ARCDIA E SIGNORIA 01 POVPSO. 93 

di essere il suo «ijtttante politico. La popolarità, cui uomini della 
tempra di Pompeo, di pretènsioni maggiori alle capacità, sogliono 
accordare più importanta di «laella che noi convengaDO a sd 
stessi, il giovine generale doveva ottenerla nel massimo grado, 
essendo che il suo passaggio dalla parte della quasi languente 
causa della democrazia ,dava a questa la vittoria. Codesto pas- 
saggio rendeva sicuro il guiderdone della vittoria da lui richiesto 
per sè e pe^ suoi soldati. Sembrava in generale, che, rovesciata 
r oligarchia e difettandosi di altri rinomati capi deiropposisione, 
avesse a dipendere solo da Pompeo il determinare Tulteriore sua 
posizione. Non si poteva poi mettere in dubbio,che la diserzione 
al partito dell' opposizione del generale comandante deiresercito, 
allora ritornato vittorioso dalla Spagna e tuttora adunato in Ita- 
lia, dovesse dare il crollo al vigente ordine di cose. Il governo 
eTopposizione erano egualmente impotenti; tostoché questa non 
combatteva più soltanto colle declamazioni, ma che il brando d*ttn 
irenerale vittorioso si disponeva a dar forza alle sue richieste, il 
governo era vinto e forse senza venire a combattimenti. 

Ambe le parti vedevanst quindi spinte a formare una coali-couUzwne 
ztone. Nò dair una né dair altra vi sarà stj^ta penuria di anti- l^^.i 
patie personali; gli è impossibile, che il vittorioso generale po- m^iii^ri 
tesse vedere di buon occhio i demagoghi di piazza, e ancor meno deiiu 
che questi accettassero con piacere il carnefice di Carbone e di 
Bruto per loro capo; però la necessità politica prevalse almeno 
pel momento ad ogni scrupolo morale. — Ma i democratici e 
Pompeo non strinsero soli la lega. Anche Marco Crasso sì tro- 
vava in una condizione simile a quella di Pompeo. Benché se* 
^uace di Siila come quello, la sua politica era, come quella di 
Pompeo, prima di tutto una politica personale e non era assolu- 
tamente quella della domhiante oligarchia ; ed egli pure trovavasi 
ora In Italia capitano di un numercso e vittorioso esercito , col 
quale aveva appunto vinta la sollevazione degli schiavi. Dipen- 
deva da lui di unirsi coir oligarchia contro la coalizione o di 
entrare a far parie della coalizione stessa ; egli scelse quesf ul- 
timo partito, senza dubbio il più sicuro. Posta mente alla colos- 
sale sua sostanza' ed alla sua inlhienza sui 'rlub della capitale, 
fglì era in generale un prezioso alleato ; nolle presenti circo- 
stanze poi era un vantaggio incalcolabile, se. 1" unico esercito, col 
quale il Senato avrebbe potuto far fronte alle truppe di Pompeo, 
si gettava dalla parte degli assalitori. Oltre di che i democratici, 
ai quali non andava molto a genio l'alleanza col formidabile 
generale, non vedevano mal volentieri in Marco Crasso un con- 



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Lli.Un OLINTO, CAPITOLO IH. 

trappolo e forse un futuro rivale posto a lato di Pompeo. — 
71 Nell'estate del f)83 fu quindi stipulata la prima coalizione tra la 
democrazia da un Iato e i due generali sillaiii Gneo Pompeo e 
Marco Crasso dall' altro. Ambedue adottarono il programma della 
democrazia; in compenso fu loro assicurato il consolalo per l aniìo 
seffuenle. a Pompeo maitre Tonore del trionfo e la chiesta distribu- 
zione di lei reni pe'suoi soldati, a (Crasso, ffual vincitore di Spartaco, 
almeno Tenore del solenne ingresso nella capitale.— Ai due eser- 
citi italici, alle sterminate ricchezze e alla democrazio,che, strette 
in lega, sorgevano a rovesciare la costituzione di Siila, il Senato 
non aveva altro a contrappori*c fuorché forse il secondo esercito 
spagnuolo capitanato da Quinto Metello Pio. Siila avevj^ giasta* 
mente predetto, che ciò ch'esso aveva fatto, non sarebbe succe^ 
dato una seconda volta: Metello, non inclinato assolutamente a 
mettersi in una guerra civile, aveva licenziato i snoi. soldati ap- 
pena valicate le Alpi. Cosi air oligarchia altro non rimaneva a 
fare che adattarsi alla necessità. Il Senato accordò le necessarie 
dispense pel consolato . e pel trionfo ; Pompeo e Grasso furono 
70 senza trovare ostacolo eletti consoli per V anno 681 , mentre* 1 
loro eserciti, col pretesto di attendere il trionfo, stavano accani* 
pati fuori della città. Ancora prima di assumere la sua carica 
fece poi Pompeo io un* adunanza popolare, promossa dal tribuno 
Marco Lellio Palicano, pubblicamente e formalmente adesione al 
programma democratico. La riforma della costituzione era stata 
con quest'atto decisa in principio. 
Bbtabiu* Ora si procedette con tutta serietà alla soppressione delle ì- 
sUtuzioni di Siila. Prima di tutto fu ristabilita nella sua antica 
\uy\t'iv autorità la carica tribunizia* Pompeo stesso nella sua qualità di 
inbuiiizio.^^^^^^^ propose la legge, che restituiva ai tribuni del popolo i 
loro antichi privilegi e particolarmente T iniziativa legislativa — 
dono singolare dalle mani deiruomo che aveva contribuito più 
di qualunque, altro ad istrappare al popolo i suoi antichi di- 
.Nunvo ritti. — Quanto alla carica dei giurati fu bensì soppressa V or- 
menta finanza di Siila, che Telenco nei Senatori dovesse servire come 
^^'> lista dd giurati; ma non si venne perciò ad una pura e semplice 
^""^^ ' . restaurazione dei pibunalt de' cavalieri istituiti da Gracco. La 
nuova legge aureliana stabiliva , che in avvenire i collqp dei 
giurati dovessero comporsi per un terzo di senatori, per due terzi 
di uomini aventi il .censo dei cavalieri, e che la metà di questi 
ultimi dovesse aver coperto la carica di presidente di tribù ossia 
il cosi detto tribunato di cassa. Quest'ultima innovazione era una 
ulteriore concessione fatta ai democratici, mentre per essa per lo 



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ILVDUTA DELL* OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 05 

Dieiìo la terza parte dei giurali criminali , similmente ai giurati 
civili del tribunale dei cento, sortiva indirettamente ilalie ele- 
zioni delle tribù. Se per contro il Senato non fu inlieramenle 
respinto dai tribunali, è d'uopo cercarne la cagione, a quanto pa- 
re, sia nelle relazioni di Crasso col medesimo, sia neiraccessione 
del partito aristocratico moderato del Senato alla coalizione. colla 
quale accessione si connette la circostanza, che il pretore Lucio 
Colta, fiattlio del testé defunto capo di quel partito, fu quegli 
che propose codesta legge. — Non meno importante fu la .sop- Ristabilì' 
pressione Ueirordinamento delle imposte sta!)ilito da Siila per 'U^gJi* 
la provincia d'Asia (Voi. II. p. 320), che avvenne verosimilmente appaUl 
jiiire in quest'anno; il governatore dell'Asia Lucio Lucullo fu in- asiu. 
wiato a ristabilire il sistema degli appalti introdotto da Cajo 
Cracco, restituendo cosi ai grandi capitalisti questa importante 
sorjrtiiLc di daiuro e di potere. — Finalmente non fu soltanto Ristabilii 
ristabilita la censura, ma verosimilmente al tempo slesso fu sop- ^'aeiia^ 
presso Tantico limite della carica a dieciotto mesi e lasciata ai censura, 
censori, quando lo stimassero necessario, la facoltà di rimanere 
in carica cinque anni, termine, che si diceva accordalo in origine 
alUi prima copia di censori, almeno per quanto risultava dagli 
annali (alsificati secondo le tendenze democratiche. Le elezioni , 
che ì naoYi consoli stabilirono poco dopo assunta la loro carica, 
caddero, in evìdeote scherno del Senato, sui due consoli del- 
l' anno 682 Gneo Lentuto Clodiano e Lucio Gelilo, i quali in^- 7S 
zia della loro dappocaggine nella guerra contro Spartaco (V. p. 79) 
erano stati dal Senato dimessi dalla loro carica di comandanti. 
È naturale, che questi uomini impiegassero tutti i mezzi , onde 
d i ponevano, per la loro importante carica, affine di incensare i 
nuovi autocrati ed indispettire il Senato. Non meno deir ottava 
parte del Senato, sessantaquattro senatori , numero fino allora 
inaudito, fu cancellata dalla lista, fra' quali Cajo' Antonio, già 
accusato da Caio Cesare senza effetto ( V. p. éè} ed il console 
dell* anno 6S3 Publio Lentulo Sura; probabilmente anche non 7i 
pochi fira le pià odiate creature di Siila. 

I Romani erano quindi ritornati col 681 in sostanza allo stato 70 
che esisteva prima della restaurazione di Siila. La plebe della La 
capitate era nuovamente cibata a carico del pubblico erario, o J|,"t^t[ì. 
per dir meglio a taHco delle provinde; il potere tribunizio ac- zìone. 
cordava anoora ad ogni demagogo il privilegio legale di sconvol- 
gere le pubbliche istitnaioni ; ancora Taristocrazia del danaro, 
quale detentrice degli appalti' delle imposte e del controllo giu- 
diziario sui governatori, alzava la testa verso il governo con una 



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% LIBRO QUINTO, CAI>fTOLO III. 

baldanza senza esempio; ancora tremava il Senato innanzi al ver- 
detto dei giurati del rango ileVavalieri ed alle accuse dei cen- 
sori. Il sistema di Siila, che aveva basalo il goverjio della no- 
biltà sulla distruzione delP aristocrazia dei rapitali e della dema- 
gogia, era stalo cosi pienamente rovesciato. Fatta astrazione da 
alcune determinazioni di minor conto, la cui abolizione segui più 
lardi, come a cagion d' esempio la restituzione fatta ai collegi sacer- 
dotali del diritto di completar>i nei proprio seno (Voi. II. p. 324), 
delle istituzioni generali di Siila non rimase quindi più nul- 
r altro fuorcln^ le concessioni, ch'egli slesso aveva stimato ne- 
cessario di fari' ;iir i/pposizione, come particolarmente il ricono- 
scimento del diniio di cittadini romani a luUi gli Italici , o di- 
sposizioni che non avevano una aperta tendenza di parte , onde 
nulla avevano ad eccepire anche i democratici giudiziosi , come 
fra le altre la ri strizione dei liberti, l'ordinamento delle compe- 
tenze dei magistrati ed i camliianienti materiali nelle leggi cri- 
laiiiali. — La coalizione era meno d'accordo relativamente ali»*- 
quistioiu personali promosse da un sifTalto sconvolgimento, ch« 
non sulle Tiuislioni dì principii. l democratici, come era naturale, 
non si accontentavano del generale riconoscimento del loia pro- 
gramma; ma essi pure chiedevano ora una restaurazione nel loro 
senso: ristabilimento della memoria de" loro defunti, punizione 
degli assassini, richiamo degli esigliali, soppressione della esclu- 
sione politica clic LjrtviLava sui loro figli, re.'^tituzione dei beni 
confiscati da Siila, uidennizzazione dei danni colla sostanza degli 
eredi e ministri del dittatore. Erano queste senza dulibio le lo- 
giche conseguenze, che risultavano da una vittoria i)ura e sem- 
plice della democrazia, ma la viitoiia riportata dalla coalizione 
del 683 era ben lungi dal potersi dir tale.La democrazia vi pre- 
slava il nome ed il programma, gli ufliciali che erano passali 
.sotto la sua bandiera, e prima di tutti Pompeo, vi d.ivano la 
forza e il complemento, ma essi non potevano nò ora, né mai 
acconsentire ad una reazione, che non solo avrebbe scosso le vi- 
genti condizioni sino nelle loro fondamenta, ma die nìì^ lìne si 
sarebbe rivolta contro essi stessi — chè ben ricorddv<i.,i qu.il 
.*<angue Pompeo avesse fatto versare, e come Crasso avesse posto 
le foiidaiuenta delF immensa sua tortuna. Cosi si cluai i.sce, il che 
é al tempo stesso una prova della debolezza della demo* razia . 
come la coalizione del 083 non facesse assolutamente nulla per 
procacciare ai democratici una vendetta od anche soltanto nnn 
riabilitazione. La posteriore esazione di tutte le somme arretrate 
pei beni acquistali, che provenivano da conlìsche o di quellj» da Siila 



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CADUTA DELL'OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 97 

condoliate agli acquistatone stabilita dal censore Lentnlo con una 
legge apposita , si pnò appena considerare come una eccezione; 
poìcbé» sebbene colla medesima non pochi aderenti di Siila ve- 
Dissero sensibilménte danneggiati ne^loro personali interessi^ pure 
la misara stessa era in sostanza una conferma delle confische 
fotte da Stila. 

y opera di Siila era dunque distrutta; ma codesta distruzione Minac- 
più che determinare metteva in forse quello che doveva awe- dft^tura 
aire. La coalizione, tenuta assieme soltanto per lo scopo comune minare 
di togliere dì mezzo 1* opera della restaurazione, ottenuto quello, pompw< 
si sciolse da sé, se non di nome, di fatto; per la quistione poi, 
da qual parte avesse a propendere il punto di gravità della po- 
tenza, sembrava prepararsi uno scioglimento pronto e violento. 
Gli esercii! di Pompeo e di Crasso stavano ancora sempre atten- 
dati alle porte 'della città. Pompeo aveva veramente promesso di 
licenziare f suoi soldati dopo il trionfo (ultimo di dicembre 683); 71 
ma questa misura fU allora sospesa, affine di recare senza in- 
toppi al suo termine la rivoluzione politica sotto la pressione che 
esercitava sulla città e sul Senato P esercito di Spagna accam- 
pato sotto le i^ura, la qual misura per lo stesso motivo Ai ap- 
pliata eziandio alP esercito di Grasso. Se non chè questo motivo 
ora più non esisteva, e però non si procedeva allo scioglimento 
delPesercito. Le cose sembravano disporsi in modo, come se uno 
del due generali alleati colla democrazia avesse d'assumere la 
dittatura militare e stringere nei me^psimi ceppi e oligarchi e 
democratici. E quest'uno non poteva essere che Pompeo. Grasso 
aveva sin da principio avuto una parte secondaria nella coali- 
zione; esso era stato costretto ad offrirsi ed air orgogliosa inter- 
cessione di Pompeo egli aveva dovuto principalmente la sua eie- 
* zione al consolato. Di gran liniera più forte, Pompeo era eviden- 
temente il padrone della situazione; ov'egli fosse stato da tanto, 
s«^mlirava che dovesse divenire ciò che ristinto della moKiliidine 
già allora gli profetizzava , cioè l'assoluto signore del più possente 
Stato del mondo civilizzalo. Già tutta la massa dei servili si accalcava 
intorno al faluiu uiuiiarca. Già i più deboli avversarj cercavano 
la loro ultima salvezza in una nuova coalizione: Crasso, tormen- 
tato da gelosia antica e recente contro il suo più giovine l ivale, 
che di tanto sotto ogni rapporto lo sopravanzava, si accostò al 
Senato e tentò con dispendii senza esempio di guadagnarsi la 
plebe della capitale — come T oligarchia raduta per opera 
dello stesso Crasso e la sempre ingrata moltitudine avessero po- 
tuto procacciargli un qualsiasi soccorso contro i veterani dell' e- 
Stoha Aomana, Voi HI. 7 . 



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- 98 LIBRO QUINTO, CAPITOLO III. 

sercito spagnuolo. Vi fa un momento, in cui parve che si do- 
vesse venir© a<i un combaiUmenlo fuori dolio porle della capitale 
tra i (lue csercili di Pompeo e di Crasso. Ma questa catastrofe fa 
stornata dai democratici e- Ah loro avvedutezza e arrendevolem. 
Non meno che al Sennto ed a Crasso, importava moltissimo an- 
che al partito democratico, che Pompeo non atterrasse la ditta- 
tura; ma giustamente apprezzando la propria insulTicienza ed il 
carattere del possente avversario, i suoi capi tentarono di awi- 
cinarglisi colle buone. A Pompeo non mancava nessuna altra qua- 
lità onde stendorr h mano alla corona, se non la principale, il 
coraggio di re. Noi abbiamo già descrìtto quost'immo colla sua 
tendenza ad essere al tempo stesso repubblicano leale e padrone 
di Boma,senza idee chiare e senza volontà, colla sua pieghevolezza 
nascosta sotto 1 fremiti di risoluzioni indipendenti. Era questa la 
prima grande prova, alla quale veniva posto dal destino, ed egli non 
PooBMo vi resse. Il pretesto, per cui Pompeo si rifiatava di licenziare Te* 
li lìura. ^j^iiQ^ (.||^ QggQ iiQQ gì fi^yf^ di Grasso e perciò non voleva 

essere il primo a prendere codesta risoluzione. I democratici de- 
cisero Crasso a fare i primi passi ad una riconciliazione e a por« 
gere al collega la mano di pace al cospetto di Jutti; pubblica- 
mente ed in segreto assediarono Pompeo, aUìnchò al duplice me- 
rito dì aver vinti i nemici e di aver riconciliati i partiti egli 
volesse aggiungere il terzo e pià grande, quello di mantenere la 
pace interna e scongiurare il minacciante mostro della guerra 
civile. Tutto ciò che può fare impressione sulP animo di un uo- 
mo vanaglorioso, poco destro, tentennante fu detto, tutte le arti 
lusinghiere della diplomazia, tutto lo sfarzo teatrale deirentusia* 
smo patrìotico fu messo in opera per raggiungere il desiderato 
scopo; se non che, ed era ciò che piiH valeva, lo stato delle cose 
si era talmente cambiato coirarrendevolezza di Grasso venuta cosi 
a proposito, che, a Pompeo altro non rimaneva a fare fuorché 
sorgere addirittura come tiranno di Roma o ritirarsi. Gosi egli 
cedette finalmente e acconsenti di licenziar T esercito. Quanto ai 
comando della guerra contro Mitradate, che senza dubbio sperava 

70 di ottenere quando si epa fatto nominare console pel esì, egli 

71 ora non lo poteva più desiderare, giacché colla campagna del 683 
sembrava che Lucullo l'avesse effettivamente terminata; esso giu- 
dicò indegno della sua dignità raccetlare la provincia consolare 
destinatagli dal Senato a tenore della logge Sempronia, e Crasso 
segui in ciò il suo esempio. Cosi Pompeo, licenziali i suoi sol- 

70 dati e deposta V ullimo giorno delT anno ()8'i Ij sua carica di 
console, si ritrasse intieramente dagli aliali pubblici, dichiaraudo 



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CADUTA DELL' OLIGARCIIU E SIGNORÌA DI POMPEO. 99 

di voler in avanti vivere da semplice cittadino in tranquillo ri- 
poso. Egli si era messo in una posizione da dover stendere la 
mano alla corona, e, non volendolo por fare, non gli rimaneva 
altra parte che quella dì un pretendente al trono che abdica. 

La ritirata dalla scena politica deiruomo, cui secondo la con- Senafu. 
dizione delle cose spettava il primo posto, ricondusse presso a 
poco alla medesima condizione dei partiti, che noi trovammo popolani, 
nell'epoca dei Gracchi e di Mario. Siila non aveva dato il go- 
verno nelle mani del Senato, ma glie Taveva soltanto assicurato; 
e cosi rimase il medesimo, anche dopo cadute le dighe costrutte 
da Siila, ciononpertanto al Senato, mentre la costituzione , colla 
quale esso governava, in sostanza quella di Gracco, era inoltrata 
d'uno spirito avverso air oligarchia. La democrazia aveva otte- 
nuto il ristabilimento della costituzione di Gracco ; ma senza un 
nuovo Gracco essa era un corpo senza capo, ei èra per sè stesso 
evidente e dagli ultimi avvenimenti dimostrato ancora più chia- 
ramente, che questo capo non poteva alla lunga essere né Pom- 
peo, né Crasso. In questo stato di cose T opposizione democra- 
tica, in mancanza di un capo, il quale afferrasse addirittura il i 
timone, doveva pel momento accontentarsi di frenare e molestare 
continuamente il governo. Ma fra 1* oligarchia e la democrazia 
sorse a nuova considerazione il partito dei capitalisti, il quale 
neirultima crisi aveva fatto causa comune coir ultima, e che gli 
oligarchi erano ora intenti ad attirare dalla loro alfine di pro- 
cacciarsi un contrappeso contro la democrazìa. Accarezzati da 
ambe le parti, i capitalisti non mancarono di trar profitto dalla 
fantaggiosa loro posizione facendosi ora (()87) restituire con un <(7 
plebiscito il solo degli antichi privilegi che loro mancasse an- 
coru. vale a dire le quattordici panche riservate in teatro alla 
classe dei cavalieri. In pieno essi . senza romperla bruscamente 
colla democrazia, andavano però accostandosi maggiormente al 
poverno. fità i rapporti del Senato con Crasso e co' suoi clienti 
lo dimostrano ; ma una migliore armonia sembra sia subentrata 
tra il Senato e rarislocrazia de' capitali colla cirrost;nizii, che il 
Senalu tolse nel CSG al più valciiUì fra' suoi uflid.ili. Lucio Lu- m 
tulio, dietro i reclami dei capitalisti dal medesimo gi- iv«nuoiilc 
olTesi, il governo della provincia d'Asia (Y. p. 08) pei' essi di 68 
tallita impoi1;in/;i. 

Mi-nlrc le fazioni della capitale continii.naiio nellf solile loro A\"^'pni- 
conte.se/senza che ne potesse -ortire iiiui vera decisione, gli a f- in ritìnto 

fjri in Oriente seaniv.qio il f ilvde loro rorso , rome Tabbiamo ^ lor^ 
, ;. . . ,, . ,. reazione 

già narrato, e codesti avvenunenli erano quelli, che spingevano allaga iLom. 



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100 LIBRO QUINTO, CAPITOLO HI. 

crisi il dubbioso ninlamento della politica della capitale. La guerra 
continontalo o l.i mniitiima avevano preso rolfi nnn ppssima piega, 
97 In principio iloir anno ^387 Toserei lo ponliro dei Romani (TU stato 
distrullo. •iMf'Ilo doir Armenia riliravasi in pieno disrio^liuiento, 
tufte In coiKinisie erano perdute , il mare trovavasi esclusiva- 
niente in potere dei pirati, i prezzi dei cereali in Italia per tal 
cagione erniio filili tant alio, che si temcv:^ mia vera carestia. 
Questa misera rondi/.ione era bensì da altri l' ii ^i. nome abbiamo 
vedtito, agli errori dei generali e segnatamente alla totale inettpzxj 
deir ammiraglio Marc' Antonio e alla temprilfi di Lucio LuciiUo 
d'altronde valente capitano; ed anche l a dmnocr.izia aveva ron- 
corso essenzialmente alla dissoluzione dell'esercito armeno colle 
sue agitazioni; ma era naturale che ora si rendesse senz'altro 
responsabile il governo di lutto ciò che esso e gli altri avevano 
goasidU),e Tastiosa ed affamata moltitudine atteodesse solo udW 
casìone per aggiustare «le partite col Senato. 
Pompeo Era una crisi decisiva.Per quanto V oligarchia fosse disprezzata e 
liiorna disarmata, essa non era perdancora rovesciata, poiché il reggimento 
UMiOà, della cosa pubblica stava ancora nelle mani del Senato ; ma essa 
cadeva, se gli avversari s'appropriavano codesto reggimento, cioè 
specialmente la suprema direzione degli affari militari ; e ciò era 
allora possibile. Ove si fosse allora proposto ai comizii un altro e 
miglior modo di condurre la guerra continentale e marittima, era da 
prevedersi, che, ponendo mente allo spirito end' era invasa la bor« 
ghesia,il Senato non sarebbe stato in grado di impedirne radozione 
e un intervento della borghesia nelle più alte quistioni amministra- 
tive valeva di fatto la destituzione del Senato e la trasmissione del 
governo dello Stato ai capi deir opposizione. La concatenazioiie 
delle cose volle, che un^ altra volta la decisione toccasse a Pompeo. 
Il festeggiato generale vivea ormai da oltre due anni nella capitale 
da semplice privato. Di rado udivasì la sua voce in Senato e sul Foro; 
in Senato egli non era ben veduto e non esercitava alcuna Influen- 
za, sul Foro temeva il procelloso dibattersi dei partlti.Ma quando 
vi si mostrava , ciò avveniva col completo corteggio del suol alti 
e bassi clienti , e appunto la sua solenne ritiratezza imponeva 
alla moltitudine. Se egli, conservando tuttora non oàenomato il 
primo splendore dei non comuni suol successi , si offriva ora di 
andare in Oriente , egli era sicuro che la borghesia Tavrebbe In* 
vestito volonterosamente di tutta V autorità militare e politica 
ch^egll avesse chiesto. Per V oligarchia , che nella dittAura mi* 
litare concessa dal popolo scorgeva la sicura sua rovina, InPonH 
71 peo stesso dair epoca della coalizione del 683 il suo plà acar- 



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CADUTA DELL' OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 101 

rimo nomilo, era quosJo il rolpo « sir.^mo ; ma nemmeno il par- 
tilo (Ifmorratirn av«'va motivo di stari' iìitcìó di buon animo. Per 
quanto iiuesto pai-lito polcsse vedere vidontieri, che sì meliesse 
fine al reggimento del Senato , sin < t'ilendu però la coso in questo 
modo, essa era molto mono una sua vittoria che una viiloria per- 
sonale del troppo possente suo alleato. Non era difTicile, che il 
partito dtiuocralico vedesse sorgere nel medesimo un avTersario 
di gran lunga più pericoloso di quello che fosse il Senato. Il 
pericolo, scongiurato felicemente pochi anni addietro col licenzia- 
mento dell" esercito spagnuolo e c(d riliro di Pompeo. rialTac- 
ciavasi più tremendu, se Pompeo si metteva ora alla lesta de- 
fili psercili deir Oriente. 

(Jiu'sta volta Pompeo si scosse, o almeno lasciò die altri si Caduta 

del 

scuotessero per lui. Nel 687 furono i»resenlali due proj^^elli di Ic/ce; govprnol 
uno dei quali ordinava, oltre il licenziamento dei soldati dell e- 
serrito d'Asia clu; avevano linilo il loro servizio. <iiiesto già da potere 
lun,L^r* tempo dalla demoi razia . il richiamo del supieuio duce del pQjJj^ 
medesimo Lucio Lucullo e la sua sostituzione cuii uno dei con- 
soli del corrente anno Cajo Pisene o Manio (llaljiiu. Palti-o rias- 
sumeva e ampliava il piano l'atto selle anni addietro dallo slesso 
Seniito per purgare i mari dai pirati. Un solo generale, scello 
dal Senato tra i ronsolari, doveva assumere il comando in capo 
sul Mediterraneo dalle colonne d' Frcole sino ai li<li ponlici e ' 
siriaci, per terra su tulli i litorali sino a dieci leghe entro ter- 
ra in concorso coi relativi luogotenmti romani. Tale carica 
era al medesimo assicurata per tre anni. l..>su aveva uno stato 
maggiore, di cui non s"era mai ^(Nillto in Uuma il simile , com- 
posto di venticinque luogotenenti con r;ingo senatorio, tutti lu- 
vestili di potere pretorio e colle insctjne inclorie. e di due sotto 
tesorieri con facoltà queslorie, tutti da nominarsi esclusivamente 
secondo la volontà del supremo comandante. Il quale era auto- 
rizzato di chiamare sotto le armi sino a 120,000 fanti e 7000 ca- 
valieri e di adunate un naviglio di oiHi navi da guerra, polendo 
disporre a questo fino senza restrizione dei mezzi che otTrivano 
le Provincie e gli St.ìli vassalli; oltre di elio furono messe toslo 
a sua disposizione le n.ivi d.i ^Miei ra esislenli e un la^'gnardevole 
numero di soldati. Gli doveva esscic aperto un credilo illimitato 
sulle casse dello Stato nella cajutale e nelle piovinci» e cosi jmre 
suqnelledei comuni diptn«lenIi.r\mal!:rado la imbarazzante penuria, 
in mi versavano le linanze, dovevasi subito mei toro a sua disposizione 
una somma di ir* milioni di sesterzi {[) milioni di talleri — a 
L. 33,750,000). ^ £ evidente» che questi progetti di legge, e par- 



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102 LIBAO QUINTO, CAPITOLO III. 

ticolarmente quello che si riferisce alla spedizione control pirati» 
annullavano il governo del Senato. 1 supremi magistrali ordinaij 
nominati dai cittadini erano a dir vero i generali di fatto della 
repubblica e anche i funzionar] slraordinaij, affine di poter essere 
generali, dovevano, almeno secondo lo stretto diritto, ottenere la 
conferma dal popolo; ma sul conferimento dei singoli comandi 
i cittadini non avevano costituzionalmente alcuna influenza e sol- 
tanto sulla proposta del Senato o su quella d^un funzionario 
avente diritto alla carica di generale i comizj si erano fino allora 
qualche volta immischiati in queste bisogna ed avevano eziandio 
assegnata la speciale competenza. Dacché esisteva una repubblica' 
romana, toccava in ciò piuttosto al Senato a pronunciare di fatto 
l'ultima parola, e questo suo diritto coir andare del tempo era 
andato sempre più convalidandosi. La democrazia aveva certa- 
mente tentato anch^essa d'ingerirsi in questi affare; ma persino 
nel più scabroso del casi finora avvenuti, nella trasmissione del 
comando deir esercito d^ Africa a Gajo Mario 617 (Voi. IL pag. ÌM), 
non fu che un funzionario, qualificato a sensi della costi* 
tuzione a coprire una carica di generale, incaricato con un pie- 
Insello di utili speciale spedizione. Ma ora la borghesia doveva 
non solo poter investire dello straordinario supremo potere un 
particolare qualsiasi, ma anche assegnargli una competenza ila 
essa formoldlj. La scelta. che il Senato «ìoveva fare di quesCuomo 
enlio la schiera dei consolari, non era clie una mitigazione nella 
forma; giacché la scelta gli era lasciai la solo a motivo che non 
era più una scella e perchè il Senato a Ironie deir agii:ii;i mol- 
tiUuliiiu non potava roiifcrire il supremo comando sul mar»' e 
sulle spiaggie assolulanicnte a nessun alii o raoivliè al solo l'om- 
peo. Più jM'i iiolosa (li questa negazione fundauiciilale delTaulo- 
ril.ì fu l'clTellivo annullamento ilclla medesima < itlla istitu/aone 
d'una carica di competenza militare e finanziaria ijiiasi illimitaia. 
Mentre la carica di generale si limitava solilainiMite al d rmiiic 
d'un anno, ad una (hMcrniinaia provincia, a mt7./.i luiliiaii e li- 
nanziarj esallanuMik' lissati, alla nui.\a rariea stiaiuilinaria fu m 
prevenzione fissala la durata d'un li iciinio. che nalui alnientf non 
rsi ludeva una ulterioi'o proroga, le fu sottomessa la massimi 
Italie delle ]ìr(i\in( ie e 1" Italia slessa, che solitamente non di- 
pendeva mai da un'autorità militale, e furono messi a sua dispo- 
sizione quasi senza restrizione i soldati, le nivi, il tesoro delio 
Stalo. A favore del nuovo supremo duce fu persino infranta la 
suaccennata antichissima massima fondamentale del <1iiaito pub- 
blico delia romana repubblica, che il supremo potere militare e 



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CADUTA DELL'OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. 103 

eìTìle non potesse venir concesso senza il concorso della borghesia: 
attrìbaendo la legge preventivamente rango e facoltà pretoria (*) 
ai ventìcinque aiutanti, che il supremo duce avrebbe nominato^ la 
suprema magistratura dì Roma repubblicana sarebbe stata subor- 
dinata ad una carica di nuova creazione, il cui nome conveniente 
dovevasi flssare in sej!ruito,clie però in sostanza conteneva in sè * 
stessa sino d'allora la monarcliia. Con codesto progetto di legge 
facevasi il primo passo ad un completo rovescio deir ordine vi- 
gente. 

Codeste misure, prr'si» da un nomo, il qii.ile anroi'ii poro slnnle Pompei 
aveva dato prove cosi ('vidciili ilella sua me*!io:TÌtà e drllii sua |p jgg^i 
debolezza, desiai^» la nKTavi-lia per rellìrace loro energia. Se GabinTc. 
questi volta vedi mio P(iiiì|k^o più risMluio ciit^ non lo fesse du- 
rante il suo consolato, non r diilicilr lo spioj^arnc la ragione. Non 
SI trattava già di mostrarsi inconlanenlc come monarca, sibbene 

(•) Il potere straordinario ipro cmsule, prò praetorc, prò quiieslore) secoiuìo 
Il diritto pubbUco de* Romani poteva nascere io tre modi. 0 d^a massima 
fbodamentale, non applicabile agli ufScii municipali , che la carica avesse a 
dotare sino al termine le^'aliiuuito stabilito e il potere sino all' arrivo del suc- 
cessore, e questo m'ir) ov;ì w più antic ), il più m MipUce e il pili fre(}uente. 0 
esso nasr«'vji dalla lutiiiina f.ìtl.i 'la'^ll ordinili sus^i !iarj delio Stata, special- 
mente dai cooiizlì,e negn uiliini tempi cziaiiiliu dai Senato, d*uti funzionario 
superiore oon contemplato dalla costituzione, il quale solitamente era eguale 
In ran^o al ùinzionario regolare; ma per scarno distintivo della straordinarietà 
della sua carica si cliiamava s it uitn « prò prnctore » o « proconsole ». A 
questa dasse apparten'nnim nni U • coloro, rlif in via ordinaria ontio nominati 
questori V floscia in via .str.iofdinaria erano investiti del poteri' im lorio p(»r- 
Siiio del potere consolare {quui'stores prò pracUìre o prò consule; lìeckei-Alar- 
quardt 3, l, iB\ ), nella quale qualU!^ p. e. Publio Leotulo Marcellino nel 670 
andò a Cirene (Sallustio hiatt. % 9i Dletscti ),,Gneu Pilone nel 689 nella Spa- 78 
gna citeriore (S.illustii) Cai. Ilo. C;ilone nel O H) a Cipro (Veli. 2, 4"). 0 fmaf- Ti" 
iiì^nt'* il p'ìter»^ sfr ? »nlinario avev;i orìiiiui- nel diritto di s >sti(u/.lon(? che aveva ali 
il supremo funzionano. Questi aveva la far dfi, quando lasciava il suo di- 
stretto 0 quando era impedito di accudire al suo inii)iei{o, di nominare uno 
de' suoi dipendenti come suo luogotenente , clic allora assumeva il nome di 
lagatuspro praetore (Sallusiio Jug, -37, a.s . oppur s se la nomina cadeva 
fui questore, qunestor prò pr>u'l"ri- (S.iiliisti > ' / ' Nello slesso modo era 
egli autorizzato, se non a\eva un questore, di i;jr trattare i suol atiari da 
UUQ del suo seguito, il quale allora ài cliìanu\a tegalus prò quaestore e con 
questo nome lo troviamo dapprima sul tetradramma macedone di Sura^ sotto 
CMiandante del (governatore <lella Macedonia del 065-667. Ma ciò era con- 9Mft 
trarlo ai cantlen? Iella sosUtuEÌone. e perciò secondo!' antica ra;4ìon distato 
inammissibile, che il supr 'oo ma','isfr do, >eiiZi essere impedito nella sua ge- 
stione, appena enlralo in canea, in\esti>-<' in o <> ,«a!"ei-i!i de'suoi ahallemi 
dei potere uUpieuio; e s,)tto liiie.^tu aopnUi eiuOJ lìim ',io\ idi i hyuli pru prue' 
tore del proconsole Pompeo, e già rassoaiisiiavanj a queUij che al tempi de- 
lti Imperatori baano avuto una parte cosi imjyortaate. 



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104 LIBRO QUINTO, CAPITOLO III. 

di spianare la Tia alla monarchia con una misara militare ec- 
cezionale, che^ per quanto fosse in sé stessa rlrolnzionaria,piire 
poteva ancora essere condotta ad effetto secondo le forme della 
vigente costituzione e che prima di tutto approssimava Pompeo 
air antica meta de^suoi desiderìi, al comando della guerra con* 
' tro Hltradate e contro Tigrane. Vi erano poi anche degli impor- 
tanti motivi di opportunità per T emancipazione del potere mi- 
litare dal Senato. Pompeo non poteva aver dimenticato, che un 
piano per la distrazione della pirateria formalo cogli identici 
principii aveva naufragato pochi anni addietro per la cattiva di- 
rezione, con cui era stato posto in pratica dal Senato; e che 
resito della guerra di Spagna era stato in gravissimo pericolo 
per la trascuratezza, con cui il Senato aveva trattato gli eserciti 
e per la sua insana amministrazione delle finanze; egli non po- 
teva a meno di accorgersi, che la grande maggioranza dell* ari- 
stocrazia gli era contraria, come a colui^ che era apostata del 
partito di Siila, e doveva sapere quale sarebbe statala suasorie, 
qualora e^i avesse lasciato che lo si inviasse In Orienta colla 
solita competenza dei generali del governo. È quindi naturale, 
che egli ponesse per prima condizione air assunzione del co- 
mando di avere una posizione indipendente dal Senato, e che la 
borghesia actettasse volonterosamente tale condizione. È inoltre 
assai verosimile, chequesta volta Pompeo venisse strascinato ad 
agire con ma:4giore prontezza da (|Uélli che l'avvicinavano,! 
quali prohabiliiKMiie non erano poco sde^aiaii della sua ritirata 
di due anni addietro. 1 piogeni di legge sul richiamo di Lncullo 
e sulla spedizione contro i pirati furono presoni iti dal tribuiio 
del popolo Aulo Gahinio, uomo l oviualo econoinn cimente e mo- 
ralmente . ma avvciliiio mediatore , ardilo parlatore e valoroso 
soldato. Per ijuanto non si prendessero sul serio le assicurazioni 
di Pompeo, cif esso assolutamente non aspirasse al supremo co- 
mando nella guerra contro i pirati, e che nulPaltro desiderasse 
che la domestica tranquillità, vi era però verosimilmente questo 
di vero, che T audace etl attivo cliente, il quale si trovava con 
Pompeo e co'suoi più inlimi in tutta contìdenza e conn.Hcov.i per- 
fettamente gli uomini e le circostanze, avrà fatto pitiidere Ja 
decisione per sorpresa al poco accorto e gofTo suo patrono. 

I La democrazia non poteva pronunciarsi pubblicamente contra- 
partili . , .4 1- 1 . • 

a fronte na al progetto di l('!:;.,^e per quanto i suoi capi ne potessero es- 
dtiw sere in segreto malcontenti. In ogni modo essa, a quanto, pare, 
Gal^e. non avrebbe potuto impedire che fosse allottato, e la sua oppo- 
sizione avrebbe bensì provoato un'aperta rottura tx>n Pompeo 



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CADUTA DBLL^OLIGABCHU B 8I6K0HU DI POmO. ifHH 

e lo avrebbe obbligato o ad accostarsi airoligarehla od a s^ire 
senxa riguardo di sorta la saa politica personale in opposizione ad 
ambedue i partiti. Al democratici non rimaneva altro a fare che 
mantenere questa volta ancora la loro alleanza con Pompeo per 
quanto vuota essa fosse^ e di cogliere questa opportunità, onde 
per lo meno abbattere definitivamente il Senato e pacare dal- 
l' opposizione al governo, lasciando il resto al tempo e alla no« 
toria debolezza di carattere di Pompeo. Perciò appoggiarono i 
progetti di legge di Gabinio anche i capi democratici, il pretore 
Lucio Quinzio, quello stesso che sette anni addietro era stato si 
operoso per la restaurazione del potere tribunido (V. p. 88} e il 
già questore Gajo Cesare. ^ Le classi privilegiate erano fuori 
di sé» non solo la nobiltà, ma anche Tarìstocrazia dei capitali, 
la quale con uno sconvolgimento si completo vedovasi minac- 
ciata ne^ suoi diritti particolari e anche questa volta riconosceva 
nel Senato il suo vero protettore. Quando il tribuno Gabinio, 
dopo d^aver presentato i suoi progetti di l^e, comparve nella 
Curia, mancò poco che! padri della città non lo strozzassero colle 
proprie loro mani, senza riflettere nel loro zelo quanto sarebbe 
stato per essi svantaggioso un simile modo di argomentare. Il 
tribuno si salv^ recandosi sul Foro ed eccitò la moltitudine 
ad assalire il Senato , quando ancora in tempo fu levata la se- 
duta. Il console Pisene, il propugnatore dell' oligarchia, venuto 
per caso nelle mani della plebe, sarebbe stato senza fallo vitti- 
tima del furore popolare, se Gabinio non si fosse intromesso e 
non avesse Uberato il console^ onde con un intempestivo delitto 
non mettere a repentaglio la sicura sua vittoria. Ha T irritazione 
della moltitudine non diminuì e trovò sempre nuovo alimento 
nel prezzo elevato del frumento e nelle moltissime, e per lo pid 
stolte notizie messe in circolazione, per esempio, che Lucio Lu-' 
cullo aveva impiegato il danaro, assegnatogli per far fsente alle 
spese della guerra, in parte mettendolo a frutto in Roma, in 
parte per tentare di corrompere il pretore Quinzio e distoglierlo 
dalla causa del popolo; che il Senato preparava al c secondo 
Romolo », come era chiamato Pompeo, la sorte del primo (') ed 
altre simili. Intanto venne il di della votazione. Spessissima eraVotaitomi 
la moltitudine sul Foro; sino i tetti degli edificj, da dove si po- 
teva vedere la tribuna deir oratole, erano coperti di gente. Tutti 
I colleghi di Gabinio avevano promesso al Senato di frapporre 
il loro veto, ma alla vista delle frementi onde delle masse 

{') La leggtiDda ùm, cbu iiomolo (atto a peui ^Datori. 



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106 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IlL 

tacquero tutti meno Lucio Trebellio, il qoale avera giurato a sé 
stesso ed al Senato morire piuttosto che cedere. Quando questi 
interpose il veto, Gabinio interruppe tosto la votazione dei suoi 
progetti di legge e propose air adunato popolo di procedere col 
suo ricalcitrante collega come s^era proceduto una volta con Ot- 
tavio sulla proposta dì Tiberio Gracco (Voi. II. p. 83), cioè di di- 
metterlo tosto dalla sua carica. La legge fu messa ai voti e si 
cominciò lo scrutinio; allorché si vide che le prime dieeiselte 
tribù si erano dichiarate favorevoli al progetto, e che il primo 
voto aifermativo avrebbe dato ad esso la maggioranza, Trebellio, 
dimentico del fatto giuramento, ritirò pusillanime il suo reto» 
Indarno tentò poscia il tribuno Ottone di ottenere almeno, che 
in luogo di uno, si nominassero due generali — ad esempio d^ 
gli antichi duumviri navali (Voi. I. P. I. p. 417) —; indamo im* 
piegò 11 vecchio Quinto Catulo, il più stimato fira i senatori , le 
ultime sue forze, onde i luogotenenti non fossero nominati dal 
comandante in capo, ma ben^i dal popolo. Ottone non potè nem- 
meno farsi intendere pel chiasso della moltitiiilinc; a Gat^loo^ 
tenne Gabinio colla ben calcolata sua odìciosilà il modo di farsi 
udire e in rispettoso silenzio ascoltò la moltitudine le parole del 
vecchio: in:i ciò non tolse che fossero parole gittate al vento. 
Le proposte non solo furono convertile in leggi con tulle le clau- 
sole e senza alcun emendamento^ ma fu concesso tosto e com- 
pletamenle lutto ciò che Pompeo chiese in via supplementare. 
Sooeessi Colle più lusinghiere speranze si videro partire i due generali 
Pompeo Pompeo e dlahrio per le loro destinazioni, f prezzi dei cereali 
Ortoile ^^^"^ ridiscesi alle solile proporzioni tosto dopo passate le lecrp 
gahinie; fu questa una prova delle speranzecheeccitava la graudius.i 
spedizione e il glorioso conditltiero che la comandava. Esse non 
.solo si veriticarono, < omo si j-accoiUerà poi, ma furono superate; 
nel termine di tre mesi la sicurezza dei mari fu . uuipletaniente 
ristabilita. Dal tempo della guerra d* Annibale in p(d il governo 
romano non aveva più spiegata tanta enerL'ia rapporti esiei ni: 
in faccia alla rilassata e inetta amministrazione delP oligarchia 
l'opposizione democratico-militare aveva chiarito nel modo più 
brillante il suo talento di aflerrarc e reggere il timone dello 
Stato. Gli sforzi non meno antipatriotici che gotìi del console 
Pisone. onde porre dei meschini intoppi alle disposizioni <lafe da 
Pompeo per estirpare la pirateria nella (lallia narbonese, altro non 
fecero che accrescere Tirrilazinne del popolo contro V oligarchia 
e il suo entusiasmo per Pompeo; il cui intervento personale sol- 
tanto impedì che r assemblea popolare non deponesse addirittura 



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CADUTA DELL'OLIGARCHIA S SIGHORU DI POMPEO. 107 

il console dalla sua carica. — In questo frattempo s^era fatta an- 
cora maggiore la confusione sul continente asiatico. Glabrio, 
il quale doveva assumere in luogo di LucuUo 11 supremo co- 
mando nella guerra contro Mi tradate e Tigrane^ si era fermato 
nell'Asia Minore e aveva bensi col mezzo di diversi proclami 
eccitato i soldati contro LucuUo , ma n^n aveva assunto il su- 
premo comando, talché LucuUo era costretto di continuare ad 
esercitarlo. Contro Mitradate, come era naturale, non si aveva 
fatto nulla; la cavalleria pontica saccheggiava arditamente e im- 
punemente la Bitinta o la Cappadocia. A motivo della guerra con- 
tro i pirati, Pompeo fu spinto a recarsi col suo esercito nell'Asia 
Minore. Nulla era più naturale che di conferire ad esso il su- 
premo comando della gnoiia pontico-armena , al quale egli, da 
si lungo tempo anelava; ma il partito democratico in Uoma non 
divideva, come hen si comprende, i dcsidei ii del suo generale e 
si guardava benednl preiidere in ciò Tinizialiva. È molto verosi- 
mile, che codesto [larlilo avesse indotto Galiinio a non conferire 
iildirittura a Pompeo il supremo comando della <:iierra contro 
Mitradate e di quella contro i pirati; ma di assegnare a Glabrio 
la direzione della i>i inia; e in nessun caso poteva esso ora voler 
accrescere e perpetuare la posizione eccezionale dell'ornai troppo 
potente duce. K Pompeo stesso .si mantenne, come era suo co- 
stume, intieramente passivo, e sarebbe forse rilornato realmente 
a casa dopo d'avere adempito alPincarico avuto, so non fosse av- . La 

l6?ff6 

venuto un caso inatteso da tulli i parlili. Un tale Cajo Manilio, ManOìa. 
uomo affatto nullo e insignificante, si era come tribuno del po- 
polo in grazia dei golìi suoi iM'ogeil! li legge messo in urto 
tanto roirarislocrazia (juanlo colla democrazia. Nella speranza 
(li mettersi sotto l'egida del poss(Mite generale, ove gli facesse 
ottenere ciò che egli, come eia nolo a tulli, ardentemente desi- 
derava , ma ncn osava chiedere, propose al popolo di richia- 
mare il governatore Glabiio dalla lìitìnia e dal Ponto, e Marcio 
Ke dalla Cilicia. e di conferire codeste cariche e la direzione 
della guerra d'drieiite, come pare senza limitazione di tempo e 
in ogni caso colla libera facoltà rli fare pace e alleanza, al i)ro- 
consolo dei mari e delle coste in aggiunta alla cai ica, di cui egli 
era già investito (principio del 688). E allora si vide in modo ma 66 
nifeslo quanto fosse guasto il meccani.smo della costituzione ro- 
mana, dacché il potere legislativo quanto alla iniziativa trovavasi 
nelle mani di qualsiasi infimo demagogo, e quanto alla risolu- 
zione in quelle di una moltitudine inesperta, e dacché lo si 



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108 LIBRO QUINTO, CAPITOLO III. 

estendeva alle pià importanti quistioni ammfnìstrattTe. n pro- 
getto di legge di Manilio non quadrava a nessuno dei parUti po- 
litici;, ciò non pertanto esso non trovò quasi nessuna seria 
resisténsa. I capi della democrasia non osavano opporsi seria- 
mente pei medesimi motivi che li avevano obbligati ad accet- 
tare la legge gabinia; essi tennero in sé il malumore ed i ti- 
mori loro e in pubblico si pronunciarono In favore del gene* 
rale della democrazia. Gli ottimati moderati si dichiararono per 
la proposta di Manilio, perché dopo la legge gabinia ogni resi- 
stenza era in fine dei conti inutile, e perchè gli uomini accorti 
vedevano sino d' allora che la vera politica del Senato era quella 
di approssimarsi il più che era possibile a Pompeo, e che conveniva 
di trarlo dalla sua nella prevedibile rotta tra lui ed i democratici. 
Gli uomini in fine» che erano esitanti per sistema, benedivano il 
giorno , in cui essi puro potevano manifestare una opinione senza 
disgustarsi con nessuno del partiti. È degno di osservazione, che 
Marco Cicerone iniziò la sua carriera d^oratoro politico colla di- 
fesa della legge manilla. Soltanto i severi ottimati con Quinto 
Catulo alla testa si mostrarono almeno quali erano e parlarono 
contro il progetto. È poi naturale , che il medesimo fu convertito 
in legge con una maggioranza, che si avvicinava air unanimità. Con 
codesta legge ebbe Pompeo, in aggiunta agli altri estesi poteri, 
anche il governo delle più importanti Provincie delPAsia Minore, 
talchd entro i limiti del vasto Stato romano appena vi era un 
qualche sito, che non ubbidisse a^suoi cenni, e la direzione 
d^ una guerra, di cui si poteva dire, come della spedizione d^ Ales- 
sandro, dove e quando era incominciata, ma non dove e quando 
finirebbe. Dacché Roma era Roma giammai era stata concentrata 
una tale forza nelle mani d*un sol uomo. 
La I progetti di legge di Gabinio e di Manilio misero fine alla 
'zione ^^^^ ^ Senato ed il partito popolano, cui sessantasetranni 
democra- prima avevano dato origine le leggi semproniche. Come le leggi 
^^ure."' semproniche avevano organizzato per la prima volta il partito della 
rivoluzione in opposizione politica, cosi il medesimo passò colle leggi 
gabinio-manilie dairopposizione al governo; e come era stato un 
momento di suprema importanza quello, nel quale coiressere an- 
data a vuoto r intercessione di Ottavio fu portato il primo colpo 
alla vigente costituzione, cosi non fu un momento meno impor» 
tante quello, in cui col recedere di Trebellio rovinò T ultimo ba- 
loardo dei reggimento senatorio. Ciò fu sentito da ambe le parti 
• e persino gli animi vigliacchi dei senatori si scossero a questa 



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CADUTA DELL^ OLIGARCHIA E SIGNORIA DI POMPEO. iOQ 

lotta di morte; se non chè la lotta della costitozioiie ebbe fine in 
no modo ben diverso e di gran lunga più meschino di quello 
che (osse stato il sno principio. Un giovine dotato sotto ogni 
rapporto di nobili sentimenti aveva iniziata la rivoluzione; essa 
fa tenninata da audaci intriganti e da demagoghi della più bassa 
sfera. Se dairaltro canto gli ottimati arevano cominciato con mo- 
derata resistenza, con una seria, perseverante difesa persino al- 
lorché erano battuti, essi finirono colP iniziare il diritto del più 
forte, con millantatrìce fiacchezza e con infrazione dei giuramenti. 
Era avvenuto ciò che una volta era sembrato un sogno temerario* 
il Senato aveva cessato di governare. Se però i pochi vecchi i 
quali aTevano vedute le prime procelle della rivoluzione e udite 
le parole dei Gracchi, paragonavano il tempo presente col pas 
sato, essi trovavano tutto cambiato, la campagna e la città, il* 
diritto pubblico e la disciplina militare, la vita e i costumi; e 
coloro che avranno confrontato F ideale del tempo dei Gracchi 
colla realizzazione non avran potuto trattenere un doloroso sog- 
ghigno. Ha siffatte considerazioni appartenevano al passato. Per 
ora, e ben anche per T avvenire^ la caduta dell' aristocrazia era 
un fatto compiuto. Gli oligarchi rassomigliavano ad un'esercito 
in piena rotta , gli sbaragliati corpi del quale possono bensì rin- 
forzare un'altro esercitò, ma sono incapaci di tenere ulterior- 
mente da soli il campo , o di azzardare un combattimento colle 
proprie forze. Ha mentre l'antica lotta •inclinava alla fine, già 
preparavasene una nuova, la lotta fira le due potenze, alleate sino 
allora per abbattere il governo aristocratico, l'opposizione demo- 
cratico-civile ed il potere militare, che diveniva sempre più po- 
tente. La posizione eccezionale di Pompeo non era conciliabile 
già per la logge gabinia con un governo repubblicano; quanlo meno 
dopo la legge nrmilia ? Egli colla legge gabinia — come già al- 
lora dicevano i suoi avversarii — non era stato nominalo am- 
miraglio, ma sibbene reggente dello Slato; non a torto fu chia- 
liidto <Re dei He» da un Greco, cbe era al fatto delle condi- 
zioni deirOriente. E quando egli un bel giorno, vittorioso e 
pieno di gloria , carico d' oro e con un esercito alTezionato ed ag- 
guerrito, ritornasse dall' Oriente e stendesse la mano alla corona, 
chi oserebbe trattenergli il braccio? Ricorrerebbe forse il conso- 
lare Quinto Catulo ai senatori contro il primo irenerale del suo 
tempo e contro le sperimentate suo legioni? o il designato edile 
Caio Cesare alla moltitudine della capitale, cbe si era allor allora 
pasciuta allo spettacolo delle sue trecenlovenU copie di gladiatori 



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I 



no LIBRO C'I'INTO, CAPITOLO HI. 

coperti d'argento"? Calulo beu profetizzava, che per salvare la 
libertà farebbe ben presto d'uopo di chiudersi «n'rrltrn volta fra 
le rupi del Campidoirlin. \on fri rolpa d^l pi-nf»'i;i. se la prnrella 
non venne dalTUnenle. come etzii lo pensa\a, ma il destino, in- 
terpretando le sue parole iiiù l('ltP]'alinoi)t<^ di tinello rh'esso 
stesso lo prescniìsM'. evocò F uragano distruggitore pochi anni 
dopo dai paese dei Celti. 



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CAPITOLO 



i V. 

♦ 



POMPEO £ l'oriente. 



Abbiamo già vedato, come in Oriente gli affari dei Romani f^*^"^!^^^ 
andassero alla peggio per mare e per terra, quando in principio erf u 
del 087 Pompeo assunse la direzione della guerra contro i pirati P^niteria. 
con poteri pressoché illimitati. Egli cominciò V opera sua divi- 
dendo rimmenso territorio assegnatogli in tredici distretti» asse- 
gnando ciascuno de^medesiinl ad uno de' suoi luogotenenti col* 
Perdine di armare navi ed uomini , di percorrere il litorale, e 
di pigliare o di cacciare nella rete di uno dei colleghi le barche 
dei pirati. Egli stesso colla miglior parte delle navi da guerra 
disponibili, fra le quali anche in questo incontro si segnalarono le 
rodane, mise alla vela sul principio dell'anno sgombrando tosto i 
maft della Sicilia, dell'Africa e della Sardegna, onde far rimettere 
in corso le spedizioni del frumento da queste provinole alla*volta 
d'Italia. Per lo sgombero delle spiaggie della Spagna e della Gal* 
Ua pensavano intanto i suoi luogotenenti. Fu in questa occasione, 
Cile il console Gajo Pisene tentò da Roma dMmpedire leleveche 
Marco Pomponio , legato di Pompeo , ordinato aveva nella pro- 
vincia narbonese in fona della legge gabinia — misura impru* 
dente, per opporsi alla quale e al tempo slesso per contenere la 
giusta irritazione della moltitudine contro il console entro i li- 
miti legali, Pompeo si decise a portarsi momenlaneamenie a Ro- 
ma (V. p. 106). Allorché nel termine di quaranta giorni larisla- 



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1!2 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

bUita la sicurezza della naTigazione in tutto il bacino occiden- 
tale del Mediterraneo, Pompeo colle sae sessanta migliori nan 
ai portònel mareOrientale e primieramente nelle acqne ddla Licia 
e della Gilicìa, sede principale della pirateria. Alla notizia del- 
raccostarsi della flotta romana non solo scompanrero per ogni 
dove le barche corsali dall'alto mare, ma s'arresero dopo una 
fiacca resistenza anche le piazze forti di Anticrago e di Crago 
nella Licia. Più che la paura aprì le porte di codesto piazze ma- 
rittime di difficile accesso la ben calcolata mitezza di Pompeo. 
I suoi predecessori avevano fatto cruciQggere tutti i pirati che 
loro erano venuti nelle mani; egli per contro diede quartiere a 
tutti senza difficoltà e tratto con Insolita indulgenza particolar- 
mento i rematori, che trovava nelle barche dei pirati, di cui s'im- 
padroniva. Soltanto gli audaci re corsali della Gilìcia osarono fare 
un tentativo per resistere ai Romani almeno nelle loro acque: dopo 
d'aver messo al sicuro nelle rocche del Tauro i figli e le mogli 
coi loro copiosi tesori, essi attesero il naviglio romano al con- 
fine occidentale della Gilicia, all'altezza di Goracesio. Ha le navi 
di Pompeo, bene equipaggiate e munite di tutto il bisognevole, 
riportarono quivi una completa vittoria. Senza altri intoppi ap- 
prodò allora Pompeo e cominciò ad espugnare e a distruggere 
le rocche de' corsari, continuando però ad offrire persino adessi 
in premio della sommessione la libertà e la vita. Non andò gnarì 
che il più gran numero dei medesimi, rinunciando a continaaie 
nelle loro rocche e ne'loro monti una guwra che non lasciava 
alcuna speranza, si sottomise. QuaMutanove giorni dopo la ve- 
nuta di Pompeo in questo mare la Gilicia fu sommessa e la 
guerra Anita. La pronta soppressione della pirateria fu di grande 
sollievo, ma non un fatto grandioso: coi mezzi dello Stato romano, 
impiegali senza alcun risparmio, era imposihilc che i corsari po- 
tessero misurarsi, come non lo potrebbero le bande di ladj^i di 
una grande città contro una polizia l)ene organizzala. Eravì una 
ingenuità senza pari nel celebrare come una vittoria una simile 
caccia. Ma considerata la lunghissima esistenza e la sempre mag- 
giore proporziono di codesta calamità jili e ben naturale, che il 
soggiogamento sorprendentemente rapido dei terribili pirati fa- 
cesse una grandissima impressione sul pubblico; e tanto più, che 
questa era una prima prova del potere concentralo in un solo 
individuo ed i parliti erano ansiosi di vedere, se un cotale siste- 
ma varrebbe meglio del collegiale. Circa 400 ira hai'che e bat- 
telli, e fra questi 90 vere navi da guerra, furom» in parte prese 
da Pompeo, m pai te gli vennero consegnato; in tutto sarebbero 



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POMPEO E L'ORIENTB, 113 

Stale (^istruite presso a poco 1300 barche cor«nli e incendiati ol- 
tre dì ciò *i ricchi arsenali e lo armerie di quei Aibaslieri. Era- 
no periti circa 10,000 pirati, e a più di 20,000 sommavano quelli 
cadati nelle mani del vincitore, mentre r ammiraglio romano, 
che comandava la flotta stanziata nella Cilicia,'Publio Glodio,ed 
VI gran numero di altri personaggi catturati dai pirati e tn pa> 
trìa creduli morti da lunghissimo tempo ottenevano per vìa di 
Pompeo la libertà. Neil* estate del 687, tre mesi dopo cominciata 07 
la earapapa, il commercio aveva ripreso il suo andamento ordi- 
nario e ritalia invece di aoflnre la fame nuotava neirabbon* 
damai 

Un fastidioso intenneno neirìsola di Creta turbò frattanto non Contese 
poco questo consolante successo delle annUromane. Era già il pom^ 
lecoDdo anno che Quinto Metello stava in queir isola oceupandosi ^ ^ 
a eonpiere la sommessione che in sostanza era già un fatto ( V. ^ ' 
p^ 74X quando Pompeo comparve nelle acque orientali Era ine^ 
vitabile una collisione, poiché a tenore della legge gabinia II 
comando di Pompeo, facendo concorrenza con quello di Metello, 
si estendeva su tutta risola, ch^era considerevolmente lunga, ma 
che in nessun luogo era larga oltre le venti leghe ; tottaviaPom« 
peo ebbe tanto riguardo da non assegnare IMsola a nessuno de' 
suoi legati. Se non che i comuni cretensi ancora ricalcitranti, 
che avevano veduto come i loro sottomesai compatriotti Ibssero 
stati chiamati da Metello» a rispondere della loro condotta colla 
pià crudele .severità, e avevano per contro udito parlare delle 
miti eondisioni che Pompeo soleva imporre ai paesi delPAsia 
Minore che gli si sottomettevano, preferìrooo di assoggettarsi 
tutti assieme a Pompeo, il quale, trovandosi allora nella Pamfilia, 
accettò Tofferladai loro ambasciatori e allorché ritornarono associò 
loro il suo legato Lucio Ottavio alTìnchè desse a Metello partecipa- 
zione dell'avvenuto trattalo e prendesse possesso delle suUoinesse 
ciLla. Il modo di procedere, a dir vero, non era collegiale; ma il 
diritto formale era assolutamente dalla parte di Pompeo, e Metello 
aveva torto manifesto, se, fingendo d'i;.4inrare comiileiamente 
la convenzione avvenula tra le città e Pompeo, conliu uava a init 
tal le ostilmente. Invano protestò Ottavio; invano fece veniro- 
dair Acaja il legalo di Pompeo, Lucio Sisenna,.es8endo egli slesso 
senza truppe. Metello , nulla curandosi né di Ottavio, nt; di 
Sisenna, strinse d'assedio Eleuterna e prese Lappa d'assalto, nel 
quale incontro fu fallo prigioniero Ottavio stesso, e lasciato li- 
bf'ro dopo d'essere slato svillaneggiato, mentre i Cretesi presi 
insieme a lui venivano consegnati al carneùoe. Si venne così a 

Stoi w Romana. Voi. III. i 



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iU LIBRO QUINTO» CAPITOLO IV. 

ver! combattimenti fra le truppe di Sisenna, alla cai testa, ri- 
masto questi ucciso, si pose Ottavio, e quelle di Hetèllo; e Ot- 
tavio in unione coi Cretese Aristlone continuò la ^nierra persino 
dopo che le schiere venute con Sisenna erano state di nuovo man« 
date neir Acaja. lerapitna, ove si trovavano i due condotti^ , 
fìi espugnata da Metello soltanto dopo una ostinatissima difesa. 
— Lo zelante ottimate Metello aveva in realtà cominciato per pro- 
prio conto una vera guerra civile contro il sapremo duce della 
demoerazia.r E una prova deirindescrivibite scompiglio, a cui era 
ridotto il governo di Roma, fa che queste scene non ebbero al- 
tro risultato fìiorchó un^aspra corrispondenza tra i due generali, 
i quali un pajo d'anni dopo sedevano di nuovo pacificamente, 
anzi tamichevolmenA», Tuno a canto deiraltro in Senato. 
Pompeo Durante questi avvenimenti Pompeo trovavasi in Cilicia; esso 

assume ^ » ^ 

il apparentemente si preparava ad intraprendere Tanno appresso 
<»mAiido spedizione contro i Cretesi o per meglio dire contro Metello; 
contru in sostanza poi stava attendendo il cenno , che lo chiamasse a 
•porre rimedio agli imbrogliatissimi affari del continente dell'Asia 
Minore. Ciò ch'era rimasto deir esercito di Lucullo dopo le sof- 
ferte perdite e dopo il licenziamento delle legioni fimbriane, stava 
inoperoso sull'alto Ali nel paese dei Trocmi, sul confine del ter- 
ritorio ponlico. Ne aveva ancora provvisoriiìraente il comando 
Lucullo, poiché il suo successore Glabrio continuava a rimanere 
nell'Asia Minore. Altrettanto inoperose accampavano nella Ciiicia 
le tre legioni capitanate da Quinto Marcio Re. Tuiiu il territorio 
ponlico era nuovamente in potere di re Milradate, il iiu ile faceva 
barbaramente st oiUare la defezione dei singoli indivulm e dei 
comuni, come p. e. Eupaluria, che si erano accostati ai Romani« 
I re delToriente non passarono ad uaa seria offensiva contro i 
Romani, sia che in generale essa non entrasse nel loro piano, 
sia, come ancora si pretese, che lo sbarco di Pompeo nella Ci- 
licia decidesse Mi tradate e Tigrane a desistere da ulteriori pro- 
gressi. Più presto di quello che Pompeo stesso non lo potesse 
sperare reali7,zò la legge Maiiilia le fervorose sue brame: Glabrio 
e Re furono richiamali e i governi del Ponto, della Bitinia e della 
Cilicia insieme colle truppe che vi erano accantonate, nonché la 
condotta della guerra pontico-armena furono affidate a Pompeo 
colla facoltà di dichiarare guerra, di conchiudere pace e di strin- 
gere alleanza a suo beneplacito. Colla prospettiva di si grandi 
onori e di si ricche spoglie INuiipeo trasandu volentieri di punire 
un ottimate lunatico e geloso di conservare gli scarsh suoi allori, 
rinunciò alla spedizione contro Creta e sospese V ulteriore perse- 



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POMPEO E L'ORIENTE. liB 

mione dei pirati, destiiiaDclo anche la saa flotta per appoggiare 
rattaceo da lui progettato contro i re del Ponto e dell'Armenia 
Ttattavia questa goerra continentale non gU fece perdere intiera- 
mente d'occhio la piraterìa, che sempre tentava di rialzare il 
capo. Prima di lasciare TAsia Minore (691 ) fece disporre \9 na- 63 
vi necessarie contro i corsari ; sulla sua proposta Tanno dopo» 
Ita presa una simile misura per T Italia, e dal Senato fu accor, 
data la somma a dò necessaria. Si continuò a proteggere le spiag* 
gie eoa guarnigioni di cavalleria e con piccole squadre, e se non 
si venne completamente a capo della distruzione della pirateria, 
come Io provano le spedizioni contro Cipro del 696 e contro TE- ss 
gitto del 699, onde si farà cenno più tardi, essa però dopo la ss 
spedinone di Pompeo non ha mai più potuto, malgrado tutte le 
vicissitudini e le crisi politiche di Roma, rialzare il capo ed esclu* 
dece i Romani dal mare in un modo cosi assoluto come era av- 
venuto sotto il governo della corrotta oligarchia. 

I pochi mesi che rimanevano sino al cominciamento della canb ^^^l^* 
pagna dell* Asia Minore furono dal nuovo supremo duce impiegati gnermebl 
con indefessa attività in preparativi diplomatici e militari. Furono d^Lq 
inviati ambasciatori a Mitradate più per ispiare che per tentare 
«B serio componimento. Alla, corte pontica si andava sperando, 
ehe il re dei Parti Fraate si lascerebbe indurre ad entrare nella Ma 

coi 

lega pontico-armena dai ragguardevoli successi, che gii alleati parii. 
avevano da ultimo riportato sopra Roma. Onde impedir ciò par* 
tiTono ambasciatori romani per Ctesifonte, e ad essi giovarono 
gli interni dissidii, che laceravano la dinastìa armena. Il aglio 
omonimo del Gran Re Tigrane si era ribellato al padre, sia che 
non volesse più lungamente attendere la ihorte del vecchio, sia 
che i sospetti del medesimo , che avevano già costato la vita a 
parecchi de*snoi fratelli, gli suggerissero Tanica via disalveiza es* 
aere V aperta ribellione. Vinto dal padre, egli si era rifuggito con 
nn certo numero di nobili Armeni alla corte deirArsacide, ove 
intrigava contro il padre. Fu in parte opera sua, se Fraate ac- 
cettò il guiderdone offertogli da ambe le parti per la sua acces- 
sione, vale a dire il sicuro possesso della Mesopotamia, piuttosto 
dalle mani dei Romani, e se rìnnovò con Pompeo il trattato (Y. 
p. 67) conchittso già con LncuUo relativamente ai confini del- 
l' Eufrate, e se finalmente dichiarò di far causa comune coi Ro- 
mani contro rArmenia. Maggior danno, che non coirappoggio pre- 
stato per la stipulazione iella lega fra Romani e Parti, ragionò 
il giovine Tigrane ai re Tigrane e Mitradate colla scissura prodotta 
tra loro dalla sua sollevazione. Il Gran Re natriva serretamentc 



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fl^ LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

sospetto.' che nolUi rivolia «Icir ai)i.i'it'o avesse nvnto parte il 
suocero — la m i«lre (iel giovine Tiiirane. Cleopati'j, era figlia di 
Mitradato — e sebbene non ne scfjiiisse un'aperta roliiira, la 
buona intelligenza fra i due mouanlii Tu tarl)ala appunto nel 
momento, in cui per essi era più < lio mai necessaria. — l*onipeo 
spingeva al tempo slesso con energia gli apparecchi di guerra, l 
comuni confederali e clienti furono invitali a fornire i pattuiti 
contingenti. Pubblici proclami invitavano i congedati veterani 
delle legioni dì Fimhrirt a far ritorno sotto le insegno come vo- 
lontari 0 it^ grazia dell^* jrandi promesse e del nome di Pompeo 
una ragguardevole parte dei metlesimi si lasciò decidere a se- 
guire la chiamala. Tutta ia forza, ette s'era raccolta sotto il co* 
mando di Pompeo, poteva ammontare, con esclusione delle truppe 
sussidiarie, a circa 40 - 50,000 uomini ('). 
Pompeo(4ie Nella primavera del 688 Pompeo si portò nella Galazia per 
LueaUo. assumere il supremo comin lo delle truppe «!i I ulto e colle 
medesime invadere il territorio pontico, ove le legioni stanziate 
nella Giìicia ebbero ordine di seguirlo. I due generali si scon- 
trarono in Danala piccola città dei Trocmi; ma non si ottenne 
la oonciliaslone, che gli ankici delPuno e delF altro avevano spe* 
rato dì operare. Le preliminari cortesie si cambiarono ben tosto 
in pungenti discussioni e queste in violenti discorsi; si separa- 
rono più discordi di prima. Continuando Lucnllo, come se fosse 
ancora in carica, a fare dei doni onorari e assegni di terre, Pom- 
peo dichiarò nulli tutti gli atti compiuti dal suo predecessore 
dopo il suo arrivo. Secondo le forme legali egli era nel suo di- 
fìtto; non dovevasi da esso attendere un sentimento morale nel 
trattamento d' un rivale benemerito e olTeso più del bisogno. — 
Invasione Tosto che la stagione lo permise le truppe romane passarono i 
Ponto. conQnt del Ponto. Vi trovarono re Jiitradate con 30,000 fanti e 
3000 cavalieri. Abbandonato da' suoi alleati e attaccato dai fio- 
mani con forze superiori e con maggiore energìa, egli fece un 
tentativo onde ottenere la pace; ma respinse la condizione mes- 
sagli da Pompeo di sottomettersi senza condizioni — quale pog. 
gior danno avrebb^egli potuto attendersi anche dalla più infelice 
campagna? Per non esporre il suo esercito, composto perla mas- 
sima parte di imberciatori e cavaUeri, al terribile urto delle le- 

(*) Pompeo distrtt>iil fra I suoi soldati e ufllciait qual dono d*ononi 3B4 mi- 
lioni di sesterzi (sa 10,000 talenti, Aiip. Mifhr. 110); e siccome sfli uflìcìaU 

ricevettero iO<> milioni (Plin. h. n. 37,2, i6), e .ìjhI sri.iiilìrc soldafAnonos^»- 
sterzi (Plin., App.) cosi r esercito all'epoca dei trionfo contava aacora circa 
40,000 uornijii 



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POHPBO B t*' ORIENTE. 117 

gioni ramane, egli batté lentamente in. ritirata dinanù al ne- 
mico, obbliifando i Romani a seguirlo in tutte le ane marcie, 
nelle quali, ove gli si presentava l'opportunità, colla sua cavai* 
lena superiore in numero faceva testa alta nemica, e co) rendere 
difDcile gli ap;»rovvigtonamenii cagionava ai Romani non poche 
tribolazioni. Pompeo, imp izìente, cessò di seguire T armata pon« 
tìca e non curandosi ilei re volse i suoi pensieri a sottomettere 
il paese ; egli si avanzò verso Tallo Eufrate, lo passò e toccò le 
Provincie orientali del regno pontico. Ha anche Mitradale ve lo 
segni sulla sponda slnfstra del fi urne, e giunto nel paese degli 
Anaili od Achiliseni chiuse ai Romani la strada presso Dastira, 
piazza forte e abbomlantemente provveduta d'acqua, da dove egli 
colle sue truppe leggiere dominava la campagna. Pompeo, man- 
cante ancor sempre delle legioni cilicie, senza le quali non sen- 
livasi abbasi;in/.a fol to per mantenersi in quella posizione, do- 
veWe rip, issare T Eufrate e mettersi al sicuro contro i cavalieri 
e gì' imtjerciatori del re nell' Armenia pontica , coperta di selve , 
e tagliala in tutti i sensi da iMuidui e da prufunile vaili- Sol» 
tanto dopo arrivate le truppe dulia Cilicia , le quali mettevano 
Pomi)'0 in grado di riprendere con forze superiori Toffensiva, 
egli circondò il campo del re con un cordone di posti per la 
lungliem di circi qiKitiro leghe e ve lo tenne completamente 
bloctato. mentre i disi.iccamenli romani scorrevano a grandi di- 
stanze il paese, lir.iiidu era la scarsezza dei viveri nel campo 
pontico, giù si dovevano nnima/.z.ire le bestie del treno; final- 
monte dojìo (jn.irantiii'irKiue jiioini d'indugio, non poUMido il re 
salvare, ne volen i<i l isciar ca lere nelle mani del nemico i suoi 
amni dati e feriti, li fei e iimmazzare dalla sua gente e parli colla 
mjg^ior possi tiii.' st'i^ri'lezza di notte tempo verso oriente. Con Ritirati 
circospezione lo seguiva Pompeo attraverso FiL^^ioto paese; b'i^ 
era vicino il confine, rhe sei-nnva i terrilorj di Mitradale e di 
Tignne. Accortosi il duce romano, che .Mitradale non pensava di 
venire ad una battaglia decisiva entro i limiti del siio Stalo, sib» 
bene di attirare il nemico nelle immense lontananze deirorienle, 
egli si derise a non pei ui Mlerlo. I due eserciti erano accampati 
a breve distanza l' uno ììjIT allro. Durante il riposo meridiano Battagiu 
r esercito romano levò le ten ie senza che il nemico se ne avve- fK^^Jj^ 
desse, lo girò e occupò le alture prominenti e dominanti una 
gol i, per la quale il nemico doveva p issare, sulla sponda meri- 
dionale del fiume Lieo (les'hii Inuik) non lungi Uair odierna 
Euilera, dove più tardi fu edilìcata \icopoli. La mattina seguente 

r esercito pontico si mise in marcia come al solito, supponendo 



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US LIBRO Q VINTO, CAPITOLO IV. 

di avere come fino nllora il nemico dietro a sé, e dopo termi- 
nata la marcia pose le tende appunto nella valle, le cui cir- 
costanti sommità erano stale occupate dai Romani. Impi iwisa- 
mente nel silenzio tlell;i notte risuonu luU dH" intorno il tremendo 
grido di guerra delle legioni e da tutte le parli cadde una piog- 
gia ili (laidi sulle masse asiatiche, nelle quali soldati, carriaggi, 
cavalli, cammelli si -sospingevano gli uni gli altri, e in quel fitto 
vortice, malgi ido Foscurità, nessun projettile mancava della sua 
villinui. 1 Boniani, con>umati ch'ebbero tutti i proiettili , si preci- 
pitarono dalle alture sulle schiere, che il sorgere della luna rendeva 
visibili e che- erano abbandonale quasi inermi al loro furore, e 
coloro che non penioiio pel ferro nemico furono nello spaven- 
tevole bulinarne triturate sotto le ruote dei carriaggi e sotto le 
unghie de' cavalli. Fu Tullimo campo di battaglia, sul quale il 
vecchio monarca combatté coi Romani. Accompagnato da tre sole 
perione, due de'suoi cavalieri e una concubina, la quale era so- 
• lita di seguirlo e di combattere valorosamente al suo lato in co- 
stume virile, esso fuggi nella fortezza di Sinoria, ove si raccolse 
una parte de' suoi fidi. Egli disinlìui fra i medesimi i suoi te- 
sori quivi cou.^ervati, che aminoli la vaiiu a 6000 talenti d'oro (9 
milioni di talleri — a L. .33,7oO,OUO), somministrò loro del ve- 
leno e ne prese con sé una dose, e s'affrettò di risalire colla 
schiera rimastagli il corso dell'Eufrate onde unirsi al suo alleato 
il Gran Re dell'Armenia. 
Tigraiie E questa .speranza ancora gli andò fallita; Talleanza , in cui 
rompe Milradate confidava allorché aveva presa la via dell'Armenia, 
Ij^j^jg allora più non esisteva. Mentre avvenivano i combattimenti or 
ora narrali tra Milradate e Pompeo., il re dei Parti, < ed ondo al- 
rinsistenza dei Romani, e spe»:ialmente a quella dol principe ar- 
meno fuggitivo, aveva invaso il regno di Tigrane e obbligato il 
re a ritirarsi nelle inaccessibili montagne. L'esercito invasore 
aveva persino comincialo a stringere d'assedio la città capitaie 
di Artassata; ma, prolungandosi di troppo codesta operazione, re 
Fraate se ne allontanò colla miglior parte delie sue truppe,dopo 
di che Tigrane vinsn il rorpo dei Parti rimasti in paese e gli , 
emigrati ameni capitanali dal di lui lìglio, e ristabilì la sua si- 
gnoria in tutto il regno. In queste condizioni era il re, come 
ben si romprtMide, poco inclinato a romliattere coi Romani che 
erano nuoN.niìrnte vincitori, meno poi di sagrifirarsi per Mitra- 
date, di cui dillidava più ch<* mai dacché gli era pervenuta la 
notizia, che il ribelle suo figlio aveva Pintenzione di rec.irsi da!- 

Tavo. Cosi egli intavolò coi Romani delle trattative per nua paca 



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POHPSO E t'OiUENTE. il9 

Mfimta ; aia non attese che fosse stipulato il trattalo per rom- 
pere r alleanza che lo vincolava a Bfitradate. Arrivato aiconOni 
deirArmeoia, Mitradale dovette udire che il Gran Re Tignane 
aveva messo una taglia di 100 talenti (150>000 talleri^ aL. 662,500) 
snHa sna testa, e che aveva fatto arrestare e consegnare ai Ro- 
mani i snoi ambasciatori. Re Mitradate vedeva il suo regno nelle mtradate 
mani del nemico, i suoi alleati sul punto ^ accordarsi con esso; 
non era possibile di continuare la guerra; doveva slimarsi for- 
Innato se gli riusciva di mettqfsi in salvo sui lidi orientali e 
settentrionali del Mar Nero, di cacciare forse dal regno del Bo- 
sforo il ribelle suo Aglio Macarete (Y. p. 61) alleato dei Romani, 
e di trovare sulle spiaggie della Palude MeoUde un nuovo campo 
per nuovi piani. Egli volse quindi i suoi passi verso settentrione. 
Passato ch^ ebbe il re il Fasi , antico confine delP Asia Minore , 
Pompeo sospese pel momento dMnseguirlo; ma invece di ritor-, 
mure nel paese delle sorgenti deirEuf^te, si volse verso quello 
bagnato dair Arasse onde farla finita con Tigrane. Quasi senta Pompeo 
intoppo di sorta giunse egli nelle vicinanze di Artassata ( non ^^^^^^^ 
hmgt da Erivan) e mise il suo campo alla distanza di circa tre 
teglie dalla città. Colà ebbe la visita del figlio del Gran Re, il 
quale dopo la caduta del padre sperava di ricevere dalle mani 
dei Romani la corona dell* Armenia e con questa vista impiegava 
tatti i mezzi onde impedire la conclusione del trattato tra suo 
padre ed i medesimi. E il padre alla sua volta era tanto più de* Pace 
dso di fare la pace a qualunquo costo. A cavallo e senza il ^igraue. 
manto reale, ma ornato del dipdema e del turbante reale eom* 
parve Tigrane air ingresso del campo nemico chiedendo di es* 
sere condotto dinanzi al generale romano. Dopo d'avere per or* *' • 
dine dei littori, come lo voleva V ordine castrense dei Romani, 
consegnato il suo cavallo e la sua spada, si gettò secondo il co- 
stome dei barbari ai piedi del proconsole, deponendo in segno 
di assoluta sommissione il diadema e la tiara nelle sue mani. 
Giulivo della facile viiloria sollevò Pompeo P umiliato re dei re, 
gli ripose sul capo le iusegne della sua dignità e dettò la pace. 
Oltre una somma di 6000 talenti (9,0000,000 di talleri = a 
L. 33,7.'JO,000 ) da vcrsaisi nella cassa di guerra ed un dono ai 
soldati, che consisteva ui tiO tlanari ( l't l:illeri - a L. 52. ìiO) per 
ciascuno, il re cedeva tutte le falle conquiste e non solo quelle 
nella Fenicia, nella Siria, nella Cilicia e nella Cappadotia, ma 
anche quelle sulla riva de stra deirKahate, SofTcne e Corducne; 
egli fu ridotto airArmcnia propriamente detta e il suo Gran He- 
gno aveva cessato d'esistere. In una sola campagna aveva Pom- 



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ìMi LIBRO QUINTO, CAPITOLO iV. 

peo soggiogalo complelamente i dae possenti re del Posto • 
m deirAmeoia. Al principio dell* anno 668 non vedevasi un solo 
soldato romano oltre il confine degli antichi possedinmli ro- 
mani ; alla fine dello stesso anno errata re Mitradate esule e 
senza esercito nelle gole del Caucaso, e re Tìgrane occupali il 
trono deli* Armenia non pià come ro dei re, sibbene come prìn- 
cipe vassallo dei Romani. Tutto il paese deirAsia Minoro a4 
occidente deir Eufrate ubbidiva assolotameite ai Romani; ilti^ 
torìoso esercito prese i suoi qq^rtierì dMnvenio all' oriente di 
questo fiume sul soolo armeno, nel paese che estendesi dair alto 
Enfìrate sino al fiume Gur, nel quale gli Italici allora per lo pri- 
ma volta abbeverarono i loro cavalli. 
1 Ma il nuovo paese, cho i Romani toccavano, procacciò loro 
pogti nuovi guai. Lo valorose popolazioni del Caucaso mediano ed 
Csocascw orientale vedevano di malanimo che i lontani Occidentali ae^ 
campassero sul loro territorio. Sull'ubertoso e abbondantemente 
Iberi. irrigato altopiano deirodierna Georgia vivevano gli Iberì,DaaioDe 
valorosa, ben ordinata e data air agricoltura, le cui tribù sotto i 
loro anaiani lavoravano la campagna in comunione: i «ìngoli lavora- 
tori non avevano proprietà particolari.Esercito e popolo erano una 
cosa stessa; alla testa della popolazione erano io parte le limi* 
glie signorili, e nelle medesime il più vecchio della naaìone ib^ 
rica presiedeva come ro, il secondo per età come giudice e con* 
dotliero dell'esercito, in parte delle speciali famiglie sacerdotali, 
alle quali incombeva particolarmente di conservare e di far os- 
servare i trattati stipulali con allri popoli. La massa dei non li- 
beri veniva considerala come addelia al le. Ln grado di col- 
Albani, tura molto minore aveano i loro vicini crienlali, gli AUiani o 
Alani, elle stanziav ano sul basso Cnr sino al mare Las^pio. Per la 
massima parte popolo pastore essi pascolavano a piedi o a cavallo 
le numerose loro greggie sulle rigogliose praterie dell' odierno Scir- 
van; i pochi campi aralorj erano lavorati ancora coU anlico ara- 
tro di legno senza vomero. Non conoscevano la moneta e non 
sapevano conlare oltre il cento. Ciascuna delle loro tribù , che 
souiiiiavano a ventiquattro, aveva il suo capo e parlava il suo 
proprio dialetto. Sebbene superiori in numero agli Iberi , essi 
non potevano assolutamente dirla per valore coi medesimi. Il 
modo di combattere di queste due nazioni era dei re^to pres- 
socliA !o stesso: essi pugnavano di preferenza con freme e con 
le^^c'i i j dardi, clie al modo rlegli Indiani lanciavano spesso sul 
nemico, nasrosti nello macchie dietro i tronchi d'albero e dalle 

cime delle piante; gli Albani avevano anche una numerosa ca* 



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' POHPSO £ L'ORIENTE. 121 

valleiia coperta in pnrte, come la metlo^armena, di ft^^^nti co* 
FBZze e di acliiniere. Ambedue queste oaziooi \ivevaoo mi loro 
campi e pascoli serbando da tempo immeinorabile una completa 
indipeadeaza. — Pare proprìo che il Gaacaao sia slato posto dalla 
naton tra TEoropa e TAsia come un arglDe contro r invasione 
dei popoli: al Caucaso avoyano già trovalo il loro confine le ar- 
mi di Giro non meno che quelle d^ Alessandro; ora la valorosa 
guarnigione di questa gigantesca rocca si disponeva a difender»! 
«ttclib contro i Romani. Spaventati dalla notista, che il supremo ^j^^. 
doee dei Romani intendeva di varcare i monti nella prossima prì- vinti* 
mavera e dMnsegoire il re del Ponto oltre il Caucaso — essendo pQ^peo. 
che Mitradate svernava, a quanto dicevasl^ in Dioscuria (Iscùria 
tra Suehom Kale e Anaclia) sul Har Nero — , gli Albani, capi- 
tanati dal principe Oroice, passarono prima ancora nel cuor del* 
l'inverno 688f9 il Cure si gettarono snir esercito romano, ^-5 
diviso in tre corpi ragguardevoli onde facilitarne la sussistenza 
e comandato da Quinto Metello Celere, Lucio Placco e Pompeo. 
Ma Celere, cui tocc6 T attacco principale, tenne duro, e Pompeo, 
liberatosi dalle schiere portatesi contro di lui, insegni i barbari 
vinti sa tntti i ponti sino al Cnr. Artoco, re degli Iberi, non si cu 
moase e promise pace e amicizia; ma essendo Pompeo stato in- vìdu. 
formato, che esso segretamenle armava onde sorprendere i Ro- 
mani durante la loro marcia nelle gole del Caucaso, si afTretló di 
por arsi, venula che fu la pr imavera <lel 689, e prima di ripren- 
dere rin<?epimento di Milradate, soUo le due fortezze di Armo- 
zica (Honiinzii ho o Armazi)e Seusamora (T.siini;ir , distante Tuna 
dall ' jltra ;ippoi) I un i mezza lega, le «ju ili iioco al di sopra del- 
roiiitTiiu litlis (iuminann le due valli del (>iir e delP Aragua suo 
ailiuente, e quindi i soli passi die dalP Arnieiiiu conducono uel- 
r Iberi a. Artoco, sorpreso dal nemico [inna che lo pensasse, arse 
in tutta fretta il ponte sul Cur e iniavolando trattative si ri- 
trasse neirinierno del paese. Fonipeo occupò le fortezze e inse- 
gui gli Iberi sulFaltra riva del Cur, sperando di indurli allMm- 
raediata sommissione. Ma Artoco conlinuA a ritirarsi senz i posa 
nell'interno del paese e arrivato lìnainit iiio al fiume Feloro si 
fermò non già per arrendersi ma per couilKittere. Se non che i 
frombolieri iberi non resistettero alTurto delle legioni, e vedendo 
Artoco che i Komani passavano an( he il Peloro, accettò le con- 
dizioni che dettò il vincitore e mandò i suoi tigli come osta^rgi. 
Seguendo ora Pompeo il suo piano primitivo marciò attraverso Pompeo 
il posso di Sarapana dalla valle del Cur in quella del Fasi e da q^^^^ 

({uivi a feconda dei fiume sulle rive del Mar Nero, dove sulle 



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122 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

spiaggia dPÌla Colcliitle già l'allendeva la flotta comanciata da 
Servilio. EiM però un piano assai incerto e quasi si può dire 
senza uno scopo quelli' di condurre Tesercito e la flotta sul fa- 
voloso litorale della Colchide. La marcia faticosissima or ora 
compita attraverso nazioni sconosciute e quasi lutlt iieiui ho era 
un nnll.i al confronto «li quella eh' ancora sovrastava ; e quando 
pure si venisse a capo di condurre Teserciio in Crimea passando 
dalla foce del Fasi in mezzo a povere tribù bellicose e barbare, 
attraversando un mare inospitale e sconosciuto, o lungo un li- 
torale, sul quale in alcuni siti i monti sorgono a picco dal mare 
e dove sirebl)e stato assolutamente necessario di montare sulle 
navi; quando pure si riuscisse di condurre a buon porto questa 
spedizione, che era forse più scabrosa di quelle d'Alessandro e 
d'ÀBOibale, cosa a>Tebbesi ottenuto, anche nel miglior evento, 
che corrispondesse alle fatiche ed ai pericoli passati? È bensì 
▼eroiche la guerra non era finita sin tanto che il vecchio re era 
ancora in vita: ma quale garanzia si aveva di riuscire veramente 
a prendere la fiera reale , per la quale veniva ordinata codesti 
caccia senza esempio? Non era meglio, anche con pencolo che 
Mitradate riaccendesse la face della guerra neirAsia Minore, di 
Resistere da una persecnzione che presentava si poco profitto e 
tMiU perìcoli ? È vero che molti neiresercito e moltissimi nella 
capitale insisteTano presso il snpremo comandante, afflnchò con- 
tinnasse senza posa ed a qualunque costo rinsegnim^to di Mitra» 
date; ma erano voci in parte di teste balzane, in parte di quei 
falsi amici, i quali avrebbero tenuto volentieri ed a qualunque 
prezzo lontano dalb capitale il troppo possente imperafore UkUh 
candele in oriente con interminabili imprese. Pompeo era un 
ufficiale troppo esperto e troppo assennato per mettere a repen- 
taglio la sua gloria ed il suo esercito ostinandosi in una cosi 
dissennata spedizione,- una sollevazione degli Albani alle spalle 
dell^esercito porse il pretesto per sospendere ogni ulteriore in* 
seguimento del re e per ordinare la ritirata. La flotta ebbe Tor» 
dine d'incrociare nel Mar Nero, dì garantire contro ogni inva- 
sione nemica la costa settentrionale deir Asia Minore, di bloccare 
strettissimamente il Bosforo Cimmerio minacciando della vita 
qualunque mercante tentasse di rompere il blocco. Pompeo con* 
dusse non senza gravi disagi le truppe di terra pel territorio 
Nuovi della Colchide e neir Armenia sino al basso Cur, e transitato il 
cogli fiume, più lungi, nel piano albano. L'esercito romano fu co- 
'll**'*!. stretto di marciare per molli giurni sotto un sole cocente attra- 
verso quella pianura scarsissima d'acqua, senza iucontrare il 



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POMPEO E L'ORIENTE. 123 

nemico; soltanto sulla sinistra sponda dcirAha (vorn?imilmente 
il finme denominato in quei u^mpi gcneralmenlfi Alazoui, ora 
Alasan ) le truppe albane, capilanate da Cose, fratello del re 
Oroice, alTiontarono i Romani; codeste truppe vuoisi ascendes- 
sero a 60,000 fanti e 12,000 cavalli compreso il contingente degli • 
abitanti delle steppe transcaucasiche. 1 barbari si sarebbero ciò 
malgrado diffieilmente arrischiati dì vmir o i t attaglia se non 
iTemro creduto di aver a combattere colla sola cavalleria ro- 
mana; ma questa non era stata posta avanti clie per mascherare 
il grosso delPesercito e appena ritiratasi apparvero le masse 
della fanterìa romana. Dopo breve combattimento T esercito dei 
liarbari fa disperso nei boschi , i quali per ordine di Pompeo 
▼annero circondati ed arsi. Si piegarono allora gli Albani alla 
paoe^ e, segaendo r esempio dei popoli più potenti, tutte le tribù 
stanziate tra il Gur ed il Mare Caspio conclusero un trattato col 
dnce romano. Gli Albani, gli Iberi e in generale tutte le popola- 
lioal stanziate verso mezzodì sulle falde del Caucaso e a* suoi 
piedi entrarono quindi, almeno pel momento, in rapporto di di* 
pendenza verso Roma.Se poi nella lunga serie delle nazioni sog- 
giogate da Pompeo annoveraronsi anche i popoli, stanziati tra il 
Fasi e la Palude Meo{ide, i Colchi, ì Soani, gli Eniochi, gli la-* 
ligi» gli Achei e persino i lontani Bastami, convien dire che non 
si prendesse tanto per sottile V idea del soggiogamento. Il Cau- 
caso riconfermò anche in questMncontro la notoria sua fama ; 
wbSb le conquiste persiane e le elleniche, cosi anche le romane 
IroYarono nelle sue balze i loro confini. 

Re Mitradate rimase quindi abbandonato a sé stesso ed al suo nitrsdats 
destino. Come il sno avolo, il fondatore dello Stato pontico, aveva pj^qu. 
toccato il suolo del futuro suo regno fuggendo dagli scherani ^i>^ 
d'Antigono e accompagnato soltanto da sei cavalieri, nella stessa 
guisa ora Tabialico dovette oltrepassare un' altra volta i coaiìni 
del òMu regno e volgere le spalle alle sue conquiste e a quelle 
de'suoi avi. Se non che nessuno più del vecchio sultano di Sinope 
aveva sperimentato più sovente e [uu capricciosamente gii scherzi 
della fortuna, che l'aveva fatto salire ai più alti favorì e preci- 
pitato poi nella più meschina condizione; rapidi e incalco- 
labili si succedono gli eventi iielT Ol iente. Miiradate,giunlo al tra- 
monto (le^giorui suoi, poteva sopportare in p km^ .|iia!!'nque cam- 
biaiiifiUo pensando, ch'esso alla sua volta pretiisponeva un nuovo 
rovescio e che Tunica cosa costante era Teterno awiceatlarsi 
delle sorli. Ponendo mente, che la doniinazione romana era in 
sommo grado insopportabile alle popolazioni orientali e che Mi- 



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* 

124 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

tradato era il re, che sotto tiitlii rapporti conveniva all'oriente; 
considerando la rilassatezza, con cui il Senato romano governava 
le Provincie, e avuto rìguartio al fermento dei partiti politici io 
Roma, che facendosi sempre più intenso minacciava la guerra, 
civile, Mitradate potf^va, quando gli fosse riuscito di temporeggiare, 
benissimo ristabilire per la terza volta la aua signorìa. E appunto 
perrhA egli, sinché aveva vita, nutriva speranza p formava nuovi 
piani, egli sino che viveva era considerato da'Homani come un 
uomo pericoloso ora che era vecchio e fuggitivo non meno di 
prima quando alla testa di un esercito di centìn ija di mila no- 
mini aveva tentato di strappare ai Romani V Eliade e la Ma- 
cedonia. L* infaticabile vecchio, superati incredibili disagi sul 
^ continente e in mare, giunse neir anno 689 nel regno di Panti- 
capea proveniente da Dioscuria; colla sua autorìti e col nume- 
roso suo seguito rovesciò quivi dal trono il ribelle suo figlio Mac- 
carete e lo obbligò a darsi la morte. Da Panticapea cercò di ve- 
nire un'altra volta a trattative coi Romani; chiese a Pompeo la 
restituzione deir avito suo regno dichiarandosi pronto a ricono* 
scere la sopremazia di Roma e a pagare tributo qnal principe 
vassallo. Ma Pompeo si rifiutò di lasciare al re una posizione, 
in cui egli avrebbe ricominciato ranti(^ giuoco, e insistelp 
te sulla personale sua sommissione. Miiradate però non pensò 
di darsi in mano al nemico e fece dei nuovi e sempre piò fan- 
iHimi tastili piani. Coir impiego di tatti i mezzi, che gli oiTrivaoo ì 
contro suoi tesori e il rimanente de* suoi Stali, Hitradate mise in piedi 
Roma, ^iifQ esen ito composto in parte dì schiavi e forte di 36,000 
uomini armati e istruiti alla romana, e fece costruire un naviglio 
da guerra; sì diceva che avesse in mente di recarsi per . la Tra- 
cia, la Macedonia e la Pannonia verso occidente , dì associarsi 
gli Sciti abitanti le steppe sarmate e i Celti sulle rive del Da* 
Dubio e dì gettarsi suir Italia con codesta valanga di popoli. Si 
volle trovare magnifica Tidea e paragonare codesto piano di 
guerra del re pontico colla calata d^Annibale; ma lo stesso prò- 
getto, che é grandioso in un uomo di genio, diventa una pazzia 
in un uomo bizzarro. Codesta inv sione delTllalia per paito degli 
Orioiilnli era semplicemente riilicola e il parlo d'una impolente 
fantiistica disperazione. È dovuto alla previdenza e al sanjsMie 
freil lo del luro ♦^iice, se i Roin mi non soguii-oiiD lo slr.iv.ig.inte 
loru avver.sti'io por (■(^mlt.iltt'n' nella lontana Ciiuiea ini atlLirio, 
il quale, se |.(iiu auM (mii va di se, poteva sempre venir (oiii- 
ballulo abbastanza in truipo a pi»' dolTAlpi. E di fallo ineutr»! 
Pompeo, nulla curando le minacele dell'impossente gigante, era 



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POMPEO E L'ORIBMTfi. i2S 

fntento a ordinare il contfaislato territorio, si compivaiio seo^a 
la saa opera nel lontano settentrione i destini del Yeechio re. 
Gli sproporzionali apparecchi dt guerra avevano destato il mas- s )ii.>\a- 
simo malumore negli abitanti del Bosforo, ai quali si demoli- 
rano le case, si staccavano dall^ aratro e «^ammazzavano i tinoi^^^^^l^ 
per procacciarsi le necessarie travi e tendini per la costruzione 
delle macchine. E di malavoglia si prestavano anche 1 soldati a 
codesta disperata spedizione Italica. Milradate era sempre stato 
circendato dalla difOdenza e dal tradimento; egli non aveva 11 
dono dMnspirare nelle sue creature sentimenti d' amore e di fe* 
deità. Nel modo ch^esso aveva* già costretto il distinto sno gene- 
rale Archelao a porsi in salvo nel campo de^ Romani, e nelle 
campagne di Lucullo erano passali dalla parte nemica 1 suoi più 
fidati nfflciali Diocle e Fenice» e persino 1 più rìgnardevoll emi- 
grati romani, così ora, che la sua stella impallidiva e il vecchio 
saltano acciaccoso ed irritato non era accessibile a nessuno fuor- 
dièa^suoi eunuchi, nna diserzione non aspettava T altra. Castore, 
comandante la Tortezza di Fanagorta (sulla spiaggia asiatica per 
contro a Kertsch ) fu il primo ad inalberare la bandiera della 
sollevazione; egli proclamò la liberlà della eittà e consegnò nelle 
mani dei Romani i figli di Milradate che si trovavano nella for- 
tezza. Mentre la sollevazione si andava estendendo nelle città del 
Bosforo e quelle di Chersoneso (non lungi- da Sebastopoli), Teo- 
(losia (CalTa ) ed altre si univano a Fanagoria . il re lasciava 
libero sfogo ai suoi sospetti ed alla sua rrudelià. Sulla denuncia 
di spreijevoli eunuchi vennero crocefissi i suoi più (idi ; gli slessi 
snoi ligli erano meno sicuri desili ali ri per la loro vita. Il pre- 
ililelfo per nome Farnace, tieslinalo pi'obabilmenle ad essere il 
suo sufcessore , prese la risolu/ione di porsi a capo degli in- 
sorti. Gli scherani inviali da Milradale per arreslailo e le truppe 
•spedite contr'esso pas^saroiio sotto le insegne del ribelle. E pel 
principe dichiarossi in massa il corpo dei disertori italiani, 
fo!*se la pili valida fra le schiere di Mitra«lale e appunlo perciò 
!a meno inclinata a premier parte alla rischiosa spe«li/.ii»iu> d' i- 
talia che doveva dar a i)ensart> in modo sj>t!ciale ai disertori ; gli 
altri corpi dell esercito e la lloda seiruirono Pavnto esempio. 
.\bhnnionato che fu il re dal paese e dall' esercito, anche la ca- 
pitale Panticapea apri finalmente le porte agli insorti o consegnò 

loro il vecchio re, che tenevasi chiuso nel suo paìaz/.o. Questi Morte 

di 

dalle alle mura del suo castello chiedeva al figlio di lasciargli ni^j^jj^l^^ 
almeno la vita e di non imbrattare le sue mani nel sangue del 
proprio padre ; ma la preghiera male suonava sulle labbra d'un 



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i26 LIBRO QUINTO, CAPITOLO lY. 

nomo, le cai mani erano macchiate del san^e della madre e di 
quello recentemente sparso del proprio iiiDocente tiglio Sifare,6 
Farnace neir enormezza <)ella sna atrocità superò persino il pa-* 
dre. Non vedenti j quindi speranza di salvezza, il sultano decise 
di morire come aveva vissuto : le sne mogli, le sue concubine e 
le sue figlie» fra queste le giovani spose dei re d'Egitto e di 
Cipro, tatte dovettero sentire l'amarezza della morte e VDOtare 
il nappo letale prima ch'egli stesso vuotasse il suo ; ma non ope- 
rando in lui il veleno abbastanza presto porse il collo a Belulto 
uno de* suoi mercenari scelti perchè glielo tagliasse. Cosi morin 
^ Mitrailate Eupatore (69i) a sessanf otto anni di età, dopo d* avef 
regnato cinquantasette , ventìsei dopo d' essere la prima volta 
sceso in campo contro i Romani. La salma^ spedita da re Farnace 
a Pompeo come prova de' propij mentì e della sua lealtà , fa 
per ordine di Pompeo depositata nelle tombe reali di Sinope. 
La morte di Mitradate valse ai Romani una vittoria : coronati 
d' alloro, rome se avessero ad annunciare una siffatta noUtia , 
comparvero nel campo romano di Gerico i messaggieri spediti 
per riferire la catastrofe al generale, l Romani avevano an po- 
tente nemico di mollo e uno dei più grandi che essi ayeasero 
avuto a combattere nel rilassato oriente. Il popolo lo comprese 
per istinto ; come Scipione aveva già menato maggior vanto di 
aver vinto Annibale che non Cartagine , cosi ora furono quasi 
dimenticate le vittorie riportate sulle moltissime tribù dell' oriente 
e sullo slesso Gran Re a fiorile della morte di Mitradate, e in 
occasione del trionfo di Pompeo nessuna cosa atiii u gli sguardi 
della moUiiiidine più dei quadri, che rappresentavano Mitradate 
fuggitivo che conduceva a mano il suo cavallo e morente in 
mezzo ai cadaveri delle sue figlie. Comunque si voglia dndicare 
del carattere singolare di questo re, egli rimane però sempre un 
personaggio d'una iniporlaiixa siorica universale in tutta la forza 
del concetto. Non era un genio , e forse nemmeno un uomo di 
molte doti personali; ma aveva quella assai terribile di odiare 
veramente e con codesto odio egli sostenne con onore se non 
con sucr*esso per mezzo sorolo l'ineguale lotta contro i formida- 
biii suoi nemici. Più che per la sua individualità egli ebbe im- 
portanza pel posto che la storia gli assegnò. Egli iniziò qual 
sentinella avanzata «Iella reazione dell' oriente contro gli orci- 
dentali la nuovn lotta deirOrienle contro 1* occidente : e tanto ì 
vinti quanto i vincitori rimasero persuasi, che colla sua morte 
non si era alla fine, ma al principio della medesima. 
Pompeo, intuuto Pompeo, dopo d'aver guerreggialo colle popolazioni del 



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POMPEO £ ORIENTE. 127 

Gaueaso nel 089, era retrocesso uel regno poniico, ove rìdosse ^'!) nr^^ii 
air nbbidiensa le ultime rocche che ancora resistevano e che fece 
poi distruggere, rendendo inservibili i pozzi col riempierli di 
massi onde far cessare interamente il ladroneccio. Nell'estate 
del 090 si recò nella Siria affine di ordinare le condizioni di ^ 
qael paese. — Non ò factl cosa di narrare con chiarezza lo stato candi- 
di dissoluzione, in cai allora sì trovavano le Provincie della Si* delia 
ria. D governatore armeno Blagad^te in seguito agli attacchi di 
Loeiillo aveva bensì nel 685 sgombrato queste Provincie {\. p.65) ^ 
e anche i Tolomei, per quanto potessero desiderare di rinnovare 
i tentativi del loro predecessori di aggiungere il litorale della 
Siria al loro regno, se ne astenevano però onde non irritare colla 
occupazione della Siria il govenio romano, tanto più che questi 
non aveva 'nemmeno ancora regolato i loro più che dubbii titoli 
ed era stato più volte pregato dai principi della Siria di rico- 
noscerli come i legittimi eredi della estinta casa dei Lapidi. Ma 
quand'anche tutte le maggiori potenze si astenessero momenta- 
neamente dairimmisrlii.irsi negli all'ari della Siria, il paes»^ sof- 
friva però molto più per le osiiliià senza (ino e senza scopo dei 
principi, dei cavalieri e dei comuni , di quello che avrebbe po- 
tuto soffrire per una gran guerra. Nel regna dei Selcucidi domi- 
navano allora in via di fatto i Beduini, i Giudei e i Nabatei. — 
La inospii ile. steppa di sabbia senza sorgenti e senza piante, che Principi 
dalla peniscda araluca si estendo sino airEufrale e al di là, verso *'*^1' 
occidente sino alla catena delle montagne della Siria e l'angusto 
8U0 litorale, e verso oriente arriva sino alle ut)ertose valli bagnate 
dal Tigri e dal hasso Eufrate, qu* >io Sahara dell'Asia <^ P anti- 
chissima patria dei liidi fl'Ismaele; dacché esiste una Indizione 
Qoi vi troviamo li « licdawin », il < llglio del deserto » piantare 
le sue tendo e pascere i suoi canini 'l!!, o sul celere suo destriero 
dare la carrìa ora al nemico della sua tri hù. ora al mercante che 
transita. Prima protetti da re Tigrane, che di loro si serviva pei 
suoi piani politico-commerciali (Y. p. poi favoriti dall'asso- 
luta mancanza d'una signoria nel pae.se siriaco . questi tigli del 
deserto si erano estesi addentro nella Siria settentrionale ; sotto il 
punto di vista politico erano più importanti quelle tribù, che 
per la vicinanza dei Sirii più civilizzali avevano accolti i primi 
principii del vivere ordinato. 1 più ragguanlevoli fra i loro emiri 
erano Abgaro, capo della tribù araba dei Mardani, che Tigrane 
aveva stabilito in vicinanza di Edessa e di Carré nelPalta lleso* 
potamia (Y. p. il); air occidente dell'Eufrate Sampsicheramo, 
emiro degli Arabi di Emesa ( Hems) fra Damasco e Antiochia e 



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JtS LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

signore della fortezza fli Areliisa; Azizo , capo «1' un'altr.i orda 
che scorreva nello stesso paese; AIcniidonio,principe elei Rarabeì, 
il quale si era già messo in relazione • on Lucullo; e«l altri gn- 
Cavaiieri cora. Accanto a questi principi dei Beduini erano sorli dapper- 
predoni. ^^^^ ^^y^ uomini arditi, che conoscevano il nobile mestiere dei 
masnadieri al pari e meglio di codesli Ggli del deserto: tale en 
Tolomeo figlio di Menoeo, forse il più possente fra questi cava* 
lierì predoni siriaci ed uno dei più ricchi di quel tempo, il quale 
imperava sul territorio degli Itirei — gli odierni Drusì — nelle 
Talli del Libano e sulla costiera, nonché sul piano di Massia, 
posta verso settentrione, colle città di Eliopoli (Baalbeck^ e di 
Galcide, e aveva 8000 cavalieri al suo soldo ; tali erano Diooisi 
e Ginìra, signori delle città maritlime di Tripoli (Tarablns) e di 
Biblo (tra Tarablns e Beirut); tale il giudeo Sila in liìsia, fo^ 
GliuM. tozza suH'Oronte non lungi da Apamea. — La tribù dA^étudei 
nel mezzodì della Siria sembrava per contro cbe volesse di quel 
tempo divenire una solida potenza politica. Colla sacra ed ardila 
difesa deir antichissimo culto nazionale giudaico^ minacciato dal- 
rellenismo dei re siriaci che tutto voleva parificare» la dinastia 
degli Asmodei o dei Maccabei non solo erasi elevata al prin- 
cipato ereditano e poco a poco aironore della corona, ma 
quei sommi sacerdoti principeschi erano andati estendendo lo 
Stato verso settentrione» oriente e mezzodì. Quando mori il va* 
79 loroso Alessandro lanneo (67($) il regno giudaico si eetendeva 
verso mezzodì sa tutto il territorio filisteo sino al confine egizio, 
verso il sud-est sino al confine del regno nabateo di Petra, dal 
quale lanneo aveva staccato ragguardevoli terrìtoij enlla di- 
ritta del Giordano e del Mar-Morto, verso settentrione al di là 
di Samaria e della Decapoll sino al lago di Genezareth; e già 
esso si disponeva ad imposse8sar.M di Tolemaide (Acco) e sog- 
giogando gli Itirei a far cessare le loro usurpazioni. Il litorale era 
soggetto ai Giudei dal Monte Carmelo sino a Rinocorura, com- 
presa Timporlante citta di Gaza — Ascalona sola era ancora li- 
bera — » cosi che, il regno giudaico, altre volte quasi separalo dal 
mare, potevasi or i iimoverare fra gli asili dei pirati. Gli è prò- 
babile.che appaiilu quando la procella armena awicinossi ai con- 
lini della Giudea e ne fu stornata dall'intervento di Lucullo 
(V. p, 64), i saggi principi della dinastia asmonea avrebbero 
portato più oltre le loro armi.se lo sviluppo delle forze di que- 
sto meraviglioso Stato sarerdotale conquistatore non fosse stato 
solTocato nel suo nascere da interni dissidii. Lo spirito d'indi- 
pendenza religiosa e lo spirito d'iadipeadenza nazionale, dalla 



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POMPEO E L^ORIBHTB. 129 

eoi vigorosa unione aveva avuto vita lo Stato dei Haeeabei» de* 
generarono ben presto e vennero persino a lotta fra loro. L^orto- Farisei, 
dosata giudaica nnovamente consolidala air epoca dei Maccabei, 
ossia il cosidetto Fariseismo , pose come sua meta pratica nna 
chiesa giudaica composta degli ortodossi di tutti i paesi, la quale 
non avesse essenzialmente riguardo al governo civile e tro- 
vasse i suoi punti visibili di conlatto nelP Imposta che ogni 
giudeo coscienzioso doveva pagare pel tempio di Gerusalemme, 
nelle scuole religiose e nei tribunali ecclesiastici, e il suo com- 
piraenlo ecclesiastico nel giMiulc sinedrio del tempio di Gerusa- 
lemme, ricoslituito nell:i prima oiioca dei Maccabei e paragonabile 
per le sue competenze al rolleizio pontificale dei Romani. A fronte Sadducei, 
di questa ortodossia, che ogni dì più intiisiiva sotto l'influenza 
di nna teologia senza idee e di un cullo di.^ciplinare opprimente, 
sorse l'opposizione dei così detti Sadducei, in parte doginatiea, 
mentre questi novatori non ommeltevaiìo che i libri sacri e non 
riconoscevano quanto avevano lasciato scritto i sacri doltori. 
cioè non preslav.uio alla tradizione eanonica che un'autorità, non 
canonicità f), in parte politica, mentre essi, invece di atten- 
dere come i fatalisti la salvezza della nazione dal potente 
braccio del Dio di Sabaot, T attendevano ilalle proprie armi e spe- 
fialmenle dalla interna ed esterna vigoria del regno di Davide 
risorto nei ;-ì1ì m u si tempi dei Maccabei. Qnop:li ortodossi sì ap- 
poggiavajio Sili sacerdozio e sullo masse, e romba Uevano contro 
i perversi eretici con tutta quella imidacaldlità, rolla quale i de- 
voti sono solili di combattere pel possedimento dei beni terreni. 
I novatori per contro facevano asseLrnam»Miio sulle intelligenze 
eccitate dati" inlluenza dell" Ellenismi, contavano sulFesercito, nel 
quale servivano molti mercenarii della Pisidia e <lel!a (^iliria , e 
sui migliori re, ì quali nllor.i lottavano in Giudea contro Tan- 
torità ecclesiastica, appunto come un migliajo d'anni più tar- 
di gli Hohenslaufen contro il papato. Gianneo aveva sai)uto con 
mano forte tener basso il clero; sotto i suoi due lì.udi scoppiò (683) ee 
una guerra cittadina e fraterna, mentre i Farisei facevano oppo- 
sizione al forte Aristobulo, tentando sotto la signoria nominale 

(') Cosi i Sadducei condannavano U dottrina degli angeli e dogli spirili e 
la risurrezione dei n^jirti. La tiias-iiiiì;» p »rf'* doi pittiti, nei ijuali i Farisei od 
i S.i<!<1ucei differivano si riferi-ruii > a (|ii''sli'jni secondarie rituali, piuritlirbo 
e di calendario. È caraltt'risilico, clic i viUoriosi l'^arisci fecero r^i«trare nel- 
r desco dei giorni memorabiU e festivi deUa naiione quelli, in coi essi ave- 
vano avuto deflniUvameiile il soprawenio nella varie controversie e in cui 
amano scacciato dei membri eretici dai supremo coneistoro. 

Storia Bonma, Voi. m. 9 

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130 LIBRO QUINTO» CAPITOLO IV. 

di SUO fratello Ircano, uomo buono e rilassato, di raggìnngoreil 
loro inleoto. Questa con lesa non solo fermò le conquiste degli 
Ebrei, ma diede eziandio occasione ad estere nazioni dMmrai- 
schiarsi e di procacciarsi una posizione dominante nella Siria 
nabatei, meridionale. Ciò vale anzi tutto pei Nabatei. Questa singolare 
nazìoBd fu sovente confusa cogli Arabi nomadi suoi vicini orien- 
tali, ma essa è più affine al ramo arameo che non ai veri figli 
d'Ismaele. Questa tribù aramea, o, come è detta dagli Occidentali, 
sirìaca, deve avere mandato dalle prime sue sedi nelle vicinanze 
di Babilonia in tempi antichissimi una colonia sulla estremità 
nordica de! golfo Arabico; probabilmente per motivi commer- 
ciali: sono questi i Nabatei della penìsola sinaìtica tra *il golfo 
di Suez ed Alla e della regione di Petra (Wadi Blusa). Nei loro 
porti si scambiavano le merci del Mediterraneo contro quelle pro- 
venienti dairindia; la grande via meridionale delle carovane, 
che percorreva il paese da Gaza alla foce dell* Eufrate ed al golfo 
Persico, attraversava Petra, città capitale dei Nabatei, le cui re- 
liquie di magnifici palazzi e di sepolcri tagliati nelle rupi fanno 
ancora oggidì testimonianza molto più evidente della civiltà naba- 
tea, che non la quasi spenta tradizione. Il partito farisaico, cui 
secondo il costume del sacerdozio la vittoria non sembrava ri- 
portata a troppo caro prezzo col sagrifizio dell* indipendenza e 
deirintegrìtà del paese, invocò Tajuto del re de* Nabatei Areta, 
contro Arìstobulo, promettendo perciò di restituirgli tutte le con- 
quiste strappategli da Gianneo. Areta invase quindi il paese giu- 
daico, come si disse, con 90,000 uomini, e, rafforzato dal partito 
del Farisei, strinse d*assedio re Aristobulo nella sua rapitale. — 
In questi tempi, in cui il diritto del luù forte e 11 diritto di 
della ^^^^ dominavano da una ali* altra estremità della Siria, versa- 
Siria. vano, com^è naturale, anzi tutto in dure condizioni le città più grandi, 
Antiochia, Seleucia, Damasco, i cittadini delle quali non potevano 
attendere nA ai lavori agricoli, né al loro commercio marittimo 
e di carovana. I cittadini di Biblo e di Berito (Beirut) non {>o- 
tevano difendere né i loro campi, né le loro barche contro gli 
Itirei, i quati dai forti loro castelli sui monti e solle spiaggia 
rendevano mal sicuro la terra ed il mare. Quelli di Damasco ten- 
tarono di difendersi dagU attacchi degli Uirei e di Tolomeo met- 
tendosi sotto la dipendenza dei re più distintile! Nabatei o dei 
Giudei. Nelle in teme dissensioni dei cittadini d* Antiochia s'im- 
mischiarono Sampsicheramo e Azizo, e poco mancò che la grande 
città ellenica non divenisse fin d'^allora la sede d*un emiro arabo. 
Erano condizioni, che ricordano i tempi dogli interregni del me- 



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POMPEO E L'ORIENTE. 131 
dio evo in Germinin, qinn'Io Norimbersra e Augusta non trova- 
vano scampo nelTant 11 iti! e nei Irihnnali del re, ma unicamente 
dietro i loro ripari; i cittadini commercianti della Siria attendevano 
con impazienza un braccio forte che ridonasse loro la pace e la 
sicurezza al trallìco. In Siria non si difettava già di re legittimo ; Oli ultimi 
anzi ve n'erano persino due o tre. Un principe della dinastia dei 
Seleucidi era stalo insedialo da Lucullo come signore della prò- • 
Yincia più settentrionale siriaca di Commagene (V. p. 60). An- 
tioco r Asiatico, le cui pretese al trono di Siria erano state ri* 
conosciute dal Senato e da Lucullo (Y.pp.Oìi tì6), era stato accolto 
in AoUochia dopo la partenza degli Armeni e riconosciuto re* 
A questi non tardò di opporsi un terzo principe seleucida per 
nome Filippo e la numerosa borghesia d'Antiochia, leggiera e 
inclinata a fare opposizione quasi come Talessandrina', nonché 
parecchi emiri arabi vicini s'erano immischiati nelle contese di 
famiglia, che sembravano ormai inseparabili dal dominio dei Se- 
leucidi. Era quindi meraviglia, se la legittimità era divenuta pei 
sudditi un soggetto di scherno e di nausea , e se i cosi detti re 
legittimi erano in quel paese ancor meno considerati Bei principi 
e dai cavalieri predoni ? 

Per mettere ordine a questo caos non faceva bisogno né di Assorbi- 
concetti geniali, nè d*un grande sviluppo di forze, bensì di una 
chiara perspicacia degli interessi di Roma e de^suoi sudditi , e Siria, 
d^ un forte e logico impianto e mantenimento delle instituzioni 
riconosciute necessarie. La politica della legittimità del Senato 
erasi prostituita più del bisogno; il generale, elevato al potere 
dal partito deir opposizione, non aveva bisogno dì lasciarsi do- 
minare da riguardi dinastici, ma esso aveva soltanto a invigi- 
lare» aOinché in avvenire il regno di Siria non venisse sottratto 
alla clientela romana né in grazia dì litigi dei pretendenti né 
per l^avidità dei vicini. Per ottenere quest* intento non v'era però 
che una sola via; quella cioè, che un satrapo inviato dalla re- 
pubblica romana afferrasse con mano vigorosa le redini del go- 
verno, che i re della dinastìa reggente più per propria colpa che 
per effetto di esteriori disgrazie eransi in via di fatto da lungo tem- 
po lasciate sfuggire dalle mani. Pompeo scelse questa via. Antioco, 
sulla sua domanda di essere riconosciuto come il legittimo si- 
gnore della Siria, ebbe da Pompeo in risposta, che Pompeo ad 
un re, che non sa né conservare né governare il suo regno, non 
ridonerebbe la signoria nemmeno dietro preghiera de' suoi sud- 
diii, tacciasi poi contro il loro desiderio solennemenle manife- 
stato. Con codesta lettera del proconsole romano la dinastia di 



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432 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

ÌSeleuco veniva rovesciala dal trono, sul quale si era manie- 
nuta per duecento cinqH;ìn(\inni. Antioco perdette poco stnnte La 
vita per insidia dcir emiro Sampsi; heramo, il qu ile. lifiichè suo 
dipendenle, la faceva da padrone in Antiochia ; d' allora in poi 
non si fa più menziono né di cndt'ste omltrc di re, nè delle pre- 
La Siria tese loro. Ma per introdurre il nuovo governo e un cerio qual 
^laia''' buon ordine nelle complicale condizioni era però ancora noces- 
co^e sario di entrare nella Siria con un esercito, onde spaventare o 
abbattere colle legioni romane tutti i nemici della ordinata pace 
sorti durante la lunga anarchia. Già durante le campagne nel 
regno del Ponto e alle falde del Caucaso aveva Pompeo volta 
la sua attenzione agli affari della Sìria e inviativi speciali inca- 
ricati e air uopo anche qualche divisione. Aulo Gabinio — quel 
medesimo, che, essendo tribuno del popolo, nveva inviato Pompeo 
^ in oriente — era fino dal 689 giunto al Tigri, poi, traversando 
la Hesopotamia, nella Siria, affine di metter ordine agli intricati 
affari della Giudea. Così era stata occupata da LoUio e da Me- 
tello la ciltà di Damasco gravemente tribolata. Non andò guarì, 
che nella Oiadea arrivò un altro aiutante di Pompeo » Marco 
Scauro, onde porre nn termine alle contese, che vi si andavano 
succedendo senza posa. E così Lucio Àfranio,il quale durante la 
spedizione di Pompeo al Caucaso aveva tenuto 11 comando salle 
truppe stanziate neir Armenia, si era recato partendo da Cor* 
duene (Gurdistan settentrionale) nelPalta Mesopotamla, e, dopo 
d^ avere coirajuto degli EUeni stabiliti in Carro percorsa felice- 
mente la pericolosa via, aveva soggiogati gU Arabi in Osroene. 
61 Sullo scorcio del 690 arrivò Pompeo stesso nella Siria (*) e vi 
si fermò sino air estate del seguente anno, risolato di ordinare 
energicamente le condizioni del paese per allora e per Pawenire. 
Riportandosi alle condizioni del regno nei migliori tempi iella 
signoria del Seleucidi, furono tolti di mezzo tutti i poteri usur- 
pati, i cavalieri predoni invitati a consegnare le loro rocche, gli 
scelcbi arabi di nuovo ridotti al loro territorio nel deserto, e 
regolate definitivamente le condizioni dei singoli comuni. A pro- 

Sfifi (') Pomi>po passò 1* inverno del 689/90 ancora in virinnnza del Mare Ca- 
61 spio (DioFU' 37, 7). Egli cspujcnù nel 690 anzi tutto ^'li ultimi rnstoHI , rhe nel 
regao ponUco resistevano ancora, e si portò poscia ver^u il riiez^oUi a piccole 
giornate e ordinando dappertutto gli afrori dt i paese. L* ordinamento della St- 
ria comincia col 090» e se ne lia la certetza dalla circostania, che Vera provin- 
daìe siriaca ha orì^'lne con quest'anno, nonché da quanto dice Cicerone della 
CominageneC'u/ c^. fr. i, li, 2; confr. Dione 17,7). Pare iìk- panìpeo avesse nel- 

64^ l'inverno dei 690yl in Damasco il sul» quartier {^enciMli' i Giiisriipt' U, 3, 1. 2, 
nel quale per dir vero \1 e molU cuufiisiono; Diodoro /r. Val. j/. 139). 



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POMPEO E l'oriente. 133 

eorare obbedienza a codesti severi comandi erano pronte le le- 
gioni e il loro intenrento fa necessario particolarmente conttt» i 
temeraij cavalieri predoni. Sila signore di Lisia, Dionigi padrone ^^^J^-^^^ 
di Tripoli, Cinira di Biblo farono presi e spacciati %eUe loro ^pràmi 
rocche» le castella marittime e qaelle sulle mpi degli Itirei fu- 
rono distrutte. Tolomeo, figlio di Menneo, Al obbligato a riscat- 
tare la sua libertà e la signorìa colla somma di 1000 talenti 
(pari a 1J16,000 talleri a 6,&3K.000 lire). Nel rìmanente gli 
ordini del nuovo signore erano per lo pift eseguiti senza la 
menoma resistenza. I soli Giudei vacillavano. Gabinio e Scauro Trattative 
inviati da Pompeo come mediatori ambedue corrotti, come si loue 
diceva, con ragguardevoli somme — avevano deciso nella con- qj^^i^ 
tesa dei due fratelli Ircano e Aristobulo in favore di quesf ultimo 
e anche indotto il re Areta a levare Tassedio da Gerusalemme e 
a ritornare a casa; nella ritirata egli ebbe di più a soffrire una 
sconfitta da Aristobulo. Ha quando Pompeo arrivò In Siria, cassò 
le disposizioni de' suoi subordinati e ordinò ai Giudei di Intro- 
durre di nuovo la loro antica costituzione sommo-sacerdotale, quale 
era stata riconosciuta dal Senato verso Tanno 003 CVol. II. p. 56), ei 
e di rinunciare, come al principato stesso, cosi a tutte le con* 
qniste fatte dai prìncipi asmonei. Erano stati i Farisei quelli che 
avevano inviato un"* ambasciata composta di duecento deMoro più 
distinti personaggi al sapremo duce romano e che da esso ave- 
vano ottenuto il rovesciamento del regno , non già a vantaggio 
della loro nazione, ma bensì dei Romani, i quali per la natura 
della cosa dovettero riportarsi anche in questo agli antichi di- 
ritti dei Seieucidi o non potevano tollerare entro il loro regno 
una potenza conquistatrice, qual era quella di Gianneo. Aristobulo 
vacillava nella scella, se meglio convenisse di tollerare ciò che 
era inevitabile o di soggiacere alU fatalilà colle armi in mano; 
ora sembrava volersi sollomelleru a Pompeo, ora voler fare un 
appello al partito nazionale dei Giudei per combattere i Uoiuaiii, 
Allorché lìnalmente, essenilo le legioni ormai vicine alle porte, 
egli si diede ai nemici, ia parte pia risoluta e più fanatica del 
suo esercito non ubbidi ai commi li del suo re non libero. La 
capitale si sottomise: ma quella schiera di fanatici difese per tre 
mesi con una tremenda ostinatezza la scoscesa rocca col suo 
tempio, fin tanto clie gli assediaali. proliltando del riposo del 
sabbdlo, vi penetrai ono impossessan losi del santuario e facendo 
cadere sotto le scuri dei littori le teste di quelli fra i promotori 
<li qaeila disperata difesa, che non erano caduti sotto i brandi 



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134 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

romani, dm codesta espugnazione fu posto flne airnltìma resi* 
stenza dei terrìtorìi nuovamente incorporati nello Stato romano. 
I ÀU^ opera incominciata da Lucutto aveva posto Gne Pompeo: 
rapporti ^^^^ allora formalmente indipendenti, la Bitinia, ir Ponto 
Romani ^ ^^""^ ^rano uniti allo Slato romano, il cambiamento del 
coli' 0- fiacco sistema della clientela colla signoria diretta sui più im- 
portanti territori dipendenti (Voi. II. p. ^i;, riconosciulo neces- 
sario (la oltre un secolo, si era finalmente verificato, tosto che 
il Senato er;i stato rovesciato ed il par;ito dei Gracchi era per- 
venuto a reggere lo Stato. In oriente ciansi ottenuti nuovi con- 
lini, erano sorli nuovi vicini, formati nuovi rapiiorti amichevoli ed 
ostili. Nel novero dei territorii iutlln'itiimente rumaai eulnironi) 
il regno d'Armenia ed i principali caucasianijiuulliv il regno sul 
> Bosforo Ciuimerio, e i pochi avanzi delle eslese ronquisle di Mi- 
tradale Eupatore divenuti ora uno Sialo elicale romano retto da 
Farnace suo figlio ed uccisore: la sola città di Fanagoria, il cui 
comandante Castore aveva dato il .<ei,'njlc della sollevazione , fu 
per tal motivo dai Romani riconosciuta libera e indipendente. 
Lotte Non potevansi vantare eguali successi a fronte dei NabatefI Sulla 
Nabatei, richiesta dei Romani il re Ar^ta aveva, a dir vero, sgombralo il 
paese giudaico, ma era tntf ora in suo polere la citlà di Dama- 
sco e nessun soldato romano aveva per anco messo il piede nel 
paese de'Nabatei. Per sotlomcUere ii ((naie, o almeno per pro- 
vare ai nnovi vicini dell' Aral^ia che ora sull* Oroute e sul Gior- 
dano imperavano le aquile l oniane. e cfie non era più il tempo, 
in cui a ciascuno era lecito di taglieggiare i paesi della Siria come 
^ non appartenenti a nessun padrone. INinip(^o fece nel 691 una 
spedizione contro Petra : se non che, tratlenulo dalla suUevazione 
de' Giudei scoppiata appunto allora, egli incaiicò senza rincresci- 
mento il suo successore .Marco Scauro della dillìcile impresa con- 
tro la lontana città de Nahatei sita in mezzo al deserto {'). in- 
fatti Scauro si vide anciresso lien tosto ohhli^^ato di rinunciare 
air impresa e di ritornare su' propii passi. £gii Uovetle accontea- 



(*) Orosio e, 6 e Dione 37, IS, se^nu^ndo senza dubbio Lìtìo, fanno gìun^re 
Pompeo aÌDO a Petra, espugnare anclie la (ùtlà e persino arrivane al Mar 
Rosso: ma Pompeo ( Pow/k ^1. rnnfermato da Floro l, 33 e da Gla- 
seppt' l\, a, a, (lice, die i'>so iiivdT ippena riccvulu la noi izia della morte 
di MìU'adate, perveiiula^ii mentre era lu marcia alla volta di Gerusalemme, 
retrocedette dalla Siria e si recò nel Ponto. Se U re Areta flgui^ nei bollettini 
fra i vinti da Pompeo, lo sì deve ascrivere alla sua ritirata da Gerusalemme, 
alla quale fU costretto da Pompeo. 



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POMPEO E L Onit^NTE. 135 

tarsi di venire alle armi coi Nab.Uoi nei deserti sulla ministra del 
Giordano, ove poteva fare assegnanirnio sui Giudei; ma anriio. • 
coli non ottenne che raediorrissirai su.'rps«i. Finalmento l'avve- 
duto ministro giudaico Aniipatro dMdumea persuase il re Areta 
di acquistare dal lnoa:(i tenente romano per una somma di da- 
naro la garanzia di tutti i suoi possedimenti compresa Damasco, 
e *(]uesta è la pace simboleggiata sulle monete di Scauro , nelle 
quali re Areta, lenendo genullesso la briglia di un cammello porge 
ai Romano il ramo d'ulivo. — Di gran lunga più grave di ^^^'^^^^^f^' 
seguenze, che non questi nuovi rapporti cogli Armeni, Iberi, Bo- coi 
sforani e Nabatei, era ilconi aito coi Parti, al quale i Roniniti erano 
venuti per Inoccupazione della Sina. Quanto la diplpoiazia ro- 
mana si era mostrata arrendevole verso Fraate mentre sussistevano 
ancora i regni del Ponto e deir Armenia, e quanto Lucollo 6 
Pompeo eransi mostrati volonterosi nel concedergli il possesso 
delle Provincie oltre r£ufral6 (V. pp. 07. 113), altrettanto aspro 
si mostrò ora il nuovo vicino verso T Arsaci de; e se rabttndine 
comune ai re dì dimenticare i propri errori glielo avesse permesso^ 
Fraate si sarebbe ora ricordato delle memorabili parole di Hilra- 
date , che il Parto alleandosi cogli Occidentali contro i regni con« 
nazionali preparava anzi tutto la rovina de* medesimi, poi la pro- 
pria. I Romani in lega coi Parti avevano rovinato F Armenia; 
quando questa cadde, Roma, fedele air antica sua politica , cam- 
biò le parti e favori V umiliato nemico a spese del possente al- 
leato. E fu in conseguenza di questa politica che Tigrane padre 
trovò presso Pompeo molto favore a fronte del figlio alleato e 
genero del re dei Parti ; fu poi un'aperta offesa quando tosto 
dopo per ordine di Pompeo fu arrestato il giovine Tigrane in- 
sieme colla sua famiglia, e non fu lasciato libero nemmeno al- 
lora che Fraate sMnteressò presso il supremo comandante amico 
in favore di sua figlia o del genero. Ma Pompeo non si fermò 
là. La provincia dì Cordaene, alla quale pretendevano tanto 
Fraate quanto Tigrane , fu per ordine di Pompeo occupata da 
truppe romane a vantaggio di Tigrane, scacciandone i Partì che 
ne erano in possesso e inseguendoli sino ad Arbela neirAdia- 
bene , senza che il governo di Gtesifonte ne fosse prima stato 
nemmeno sentito (Oh!)). Ha di gran lunga più grave era il fatto» 88 
che i Romani* non sembravano assolutamente disposti a rispettare 
il confine deir Eufrate stabilito in forza di trattato. Parecchie 
volte delle divisioni di truppe romane avevano attraversato la 
Mesopotamia reiuiiiio^i dalT Armenia nella Siria; Temiro arabo 
Ab^aro di Osroene fu accollo nella clientela romana a Coìiflizio'ni 



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136 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

favorevolissime; che più? Oruro.sita neirnHaMesopotamin tra Nisibi 
•ed il Tigri a rinquanla leghe ad oriciiii: dal p;j.ssn conimagenico 
dell' Kufrafo , fu designatn coni*' il imuUo di coiilino nri»'ni:ìlp della 
signoria l\oin;irii , j>rol)al)ilm*Mile della sìl-'iuììì t Direnata, io 
quaulo che la più granile e iiiù ferLile lut'là setlenlrionale della 
Mesopolamia era stata dai Romani aggiunta, appunto come la 
Cordiiene. al regno armeno. Il prnn deserto sirio-me?opotajnico 
era quindi divenuto il ronlìnc tra i Romani ed i Parti invece 
dell" Eufrate; e questa pure era una ilisposizione del momenlo. 
Agli ambasciatori parti, elio vennero per insistere sul manteni- 
mento dei trattati conclusi, come pare, soltanto verbalmente, e 
riferibili ai confini delT Eufrate, Pompeo diede l'ambigua rispo- 
sta, che il territorio di Roma si estendeva quanto il suo diritto. 
La singolare corrispondenza tra il supremo duce romano e ì sa- 
trapi parli della provincia delia Me<lia e persino della lontana 
provincia d'Eli maide (tra laSusiana, la Media e la Persia nellV 
diemo Lnristan (*) sembrò quasi il commentario di quelle parole. I 
laogotenenti di quest'ultimo montooso, bellicoso e lontano paese 
si erano sempre industriati di procacciarsi una posizione indipen- 
dente dal Gran Re; tanto più (uTensivo e minaccioso riasciva pel 
governo partico V omaggio olTerto da co lesto satrapo e accettato 
d;i Pompeo. Non fa meno significante il fatto, che il titolo di 
• Re dei Re >, accordato al re dei Parti sino allora anche dai 
Romani nella corrispondenza ulTiciale, fosse ora d* un tratto da 
essi scambiato con quello semplice di re. £ra questo tratto una 
minaccia piuttosto che un' offesa delP etichetta. Dacché Roma 
aveva fatta l'eredità dei Seleucidi sembrava quasi come se si 
coltivasse il pensiero di ricondurre in quel paese a momento 
opportuno le cose come erano a quegli antichi tempi, allorché 

(*) Ou^sl;^ opinione si fonda sulla narrazione di Plnluro ( Pomp. .Ifi) fippoj^- 
giata dalia descrizione falla da Stral»un«' (Itì, 74i) della posizioiif del satrapo 
d' Elimaide. Se nella serie delle provlndc e dei re vinti da Pompeo figura- 
rono anche la Uedia ed il suo re Dario (Diod. Vat p. 140: Appian. MUhr. 117), 
elé vuol essere consideralo i uni ' un' ampliticazione, dalla quale si dedusse 
pure la f^uerra di Pompeo coi Medi ( Veli. 2, 40. Appian. Mithr. IW. IIU e 
pensino la sua spedizioiif a Ecbatana {Oros. fi. -"i) \oii verosiuiile. < h*' sia 
avvenuto uno scaniliia mento colla favolosa eiU;i omuniiua sul monte? Car- 
melo ; fu semplicemente, come pare^ un effetto di quella insopportabile esa- 
gerazione del bollettini ampollosi e avvedutamente ambigui di Pompeo, cbe 
della sua scorreria contro ì Geluli ( Voi. II. p. .'jOS) foro una spedizione sulla 
apiaggia occidentale dell' .\fri(.i (?hii. Pomp. :J8), d<M!.i fnllita sua spedizione 
contro i Nabatei la (onifiiisl i tifila ciltii di Petra, del art>ifrar.^io rehiti- 
vament^ ai contini dell' Armenia una determinazione dei coulìni dello Stalo 
tonano oHf« Kisibl. 



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POMPEO E L'ORIENTE. 137 

tntto l' Trnn ed iì Turan erano sotto h signoria ù' Anlichii , 
non esisteva ancora il r-gno dei Parli, iii) snlt:info nii;i satrapia 
parlica. La corte di Ctesifonte avrebbe quindi avuto abbastanza 
molivi per muovere guerra ai Romani; sembrò che essa ne fa- 
cesse i primi passi nel (il)U dichi<jrandola all'Armenia per qui- W 
stione di confini. Se non che Fraale non aveva il coraggio di 
romperla apertamente coi Romani ora appunto, che il temuto 
supremo comandante si trovava col forte sao esercito sui confini 
dei regno partit^o. Allorché Pompeo inviò nlruni commissari onde 
assestare pacificamente la contesa esistente tra il regno deTarti 
e quello delP Armenia, Fraate si rassegnò airimpostagU media- 
liooe dei Romani e non si oppose alla sentenza arbitraria, che 
assegnava Corduene e la Mesopotamia settentrionale agli Armeni. 
NoD andò guari che la di lui Ogiia insieme col figlio e col ma- 
rito ornarono il trionfo del supremo duce romano. Anche i Parti 
tremaTano dinanzi alla potenza dei Romani, e se essi non ave- 
vano come i Pomici e gli Armeni soccombuto sotto le armi ro- 
mane, la causa non pareva fosse altra che quella di non ayer 
osato di esporsi a sostenerne la lotta. 

Spettava ancora al comandante di ordinare le condizioni in* Organiz- 
teme delle provìncie di nuovo acquisto e, per quanto fosse pos^ 
libile, di scancellare le traccio di una guerra distruttrice durata P*^^^^^ 
Irediei anni. L* organizzazione, incominciata neir Asia Minore da 
Lacnllo e dalla commissione che ve Taveva accompagnato, ed in 
Creta da Metello, ebbe il finale suo compimento per opera di 
Pompeo. Il territorio, che fino a queir epoca era stata la provin- 
cia d'Asia e comprendeva la Mìaìa, la Lidia, la Frigia, la Caria e 
la Licia, trasformossi da provincia confinaria , qual era, in pro- 
vincia mediana ; furono organizzate le nuove provinole di Bitinia 
e del Ponto , formate di tutto r antico regno di Nicomede a 
della occidentale metà dello Stato pontico sino alPAli e oltre il 
medesimo ; la provincia della Cilicia, che a dir vero esisteva già 
da tempo, ma che ora soltanto fu ampliata e organizzata conforme- 
mente al sno nome e comprendeva anche la Pamfilia e Tlsanria; la 
provincia della Siria e qoella di Greta. È bensì vero però, che code- 
sta massa di paesi non polevasi assolutamente considerare ancora 
come un possedimento territoriale romano nel seViso odierno della . 
parola. La forma e Pordinamento del governo rimasero nell'es- 
senziale quello ch'erano; soltanto al posto dei monarchi esistiti 
fino allora si pose la repubblica romana. Quelle Provincie asia- 
tiche cohlj miai uno ad essere cuiuiujste di una screziala mesco- 
lanza di possedimenti demaniali, di territori urbani autoaumi di 



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id8 LIBRO QUINTO, CAPITOLO H. 

fatto 0 di diritto, <li si^niorie e dì SliH iiri;i ^peschi e sacerdotali, 
i quali tutti erano pin <• uk'Iio in.lipcii h'iili udi i intfrna loro 
auimini.strazione, nel riuKiueulc poi n)\nr pi-iin.i «lai (irin Ree 

Re da' suoi satrapi, così ora in più iiiile, oi.i in più severe Uam 
erano dipendenti dal irrvverno roiu inn o da' suoi proconsoli. Fra 
i dinasti vasf^alli a>eva iì primo posto, non |mt altro pel suo 

La rango, il re di Cappadocia, il cui terriluiiu era stalo esteso da 
' docial^ Lucullo infcud in IfìL'li la prosinria di Melitene isangiaccato di 
Malatia I «:ino airijili aie. Pompeo gli concesse inoltre sui coidìiii 
occideiiidii alcuni di>(rt'tli staccati tialla Cilicia da Castabala sino 3 
Derbe presso Iconio e sui confini orie ntali la provincia di Soffene 
sulla sinistra sponda delPtlufrate di contro nMt'liii ne e già desiin iU 
al principe ai ineno Tierane. per cui il più imporla nle [lassaguio 
dell' Kufrate fu ridotto intieramente in potere di questo principe. 
Comma- La pic( ola pi ovincia di Coniinagene posta tra la Siria e la Cap- 
padocia, colla capitale Saniosala (Sanisal), rimase come un rea- 
me vassallo al già nomato Seleucide Antioco Q; cui furono nl- 
tresi assegnati T importante fortezza di Seleucia (presso Biradjik), 
dominanlo il passaggio più meridionale dell'Eufrate e i più pros- 
simi tratti di paese sulla sponda sinistra del dello fi urne e con 
ciò in proTTedoto aftinché i due principali passaggi di irCufrate 
con un corrispondente territorio sulla riva orientale rimanessero 
in potere di due dinasti intieramente dipeudeDli da Roma. A 
cauto ai re della Cappadocia e di r.ommagene e ad ambedue su- 
periore in forze dominava nell'Asia Minore il nuovo re Dejotaro. 
^ La Dejotaro, uno dei lelrarchi della tribù celtica dei Tolìsloboi, sita 
. d'intorno a Pessinunte, invitato da Lucullo e da Pompeo insieme 
agli altri piccoli clienti a prestare il suo contingente, aveva mo- 
strato in queste campagne, in confronto a tulli gli altri rilassati 
Orientali si splendidamente la sua fede e la sua operosità, che i 
generali romani credettero di accordargli in aggiunta alla eredi- 
tata Galazìa e alle sue possidenze nella ricca provincia tra Amiso 
e la foce deir Ali anche la metà orientale del già regno pon- 
tico colle città marittime di Faroacia e Trehisonda, nonché TAr- 
menta pontica sino al confine della Colfhide e della Grande Ar* 
mania col nome di regno della Piccola Armenia. Poco dopo aa- 
' mento egli il suo territorio già ragguardevole coir annessione 

(■) La guerra, che qui-sto Antioco avrebbe can(l()tlo con t^ompoo (Appian. 
Milhr. 106. 117), uni conil)iiia col li.ittal^^, die il ineitesimo rohcliisc con 
LacuUo (Dione ao, 4) e cui non lurbuto sua «loiuiiiiu; uoii pare iuverasiuiile 
elle «otte oodtista guerra M stata invealata porcliè T Antioco di Gonuns^eoe 
flgQnvft in I re sottomesBl da Pompeo. 



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POMPEO E L'OKIBNTB. 139 

della protmcia dei Trocmeri celtici, de^qnali cacciò i tetrarchi. 
Il meschino vassallo divenne cosi uno dei più potenti dinasti deU 
rAsia Minore, coi si potè affìdare la guardia dì una importante 
parte dei confini del regno. Vassalli di second^ ordine erano gli PriDclpi 
altri numerosi tetrarchi gala ti ; uno di essi, il principe dei Troc* si^uori. 
meri^ Bogodiataro, era stato reg ilalo da Pompeo colla città di 
Hìtradation, altre volte città confinaria pontica, per la sua ope- 
rosità nella guerra mitradatica; il prinripe di Paflagonia Aitalo, 
che faceva risalire la sua famiglia sino all' antica dinastia dei 
Pilemenidi; Aristarco ed altri piccoli signori nel territorio col- 
chico; Tarcondimoto, il quale comandava nelle montuose valli 
deirAmano; Tolomeo figlio di Mennoo, il quale signoreggiava in 
Calcide appiè del Libano; An^ta re deWabalei signore di Da- 
masco; e finalmciito j^li ciniri ar.ibi nelle Provincie al di qua e 
al di là deirEufralr. Ahgaro in Osroene, die i Homani, onde 
servirsene come senti n* Ila avanzata contro i Parli, cercavano in 
tulli i modi di far euUare ne' loro interessi; Sampsirliciamo in 
Eraesa ; Alcandanio prinripe dei iliinbei, un altro eniifo in Bo- 
stra. A questi si aggiungevauu inoltre i prim i pi-sacenioti rlie ^'^JJJjjJSu 
oriente signoregiiiavano sovenlo rtniK' i iliiiasii secolari sopra ter- 
rilorii e popolaziuai, coiilro l i cui aiUorilà saldamente stabilita 
in codesto paese del fanaiisino i Bomani assennatamente ben si 
frtiardavano di alteniare, o soltanto di metter mano ai ttMui 
loro templi, il soninio snrerdole della Dea Madie in Pcì^sinunle; 
i due sommi sarerdoii drll i Dei Ma nfdia Comana cappadocica 
(sniralto Sarti) e m ir umuiiima città pontica (Gimenek presso 
ToLal), i quali mi Ile loro provincie la cedevano in potenza sol- 
tanto ai re, e ognuna dei cpiali in tempi molto posteriori posse- 
deva ragguardevoli territori con propria giurisdizione e non meno 
di seimila schiavi atbletti al tempio — della carica di sommo 
sacerdote [lontico era slato da Pompeo investilo Archelao figlio 
delTomonimo geuf^rile di Milradale passato ai Romani ; — il 
sommo sacerdolf di Giove venatorio nel distretto cappadocico di 
Morimene, le cui rendile annuali salivano a quindici talenti 
(22,500 talleri ^ a lire 8(vJ7ri) ; il « sommo sacerdote e prin- 
cipe » del territorio neir inclemeute Cilieia, ove Teucro, figlio di 
Ajace, aveva erello un tempio a fiiove, coi per diritto ereditario 
presiedevano i suoi discendenti; il sommo sacerdote e principe 
del popolo ebreo, cui Pompeo resiitui la signorìa Iella sna na- 
aione dopo d^aver eguagliato al suolo le muri della capitale e le 
rooche, ove si conservavano i tesori reali e che servivano di pri* 



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140 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

gioni, colla sena ammonizione di mantenere la pace e ài non im« 
Cornimi prendere alteriori conquiste. A canto a questi poientati secolari e 
^ ' sacerdotali venivano i comuni urbani. Alcuni erano ordinati in 
maggiori leghe con una indipendenza relativa, còme era partico- 
larmente la~ ben ordinata le|;a delle ventitré città della Licia > la 
quale non prese p. e. giammai parte alla pirateria. I molti co* 
munì isolati invece, anche quando avevano ottenuto il privilegio 
d^un governo proprio, erano di fatto assolutamente dipendenti dai 
Eievazionagovematori romani. Non ignoravano i Romani , che col cómpito 
eondixione^li sostenere l'Ellenismo e in oriente di difendere i confini d'A- 
lessandro era anzi tutto loro dovere di far prosperare le condi- 
\ zioni delle città; poiché se le citlà sono sempre e dappertutto il 
sostegno della civiltà, V antagonismo degli orientali e degli occi* 
dentali si raccoglieva in tutta la sua forza neir antitesi tei la ge- 
rarchia feudale dell^ oriente militarmente dispotica e i comuni 
nrbani elleno-ilalici industriali e commerciali. Per quanto Lacullo 
e Pompeo si dessero in generale poco pensiero di porre ad nno 
stesso livello le condizioni deir oriente , e per quanto Pompeo 
inclinasse a censurare e cangiare nelle qnistioni di dettaglio le 
disposizioni del suo predecessore, convenivano però pienamente 
nella massima di promuovere con tutta possa gli interessi dei 
comuni urbani nell'Asia Minore e nella Siria. Cizico, controia 
cui possente difesa si era rotta la prima veemenza dell' nltima 
guerra, ebbe da Lucullo una importante ostensione del suo ter- 
ritorio. Sebbene la pentirà Eraclea prestasse una formidabile re- 
sistenza ai Uomani, essa riebbe però il suo territorio e i suoi 
porli, e il barbaro infuriare di (^otta rontro rinfdice citlà fu 
biasiiìialu solennemente in Senato. LucuUo aveva ju ofondaraente 
compianto, clie la sorte non gli avesse concessa la fortuna di 
salvare Sinope o Aniiso dalla furia della soldatesca pontica e 
della propria; ma fece almeno quanto potè per ristaiirarle. estese 
ragguardevolmente i loro "terrilorj, le ripopolò in parte cogli an- 
tichi abitatori, che, invitati a ripatriare, ritornarono a frotte nel- 
r amata patria , in parte con nuovi coloni di origine greca , e 
prese pensiero per la ricostruzione degli edifìci devastali. In questo 
senso, sebbene in una magiiiore proporzione, agi am lu' Pompeo. 
Dopo vinti i pirati, invece di far crocifiggere i prigionieri — ol- 
tre 20,000 — come avevano piaiic ito i suoi predecessori, egli se 
ne sem per popolare in parte le disertate ri ita della Cilicia,co- 
me Mallo, Adana, Epifania e particolarmente Soloi, che d'allora 

in avanti prese il uomo di citlà di Pompeo (Pompejopoli), ia 



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POMPEO E I/dRIENTE. i41 

parte Dime nel!' Acaja, e persino Taranto. Questa coUnizsazioDe 
dì pirati fu biasimala sotto molti rapporti Qt in quanto che 
sembraya si desse in certo qaal modo una ricompensa al delitto; 
essa era porò giustificabile sotto Taspetto politico e morale, poi- 
ché, considerato lo stato delle cose d^allora» la pirateria era qual- 
che cosa di diverso del ladroneccio ed era giusto di trattare quei 
prigionieri secondo il diritto di guerra. Ha anzi tatto Pompeo 
pose mente a migliorare nelle provlncie romane di nuovp acquisto 
la condizione dei comuni urbani. Abbiamo già rimarcato quanto il 
regno pontico fosse povero di città (V ol. IL p. 249); la maggior parte 
dei distretti della Cappadocia non avevano nemmeno un secolo 
più tardi alcuna città, ma soltanto dei castelli sulle montagne, 
che Servivano di rifugio ai contadini in tempo di guerra; e tale 
sarà stata di questi tempi la condizione di tutta TAsia Minore 
orientale, se si eccettuino le poche colonie greche sul litorale. 
Si fa ascendere a trentanove il numero delle città fondate da 
Pompeo in questi paesi, comprese le colonie cilicie; parecchie 
salirono in gran fiore. Le più importanti nel già regno pontico 
tono: Nìcopolj < Città della vittoria >, fondata sul sito dove Mi« 
tradate s^ebbe T ultima sconfitta (V. p. 118) — Il più bel mo- 
numento del gran trionfatore; Megalopoli, chiamata dal sopran- 
nome di Pompeo, sita bul confine della Cappadocia e della Bli- 
Dore Armenia, detta più tardi Sebastea (ora Siwas); Ziela, ove 1 
Romani diedero Tinfelice battaglia (V. p. 71), luogo sorto intomo 
ad un tempio sacro ad Anatti e sino allora appartenente al som- 
mo sacerdote: Pompeo l* elevò a città e le diede diritto urbano; 
Diospoli, prima Cabira, poi Xcocesarea (Niksar), sorla essa pure 
sul campo d'una ballaglia combattuta noli" uUima {guerra; Ma- 
gnopoii 0 Pompeopoli, la restaurata Kupaloria al confluente del 
Lieo e (leir Ili, edifirala in origine da Milradale, ma per essersi 
la città data ai Hoinaiii da esso nuovamente distrutta (Y. p. Ili); 
Napoli, altre volte Fazemone, Ira Amasia e TAIi. La maggior 
parte di queste lumlnzioni di città non si ottenne col moiizo di 
coloni venuti da loniano, ma colla soppressione dei villaggi e la 
raccolta degli altitanti entro le nuove mura; la sola Nicopoli fu 
da Pompeo destinata a rarcogliere quegli invalidi e gravemente 
attempati del suo esercito, che preferirono di stabilirsi tosto in 

(*) A ciò vcroslmiliuenle si riferisco il rimprovero di Cicerone {de off. Z, 
li» i9):piratatimrmm habmiu, «odor veetigtMkt; perchè, come pare, code- 
tte colonie di pirati fiirCMlO da Pompeo piantate culla immunità, mentre è 
nitorìo, come ì comuni proviDCiali dipendenti da Roma fossero tutti obbligati 
1 pagaie le imposte. « 



142 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IV. 

questo paese invece di recarsi in appresso io Italia. Ma anche in 
altri siti ad un cenno del possente personadfgio sorgevano nuovi 
centri delia civillfi fllenica. N<'lla Palìagonia una terza Pomj^e- 
^ jopoli indicava il silo, dove Tesercilo di Mitradale nelPanno 666 
aveva riportalo la «rrande vittoria sui lìilinii (Voi. .il. p. 260). 
Nella Cappadoria, che erasi risentita forse più di qualunque al- 
tra provincia delle solTerenze della gnei ra, furono per ordine di 
Pompeo ristaurate e onlìoate a città la lesidcnza Mazaka (poscia 
Cesarea, ora Kaisarieh) e sette altri luoghi. Nella Cilicìa e nella 
Gelesiria ascese a venti il numero delle città fondate da Pom- 
peo. Nei distrettì sgombrati dal Giudei sor^e per ordine di Pompeo 
dalle sue macerie Gadara nella Decapoli, e fu fondata la città di 
Seleucia. La massima parte del suolo demaniale disponibile sul 
continente asiatico dev'essere stata certamente da Pompeo im- 
piegata per codeste nuove colonie, mentre a Creta, della quale 
Pompeo si dava poca o nessuna premura, le terre demaniali ro- 
mane sembra siano rimaste in grande estensione. Non meno che 
a fondare nuove città Pompeo era intento a ordinare e miglio- 
rare i comuni esìstenti. Gli abusi e le usurpazioni introdot- 
tevi furono possibilmente tolte di mezzo; nuovi dettagliati ordi- 
namenti comunali, compilati con ogni cura per le diverse Pro- 
vincie, regolarono gli affari municipali. Una serie delle più rag- 
guardenolì città fu dotata di nuovi privilegi. Ebbero Tautonomia 
Antiochia sulPOronte, la più importante città dell' Ai^ia romana 
e poco inferiore ad Alessandria d'Egitto e alla città di Seleucia 
nel regno parto, la Bagdad delP antichità; inoltre la città vicina 
ad Antiochia, la pierìca Seleucia, che Pebbe in compenso della 
coraggiosa sua difesa contro Tìgrane; Gaza e in generale tutte 
le città liberate dal dominio giudaico; cosi Milìlene nelFAsìa 
anteriore e Fanagoria sul màr Nero. 
Risultati. Cosi era stato ridotto a termine P ed i fleto dello Stato romano 
asiatico, il quale co' suoi re feudali e vassalli, co' suoi principi-sa- 
cerdoti, e colla lunga serie di città libere e semi-libere ricorda 
vivamente il sacro Romano Impero della nazione tedesca. Code- 
sta costruzione non era una meraviglia ni" rispetto alle superate 
dilIìcoUà, nf^ rispetto alla raggiunta perfezione; né divenne tale 
per le enfaticlie parole spese generosamente in Uoma dalla nolnltà 
in lode di Lucullo e dalla più si luetta uìoltitufline in lode di 
Pompeo. Pompeo specialmente si faceva festeggiare e si festeg- 
giava da sé stesso in au moilo da farsi credere ancora più leg- 
giero di quello che lo fosse di fatti. Le sue inscriziuui trionfali 
facevano salire a dodici milioni i popoli soggiogati, a 1^>38 le 



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POMPEO E L^ORIEKTB. 143 

città e le castella espugnate — sembrava che la quantità dovesse 
supplire alla qualità — ed esteudevano il cerchio delle sue vit> 
torie dalla Palude Meotide al mare Caspio e da questo al mar 
Rosso, senza ch'esso avesse mai veduto co^propij occhi alcuno 
di questi tre mari; che se egli noi diceva apertamente, pure 
faceva io modo da lasciar credere al pubblico, che Fincorpora- 
zione della Siria, die non fu davvero uoMmpresa eroica, avesse 
aggiunto al romano impero tutto Furiente sino alla Batriana e 
r India — in una lontananza cosi vaporosa si confondeva secondo 
i suoi calcoli la linea di demarcazione delle sue conquiste in 
Oriente. La servilità democratica, che in tutti i tempi gareggia 
colla cortigianesca, faceva buon viso a codeste scipite bizzarrie. 
Ad essa non bastava il pomposo corteggio trionfale, che net 
giorni 28 e S9 settembre 093, quarantesimo sesto anniversario di 61 
Pompeo il Grande, moveasi per le vie di Roma, reso più ma- 
gnifico , per tacere dei giojelli di ogni sorta, dalle insegne reali 
di Mitradate e dalla presenza dei Ogti dei tre re più possenti 
deirAsia, Mitradate, Tìgrane e Fraate: essa ricompensava il suo 
generale, che aveva vinto ventidue re, con onoriftcenze reali, 
concedendogli la corona d^oro e le insegne consolari vita sua 
durante. Sulle medaglie coniate in ojior suo scorgesi il globo 
terrestre io mezzo alla triplice corona d'alloro riportata dalle tre 
pam del mondo e librante sopra il globo il serto d'oro offerto 
al trionfatore dai cittadini per le vittorie riportate in Africa, in 
Ispagna ed in As^^ Non recherà meravigli i, se a canto a questi 
fanciulleschi omaggi T opinione pubblica si pronunciò anche in 
senso contrario. Nell'alta società romana si riteneva comune- 
mente^ che il vero merito della sommissione dell'Oriente spet- 
tasse a Lucullo, e che Pompeo vi si fosse recato solo per sop- 
piantare Lucullo e per cingere la sua fronte cogli allori rac- 
colti da altra mano. L'ima e l'altra supposizione era egualmente 
del tutto falsa; non Poiiiiuju, ma Glabrio, era stato spedilo in 
Asia onde rilevare Lucullo, e per quanto valorosamente abbia 
pugnato anche LucuUo, era pure un fatto, che, allorquando 
Pompeo assunse il supremo comando, i Romani avevano perduto 
di nuovo tutti i loro anteriori vnnta;;gi e non possedevano più 
un palmo dì terra pouiica. Meglio colpivano nel segno gli scherni 
di quei cittadini della capitale, i quali non mancavano di ap- 
porre al possente vincitore del mondo come soprannomi i nomi 
delle grandi potenze da esso vinte, chiamandolo ora il < vinci- 
tore dì Salem », ora « T Emiro > {AralMrca)^ ora il romano 
Sampsicheramo. Ma un giudice imparziale non si atterrà né a 



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ÌH libro quinto, capitolo fv. 

quelle esagerazioni, uè a queste detrazioni. Lucullo e Pompeo 
nssoggi'itamin e oiliiiando l'Asia non si sono rliifirili eroi e uo- 
mini di Stato ili fjt'iiin, mi sibhene previdenti e valorosi gene- 
rali e governatori. Lucullo mostrò come generale non comuni 
talenti ed una lìducia in sò slesso, rho accost ivasi alla temerità ; 
Pompeo una grande avvc Intozza militare e una rara ritenutezza, 
e tale, die gi iramai un generale, che disponeva di tante forze 
con una si completa libertà d^izione, operò con tanta prudenza 
come Pom|)t^o in Oriente. Le più brillanti imprese gli si olTrivaDO 
quasi spontaneamente da tutte le parti; stava in suo potere di 
portarsi sul Bosforo cinici irò e verso il mar Rosso; per dichiara- 
re la guerra ai Parti ebbe tutta Topportunità: le sollevale provincie 
deirKgitlo lo pregai-ono di cacciare dal trono re Tolomeo, che 
non era stalo riconosciuto da Roma, e di dare esecuzione al te- • 
stamento d' Alessandro ; ma Pompeo non si recò nè a Pantica- 
pea, né a Petra, non andò né a Ctesifonte, nè in Alessandia; egli 
coglieva assolutamente soltanto quelle frutta che gli cadevano in 
mano. E cosi combatiè le sue battaglie si in mare che in terra con 
una straordinaria superiorità di forze. Se codesta moderazione 
fosse derivata dalla severa osservanza delle impartite istruzioni^ 
come Pompeo soleva pretestare, oppure anche dalla convinzione, 
che le conquiste di Roma dovevano pure trovare un limite e che 
i nuovi accrescimenti territoriali non erano utili allo Stato, essa 
meriterebbe una lode maggiore di quella che la storia assegna al 
più abile generale; ma dal carattere di Pompeo inulta fuor d^ogni 
dubbio, che la sua ritenutezza non era che la conseguenza della man- 
canza di sicurezza e di iniziativa che gli era propria— difelli questi 
che certamente rinscirono in qpesto caso allo Siato molto più van- 
taggiosi che non le opposte prerogative del suo antecessore. Non 
v*ha punto di dubbio, che furono commessi perniciosissimi er^ 
rori da Lucullo come da Pompeo. Lucullo ne raccolse egli stesso 
i frutti, poiché la sua condotta leggiera gli tolse di nuovo tutti 
i risultati delle sue vittorie: Pompeo trasmise a' suoi successori 
le conseguenze della sua falsa< politica contro i Parti. Stava in 
lui, 0 dì dichiarare loro la guerra, se credeva di poterlo fat e, o 
di mantenere ^co loro la pace e. come aveva promesso, di ri- 
conoscere l'Eufrate quale confine. Per abbi^cciare il primo partito 
era troppo timido, per risolversi alP ultimo troppo ambizioso, e 
cosi ei si aKonne alla gnpfa perfidia di rendere colle più sfre- 
nate usurpazioni impossibili le relazioni di buon vicinato deside» 
rate e mantenute dalla i:orte di Ctesifonte; ma allo stesso tempo 
di lasciare al nemico la facoltà di scegliere esso slesso il tempo 



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« 



POMPEO E 1/ oniENTK. 

delìi rottura c della rappreso gì Corar' ;:ovorn;itoro ilclT Asi:i 
Luculio rarrohe una sostanza più che principesra . ed an-'lie 
Pompeo ebbe in premio della sua organizzazione drd re di C:ip- 
padocia , dalla ricca città d'Anliocbia e da altri signori e comuni 
(Ielle grc^-f^ sommo e ancora più ra}?fruardevoli obbligazioni di 
debito. SilTalte concussioni erano del reslo divenute quasi un'abi- 
tiinlc imposizione e i due generali non patteggiav.mo proj)ria- 
mente per danaro nelle più importanti (juistioni e, potendo, fa- 
cevansi pagare dalla parte , i cui interessi si accordavano con 
quelli di Roma. CiA non toglie die , considerali i tempi che 
correvnnn, non si abbia a riguardare ramminìslrazione di questi 
due uomini come relativamente lodevole e ridondante prima a 
vantaggio di Roma, e poi a vantaggio dei provinciali. La trasmu- 
tazione dei clienti in sudditi , la migliore regolarizzazione del 
conlìne orientale, la fondazione di un governo unito e forte erano 
benefici tanto pei dominanti, quanto pei dominati. Immenso fu 
il prolitto finanziario per Roma; la nuova imposizione sulle so- 
stanze, che, ad eccezione di alcuni comuni liberi per cause spe- 
ciali, tutti quei principi, tutti quei sacerdoti e tutte quello città 
dovevano ver.-^are a Roma, aumentò il reddito dello Stato quasi 
della metà. L'Asia ne sofTerse senza dubbio. Pompeo depose nella 
cassa dello Stato tra oro e giojelli una somma di 200 milioni di 
sesterzi {[\ milioni di talleri - a L. .*)2.r)()U,000 ) e distribui tra 
i suoi ufTìciali e soldati 10,000 talenti [27 milioni di talleri — 
a L. 101,230,000): se a queste somme si aggiungessero quelle 
ragguardevoli asportate da Lui-ullo, le concussioni non unìcialì 
fatte dall'esercito romano e l'importo dei danni caj^ionati dalla 
guerra, si comprenderà facilmente T esaurimento finanziario in 
cai dovette trovarsi il paese. Le imposizioni romane in Asia non 
erano forse piii onerose di quello degli anteriori reggenti, ma 
gravi taTano di più sul paese, poiché d'allora in avanti il danaro 
incassato andò fuori dello Stalo, non rimanendone in Asia che 
una minima parte ; e in ogni modo poi le imposizioni erano ba- 
sate nelle antiche come nelle nuove provincie sulla sistemati'^a 
spogliazione delle provincie a favore di Roma. Ma di ciò la re- 
sponsabilità tocca molto meno ai generali personalmente che ai 
partiti della capitale, cui essi dovevano servire; Luculio anzi si 
sforzò con tutta l'energia di porre un freno alle usure dei capi- 
talisti romani in Asia, e la sua caduta fu causala principalmente 
da questo suo modo d' agire. Quanto questi due uomini fossero 
seriamente interessati a far nuovamente risorgere le oppresse 
Provincie, lo prova la loro operosità là dove non glielo impedi- 
Stwlu Jlomana. Voi. III. IO 



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116 t*IBBO QIJniTO^ CAPITOLO lY. 

TaJio i riguardi pei parliti, e particolarmente la loro sollecitudine 
per le città deirAsia Minore. Se ancora dopo molti secoli le re* 
Tiae di questo o quel villaggio asiatico ricordavano i tempi di 
quella gran guerra. Sinope poteva però cominciare una nuova 
era coiranno del suo risorgimento per opera di Luettllo,e pres- 
soché tutte le più importanti città continentali del regno pontico 
dovevano riconoscere in Pompeo il loro fondatore. organizza- 
zione deirAsia romana per opera di Lucullo e di Pompeo si può 
con tutti gli innegabili suoi difetti considerare in generale come 
assennata e lodevole. Per quanto essa però non andasse scevra 
da gravi inconvenienti, pare doveva essere apprezzata dai trìbo* 
lati popoli asiatici anche per la circostanza, che essa avveniva 
colta pace interna ed estema si lungamente e ansiosamente de* 
siderata. 

L*ori«iit0u E in sostanza la pace durò in Oriente finché il pensiero, a cui 
tftpa%oxa^^™P^^» per la sua caratteristica titubanza, aveva appena accen- 
< i oato di aggiungere cioò al regno romano le Provincie site al- 
ompM» f oriente delPEufrate, fu dalla nuova triade dei dominatori di 
Roma riassunto energicamente; ma lo fu con infelice successo, 
essendo che poco di poi la guerra civile trasse nel fatale suo 
vortice, come tutte le altre, cosi anche le Provincie orientali. Gli 
scontri, che in questo frattempo i luogotenenti della Gilicia eb- 
bero continuamente colle alpestri popolazioni delPAmano e quelli 
della Siria colle frotte del deserto, e nemmeno le perdite sofferte 
dai Romani particolarmente in questa guerra contro i BeJnioi, 
ebbero ulteriore importanza. È degna di essere più special- 
mente notata V ostinata resistenza opposta ai conquistatori dalla 
tenace nazione giudaica. Alessandro, figlio del deposto re Aristo- 
bulo, e Aristohuio stesso, cui riusci dopo qualche tempo di sot- 
trarsi alla prigionia, fecero nascere durante la luogotenenza di 
■m^Aulo Gabinio (007-700) tre diverse sollevazioni contro i nuovi 
padroni, in ciascuna delle quali soggiacque r impotente governo 
del sommo sacerdote Ircano stabilito da Roma. Non era un pen- 
siero politico, ma sibbene l'invincibile avversione del rOrien tale 
per quel giogo contro natura , che spingeva codesti popoli a ri- 
calcitrare contro il pungolo; e in fatti P ultima e più pericolosa 
di codeste sollevazioni, cui diede il primo impulso lo sgombre 
delPesercito d'occupazione dalla Siria, causalo dalle crisi egiziane, 
cominciò colP eccidio dei Romani stabiUti in Palestina. Non senza 
dilBcoltà riusci al valente governatore di salvare quei pochi Re- 
mani che ai erano sottratti ad una tal sorte, e che avevano tro- 
vato un momentaneo rifugio^sul monte Garizìm, dagli insorgenti 



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POMPBO B L'ORIBSTE. 147 

che T6 li tenerano bloccati e dopo molti ed aspri combatti- 
menti e lunghi assedil di vincere la solleTazione. In conseguenza 
di questa sollevazione fu abolita la monarchia teocratica e il 
paese giudaico diviso, come già la Macedonia, in cinque circoli 
indipendenti amministrali da collogi di otlimati; furono rico- 
striitte la citlà di Samaria ed altre località abbattute dai Giudei, 
onde slahiliit! un equilibrio a fronte di Gerusalemme, e final- 
mente fu imposto ai Giudei ua Liibuto più grave che agli altri 
sudditi siriaci di lioiii i. 

Ci resta di gettare uiiu sguardo sul regno egizio e sulla bella " n 
isola di Cipro, ultimo paese rimastogli annessa delle eslese con- 
quiste dei Lagidi. 1/ Egitto era allora Punico Stato delPoriente 
ellenico ancora indipendente almeno di nome. Appunto come 
una volta, quando i Persiani si stabilirono alla metà orientale 
del Mediterraneo, l'Egitto fu l'ultinìa loro conquista, cosi ancbo 
i possenti conquistatori deir occideiUe lasciarono per ultima Tin- 
corporazione di questo ricco e singolarissimo paese. Non dcvcsi 
attribuire codesto ritardo, come abbiamo già detto, né al tiniore 
della resistenza delP Egitto, nè al difetto di un plausibile mo- 
tivo. L' Egitto era presso a poco privo di forze come la Siria, e 
sino dal 673 devoluto alla repubblica romana secondo tutte le 81 
forme del diritto (V. p. W). Alla corte d'Alessandria dominava 
la guardia reale, la quale nominava e deponeva i ministri e al- 
l' uopo anche i re, si appropriava tutto ciò che le piaceva, e, se 
le veniva rifiutato Taumcnto del soldo, assediava il re nel suo 
palazzo; nel paese, o per dir meglio nella capitale — giacché il 
paese colla sua popolazione di scbiavi agricoli nulla contava — 
non era assolutamente ben vista e per lo meno una parte degli 
abitanti desiderava che F Egitto venisse assorliito da Homa,e fa- 
ceva persino dei passi perchè ciò succedesse. Ma quanto meno 
1 re d'Egitto potevano pensare a combaiterelioma col ferro, tanto 
più energicamente combattevano essi coir oro i piani di riunione 
dei Romani; e in conseguenza della singolare centralizzazione 
dlspotico-comunistica della pubblica economia dell'Egitto le en- 
trate della corte d' Alessandria pareggiavano presso a poco quelle 
delle finanze di Roma anche dopo Taumeato delle medesime per 
opera di Pompeo. Si aggiungeva la sospettosa gelosia dell'oligar- 
chia, che non sapeva risolversi di affidare nè la conquista né 
raiiiimQistr«i2ione dell'Egitto ad un solo individuo. Quindi co- 
loro che sìguoreggiavano di fatto l'Egitto e Cipro a^eTano bel 
giuoco non solo per prolungare» ma per assicurare maggiormente 
le vacillanti loro corone corrompendo i personaggi» che dirige* 



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148 tlBRO QmtnO, CAPITOLO IT. 

vano i! Senato comperando da questo la conferma dei loro 

titoli reali. Se non che ciò non bastava. Le forme delta costitn- 
ziono richiedevano una decisione della borghesia romana; prima 
che questa fosse emanata i Tolomei erano esposti al capriccio di ogni 
democratico possente ed era quindi mestieri che iniziassero la 
guerra della corruzione anche contro Viììiio partito romano, che, 
come i! più forte, poneva dei prezzi di gran lunga più elevati. Il 
ss risultato fu disuguale. La riunione di Cipro fu fatta nel 696 per 
ji2^J^ disposizione del popolojcioc di coloro che dirigevano la democra- 
zia, mettendo innanzi come motivo ulfìciale rajnlo accordato dai 
Ciprioti alla pirateria. Marco Catone, incaricalo da' suoi avversari 
deiresecuzione di questa misura, arrivò nelTisola senza esercito; 
egli non ne abbi<;oc:nava. Il re si avvelenò; gli abitanti si adat- 
tarono senza opposizione airiiicvUabile falalitfj , e furono sotto- 
messi al luoi^otenente della Cilicia.Il riccbissimo tesoro di quasi 
7000 talenti (12,000,000 di talleri — n L. i5,000,000), al quale 
l'avaro non meno che avido re non seppe decidersi a por mano 
per la corruzione necessaria onde salvare la sua corona, rndde 
insieme con questa nelle mani dei Uomani e riempi quanto si 
desiderava i vuoti scrigni delle loro tesorerie. — Per contro venne 
sciuto fatto al fratello, che roìinava in Egitto, di comperare nel 695 me» 
g^Jl^ diantc un plehiscito il suo riconoscimento dai nuovi siirnori di 
Roma; il prezzo pattuito sarebbe stato di 6000 talenti (10 mi- 
SìccTalo '^^"^ di talleri trr a L. 37,500,000). Il popolo egiziano però, che 
dai_ da moilo tempo era instizzito contro l'eccellente flautista ma cat- 
tivo reggente, e la cui indignazione era giunta al massimo {irmìo 
per la perdila dofmitiva di Cipro e pelP accrescimento insopjior- 
tabile delie imposizioni avvenuto in seguito delle transazioni coi 
PoiiKini (696). lo cacciò dal paese. Allorché poi il re si volse 
a' suoi venditori, quasi per l'evizione dell' oggetto comperato, 
essi furono abbastanza giusti da ricnnosrereche, da onesti uomini 
d'affari, dovevano ricuperare di nuovo a Tolomeo il suo recrno; 
solo che i parliti non potevano mettersi d'accordo, a chi do- 
vesse toccare Timportante carico di occupare l'Egitto armata ma- 
no coi proventi che se ne dovevano sperare. Soltanto quando 
la triarchìa nelle conferenze di Lucca vi fn riconft rmrjta. fu as- 
sestato anche questo affare, dopo che Tolornro si fu deciso di 
depositarealtn 10,000 talenti (17,000,000 di t.tlleri — a L. 6:^.750,000); 
allora giunse al luogotenente della Siria Tordine da quelli, che 
avevano il potare, di fare tosto i necessari passi per ricondurre 
il re sul suo irono. La cittadinanza d'Alessandria aveva frattanto 
incoronato regina Berenice ^figlia maggiore dello scacciato re, 



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POMPEO B L*OR[BNTB. ^ ^^i49 

daDdole a sposo Archelao (V. p. 139), uno dei prìncipi sacerdoti 
deir Asia romana, il aommo sacerdote di Comana, dotato di suf< 
flciente ambizione onde mettere a repentaglio la sua sicura e 
ragguardevole posizione per la speranza di salire il trono dei 
Lagidi. I suoi tentativi presso i possenti romani, onde averli fa- 
vorevoli, rimasero senza effetto; ma egli non si spaventò nem- 
meno al pensiero di dover raanUìDera il suo nuovo regno colla 
forza delle armi persino contro i Romani. Senza pieni poteri Tolomeo 
ostensibili per incominciare I:i giieiTu ctiiiLrij rEj^iito, ma auto-'^^J*^ 
rizzatovi dagli autocrali di Uoina, prese Gabinio per prelesto il Gabiiilo, 
preteso ajiUo prestato dagli Egixii ai pirati c la cusLi UAiune della 
flotta di Archt'lat), e si diresse immaiilineiile verso i conlìiu egi- 
lìi (GyU). La man ia aLlraverso il deserto di sabbia Ira Gaza e 
Pelusio, dove più li'una invasione diretta contro TEgitto era an- 
data a male, fu questa volta eseguila felicemente in grazia delle 
cure impiegate particolarmente dal lesto e destro condottiero 
della cavallerìa, Marc^ Antonio. La fortezza di confine, Pelusio» 
fa anch' esssa consegnata dalla guarnigione giudaica senza com- 
battimento. Dinanzi a questa città si scontrarono i Romani cogli 
Egizii, li hattorono e nella lolla si distinse ancora Marc'Antonio, 
e per la pnma volta un'armata romana pervenne sino al Nilo. 
Quivi avevano preso posizione rcsercìto egizio e la flotta per 
r ultima decisiva battaglia; ma i Romani vinsero ancora, e Ar- 
chelao slesso con molti de' suoi trovò la morte pugnando. Tosto 
dopo questa battaglia si arrese la capitale ed ebbe lino ogni re- 
sistenza. L'infelice paese fu restituito al legittimo suo tiranno: 
i supplizi, con cui, senza rintromissione del cavalleresco Marc' An- 
tonio, Tolomeo avrebbe cominciato già in Pelusio la restaurazione 
del legittimo governo, procedettero ora senza intoppo, e la prima 
vittima dello snaturato padre fa l'innocente figlia, benché si to- 
gliesse alla misera popolazione sino Pnltimo obolo, non si potò 
efl'ettuare il versamento della ricompensa stabilita per coloro,che 
tenevano in Roma il potere, essendo a«;?nlutamente impossibile 
di raccogliere dal paese già esausto le immense somme richieste. 
Per la tranquillità del paese prese cura il presidio rimasto nella Presidio 
capitale e composto dì fanteria romana e di cavalleria celtica e l'^^^Q^ 
germanica» il quale diede lo scambio ai pretoriani indigeni Ahis- 
non male imitandoli. L'egemonia di Roma sull'Egitto fu cosi 
scambiata in una diretta occupazione militare e la continuazione 
nominate dei regno indigeno (a pel paese piuttosto nn doppio 
oneri che ona prerogativa. 



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CAPITOLO V. 



LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA DI POMPEO. 



L*aristo- Golia legge gabinia i parlili della capitale scambiarono le parti. 

iKtUiita. ^^^^^^ generale eletto dalla democrazia impugnò la spada, an- 
* cbe il suo partito, o ciò che valeva per tale, divenne prepolente nella 
capitalo. La nobiltà mantenevasi bensì tuttora ben serrala e dai 
macchinismo dei comizii continuavano ancor sempre come prima 
a sortire soltanto dei consoli, cbe secondo Tespressione deMemo- 
cratid erano stati designati al consolato fino dalle fasce; domi- 
nare le elezioni e togliere T influenza delle antiche famiglie era 
cosa impossibile persino a coloro, cbe avevano in mano il po* 
tere« Se non che il consolato cominciò a impallidire al cospetto 
della nuova stella del potere militare eccezionale appunto quando 
le cose erano state spinte al segno da escluder da esso gli c uo- 
mini nuovi 1. L'aristocrazia se n' accorse benché non lo confes- 
sasse; essa stessa si diede perduta. Ad eccezione di Quinto Ca- 
tulo» il quale con commendevole fermezza si tende sino alla 
• morte nel suo posto poco invidiabile di propugnatore di un par* 
<K) tito vinto (694), non sapremmo nominare nelle più elevate sfere 
della nobiltà nessun ottimate, cbe abbia rappresentato con co- 
raggio e con perseveranza gli interessi deiraristocrazia. Appunto 
i suoi uomini di maggior talento e i più rinomati, come erano 
Quinto Metello Pio e Lucio Lucullo, abdicarono di fatto e si 



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LOTTA DEI PARTITI DOIUNTB L'ASSBNSA DI POKPBO. 161 

ritrassero, per quanto lo potevaao fare con decenza, nelle loro 
Yille, onde in mezzo ai giardini ed alle biblioteche, alle gabbie 
ed alle peschiere dimenticare possibilmente il Senato e il Foro. 
E ciò vale ancora più per la più giovine generazione deir aristo- 
crazia, la qnale o si dava intieramente al lusso ed alla letteratura, 

0 volgeva gli sguardi al sole nascente. Uno solo fra i più gio- 
vani fa eccezione; questi è Marco Perciò Catone (nato nel 659 ),0B} Catontb 
nomo del miglior volere e dotato d^un raro spirito di sacriflcio 

e però una delle più bizzarre e più accigliate figare di questo 
tempo cosi abbondante di caricature politiche. Onesto e fermo, 
serio nel volere e nel T operare, pieno di devozione per U sna 
patria e per V avita costituzione, ma una testa lenta e senza pas- 
sioni né sensuali né morali, avrebbe forse potuto diventare un 
discreto contabile di Stato. Se non che malauguratamente egli si 
lasi\iò ben presto trasportare dal potere delle frasi, e in parte do- 
minato dal frasario della Stoa, astrattamente meschino ed insipi- 
damente torturato come era in uso presso il gran mondo di quel 
tempo, in parte dair esempio del suo bisavo che si credeva ob- 
bligato di copiare, egli si pose a percorrere la viziosa capitale 
qual cittadino modello e specchio di virtù; e, come il vecchio 
Catone, a sparlare dei tempi che correvano ; andando a piedi in> 
vece di andare a cavallo, non prestando danaro ad interesse, 
declinando ogni segno militare d'onore e cercando di ricondurre 

1 buoni antichi tempi coir andare senza camicia secondo V uso 
di Romolo. Questo giovane e freddo erudito , cui la scienza del 
pedaijojfo sgorgava dille lahhra, e che si vedeva dappertutto se- 
dere con un libro in Tiiano, questo lìlosofo , che non conosceva 
né il mestiere delle armi, né altro qualunque, questo fantastico 
nel regno dell'astratta lìlosofia morale era una singolare carica- 
tura del suo anlenalo, del vecchio agrirollore, di colui che Podio 
e Tira avevano convertito in un oratore, che maneggiava colia 
stessa maestria la spaila e V aratro, di colui, che colla sua intel- 
ligenza limitala, ma originale e sana geneialiucnte colpiva pro- 
prio nel segno. Ciò non perlaiito egli divenne un uomo di una 
cert i iiitiiiUi inorale, e quindi anche politica. In un epoca asso- 
lul.imciile triste e vile il suo coraggio e le sue virtù negative 
imponesaiio alla riioltiludine; egli faceva persino il maestro di 
scuola e vi furono alcuni — certo della stessa tempra — , i quali 
copiavano il vivente tìlo?^ofo mo-lello e alla loro volta ne dive- 
nivano la caricaliHM. Alle stesse cause è mestieri d'attribuire 
anche la sua inlluenza politica. Kssendo egli il solo cou-,erv itivu 
iiiiuardevole,il quale, se non di talento e di perspicacia, era do- 



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152 LlBaO QyiZITP, CAPITOLO Y* 

lato di onestà e di coraggio e sampre pronto, occorrendo e non 
occorrendo, ad esporre la sua persona, egli divenne ben toelo 
il capo riconoflcinto del partito degli ottimati, aelibene n6 la sua 
otà, né il suo rango, nè la sua mente gliene dessero il diritto. 
Là dove poteva decìdere la perseveransa d'un sol uomo risoluto 
egli ottenne anche nn buon successo, e nelle quistioni di dettaglio, 
particolarmenle nel ramo finanziario, egli ha reso sovente dei buoni 
servigi; non mancava mai dMntervenire alle sedute del Senato 
a la sua questura fece veramente epoca ; sin che visse esamino 
e coQlrollò ne* suoi dettagli il bilancio dello Stato e perciò egli 
trovossi sempre in guerra aperta cogli appaltatori delle imposi- 
ùonU Del resto egli non aveva assolutamente alcuna qualità per 
essere un uomo di Stato. Egli non era capace nemmeno di com- 
prendere uno scopo politico, o di ravvisare con un colpo d^ oc- 
chio le condizioni politiche; tutta la sua tattica consisteva nel- 
r affrontare chiunque si scostasse o gli sembrasse scostarsi dal 
tradizionale catechismo morale-politico deir aristocrazia, e cosi 
facendo era naturale che egli lavorasse altrettanto di sovente per 
gli avversarli che per gli uomini del suo partito. Come il Don 
Chisciotte deir aristocrazia egli col suo dire e col suo fàre provò 
totl^al più che esisteva ancora un* aristocrazia , ma che la poli- 
tica aristocratica altro non era pitk che una chimera, 
persecu- Non ridondava a grande onore il continuare la lotta con que- 
dtmioera *^ aristocrazìa. Ciò nonostante gli attacchi della democrazia con- 
tiche. tro il vinto nemico, come era ben naturale, non cessavano. 
Come i saccardì In un campo espugnato « V arrabbiata muta 
dèi partito popobre si gettò sulla vinta nobiltà e almeno la su- 
perficie della politica fu da codeste agitazioni fatta salire a enor* 
ini cavalloni di spuma. La plebe sì uni tanto più volonterosa a 
questo partito in quanto che particolarmente Caio Cesare sapeva 
S5 attirarla colla magnificenza de' suol giuochi (689), in cui tutte le 
suppellettili, persino le gabbie delle fiere, erano di argento massiccio 
ed erano dati in generale con una splendidezza, la quale chiari- 
vasi tanto più principesca In quanto che M basava unicamente 
suU^ incontrare debiti. Gli attacchi diretti contro la nobiltà erano 
di molti generi. Gli abusi del governo aristocratico davano a 
quelli ricca materia; funzionati e procuratori liberali, oche ave- 
vano una Unta di liberalismo, come Cajo Cornelio, Aulo Gabinio^ 
Marco Cicerone^ continuavano a manifestare sistematicamente gli 
atti più scandalosi e più turpi del governo degli ottimati e a pro- 
porre leggi per impedirli. Il Senato fu invitato ad accordare agli 
ambasciatori esteri Tudienza in giorni stabiliti onde mettere un 



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0 



LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSEI«ZA Di POMPEO. 153 

freno all'abituale prorogamento delle udienze. I prestiti fatti in 
Roma da ambasciatori esteri furono dichiarati non soggetti a 
querela, essendo questo il sol mezzo di porre efficacemente uii 
freno alle corruzioni che nel Senato erano air ordine del giorno 
(687). Fu limitato il diritto del Senato di diftpensare dalle leggi 07 
in casi speciali (687); cosi T abuso, che ogni distinto Romano » 
il quale avesse dei privati interessi nelle provinole^ si facesse at« 
tribuire dal Senato il rango d^un inviato romano, onde venirne 
meglio a fìne (68Ì). Furono aggravate le punizioni contro il com- A3 
mercio dei voti e contro le mene elettorali (687. 60i), essendo e?, ss 
aumentate particolarmente quest^ ultime in modo scandaloso in 
grazia dei tentativi degli individui eliminati dal Senato (V.p. 08) 
onde esservi riammessi mercè la rieleoione. Fa stabilito per legge, 
ciò che lino allora non era stato che sottinteso, che i giudici 
fossero tenuti di rendere ragione in conformità delle norme da 
esn stabilite secondo Taso romano al momento della loro no- 
mina (667). — And tatto però si lavorò a completare la restan* ^ 
mione democratica e a dar forma, secondo le esigenze dei tempi» 
ai principii direttavi dell* epoca dei Gracchi. L'elezione dei sacer- 
doti, che facevasi dai comizii nel modo Introdottd da Gneo Do- 
raizio (Voi. IL p. e soppressa da Siila (YoL IL p. 3SI), in 
ripristinata nel 681 con una legge del tribuno del popolo Tito 63 
Labieno. Si portava volentieri la discussione sol molto che an- 
cora mancava, onde far rivivere in tutta la loro estensione le 
leggi frumentarie di Sempronio, passando sotto silenzio, come per 
le cambiate circostanze e in vista della triste condizione delle 
pubbliche finanze e deir aumentato numero dei cittadini romani 
aventi la pienezza dei diritti, codesta riprìstinazione fosse assolu- 
tamente impossibile. Nella regione tra il Po e le Alpi si andava Tra^pa- 
efficacemente alimentando Tagitazlone per ottenere reguaglianza ^ 
politica cogli lutici. Sino dal 688 Gaijo Cesare visitò a questo 68 
acopo quel paese palmo a palmo; nel 689 Marco Grasso aveva 66 
disposto come censore di registrare gli abitanti senz* altro sulla 
lista dei cittadini, ma il suo tentativo andò fallito per ropposi* 
alone del suo collega ; pare che sotto i successivi censori codesto 
tentativo venisse regolarmente ripetuto. Come una volta Gracco 
e Fiacco erano stati i patroni dei Latini , cosi coloro, che di- 
rigevano attualmente la democrazia , si pronunciavano in favore 
dei Traspadani, e G^o Pisene (console del 687) ebbe a pentirsi 6sr 
gravemente d^aver osato di mettere le mani addosso ad uno di 
questi clienti di Cesare e di Crasso. Questi capi-parte non si mo- Ubertt. 
stravano per contro assolutamente inclinati a promovero T^a- 



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184 LIBRO i:uLNro, capitolo V. 

gUanza politica dei liberti: il tribuno del ])opolo Cajo Manilio, 
il (piale aveva fatto rinnovare la log^'*^ sulpicia sul dirilto di 
votazione dei liberti (Voi. II. p. 2."W)) in una adunanza composta 

67 di poche persone (31 dicembre 687), fu ben tosto disapprovato 
dai capi della democrazia e col loro consenso la leet^e fu raspata il 

63 giorno dopo dal Senato. Nello stessa senso furono nel 08!) scac- 
ciati dalla capitale dietro un plebiscito tutlM forestieri, che non 
avevano nè il diritto di cittadinanza romano né il latino. Si vede, 
che la contraddizione, che conteneva in s^ il sistema politico di 
Gracco, il quale tenea calcolo contemporaneamente degli sforzi 
degli esclusi per entrare nel numero dei privilegiati, e di quelli dei 
privilegiati pel mantenimento dei loro privilegi, era passata in 
eredità anche a' suoi successori. Mentre Cesare ed i suoi aderenti 
da un lato facevano sperare il diritto di cittadinanza ai Traspa- 
dani, davano dall'altro il loro assenso perchè continnasse la pos- 
posizione dei liberti, e si toglies.se di mezzo la concorrenza, che 
l'industria e il talento commerciale dejrli Elleni e de;ili Orien- 
Processo tali facevano in Italia aj^li stessi Italici, li caratteristi '-o il modo , 
luSSifjo. quale la democrazia procedette in merito all'antica legisla- 
zione criminale dei comizj. Siila non l'aveva propriamente sop- 
pressa, ma essa era stata però di fallo surrogata dalle commise 
sioiii dei giurali pei delitti d' alto iradinnmto e per gli assns- 
sinii (Voi II. p. e nessun uomo assennato poteva pensare 
ad un serio ristabilimento della vecchia proredfira ritenuta as- 
solutamente impossibile nella pratica molto tempo prim;! di 
Siila. Siccome però l'idea della sovranità del popolo sembrava 
esigere il riconoscimento almeno in principio della legislazione 
criminale della borghesia, cosi il tribuno del popolo Tito La- 

^ bieno citò nel 691 quel vecchio, che trenf otto anni addietro 
aveva ucciso, o si credeva avesse ucciso il tribuno del popolo 
Lucio Saturnino (Voi. II. p. IlIOÌ innanzi a quello stesso supremo 
tribunale criminale straordinario, dal quale, se la cronaca é 
esatta, re Tulio aveva fatto assolvei-e Orazio, che aveva ucciso la 
sorella. L'accusato era un certo Cajo Rallino, il quale, se non 
aveva ucciso Saturnino, ne aveva per lo meno portato il capo, 
onde farne pompa, al banchetto dei nobili, e che era inoltre as- 
sai celebre pres.so i possidenti pugliesi per delitti di sangue e 
per rapimenti di uomini. All'accusatore stesso importava forse 
che codesto miserabile fosse fisso in croce, ma non agli uomini 
più astuti che operavano col di lui mezzo; si vide quindi con 
piacere, che il Senato anzi tutto mitigasse essenzialmente la forma 
dell'accusa e che poscia T assemblea popolare adunala per già- 



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LOTTA DBI PARTITI BUftANTB L'ASSBKSA DI POMPEO. IW 

dicare 11 colpe?ole fosse eoo un pretesto stata sciolta dal paTtUo 
«Tversario e cosi fosse messa da un canto tutta la procedura. 
Intanto però i d«e palladi! della libertà romana, il diritto di ap- 
pello AeÀ cittadini e rìnviolabìlità del tribonato del popolo, erano 
stati un* altra Tolta confermati come diritto pratico e il campo 
del diritto democratico assestato in nnoTo.--La reazione demo- Attacchi 
erattca sorgeva ancora più appassionatamente in tntte le <|iiistionl^*^'^* 
personali ogni qual volta lo poteva e se aveva il coraggio. La 
prudenza le imponeva a dir vero di non Insistere salla restimi 
zione (lei beni confiscati da Siila agli antichi proprietarj , onde 
non inimicarsi i proprj alleati e ridursi al tempo stesso in una 
lotta di interessi materiali, onì la politica di parte può di rado 
tener fronte; e a questa quistione delle sostanze era troppo stret- 
tamente legata quella del richiamo degli emigrati per non rico- 
noscer anclie questa egiuilmento inopportuna. Si fecero per con- 
tro grandi sforzi, onde restituire ai lìgli dei banditi i diritti po- 
litici (C)9ì\ e si perseguitarono senza posa con attacchi personali 63 
le sumiuità ilei partito senatorio. Cosi intentò Cajo Memmio a 
Marco Lucullo nel 688 un processo di parlilo. (]osi fu costretto 66 
il di lui più celeiire fratello di attendere tre anni alle porte della 
capitale il lien meritato onore del trionfo lì. In simil modo M-M 
furono insultali Quinto Ue ed il conquistatore di (^reta Quinto 
Metello. Maggiore sensazione destò il fatto, che il {giovine corifeo 
della democrazia, Cajo Cesare, nel non solo si permetesse di 63 
concorrere alla suprema carica saceriiotale coi due più l ispetlabili 
uomini della nohilt,^. Quinto Catulo e Publio Servilio, il vinci- 
tore d' Isaura , ma iou tendesse seco loro di rango presso la 
borghesia. Oli eredi di Siila, in particolare suo (ìglio Fausto, 
erano continuamente minacciati da |uocessi per li restituzione 
dei ('.mari pubblici rbe si dicevano soUratli dal reggente. Si parlò 
persino di riassumeiv* sulla base della legge di Quinto Vario (Voi. II. 
p. 219) i processi democratici sospesi nel 664. Con maggior ri- 90 
gnro. come ben si comprende, furono dai tribunali perseguitati 
gli uomini che avevano servito alle esecuzioni di Siila. Se il 
questore Marco Catone nella goffa sua onestà diede 1 esempio ri- 
petendo da costoro i premii ricevuti pei commessi assassiuii, co- 
me danaro sottratto illegalmente al i)ubblico tesoro (081)), non 65 
può desiar meraviglia se Tanno di poi (6Uiri (^ajo Cesare, qual 64 . 
presidente del tribunale criminale considerò senz'altro come nulla 
la clausola contenuta neirordinamr^nto di Siili, la (juale dicbia- 
raTa impune Tuccisore d'un proscrilto, e lece tradurre dinanzi 
al suo tribanale dei giurati e in parte condaanare i più momaU. 



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406 LIBRO QUINTO, CAPITOLO Y. 

Sgherri di Siila, Lucio Caiilina, Lucio BeUteno e Lucio Lu- 
UuioDe ^ ^^^^ "^'^ ommise di riabilitare i nomi degli eroi 
41 e dei martiri della democrazia e di festPÉ^giarne pubblicamenle 
^^^J'^j'^^la ricordanza. Abbiamo già narralo , rome fosse stato riabili- 
Mario, tato Saturnino col processo intentato contro il suo assassino. 
Un suono ben diverso mandava ancora il nome di Gajo Ma- 
rio, quel nome che un tempo nessuno aveva pronunadato senza 
palpitare; c accadde, che lo slesso uomo, cui P Italia era an- 
data debitrice della sua salvezza dai barbari del Nord, era lo 
zio deir attuale corifeo della democrazia. Immenso fu il giu- 
W bilo della moliitudine, allorché a Cajo Cesare Tanno 686 in onta 
del divieto bastò T animo di esporre pnl foro la venerata efiìgie 
di Mario in occasione della sepoltura della sua vedova. Quan- 
68 do poi tre anni dopo (689) apparvero inaspettati e splen- 
denti d' oro e di marmo sullo slesso sito in Campidoglio i tro- 
fei, che Mario vi aveva già fatto innalzare ed erano i^iaii abbat- 
tuti da Siila, accorsero gli invalidi delle guerre africane e cim- 
lirii Iie cogli occhi pregni di lacrime ad ammirare Timmaginedel- 
ramato capitano , e il Senato di fronte al giubilo della moltitu- 
dine non ebbe il coraggio di mettere le mani sui trofei, che la 
stessa mano temararia ama rinnovato a scherno delle leggi. 
Jfaiutà Tutto queste mene e tutte queste contese, per quanto chiasso 
<^u cedati facessero, considerate politicamente non efano tottafia di grande 
<i^^^cra- importanza. L'oligarchia ori vinta, la democrazia aveva affemlo 
^ il timone dello Stato. Che la gente da poco e da pochissimo ora 
si affollasse al nemico ormai vinto e atterrato affine di dargli on 
altro calcio; che anche i democratici avessero illoro terreno del 
diritto e il loro eulto dei principii; che i loro dottrinati non 
riposassero fintanto che non fossero stati rivendicati tatti i pri- 
Tilegii della repubblica e cosi fecondo essi si rendessero ridicoli 
al pari dei legittimisti tutto dò era naturale e indifferente. 
L^agitaiione in complesso non ha scopo e si scorge Timbanzio 
degli agitatori onde trovare un soggetto per la loro operoslti, ag- 
girandosi questa quasi in generale su cose accessorie od essen* 
^Conuume talmente già definite. Né poteva essere diversamente. Nella lotu 
fr» 1 de- contro Tarìstoerazia erano rimasti vittoriosi i democratici , ma 
^'^'''^^ essi non avevano vinto soli ed avevano da superare ancora la 
Pmapso. prova del fuoco — non si trattava di pareggiare le partite col 
nemico di finora, ma col prepotente alleato, a cui essi andavano 
essenzialmente debitori della riportata vittoria ed a cui essi stesai 
avevano ora dato un immenso potere mllitare e polllico, perdiè 
non bastava loro ranlmo di riflotargllelo. Il «upremo duce dal- 



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iom DBi PARTITI otnusTB Vàsimu m ftm^tk M 

r oriente e dei mari era ancora oceapato neir insediare e detro* 
nizzare re; quanto tempo egli aToase anto da dorare in queste 
bisogna, quando aTrebbe dichiarata finita la guerra, nessuno fuori 
di lai io poteva dire ; poiché, come tutto il resto, erad lasciato a 

lui di fissare l'epoca del suo ritomo in Italia, cioè Tepoca della 
decisione. In Roma intanto ì partiti facevano sosta ed attendevano. 
Gli ottimati in confronto dei democratici aspettavano certo con 
Iranquilliià l'arrivo del temuto generale; badando alla rottura 
tra Pompeo e la democrazia, la cui immiiionza ad essi non po- 
teva sfuggire, essi nulla avevano da perdere, ma soltanto da gua- 
dagnare. I democratici per contro attendevano con penosa inquie- 
tudine e tentavano durante il tempo loro accordato dall'assenza 
di Pompeo di porre una contromina alia minacciante esplosione. 
Qui essi si trovarono ancora insieme con Crasso, cui per affron- 
tare rìnvidiaio e odioso rivale nuU'aUro rimaneva a fare se non 
di riavvicinarsi e unirsi più fortemente di prima alla democrazia 
Sino dalla prima coalizione Cesare e Crasso si erano accostati 
come i due più deboli; l'interesse comune ed il comune peri, 
colo strinse maggiormente il nodo che univa in ìstrettissima al- 
leanza Tuomo più ricco coir uomo più indebitato di Roma. 
Mentre i democratici qua liticavano pubblicamente Passente gene- 
rale come il corifeo e l'orgoglio del loro partito, e sembravano 
dirigere tutti i loro dardi contro Taristocrazia, sotto mano si pre- 
munivano contro Pompeo; e questi tentativi della democrazia di 
sottrarsi alla minacciata (Jittatiira militare hanno storicamente un 
significato mollo maggiore che non la strepitante agitazione con- 
tro la n(ìIiiUà,che per io più non serviva che di maschera. È 
bensi vero, che codesti tentativi si facevano nelle tenebre, in 
cui la nostra tradizione non lascia penetrare che qualche debole 
lampo, poiché non solo i contemporanei, ma anche i posteri ave- 
vano bisogno di stendervi sopra un velo. Però tanto la condotta 
quanto la mira di codesti sforzi sono in complesso perfettamente 
chiari. Il potere militare non potoTa essere tenuto efiìcacemente 
in iscacco se non da un altro potere militare. L* intenzione dei 
democratici era di impossessarsi delle redini del governo, come 
avevano fatto Mario e Cinnn, di affidare quindi ad uno dei loro 
corifei sia colla conquista dell'Egitto, sia colla luogotenenza della 
S^gna una carica ordinaria o straordinaria, e di trovare in esso 
e nel suo esercito un contrappeso contro Pompeo e U suo eser- 
cito. Per giungere a questa meta essi avevano bisogno d*una ri- 
Toluaione^ diretta apparentemente contro il governo nominale. 



158 LIBRO QUINTO, CAPITOLO V. 

ma in renllà ( ontro Pompeo quale designalo monarca (*) ; p per 
mandare :ul elToUo qnf'Sta rivoluzione, la congiura dal tempo dei- 
r em:in;izionf^ (U-llo leggi gabinio-in.inilip sino al ri (orno di Pompeo 
(()88-()lii) si iPime in permanenza iu Uomn. liegnava nella capitale 
un'angosciosa inquietudine; lo spirito abbattuto dei capitalisti, 
il ristagno dei pasrainontl. i frcijiicnti fallimenti ernno precursori 
della sovrastante rivolii/iuiipja quale sembrava dover condurre seco 
al tempo istesso una posizione atTatto nuova dei parliti. Il colpo 
delia deiìiorra/.ia, che, lasciando da una parte il Senato, mirava 
a Pompeo, foce succedere un avvicinamento IVa qucsf ultimo e il 
SeiiaUL M i hi democrazia cercando di confrippnrre alla dittatara 
di Pompt » 11 ♦ l un uomo ad essa più iteneviso, in sostanza 
riconobbe essa l un^ il gpA'pnio militare e si servì di Belzelm 
per cacciare SaUtnasso; ìa qiiislione di principii le si era cam- 
biata sotto mano in una qtiisi km" personale. 
Lega I preliminari della rivoluzione progettata dai confi i della de- 

juiJj^j. mocrazia dovevano essere il rovesciamento del vigente governo 
tld per opera d"una insurrezione rniìiì iiiala prima in Uoma da con- 
dili giurati democratici. L i condizione morale delle più basseedeile 

anarchici. più nìevate classi df Ila società della capitale ne somministrava 
r elemento in una deplorabile abbondanza. In quale situazione 
versasse il proletariato libero e schiavo della capitale non oc- 
corre che lo ripetiamo. Era già stata pronunciata la sentenza, 
che il povero soltanto può rappresentare il povero — il pensiero 
dunque si fece strada, che la massa dei poveri poteva costituirsi 
egualmente come T oligarchia dei ricchi in potere indipendente e 
che invece di lasciarsi tiranneggiare poteva farla alla sua volta 
da tiranno. E sillatte idee trovavano un' eco anche nei cir- 
coli della nobile gioventù. La vita elegante della capitale sciu- 
pava non solo le sostanze ma anche le forze fìsiche e mora- 
li. Ouel gran mondn dai;li olezzanti capelli inanellati, dalle 
basette e dai manichini air ultima moda , sebbene Ireqaeatasse 

(') Cbiunque a colpo d'ocebìo abbracci tutta la posizione deOe condudoai 
polUicbe di questo tempo non abbisogna di prove speciali per conoscere 
66 cbe II piimo scopo dello inaccbinazionl (Icmocratictie (688 e seg.) non era il 

rovesciamento del Sonalo, ma quello di pnmpcn. Ma non m.mo-irin nem- 
meno sinatto prove. Che le legjji i;aliiiiiu-rii«uilie dessero allii democrazia 
6645 un colpo uiorlale lo dice Sallustio ( Cai. 39); che la congiura 088-689 e la 
rogaztone di Servilio fossero dirette specialmente contro Pompeo è egualmente 
testimoniato (Saltastìo, Cai. 19; Val. Mas. 6, 2, 4; Cic. de Icge agr. 2, 17, 46). 
Del resto basta osscrN are la posizione di Crasso in faccia alla congiura per 
ritesiere cb* essa era diretta cootio Pompea. 



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LOTTA DEI l»A1tTIT1 BURAimS 1* ASSENNA Ut POMPEO. ISO 

allein'aiTiente i ronvogni destinati alla danza ed alla musica e di 
buon mattino e a tarda nulle sedesse in mrzzo ai hicchieri, pure 
nascondeva in sé uno spaventevole abisso di decadimenlo morale 
ed economico , di disperazione più o meno celala e di pazze e 
triste risoluzioni. In questi ciri^oli sì desiderava apertamente il 
ritorno del tempo di Cinna collo sue proscrizioni, colle con lische 
e colla distruzione dei libri dei debili. Ve n'erano molli, e fra 
questi non pochi appartenenti a buone famiglie e di non c*»mune 
talento, i quali non attendevano che il segnale per gettarsi come 
una schiera di haniliti sulla suciolà cittadina e rifare col saccheg- 
gio la loro sciupala sostanza. Una banda trova facilmente i suoi 
capitani; e qui non mancarono gli uomini adattali al nso.Ilgià CaUlhM, 
pretore Lucio Catilina, il questore Gneo risone non si distingue- 
vano fra i loro compagni soltanto per la nobiltà do' loro natali e 
pel loro rango. Essi avevano arso il ponto dietro le loro spalle 
e imponevano ai k>ro complici colla loro scellcraggine non meno 
che col loro talento. Uno dei più malvagi di qneslo tempo mal- 
vagio ora Catilina. Le sue ribalderie meritano di essere registrate 
nel libro degli atti criminali, non in quello della storia; già il 
suo esteriore, il volto pallido, lo sguardo truce, l'andatura ora 
pigra ora frettolosa tradivano un passato tempestoso. Egli posse- 
deva in grado eminente le quiililà, di cui deve essere dotato U 
capo di una simile banda; saper erodere di tutto e saper iiinia- 
fiare a tutto, coraggio, talento militare, conoscenza degli uomiiii, 
energia nel delitto e quella scienza pedagogica del vizio che sa 
far cadere il debole ed educare il caduto a divenir delii)(juente. 
— Formare con silTalti elementi una congiura per abl)attei'e il 
vigente ordine di cose uun poteva essere difficile per uomini che 
avevano danaro ed inilucnza politica, Catilina, Pisone e i loro 
simili erano pronti a qualsiasi impresa che loro desse la spe- 
ranza di decreti di proscrizioni e la distruzione dei libri dei de- 
biti; Catilina aveva poi anche in odio Tarislocrazia perchè questa 
si era opposta alla sua candidatura consolare dicendolo uomo 
depravalo e pericoloso. Come una volta quale sgherro di Siila alia 
lesta d'una schiera di Celti aveva dato la caccia ai proscritti, e 
fra altri aveva <li propria mano scannato il proprio vecchio co- 
gnato, cosi ora si mostrò pronto a prestare eguali servigi al par- 
tito npposfo. Fu fatta una lega segreta. Il numero dei membri, 
che ne facevano parte, avrebbe oltrepassato i 400; essa contava 
degli affifrliati in tiHte le Provincie, in tutte le città d'Italia: non 
occorre poi di dire, che una insurrezione, la quale jì irtasse sulla' 
suajbandiera l" estinzione dei debiti, non avrebbe mancato di at- 
tirare numerose reclute dalle iìlo^della gioventù dissoluta. 



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100 tlBRQ QUIHTO, CAPITOLO 

I jW Dicesi , che nel dicembre 688 i corifei della lega credessero 
pia?i ^^'^^ trov^ito una favorevole occasione per prorompere. I due 
della consoli Publio Cornelio Siila e Publio Aulronio Pelo, eletti pel 
glorà. 689, erano stati da poco tempo giu lizialmente convinti di aver 
impiegato mezzi di corruzione per essere eletti, e perciò a te- 
nore delia legge era stata annullata la loro elezione alla suprema 
magistratura. Ambedue fecero quindi adesione alla lega. I con- 
giurati decisero di procacciare loro il consolato colla forza, e con 
ciò di mettersi in possesso del supremo potere nello Stato, li 
giorno, in cui i nuovi consoli avrebbero assunto la loro carica, 
05 il primo gennajo 680, il Senato doveva essere invaso da armati, 
trucidati i nuovi ronsoH in^^ieme colle altre vittime designale, e 
proclamali consoli Siila e Peto dopo cassata la sentenza giudiziaria, 
che li escludeva. Crasso doveva poscia assumere la dittatura, Cesare 
la carica di comandante della cavalleria, senza dubbio per orga» 
nizzare una imponente forza militare, mentre Pompeo era occu- 
pato appiedi del lontano Caucaso. Capitani e militi erano stati 
assoldati e amano ricevuto gli ordini opportuni; Catilina attendeva 
nel giorno conyenuto in vicinanza del Senato il segnale stabilito» 
che dietro un cenno di Grasso doveva essergli dato da Cesare. 
Ma esso attese invano; Grasso non era intervenuto alla decisiva 
séduta del Senato, per cui questa volta la progettata insurrezione 
andò a vooto. Fn poi fissato pel 5 febbrajo un simile e più esteso 
eccidio; ma questo pure mancò, essendosi Catilina troppo affret- 
tato a dare il segnale, prima ancora che tutti gli sgherri fossero 
arrivati ai loro posti* Si conobbe qnindi il segreto. Il governo non 
ebbe^a dirTero il coraggio di affinontare apertamente la congiura, 
ma assegnò delle guardie ai consoli, come al primi esposti» e con* 
frappose una banda da esso pagata a quella dei congiurati. Affine 
di allontanare Pisene fn fatta la proposta dinviario questore con 
facoltà pretorie nella Spagna Giteriore; Grasso vi adori colla speranza 
di servirsi col suo mezzo delle sorgenti di quella importante 
provincia a prò deir insurrezione. Altre proposte più energiche 
Airone Impedite dai tribuni. <^ Cosi suona la tradizione,la quale 
evidentemente ripete la Torsione che correva nei circoli gover* 
nativi e la cui teridldti per mancanza di ogni controllo deve 
lasciarsi indubbio. Quanto alla cosa principale, la parte cioè che 
Yi prendevano Cesare e Grasso, la testimonianza del loro avver- 
sari politici non può essere certo considerata come una suffi- 
ciente proTa. Ma la palese loro operosità in quesf epoca combina 
in modo singolare colla segreta, che codesta testimonianza loro 
attribuisce. E Ai un tratto rivoluzionario 11 tentativo fatto da 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE ASSENZA DI POMPEO. !61 

Crasso in quest' anno della sua censura di far registrare i Tia- 
spadani nella lista dei cilladini (V. p. lo3). £ più sorprendente 
ancora fu la disposizione di Crasso di far comprendere nella slessa 
occasione TEgilto e Cipro nella li.^ta tloi dominìi romani (') e 
che Cesare nella stessa epoca (689 o 690) fece fare da alcuni tri* W. 61. 
buni presso la borghesia la proposizione di mandarlo in Egitto, 
onde ricondurvì il re Tolomeo scacciato dagli Alessandrini. Queste 
mene combinano in modo strano coi lamenti elevati dagli arrer- 
sari. Non si può dare nulla per positivo; ma là maggioro prò- 
babllità è pel latto, che Crasso e Cesare abbiano combinato il 
plano di impossessarsi della dittatura militare neir assenza di 
Pompeo; che sia stato scelto l'Egitto per base di questo potere 
mìlitaro democratico; finalmente che il tentativo insurrezionale del 
680 sia stato ordito onde dar forma a questi progetti e che Gatllina n 
ePisone fossero quindi strumenti nelle mani di Crasso e di Cesare. 

La congiura si arrestò per un momento. Si fecero le elezioni lUprsa 
pel 600 senza che Grasso e Cesare rinnovassero il loro tentativo coo^ura. 
di impossessarsi del consolato; al che contrlbui certamente la 
circostanza, che questa volta si presentò candidato pél consolato 
Lucio Cesare parente del corifeo della democrazia, uomo debole 
e sovente adoperato come strumento da Cajo Cesare. Intanto le 
relazioni sulP andamento delle cose in Asia spingevano ad una 
soluzione. Gli affari deir Asia Minore e deir Armenia erano gii 
prettamente ordinati. Per quanto i generali democratici dimo- 
strassero chiaramente,ehe la guerra mitradatìca non poteva reni 
considerata come finita che colla presa del re e che urgesse per 
conseguenza di dare principio alla caccia del medesimo sulle rive 
del Mar Nero, anzi tutto poi di tenersi lontani dalla Siria (V. 
p. 122} — Pompeo, non curando codesto cicalio, era partito la 
primavera del 690 dalF Armenia recandosi nella Siria. Se i de- M 
mocratici avevano effettivamente scelto V Egitto per quarlier ge- 
nerale, non dovevano perder tempo , poiché poteva facilmente 

O Plutarco Ci <m. iò ; Cicerone ile l. agi'. 2, 17, 44. A quest' auua {6S0) e 6S 
non al C98, esposto per eiforo, appartiend V orazioiie di CkenmdBref/eAle' 8S 
mandrino. Come i frammenti cbiaiamenfe indicano, vi confuta Cicerone 1* as> 
Benionc di Crasso, che pel h^stameiilo del re Alessandro l'Egitto sia divenuto 
proprietfi rloi Romini. Questa qtiistiDnf' \r':\h' p-itò o ilovi-Kc essnrn (li<;riis?;:i 
l'anno 689: n*'! ♦ìOS perù essa aveva pi-iiluto ogni importanza colla leggo 55^ ijg 
giulia del Odo. Del resto nei 698 non si trattava di sapere a cbi appartenesse {{9, 5^ 
r Egitto, ma di ricondurvì il re stato scacciato da una 8olIevasiooe»« in <iue> 
sta vertenza , che noi conosciamo benissimo, Grasso non ba avuto alcuna 
parte. Cicerone poi, dopo la conferenza di Lucca, non era assolutsttente in 
caso di fare alcuna seria oppodzione ai Triumviri. 

Storto jRomoiMk YoL m. il 



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i62 t»»0 QOTWTO, CAPITOLO V. 

accadere i he Ponip^'o vi arrivasse prima di Ces:ire. La congiura 
06 Af ] Ct.^s, nuli rita d ille fi-ìrrlie e titubanti misure repressive, 
si risvegliò nlf approssimarsi dell' epoca delle elezioni conso- 
W lari pel (>Ui. I personaggi erano probnl)ilmente in sostanza gli 
stessi, e anche il piano non aveva subito notabili cambiamenti. I 
corifei del movinif nto si tennero anche questa volta in disparte. 
Essi avevano proposto come taniìdati pel consolalo lo stesso Ca- 
tilina e Cajo Anl<tDÌo, il minor liglio delPorature, fratello ilei 
generale di mal fama per sii affari di Creta. Si era certi di Ca- 
tilina; Antonio, in erigine seguace di Siila com^^ lo era slato 
Catilina. e come questi per tal motivo dal partito democratico 
tratto dinanzi i tribunali e cnrriato dal Senato (V. pp, 80. 95), 
del rimanente un uomo snervato, insigni tlcan le, assolutimonte 
inetto ad essere capo d'un partito e intieramente rovinato di 
finanze, si tra offerto come strumento ai democratici a! prezzo 
del consolalo e dei vantaggi che vi erano annps.«?i. I capi della 
co^ngiura intendevano coil' ajnto di questi consoli iriiiijnj.ssessarsi 
del governo, di assicurarsi dei fidi di Pompeo l imasli nella ca- 
pitale, lenendoli come ostaggi, e di armare l'Italia e le Provincie 
contro Pompeo. Alla prima notizia del colpo riuscito nella capi- 
t'de il luogotenente (ineo lesone doveva inallierare il vessillo della 
insurrezione nella Spagna Ci tenore. Non era possibile di manto 
nere con esso le comunicazioni per la vìa di mnre. poirhè \i 
dominava la llotta di Pompeo; si faceva quindi as-p^ n amento sui 
Traspadani, antichi clienti della democrazia, fra i quali era un 
grave fermento, e i quali avrebbero naturalmente ottenuto subito 
il diritto di cittadinanza; si calcolava inoltre su parecchie altro 
tribù ceìiiciie (*). l fili di questa congiura si estendevano sino 
nella Mauritania. Uno dei corgiurali, il commerciante romano Pu- 
blio Sittio da Nocera, costretto a lasciare l'Italia in conseguenza 
d' imbrogli finanziar], aveva armato nella Mauritania e in Ispa- 
gna una schiera di disperati , e a capo della medesima andava 
girando nelTAfrica occidentale, ove aveva anticjie relazioni com- 
Eleiioni merciali. — Il partito concentrava tutte le sue forze per la lotta 
elettorale. Crasso e Cesare misero il danaro, proprio o preso a 
prestito, e impegnarono le loro relazioni onde far cadere la no- 
mina su Catilina e su Antonio; i compagni di Catilina fecero di 
tutto per far salire al potare jnesfuomo, che aveva loro pro- 
messo gli impieghi e le cariche sacerdotali , i palazzi e i beni 

n Gli Andfrani (SueU Cm, 0) wm sono gU AmbfODi liguri (PlaUno Mar. 19) 
ma si trovano citati crroneamenie per ArvemL 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA DI POMPEO. 163 

deMoro avversari e anzi tutto di far depennare i loro debiti, e 
di cui si sapeva che avrebbe mantenuto la parola. L'aristocra- 
zìa si trovava in grave imbarazzo, specialmente perchè non aveYa 
nemmeno candidati da contrapporre. Era evidente, che qualunque 
si presentasse come tale metteva a repentaglio la sua testa, e non 
erano più i tempi, in cui il posto del pericolo attirava il citta- 
dino — ora persino l'ambizione ammutoliva dinanzi al timore. 
Cosi stando le ^ i nobiltà si limitò a fare un debole tenta- 
tivo onde porre un freno allo mene elettorali con una nuova legge 
sulla corruzione dei votanti — che del resto non passò in grazia 
del veto d' un tribuno del popolo ~, e a raccogliere i proprj voti 
su an candidato che, se non le era di soddisfazione, le rieaciva 
almeno innocuo. Questi era Marco Cicerone, uomo notoriamente cicerone 
doppio in polìtica ('), abituato a tenere ora coi democratici, ora con fnveee 
Pompeo, ora ad occhieggiare un po^ più da lungi colParistocrazia e a ^^^^^^^ 
patrocinare senza distinzione della persona e del partito — contando ' 
tra i suoi clienti anche Gatilina — qualsiasi accusato influente; 
egli in sostanza non apparteneva a nessun partito o>ciò che vale 
quasi lo stesso, egli apparteneva al partito degli interessi mate- 
riali, che dominava nei tribunali e che aveva caro Teloquente 
giarisconsulto,il compito e spiritoso collega. Egli aveva abbastanza 
relazioni nella capìiale e nelle città provinciali per non temere i 
candidati sostenuti dalla democrazia; e siccome anche i no- 
bili (sebbene mal volentieri) e i Pompeiani lo portavano, cosi egli 
ftt eletto a grande maggioranza. I due candidati democratici eb- 
bero quasi parità di voti, se non che ne ebbe qualcheduno di 
più Antonio, la cui famiglia era più distinta che non quella del 
suo competitore. Questo caso rese vana relezione di Gatilina e 
salvò Roma da un secondo Ginna. Poco prima , e si disse per 
opera di Pompeo suo nemico politico e personale, era stato mas* 
sacrato Pisene in Ispagna dalla sua guardia indigena Gol solo 
console Antonio nulla era a tm; Cicerone ruppe il debole le- 
game, che teneva Antonio vincolato alla congiura, prima ancora 
che ambedue entrassero in carica, rinunciando alla scelta che gli 
spettava di diritto della provìncia consolare e lasciando ali* in- 

(•) Non si può dire ciò più scinpliceinonlf di quello che lo disse il suo 
stesso riat-lln (ffr prf. confi. ì, in, fil. :j3; dell'anno 690). Onnl dornmenlo 61 
ili ciò ii'>iniiii si'p _'iti!?if?iti Icgijcranno con interesso la seconda orazione 
contro HuUo, in cui il • primo console democratico », coaducendo deliziosa- 
mente pel naso il buon pubblico, gli sviluppa il concetto della < vera demo- 
cru)a ». 

(") n suo epilafio ancora esistente cosi dice : Ot. Calpumius Cn. f. Pito 
fWKSfor prò pr, ex s, e. prvHnciam Hispaniam dteriorem obtinuit. 



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164 LIBRO QUINTO, CAPITOLO V. 

debitato collega la lucrosa luogotenenza della Maredonia. Erano 
qmndi andate in fumo le essenziali condizioni prestaJùUte anciie 
per questo colpo. 

Naovi Intanto andavano sviluppandosi sempre più minacciosi per la 
'^t^ democrazia gli afllari orientali. ordinamento della Sìria proce- 
eofigiiinll.de?a con celerità; erano già per?enate daU* Egitto esortazioni a 
Pompeo di entrare in quel paese occupandolo per conto di Ro- 
ma ; era da aspettarsi fra breve di udire che Pompeo ai era im* 
padninito persino della valle del Nilo. Questo presentimento avrà 
deciso Cesare a tentare dì farsi spedire dal popolo a dirittura in 
Egitto, onde prestare ajuto al re contro 1 ribellati snoi sudditi 
OY. p. 161); il progetto di Cesare andò fallito, come pare, di 
flronte ali* avversione dei grandi e degli inflmi per qualsiasi ìm^ 
presa contro gli interessi di Pompeo. Il ritorno di Pompeo in 
patria e con esso la verosimile catastrofe approssimavansi sem- 
pre più; per quanto la corda si fosse parecchie volle spezzata, 
pure era mestieri di sempre ritentare di tendere il medesimo 
arco. La città era in preda ad una cupa effervescenza : le fre- 
quenti conferenze dei capi del movimento indicavano, che qual- 
La che cosa doveva succedere. Ciò che dovesse succedere fu mani* 
t^n^ foste allorché i nuovi tribuni del popolo entrarono in carica (10 
Sonm, ^^^^ ^) ^ ^ ^> Publio Servilio Rullo, propose 

SI una legge agraria, che doveva preparare ai corifei dei democra* 
tici una posizione simile a quella fatta a Pompeo dalle proposte 
gabinio-manilie. Lo scopo apparente era la fondazione di colonie 
in Italia, per le quali però non dovevasi acquistare il terreno 
coirespropriazione anzi venivano garantiti tutti i diritti pri- 
vati esistenti e persino trasmutate in piena proprietà le illegali 
occupazioni più recenti (V. p. 87). Soltanto i beni pubblld ap- 
paltati della Campania dovevano essere suddivisi e colonizzati, 
del rimanente doveva 11 governo acquistare nel modo usato il ter- 
reno destinato alle assegnazioni. Onde procurare le somme ne- 
cessarie, si doveva porre successivamente in vendita T ulteriore 
terreno italico e prima di ogni altro tutto il suolo demaniale 
fuoritalico, che comprendeva particolarmente gli antichi beni regi 
nella Macedonia, nel Cliersoneso traciro, nella Hilinia, nel Ponto, 
in Oriente e inoltre i territori delle città divenuto , secondo il 
diritto di guerra, di assoluta proprietà in Ispagna , neil' Africa, 
in Sicilia, nell'Eliade, nella Cilicia. Doveva essere messo in ven- 
ga dita aluesi tutto ciò che lo Slato dal GGG in ;(\ mti aveva con- 
quistalo in beni mobili ed immobili e di cui non aveva prima 
disposto^ ciò che riferivasi specialmente airEgitto e a Cipro. Colla 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA DI POMPEO. 165 

Stessa mira furono soprarcnricati di dazj e di decime molto ele- 
vate tulli i romuni dipendenti ad eccezione delle città di diritto 
Ialino e delle altre libere. Per codesti acquisti fu Analmente de» 
slinato il prodoUo delle nuove gabelle provinciali incominciando 
dall'anno 692 e il prodotto di tutto il bottino non ancora legai- M 
mente impiegato ; disposizione che si riferiva alle nuove sorgenti 
finanziarie aperte da Pompeo in Oriente, nonché aiie somme era- 
riali che si troTavano presso Pompeo e presso gli eredi di Siila. 
Per r esecuzione di questa misura dovevano essere nominati dieci 
nomini aventi propria giorisdizione e proprio tmjwrtitm, i quali 
dovevano rimanere in carica cinque anni ed essere ajutati da 
duecento impiegati subalterni tolti dalla classe de^ cavalieri; nella 
elezione dei dicci dovevano essere presi in considerazione sol- 
tanto quei candidati che si sarebbero presentati personalmente,e 
nel modo praticato per le elezioni alle cariche sacerdotali (Voi. IL 
p. 393;. Dovevano votare soltanto diecisette, distrettì da estrarsi 
a sorte fra i trentacinqne. Non era d* uopo d' una grande per- 
spicaccia per riconoscere in questo collegio dei dieci intenzione 
di stabilire un potere copiato da quello di Pompeo, sebbene con 
una tinta meno militare e più democratica. Si aveva bisogno del- 
P autorità giudiziale particolarmente per decidere la quistione 
egiziana delP autorità militare per armare contro Pompeo; la 
clausola, che vietava V elezione d*nn assente, escludeva Pompeo 
e la riduzione dei distretti aventi il diritto di votazione nel 
sorteggio doveva facilitare la direzione della votazione nel sen* 
so della democrazia. — Se non che questo tentativo mancò 
del tutto nel suo scopo. La moltitudine, che trovava più comodo 
di ricevere il frumento air ombra d^ portici romani dai pubblici 
magazzeni, che non di guadagnarlo col sudori della fronte, ac- 
colse la proposizione colla massima indlfierenza. Essa s^ accorse 
altresi ben tosto, che Pompeo non acconsentirebbe giammai ad 
una risoluzione che P offendeva sotto ogni rapporto, e che un par- 
tito, il quale in una specie di affannosa angoscia addiveniva a 
siffatte eccessive offerte, non era molto valido. Tale essendo la 
condizione delle cose , al governo non riusd difficile di far an- 
dare in nulla il progetto; il nuovo console Cicerone, profittò 
dell^ occasione per portare col suo talento anche in questo caso 
un ultimo colpo al partito vinto; ancora prima che i tribuni, che 
stavano pronti, intercedessero, il proponente stesso ritirò la sua 
proposta ( 1/ gennaio 091). La democrazia non aveva riportato che ^ 
la trista convinzione, che la moltitudine nelle sue afflizioni Ó 
ne' suoi timori faceva ancora sempre assegnamento su Pompeo e 



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laa LIBRO QUINTO» CAPITOLO T. 

che Ogni proposta soderebbe a male^ quando foBse dal pubblico 
TìteDiita diretta contro Pompeo. 

Armamenti Stanco di tutte queste inutili mene e di tanti piani andati a 

aali i^Hici ^^oi^» Gatilina si decise di spìngere le cose ad nna soluzione e 
io di farla finita una volta per sempre. Esso prese le sue misure 
fitruria. ^^^^ deir estate per incominciare la guerra civile. Fiesole, 
città assai forte dell' Etruria, che formicolava di gente ridotta alla 
miseria e di congiurati, che quindici anni addietro era stata il 
focolare della sollevazione lepidiana, ridivenne un^ altra volu il 
quartier generale dellMnsurrezione. A Fiesole si dirigevano le 
spedizioni di danaro, cui contribuivano particolarmente le dame 
romane entrate nella congiura; in Fiesole si raunavano armi e 
soldati; un antico capitano deir esercito di Siila, Cajo Manlio, si 
valoroso e si libero da scrupoli di coscienza <ìome noi fu mai un 
lanzichenecco, vi prese provvisoriamente il supremo comando. 
Simili preparativi, sebbene in proporzioni minori, furono fatti in 
altri punti d* Italia. I Traspadani erano eccitati in modo da non 
aspettare che il segnale per sollevarsi. Nel paese dei Bnizii, sulla 
costa orientale d* Italia, a Capua, nei quali luoghi erano raccolte 
grandi masse di schiavi, pareva sovrastare una seconda insurre- 
zione di schiavi simile a quella di Spartaco. E nella capitale 
stessa si stava predisponendo qualche cosa ; chi osservasse il bal- 
danzoso contegno, che tenevano ì debitori citati dinanzi al potere 
urbano, doveva ricordare le scene che avevano preceduto Passas- 
simo di Asellio (Voi. IL p. 230). I capitalisti si trovavano in 
grave apprensione; fu necessario di emanare il divieto delPespor- 
tazione deir oro e deir argento e di far sorvegliare i principali 
porti di mare. Il piano dei congiurati era di trucidare senz^al- 
si tro durante le elezioni del 692, nelle quali Gatilina aspirava di 
nuovo al consolato, il console che le dirigeva e gì* importuni 
concorrenti, onde ottenere a qualunque costo relezione di Ga* 
Ulina, facendo in caso di bisogno marciare delle bande armate 
da Fiesole e da altri punti di riunione sulla capitale per rom* 

L' ètadooepere colla forza ogni resistenza. — Sempre rapidamente ed esaC^ 
Catiiiaa tamenle informato da* suoi agenti maschi e femmine delle mene 

cdos^oiaio congiurali, Cicerone denunciò nel giorno fissato per l^elezione 
nuova* (20 ottobre) in pieno Senato, e alla presenza dei principali corifei 
uìliU. ^^^^^ congiura, resistenza della medesima. Gatilina non si abbassò 
a negarla; rispose arrogantemente, che, cadendo relezione sopra di 
lui, il grande partito senza capo a fronte del piccolo diretto da 
meschini non mancherebbe più a lungo d*un capitano. Non es- 
sendovi però le prove evidenti del complotto, non si potò otte- 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'Af?SENZA DI POMPEO. 167 

nere null'altro tlal timido Sonalo su non rlio il medesimo dn?^e 
in prevenzione nel consueto modo la sua saii/i' alle misure 
eccezionali giudicate convenienti dai magistrati [ti ottobreV Cosi 
andavasi avvicinando la battaglia olottorale, questa volta più una 
battaglia, che una elezione; poirh'^ ;inche Cicerone si era formato 
una guardia del corpo composta particolarmente di giovani della 
classe dei commercianti; e i suoi armati erano quelli che il 28 
ottobre, al qual giorno erano state protratte dal Senato le elezioni, 
coprivano e dominavano il Campo di Marte. Non venne fatto ai 
congiurati n(^ di ammazzare il console che dirigeva le elezioni, 
nè di condurre le eiezioni nel loro senso. — Frattanto era però Scoppio 
incominciata la guerra civile. Cajo Manlio aveva il 27 ottobre jpsyrre- 
piantata V insegna in Fiesole, attorno alla quale doveva racco- àone 
gliersi r esercito deir insurrezione — era una delle aquile del- EtrnitA. 
r epoca della guerra cimbrica di Mario — e aveva fatto appello 
ai ladroni dei monti ed ai paesani di unirsi a lui. Riferendosi 
alle antiche tradizioni del partilo del popolo i suoi proclami esi* 
gevano la liberazione dall'oppressivo peso dei debiti e la miti- 
gazione della procedura pei debiti, la quale, quando i debiti su- 
peravano di fatto la sostanza netta , traeva ancora sempre legal- 
mente seco la perdita della libertà del debitore. Sembrava quasi 
che il popolaccio della capitale, «>r'7endo come il legittimo suc- 
cessore deir antica classe rurale plebea e combattendo le sue bat- 
taglie sotto le gloriose aquile della guerra cimbrica, volesse mac- 
chiare non solo il presente ma ancora il tempo passato di Roma. 
Questa insurrezione rimase però isolata ; negli altri punti di rac- 
colta la congiura si limitò ad accumulare armi e a tenere adu- 
nanze segrete, giacché fra i congiurati mancavano capi risoluti. 
Era qu^ta una fortuna pel governo ; poiché» per quanto già da iMìsure 
lungo tempo fosse stala apertamente annunziata la sovrastante ^*'''^'j|f*^® 
guerra civile, la propria irresoinaàone e rirruginita macchina am- 
ministra li va non gli avevano concesso di iniziare nessun prepa- 
rativo militare. Ora soltanto si pensò a bandire la leva in massa 
e a mandare ufficiali superiori nelle singole provinrie d'Italia , 
ailinché ciascuno nel suo distretio sopprimesse P insurrezione; in 
pari tempo furono allontanati dalla capitale i gladiatori, e ordi- 
nate delle pattuglie onde assicurarsi contro gli incendian. Cati- i 
lina si trovava in ona penosa posiùone. Era stata sua intenzione ^^""in'^''^' 
che riosnrrezione scoppiasse in occasione delle elezioni con lem- Homa. 
poraneamente tanto nella capitale quanto neirb^truria ; la cattiva 
riuscita della prima e lo scoppio avvenuto nella sccontla lo com- 
promiie personalmente e compromise tutto il successo della sua 



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168 LIBRO QUIMTO, CAPITOLO T. 

impresa. Dacché i suoi colleghi avevano impugnato le armi contro 
il governo, egli non poteva più rimanere in Roma; e ciò non 
per tanto non solo gli importava che hi congiura della capitale 
scoppiasse senza indugio , ma che ciò avvenisse prima eh' egli 
abbandonasse Roma — egli conosceva troppo bene i suoi socii 
per potersene fidare. I più ragguardevoli fra i congiui ali, Publio 
7i Lentulo Sura , console nel G83 , più tardi caccialo dal Senato e 
ora nuovamente pretore, affine di ricnlrarvi,e i due gifi pretori 
Publio Autronio e Lucio Cassio, erano nomini iiieiii, Lenlnlo 
un aristocratico triviale, gran parolajo e di grandi prelese, ma 
di lenta intelligonza e irresoluto iiolT agire, Autronio rimarcabile 
solo per la sna voce stridula; tjuauto a Lucio Cassio nossu?in 
couipreudcva come un uomo si cnormeraentf^ grasso e stupido -i 
fosso associato ai congiurati. Cafiìina non poteva poi meitorn alla 
testa i più abili fra i rongiurali, come sarebbero si.ili i! L'i"Miie 
senatore Cajo Cetego ed i eavaliori Lucio St.itilio e Publio Gabi- 
nio Capitone, percfiò persino fra i congiura»! conservavasi ancora 
la gerarchia tradizionale dei ranghi. e anche gli anarchici ritenevano 
di non polcr vineere se noti si metteva alla lesta un consohìre o 
per lo meno un pretore. Per quanto V eserrito degli in'sorg^Miti 
richiedesse perciò istantemente il suo generale e per quanto 
rischioso fos.so per lui il rimanere più lungamente presso la sede 
del governo dopo lo scoppio dell' insurrezione . tuttavia Catilina 
si decise di fermarsi ancora a Roma. Abitualo d'imporre a' suoi 
vili avversari colla sfacciala sua arroganza, egli mostravasi sol 
Foro ed in Senato, e alle minaccìe,che gli si facevano, rispondeva 
che ben si guardassero dallo spingerlo agli estremi ; che colui, cui 
8^ incendia la casa, è obbligato a spegnere l'inceodio sotto le ma- 
cerie. £ di fatti nessuno ne fra i privati né fra i pubblici fun- 
zionar] azzardò di aizzare la collera dell'uomo fatale; era iou* 
ttld che un giovane nobile lo citasse dinanzi al tribunale per UH 
atto qualsiasi di violenza, dacché prima che il processo fosse por- 
talo a fine lo stato delle cose doveva da molto tempo essere de- 
ciso in altro modo. Se non che anche i piani di Catilina anda- 
rono a male: principalmente a motivo che gli agenti del governo 
sì erano introdotti nel circolo dei congiurati e lo tenevano co- 
stantemente al fatto di tutti i dettagli del complotto. Allorché, 
a cagione d^ esempio, i congiurati comparvero sotto le mura della 
importante fortezza di Fiesole (!.' novembre), che credevano di 
prendere con nn colpo di mano, essi trovarono il presidio allerta 
e rinforzato ; e in simil guisa andarono falliti tutti i piani. Mal- 
grado la sua temerità» Catilina riconobbe la necessità di abban- 



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LOTTA OSI PARTITI BUftiXITI ASSENZA DI POMPBO. 100 

donare Roma tra poehì giorni ; prima di partire fa dietro una 
ma stringente esortazione deeiso nell'ultima adunanza dei con- 
f^urati, tenutasi nella notte dai 6 ai 7 noTembre , di porre a 
morte ancor prima della partenza del capo il console Cicerone « 
come quello che dirigeva particolarmente la contro-raina, e di ese- 
guire imnianlinente questa decisione, onde prerenire ogni tradi- 
mento. Infatti il giorno 7 di buon mattino gli assassini prescelti 
lussarono alla porta di rasa del console; ma essi videro aumen- 
tato il numero dello gnardic e furono respinti — anche que- 
sta volta le spie del governo avevano prevenuto il piano dei 
congiurati. Il triorno appresso (8 novembre) Cicerone convocò il 
Senato. L a Caiiliiia bastò ancora l'animo di Insciarvisi vedere 
e di tentare una difesa contro i violenti attarchi del console, il 
quale gli rinfacciò gli avvenimenti degli ultimi giorni : ma nes- 
suno più l'ascoltava e a lui vicino i sedili si vuotavano. Egli la- Catilina 



SI 



sciò la seduta e si recu secondo V intelligenza neir Etruria , ciò 
che nz.a dubbio anche senza quell'accidente avrebbe fatto. Quivi g^J^j^^ 
SI proclamo console e stette all'erta, onde alla prima notizia 
dello scoppio dell'insurrezione nella capitale farvi marciare le 
truppe. Il governo pronunciò il bando contro i du^ corifei Cati- 
'iii 1 e Manlio e contro quei loro socii, che eatro un termine sta- 
bilito Tion avessero deposte le armi, e chiamò nuove milizie sotto 
le insegne; se non che alla testa dell'esercito destinato ad agire 
contro Catilina fn posto il consolo Cajo Antonio, il quale era 
notonam'^nio avviluppato nella congiura. Considerato il carattere 
di quest'uomo dipendeva assolufaraente dal caso, se egli condur- 
rebbe le sue truppe contro Catilina o se le metterebbe a sua 
disposizione. Pareva che il governo si fosse proprio studiato di 
fare di quest' Antonio un altro Lepido. E cosi non si procedette 
menomamente contro i motori della congiura rimasti nella capi- 
tale, benché fossero da tutti mostrati a dito, e benché tutt' altro 
che rinunciato si avesse dai congiurati alla insurrezione nella ca. 
pitale, essendone anzi stato fissato il piano da Catilina stesso 
prima della sua partenza da Roma. Un tribuno doveva darne il se- 
gnale; colla convocavione d'un' assemblea del popolo nella notte 
dopo il console Cicerone doveva essere spacciato da Cetego;Ga. 
binio e Statilio dovevano appiccare al tempo stesso io dodici siti 
il fuoco alla città e colla maggior possibile prestezza assicurare 
le communicazioni coir esercito di Catilina. Se le stringenti in- 
sinoazioni di Cetego avessero fruttato e se Lentulo,il quale dopo 
la partenza di Catilina era stato posto alla testa dei congiurati, 
si fosse deciso d'irrompere senza indugio, la congiura avrebbe 



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' 170 LIBRO QUINTO, CAPITOLO T. 

potuto riuscire ancora. Ma i cospiratori erano appunto cosi inetti 
e cosi vili come i loio avversari; trascorsero delle settimane e 
non si venne a nessuna decibioae. 
Arresto Finalmente vi si pervenne coi mmo della runiro-mina. Co- 
prendo voleatieri la sua tardanza nei darti pa^so atili afTari pros- 
ai** simi e più necessarii con pro£^e(ti lontani e vasti, Lenlulo si era 
* abboccato coi deputali di uu caniuiio celtico degli Allobrogi. al- 
lora in li.tma, e sici^ome CsSsi rapprcseniavano una comunUa ra- 
dicalnienlo rovinata nelle finanze ed essi slessi erano profonda- 
mente ad'leliilaii, aveva cercato di farli entrare nella congiura, e 
alla loro partenza da Roma li aveva incari( ali di messaggi e di 
lettere pe'suoi confidenti. Gli Allohrnsri furono nella notte dal 2 
al 3 dicembre termali dalle aulorllà romane e vennero loro tolte 
le carte. Si venne a sapere elio gli Allobrogi si erano prf*ftati 
rome spie del governo romano e clic avevano aderito alle tratta- 
tive soltanto pei- procacciare al governo ìe desiiierate prove con- 
tro i capi della congiura. La mattina seguente Cirerofie or*linò 
colla maggior possibile segretezza l'arresto dei più pericolosi co- 
rifei de! complotto, clie fu eseguito contro Lentulo, Cetego, Ga- 
binio e Stalilio, mentre alcuni altri si salvarono colla fncra. La 
reità degli arrestati e dei fiigfrilivi era evidentissima, iinniediata- 
mente dopo l'arresto furono presentati al Senato irli scrini se- 
questrati ; alla vista dei suggelli e dei propr] caratteri gli arre- 
stali non poterono a meno di confessare la loro reità e furono 
quindi sottoposti agli e^ami in uno coi testimoni; onde si venne 
a conoscere altri fatti che confermavano la loro colpa: deposili 
d'armi nelle case dei congiurati, espressioni minacciose da essi 
pionnnciate ; l'esistenza della congiura fu provata pienamente e 
legalmente e gli alti più importanti (arouo tosto per ordine di 
Cicerone resi dì pubblir^a ragione con fogli volanti. — Generale 
fa r irritazione ('ontro la congiura anarchica, il partito oligar- 
chico sì sarebbe volentieri servito di codeste scoperte por fare i 
conti colla democrazia in generale e particolarmente con Cesare, 
ma esso era troppo radicalmente sbaragliato per riuscire a que- 
sta meta e per pot(^r preparare a quello la line che in passato 
preparato av a ai due Gracchi ed a Saturnino; per cui in ciò 
SI accontentò >ell i buona volontà. La moltitudine della capitale 
era irritata p iriicolarmeate pel piano incendiario dei conginrati. 
1 commercianti e tulio il partito degli interessi materiali vide in 
questa guerra dei debitori contro i creditori , come era ben na- 
turale, una lolla, da cui dipendeva la sna esistenza; con impe* 
tnoso fremito si affollavano 1 giovani commercianti e capitalisti 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA Di POMPEO. 171 

coi brandì impugnali intorno al Senato, alzantloli contro i com- 
plici manifesti e nascosti di Catilina. l^a congiura era difalto pel 
momento paralizzata; sebbene i suoi capi fossero ancora liberi, 
tattavia tutto lo stato m.ii^pfiore dejla congiura, incaricato deTe- 
secttzione, era preso o in fuga; la schiera raccolta presso Kia^ole 
poteva ben poco senza l'ajuto d' un' insurrezione nella capitale. 

In una repubblica discretamente bene ordinata la cosa sareb!)e ^j^^^jj' 
stata finita dal liiti» polìtico; il militare ed i tribunati avrcb- ti'ia 
bero fatto il resto. Ma in Koma si era giunti al punto, che il^^p;[.''" 
governo non era neittmeno in grado di tenere in sicura rnstodia «itsii 
un pajo di nobili di qualcbe distinzione. Gli schiavi ed i lih* ! ti 
di Lentulo e degli altri arrostati si movevano; si parlava di piani 
per liberarli colla forza dalle case in cui si trovavano prigio- 
nieri; in grazia delie mene aoarchìcbe degli nltimi anni in Roma 
non sì mancava di capibanda, ì quali verso una certa tassa pren- 
devano in appalto tumulti ed atti di violenza; Catilina flnal^ 
mente era informato deiraccaduto e si trovava abbastanza vicino, 
onde colle sue schiere tentare nn ardito colpo di mano. Quanto ' 
vi fosse di vero in tutte codeste ciarle non lo si saprebbe dire; 
1 timori però erano fondati» poiché, a senso della costituzione, il 
governo non poteva dispoiTo nella capitale né di truppe, e nem- 
meno dì una rispettabile forza di polizia, ed era di fatti in balia 
di qualsiasi schiera di banditi. Si lece palese il pensiero di im- 
pedire ogni tMitatlvo di liberazione col gìusliziare Immediata- 
mente gli arrestati. Ciò non era possibile secondo la costituzione. 
Secondo Tantico sacro diritto di provocazione la pena di morte 
contro il cittadino della repubblica non poteva essere pronun- 
ciata che da tutta la borghesia e da nessun* altra autorità; dac- 
ché i giudl2j della borghesia erano divenuti nn* anticaglia, non 
si era pronunciata più alcuna sentenza di morte. Cicerone avrebbe 
ben volentieri respìnta la scabrosa pioposlzione ; per qnanto la 
quislione di diritto dovesse essere per sé Indifferente air avvo- 
cato, esso sapeva benissimo quanto profittevole sia appunto al- 
Tawocato essere detto liberale e si sentiva poca voglia dì sepa- 
rarsi per sempre dal partilo democratico in grazia dello spargi- 
mento di questo sangue. Se non che coloro che lo contornavano, 
e particolarmente sua moglie di nobile schiatta, lo spingevano a 
coronare con questo tratto ardito i suoi meriti verso l i patria ; 
il console, angosciosamente intento corno tulli i vigliacchi a evi- 
tare Tapparenza della viltà e Irtman'ìo in pjri tempo iiin?»nzi alla 
terribile responsabilità, convocò nella siui antrustia il Senato e 
lascio al medesimo la facoltà di pronuaciaisi sulla viu u sulla 



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172 ilBRO QUINTO, CAPITOLO V. 

mortp (If'i quattro detenuti. Ciò a dir vero non aveva senso, poi- 
ché il Senato secondo la costituzione aveva meno facoll,-^ di pro- 
nunciare tale sentenza che non il console . mentre poi tutta la 
responsabilità cadeva legalmente ancora sempre su questo; 
quando mai fu logica la vigliaccheria? Cpsnre fece di tutto prr 
salvare i detenuti, e il suo discorso, pieno di velate minaccie 
della inevitabile vendetta della democrazia, fece la più profonda 
impressione.Sebbene ormai tutti i consolari e h c^r.ìnde ma?!?in- 
ranza del Senato si fossero pmunnciati per In pena di mortella 
magfior parte però, e Cicerone alla testa, sembravano inclinare di 
nuovo a tenersi entro i limiti della legalità. Ma Catone, mettendo a 
mo'*dei cavillatori in so.spetlo di essere consapevoli del complotto 
i propugnatori del trattamento più mite e parlando di prepara- 
tivi d'una sollevazione per liberare i detenuti, seppe fnr nnscere 
netrli animi titubanti un altro timore o ottenere !:i maggioranza 

^capitale* ' ' ""'"^^^♦^'3 condanna capitale dei rei. L'esecuzione della 
dei sentenza incombeva natiirnlmentp mI coninole, come qiipHo che 

4SaliUnaiì.pg^g^jj provocata. A sera inoltrata del 3 dicembre l'Ii Lineatati 
furono levali dalle stanze, ove lino allora erano stati conlìnati , 
e iradotti attraverso il Foro , ancora affollatissimo di gente, nel 
carcere, in cui solevansi rondurre i delinquenti condannati a morte. 
Era questo un sotterraneo a dodici piedi di profonditf) , posto a 
piedi del Campidoglio, e che anticamente era il pozzo Capitolino 
(Voi. I. P. I. p. 48). Il console stesso condnrova Lenlulo, i pre- 
tori conducevano frli a Un, lutti scortali da numerose guardie; il 
tentativo di liberarli, che attendevasi , non ebbe luogo. Nessuno 
sapeva se i detenuti si conducessero in un luogo sicuro o al pa- 
tibolo. Sulla porta del carcere essi furono consegnati ai triumviri 
incaricati di eseguire le sentenze capitali e nel sott^ iraneo al 
chiaror delle fiaccole furono strozzali. Il console, si fermò sulla 
soglia della porta finché lo esecuzioni furono finite, e diresse 
quindi ad alta voce alla moltitudine, che muta slavasi stivata nel 
Foro, le seguenti parole: i sono morti i. Sino a notte avanzata 
la popolazione ondeggiava per le vie schiamazzando e inneggian- 
do il console, cui credeva di essere tenuta della conservazione 
delle sue case e de^ suoi averi. Il Senato dispose che si facessero 
feste di ringraziamento, e i più distinti personaggi della nobiltà, 
Marco Catone e Quinto Catulo, salutarono l'autore della condanna 
capitale col nome — per la prima volta udito — di padre della 
patria* — Ma fu un atto orribile e tanto più orribile che a tutto 
UD popolo parve grande e lodevole. Giammai una repubblica si 
mostrò pìÀ miseramente roTìnata di Roma con codesta risoluioiie 



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LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA DI POMPEO. 173 

dettata a sangue freddo dalla maggioraDza del governo e appro- 
vata dalla pubblica opinione e per la qnale alcuni detenuti po- 
litici» punibili bensi a tenore delle leggi» ma non nella vita, ve- 
nivano in gran fretta immolati percfad le carceri non credevanal 
sicure e perché non disponevasi d^nna sufficiente polista t II lato 
umoristico, che di rado manca ad una tragedia storica, fu, che 
«fuesf atto della più brutale tirannide dovette essiere eseguito dal più 
versatile e più timido di tutti gU uomini di Stato romani e che 
venne prescelto il < primo console democratico» per distruggere 
il palladio dell^ antica libertà romana, il diritto di provocatone. 

Soffocata, ancora prima che scoppiasse, la congiura nella ca- 
pitale, rimaneva a farla finita coirinsurreBlone nelF Etruria. 11^' j^one^ 
corpo di truppa di circa SOOO uomini, che vi aveva trovato Ga- etnisca 
Ulina, si era quasi quintuplicato colle numerose reclute accorse 
e se ne erano già formate due buone legioni, nelle quali però 
era sufficientemente armata appena la quarta parte degfi indivir 
dui Catilina si era gettato colle medesime nelle montagne evi- 
tando di venire a battaglia colle truppe d'Antonio,e ciò per dare 
l*ultima mano airordinaiùento delle sue schiere e per attendere . 
lo scoppio della sollevazione in Roma. Ma la notizia della non-riuscita 
della medesima mise lo scoraggiamento anche nelP esercito degli 
insorti: la massa dei meno compromessi si disperse. I rimasti, più 
risoluti, 0 piattoslo più disperali, fecero un tentativo onde aprirsi 
un passaggio nella (killia aliraversando gli Appennini; ma arrivala 
la piccola schiera a'pieili del monte presso Pistoria (Pistoja) si trovò 
serrata tra due eserciti. Aveva di fronte quello di Quinto Metello 
colà giunto da Raveuna e da Rimini affine di occupare il ver- 
sante settentrionale dell'Appennino; alle spalle Pannata d'An- 
tonio, il quale si era Onalmente arreso air insistenza dc'suoi uf- 
ficiali e deciso ad una campagna d' inverno. Catilina era inca- 
strato da ambe le parti ed i viveri erano alla fine; non altro 
gli rimaneva a fare che dì gettarsi sul più prossimo nemico, cioè 
su Antonio. In una valle angusta, chiusa da monti scoscesi, gli 
inserii veniitro a battaglia colle truppe d'Antonio, il quale in 
quel giorno, almeno per non essere costretto egli medesimo a 
divenire il carnefice degli antichi suoi alleati, aveva con un pre- 
testo lasciato il comando a Marco Petrejo, un valoroso ufficiale 
incanutito in mezzo alle armi. Vista la condizione del campo di 
battaglia poco vantaggio derivava alle truppe del governo dall'es- 
sere in numero superiore. Catilina e Petrejo collocarono i loro 
più fidati nelle prime file; non si diede né si ottenne finartiere. 
Lungamente durò la lotta e d'ambe le parti caddero molti valo- 



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i7\ LIBRO QUINTO, CAPITOLO V. 

rosi ; Catilina, il quale, prima che comincia!«se il combattimento 
aveva riman ' to il proprio cavallo e quelli degli altri ufficiali, 
provò in quel giorno, che era stato destinato dalla natura a com- 
piere cose straordinarie c che non era meno valente capitano 
che valoroso soldato. Finalmente Petrejo rnppe colla sua guardia 
il centro nemico e dopo d^averlo sbaragìiato diè dentro nelle due 
ali; la vittoria fu decisa con quesfatto.I cadaveri dei Catilinari 
— se ne contarono 3000 coprivano il suolo quasi nella posi- 
zione, in cui avevano combattuto; gli ufficiali ed II generale 
stesso, quando videro cho tutto era perduto, si gettarono in mezzo 
^ ai nemici cercando e trovando la morte (principio dei 69^. Per 
questa vittoria Antonio fu marchiato dal Senato col titolo dVm- 
perator e le novelle feste di ringraziamento provarono , che il 
governo non meno dei governati cominciavano ad abituarsi alla 
guerra civile. 

Posizione 11 complotto anarchico era dunque stato soppresso tanto nella 
crassò <^3P'<^1^ quanto io Italia con sanguinosa violenza; esso fù ricordato 

e di ancora soltanto in grazia dei processi criminali, i quali dìrada- 
a froMk> vano nelle città provinciali etnische e nella capitale le Ole degli 
anarcliici P^^*^^^ soccombuto e delle ingrossate bande ladroneccio 

00 ^' della penisola come p. e* quella formatasi nel 604 cogli avanzi 
degli eserciti di Spartaco e di Catilina , e distratta colla forza 
delle armi nel territorio di Torio. Ma gli è importante di rite- 
nere, che il colpo non era portato soltanto contro gli anarchici, 
i quali si erano conìjiurati onde incendiare la capitale e che ave- 
vano combattuto presso Pisloja, ma contro lutto il parlilo deiuo- 
cralico. Che questo parlilo, e particola! menlp Ciasso e Cesare 

W avessero quivi non meno che nel cump lotto do! 688 mano in 
giuoco, vuol essere considerato come un fatto provato storica- 
mente se non giuri iicumente. Che Gatulo p gli altri capi del par- 
tilo senatorio accusassero il corifeo ilei democralitM di aver avuta 
cojiosicnza del rouiploLto aiiai i'liicn e che il medesimo * urne se- 
natoie parla^'^e e votasse contio l i linitale si'iitoii/.a di sangue 
meditata dall i oligarchia, non poteva essere '^misideralo come una 
prova vali la della sua partecipazione ai imi ni di Catilina che 
dai cavillatori di partito. Ma di m iiTL^ioro importanza è una serie 
di altri fatti. Da leslimuiiian/j' |)0.-ì(ìm' e irrefragabili roHi^la pri- 
nin di tutto, che Cr.i-so e (;'■<. ire >ippni:<jiarono la candidatura di 

tt Catilina al consolalo, ^uan lo Ces ire noi (390 trasse tlinanzi al 
Irihun ile di sanoaie gli sghei ri di Siila i V. p. l.'iG). egli fece con- 
dannare gli alili e assolvere Cntilina , il più colpevole e il più 
svergognato, lo occasione delie scoperte fatte il tre dicembre 



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LOTTA BEI PARTITI BUKANTE L'ASSENZA DI POHPBO. 175 

Cicerone dod accennò a dir vero fra i ronfrìuratì <!en un'aia ligli ì 
nomi di quei personaggi influenti; ma 6 iioiorto, che i itenun- 
daDti non indicarono soltanto quelli, contro i quali fu poi aperta 
Hnquisizione, ma oltracciò anche < parecchi innocenti y, che il 
console Cicerone stimò bene dì cancellare dalla lista ; e quando 
negli aitimi anni egli non aveva alcun motivo di sformare la 
verità, nominò appunto Cesare come uno di quelli che ne erano 
edotti. Un^ accusa indiretta, ma molto assennata si vuol trovare 
in dò che del quattro arrestati furono affidati ì due meno peri- 
colosi, Statilìo e Gabinio, ai Senatori Cesare e Crasso; è evidente 
che essi dovevano essere compromessi sia che li lasciassero fug- 
gire apparendo dinanzi alla pubblica opinione come correi, sia 
che realmente li custodissero in faccia a'ioro complici come rin- 
negati. Significante per la situazione è la seguente scena avve- 
nuta in Senato. Immediatamente dopo l'arresto di Lontiilo e dei 
suoi compagni fu arrestalo dagli agoiiti del governo un messag- 
giero inviato <'ai congiurali della capital' a Caliliiia : quegli, dopo 
assicuratagli l' immunilA, fu indotto a faro un' ampia confe.«sione 

10 piena seduta del Senato. Ma allorch<^ fu arrivato alla parte 
delicula della sna narrazione e ìiììIicò Crasso come colui rlie gli 
dava gli ordini, fn inlei rotto dai Senatoii, e sulla pio!>oai/,ione 
ili Cicerone fu deciso di cassare tutta la denuncia senza ulteriore 
investigazione, e di tenere coilest'uomo. malgrado la promessagli 
amnistia, in custodi i ^iu t into che etHi iinn avesse fatta una ri- 
trattazione non solo, ma anche ctui! alo chi l'avesse inrj. 
tato ad una siffatta falsa deposi/ione I Si vedo chiaramente 
non solo che queir uomo conosceva molto bene^le rircost inze, 
perché, invitalo ad attaccare Crasso, rispose * non a\er voglia di 
aizzare il toro della greggia », ma ben anche che la maggioranza 
del Senato, con Cicerone alla testa,si era mes^a d'acrordo per non 
p»'rmetlere che lo propagazioni si estendessero oltre una certa 
misura. Il pubblico non era tanto delicato; quei giovani, che 
avevano impugnato le armi coatro gli incendiari, non erano 
contro nes.suao tanto irritati quanto contro Cesare; quando egli 

11 5 dicembre usci dai Senato essi appuntarono le loro daghe 
contro il suo petto, e poco mancò che sino d'allora non perdesse 
la vita nello stesso luogo , dove diecissette anni di poi fu colto 
dal colpo fatale; per .molto tempo egli non ricomparve più in 
Senato. Chiunque spassionatamente rifletta air andamento della 
congiura^ non potrà difendersi dal sospetto, che dorante tutto 
questo tempo dietro Catìlina si tenessero celati dei possenti, i 
quali, facendosi forti della mancanza di qualsiasi prova legale a 



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i76 UBRO QUINtO, CAPITOLO T. 

loro carico e facendo assegnamento sulla lentem e sulla vigliac- 
cheria dei semi-iniziati e sulla maggioranza del Senato pronta a 
cogliere aYidamente ogni pretesto onde mantenersi nella sua Iner- 
zia^ sapevano arrestare qualunque misura efficace delle antorità 
contro la congiura, procurare libera partenza al capo degli insorti, 
ed ordinare persino la dichiarazione di guerra e rinvio di truppe 
.contro gli insorti in modo che equivalessero quasi ad un invio 
di un esercito ausiliare. Se quindi T andamento slesso degli av- 
venimenti dimostra, che i fili del complotto catilinare vanno 
molto al di sopra di Lentulo e di GatiUna, meriterà considera- 
zione anche la circostanza , che in un^ epoca molto posteriore, 
quando Cesare ebbe afferrato il timone dello Stato, egli si tenne 
In istrettissima relazione col solo catilinare che fosse rimasto, 
Publio Sittio, già condottiero di volontarii della Mauritania, 
e Taltra , che Cesare modificò la legge sui debiti come la voto-* 
vano i proclami di Manlio. ^ Tutti questi particolari incidenti 
parlano abbastanza chiaro; ma quand'anche ciò non fosse, la 
posizione disperata della democrazia a fronte del potere militare, 
che dopo le leggi gabinio-manilie si va più minaccioso che mai 
elevando al suo canto, chiarisce quasi con certezza, che essa, co- 
me in slmili casi suole avvenire , cercò un'ultima risorsa nei 
complotti segreti e nella lega col partito deir anarchia. Se 
Pompeo prese In Oriente una porzione presso a poco come a suo 
tempo Siila, Crasso e Cesare si sforzarono di contrapporgli in 
Italia un potere, come l'avevano già avuto Mario e Cinna, onde 
poi servirsene possibilmente meglio di loro. La via che vi oon- 
dnceva era ancqra quella del terrorismo e deiranarchia, e Cati- 
lina era senza dubbio l'uomo capace di prepararla. I più rag- 
guardevoli corifei della democrazia si tennero com'era naturale 
possibilmente nel fondo e lasciarono ai socii più abbietti l'esecu- 
zione deir abbietto lavoro, sperando di appropriarsene poi il ri- 
sultato polìtico. E quando l'affare andò a male, i soci altolocati 
impiegarono con tanto maggior cura tutti i mezzi , onde nascon- 
dere la presavi partecipazione. E anche posteriormente, quando 
l'antico cospiratore era divenuto egli slesso il bersaglio dei com- 
pioni politici, si tirò appunto perciò su questi tristi anni della 
vita del grand' uomo un velo tanto più fitto, e in questo senso 
furono scrino per:>iiio dallo apologie a suo favore Q. 

(•) Una di qups(e ù i! CaUlinario «li Salhistio, pnbblic.ilo dnir autore, noto 
cesariano, dopo I' anno 7ijh, o sotto la Uominaziuue di Cesare, o più verosi- 
milmente sotto iJ Inimivirato de'&uoi eredi ; evideotemeute ui) opuscolo poUtico 



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deuio- 

cratieo. 



LOTTA DEI PARTITI DURANTE L'ASSENZA DI POMPEO. 177 

Pompeo <ì trovava ormai da cinque anni in Oriente alla testa Sconfllta 
de' suoi eserciti e delle sue flotte; da rinque armi la democrazia 
cospirava in patria per ribbatterlo. Il risultato era scoraggiante, partito 
Con isfor^i indicibili non solo non si aveva ottenuto nulla, ma 
eransi falle immense perdite morali e materiali. Già la coalizione 
dell" anno 683 doveva considerarsi come uno scandalo dai demo- 7i 
cratici puri, sebbene la democrazia allora non fosse in lega che 
con due uomini rispettabili del partito opposto obbligatisi al suo 
programma. Ora il partito democratico aveva fatto causa comune 
con una banda di assassini e di falliti, quasi tutti egualmente 
disertori dal campo deir aristocrazìa , e aveva accettato almeno 
provvisoriamente il loro programma, cioè il terrorismo di Cinna. 
Il partito degli interessi materiali , ano dei principali elementi 
della coalizione del 683, si staccò perciò dalla democrazia onde 71 
gettarsi nelle braccia degli ottimati, e in generale poi a ogni po- 
tere» che volesse e potesse proteggerlo contro Tanarcbia. Persino 
la moltitudine delia capitale, la quale non avrebbe trovato nulla 
a dire contro un tumulto di piazza, ma trovava incomodo di vedersi 
ardere la propria casa, era in qualche apprensione. È degno di 
essere osservato, che appunto in quest'anno (691) fa pienamente ea 
ristabilita la distribuzione del grano secondo la legge sempre- 
nica, e ciò per parte del Senato sulla proposizione di Catone. La 
lega dei corifei della democrazia coir anarchia aveva evidente- 
mente cacciato ona zeppa fra qaelli e la borghesia, e Toligar* 
dtia > non senza un esito almei^o momentaneamente felice , si 
sforzava di aumentare la discrepanza e di tirare a sé le masse. 
Analmente se Gneo Pompeo aveva fatto tesoro di tutte queste 
cabale, n*era però anche irritato ; la democrazia dopo quanto era 
accaduto, e dopo cbe essa stessa aveva per cosi dire spezzato 
1 legami che la tenevano vincolata a Pompeo , non poteva più 
pretendere da lui con una certa convenienza dò, cui nel 68Ì una td 
certa equità le dava diritto, che^ cioè, non distruggesse egli stesso 
colla spada il potere democratico, che esso aveva fatto sorgere e 
che era stato base della sua propria elevazione. Tale era ravvili* 

tendente a far salire in onore il partito democratico , cìie fu la base fonia* 
militale delia monarchia romana, e a purificare ia memoria di Cesare dalla 
più uera macctiia aunessavij iuuilre a riabilitare possibilmente la 210 del triun- • 
Tiro Mafe* Antonio ( eonfr. p. e. e. 59 con Dione 37^ 39 ). Nella stessa guisa il 
Gtogiirttno del medesimo antofe doveva servire in parte a scoprire la mssehi- 
nilà governo oligarchico, in parte a magnificare 0 corifeo della democra- 
zia Cajo Mario. La circostanza, che 1' esperto scrittore non fa co«<5?rpre il 
carattere apologetico e accusatorio di questi suoi libri > non prova Clie essi 
non siano opuscoli di partito, ma che sono ben compilati 

Storia itomana. Voi. IIL IS 



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178 LIBAO Qjmro, CAPITOLO V. 

mento e h fiacchezza della democrazia ; più che tatto poi essa 
si era resa ri (Nicola coir avere senza aleno riguardo manifestato 
la sua mancanza di consiglio e la sua debolezza. Dove si trattava 
dì avvilire il rovesciato governo o di simili inutilità essa era grande 
e potente; ma ogni suo tentativo di ottenere nn successo politico 
era andato assolutamente in (limo. I suoi rapporti con Pompeo 
non erano meno falsi che meschini. Mentre lo ricolmava di Iodi 
e di omaggi, ordiva contr' esso un intrigo dopo V altro , e tutti 
sparivano come tante bolle di sapone. Il comandante déirOriente 
e dei mari, lungi dal difendersi contro codeste miserabili mene, sem- 
brava persino d'ignorarle e ne riportava le sue vittorie al pari di 
Ercole sui pigmei, senza nemmeno avvedersene. Il tentativo di ac- 
cendere la guerra civile era andato miseramente fallito. La frazione 
anarchica aveva spiegato almeno una qualche energia; mala demo- 
crazia pura aveva ben saputo assoldare le sue masnade, ma non 
con(lurle,nò salvarle, nt^ morire con esse. La verchia olìprcbia, mor- 
talmente rifinita di forze,ingrossata colle m tssc uscite dalle file delia 
democrazia, e precipuamente per la manifesta eguaglianza dei suoi 
interessi con quelli di Pompeo, aveva potuto abbattere codesto 
tentativo di rivoluzione e riportare cosi ancora un'ultima vittoria 
sulla democrazia. Frattanto era morto re Mitradate, P Asia Mino- 
re e la Siria erano state organizzate, e da un momento air altro 
era da attendersi il ritorno di Pompeo. La soluzione non doveva 
farsi attendere; ma potevasi di fatto ancora parlare di una solu- 
zione tra un generale che ritornava in patria più glorioso e \nii 
possente che mai e la democrazia più che mai avvilita e impo- 
tente? Crasso si disponeva a far imbarrare la sua famif^lia e i 
suoi tesori e ad andare in cerca di un libero asilo in Oriente : 
e persino una natura si elastica e si energica come quella di 
Cesare sembrava essere in procinto di dare la rosa per pt rduia. 
In quell'anno (691) si riporta la sua candidatura per la carica 
di supremo pontefice (V. p. 155); nel!' abbandonare il giorno 
dell'elezione la sua abitazione disse, che, r anche in ciò non 
riusciva , non avrebbe più oltrepassala la soglia della sua 
casa. 



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C APITOLO 'VIJ ' -ii> • 

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lUTORNO DI POMPEO C COALUIOSl DEI PRBTBHMRITI. 

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Dopo d'aver disimpegnato le impostegli bisogne Pompeo rivolse Pompi^) 
i suoi pensieri nlh patria, e trovò per la seconda volta la corona ^y^j^^p, 
n'cnoì piedi, (iià la lungo tempo la soluzione del sistema del 
governo romano inclinava ad una siffatta catastrofe: ad ogni 
uomo spassionato riusciva evidente ciò che era stato detto le 
mille volte, che cioè, caduto il potere dell' aristocrazia sarebbe 
stata inevitabile la monarchia. Ora il Senato era stato rovesciato 
contemporaneamente dalla opposizione liberale cittadina e dalla 
forza soldatesca; si trattava soltanto pel nnovo ordine di cose 
di stabilire le persone, ! nomi e le forme, che del resto erano 
già abbastanza chiaramente indicati sia negli elementi democra- 
tici, sia nei militarf della rìTolnùone. Gli amnimenii degli ni- 
timi einqne anni avermo per cosi dire apposto quasi V ultimo 
suggello a codesta sovrastante traafonnazione della ropnbblica. 
Pompeo aveva posto le basi della sua signorìa nelle Provincie 
asialiclie di nuoTa organiazanone, che nel loro organizzatore ve- 
neravano realmente il successore del grande Alessandro, e acce* 
gHe^ano già come prìncipi i spot liberti favoriti, e colà aveva 
trovato al tempo stesso i tesori, l'esercito e T aureola, onde ab- 
bisognava Il Aitnro prìncipe dello Stato romano. La eenginra 
anarcbtca della capitale e la guerra cittadina, che le aveva tenuto 



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180 LIBRO QUINTO, CAPITOLO YI. 

dietro, avevano mostrato con sensibile e fiera evidenza a chiunque 
avesae a cuore gli interessi politici od anctie soltanto i materiali, che 
un governo senza autorità e senza fona militare, come «inolio 
del Senato, eeponera lo Stato ad nna non meno ridicola cbo ter- 
ribile tirannide dei cavalieri dMndostrìa politfd e che una ri* 
forma della costituzione, che stringesse più fermamente il potere 
militare col governo, èra una incontestabile necessiti perchdTor- 
dine sociale dovesse ulteriormente esistere. Cosi era sorto in 
Oriente il sovrano, in Italia era stato apprestato il trono; secondo 
61 tutte le apparenze Tanno 692 era T ultimo della ropabblica, il 

primo delUi monarchia. 
6tt Certamente non era possibile di raggiungere questa meta senza 
"'^Sf^ una lotta. La costituzione^ che aveva dorato cinque secoli, e sotto la 
tataro quale rinsigniflcante cìiìk posta snl Tevere era salita a grandezza 
e magnificenza senza esempio, aveva gettate profondissime radici nel 
saolo,e non si poteva assolutamente calcolare quanto profondamente 
fi tentativo per abbatterla avrebbe dovuto minare le fondamenta 
della civile società. Parecchi rivali erano stati soprawanzati da 
Pompeo neirarringo verso la grande meta, ma non intiefamento 
rimossi. Non era assolutamente fuori del caso, che tutti questi ele- 
menti si unissero per abbattere il nuovo signore, e che Pompeo 
si trovasse a fronte Qainto Gatulo e Marco Catone con Marco 
Crasso, Cajo Cesare e Tito Labieno. Ma non cosi facilmente po* 
levasi assumere Tinevi labile e seria lotta sotto più favorevoli cir- 
costanze. Era assai verosimile, che sotto la fresca impressione 
della sollevazione caulinare facesse adesione ad un governo che 
prometteva l' ordino e la sicurezza — sebbene al caro prezzo della 
libertà — tutto il partito moderato, anzi luliailceto mercantile, 
come quello cui stavauo a cuore unicamente i proprii interessi 
materiali, e non meno una gran parte deiraristociazia, la quale, 
in sé stessa rovinata e dal iato politico senza speranze, avrebbe 
dovuto andare contenta di assicurarsi riccliezze, cariche ed in- 
fluenza con una transazione fatta col principe in tempo oppor- 
tuno; e forse vi si poteva unire persino una parte della demo- 
crazia slata gravemente travagliata dagli ultimi colpi, nella spe- 
ranza di vedere realizzata una parte delle sue richieste da un 
capo da essa innalzato. Ma in quel qualunque modo si mettessero 
le condizioni dei partiti, che cosa potevano questi almeno pel 
momento in Italia in generale a fronte di Pompeo e del vitto- 
rioso suo esercito? Venti anni addietro, dopo conclusa con Mi- 
trddite una pace di necessità, Siila aveva potuto colle sue cinque 
legioni mettere in pratica una rlstaurazione contraria al naturale 



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RITOBHO m pomo I COAUSIOMB DBI PRBTBMOBNTI. 181 

tviloppo delle cose ad onta di tntto il partito lilmle, ehe da 
anai andavad armaodo » dagli aristoeratid moderati o dal ceto 
mercantile liberale sino agli anarchici. L* impresa di Pompeo era 
di gran Innga meno difficile. Easo ritomaTa dopo d' avere adem- 
piato pienamente e coacienztoeamente per terra e per mare ai 
diTerst incarichi avnti. Egli poteva Inaingarsi di non trovare al- 
tra aeria oppotiaione fuorché qnella dei diversi partiti estremi, che, 
Isolati , nulla potevano, e uniti altro non erano che nna coall- 
sione di làtioBi avverse intimammite le nne alle altre. Base erano 
del tolto inermi e non avevano nè esercito né nn capo; sema 
organizzasione in Italia, senza appoggio nelle Provincie, e quel 
che più importa, senza nn generale; le loro file non contavano 
nn solo militare meritevole di tal nome, meno poi nn nffldale 
che avesse osato di eécitare i cittadini a combattere contro Pompeo. 
B dovevasi mettere in conto pare la drcostansa, che- il vulcano 
della rivoluzione, che ardeva senta trefog da settanrannl, e che 
andava consumandosi nel proprio elemento, andava visibilmente 
diminuendo e spegnendosi entro il proprio cratere. Era assai 
dubbio, se sarebbe ora riuscito di armare gli Italici per Inte- 
rest di parte, come avevano ancora potuto fareCinna e Carbone. 
Se Pompeo vi si decideva, come poteva non riuscire a compiera 
nna rivoluzione, che era già presignata con nna certa necessità 
di natura nello sviluppo del sistema repubblicano di Ròmat 

Pompeo aveva scelto il buon momento nelPassumero la mis- invio 
«dono nell^Oriente; pareva che egli volesse proseguire. NelPau- j^^^j^ 
tonno del 681 arrivò nella capitale Quinto Metello Nepote prò- sa) a 
veniente dal campo di Pompeo e si presentò qnale candidalo pel 
tribunato colla sianifesla intenzione di procacciare nella sua qua- 
lità di trìbnno del popolo a Pompeo il consolato del 093 e su- ai 
Hto dopo con un plebiscito il comando della guerra contro G^- 
tflina. Immensa era Pagitazione in Roma. Non era da dubitara, 
che Nepote agisse per ordine diralto od indiretto di Pompeo; 
la richiesta di Pompeo di venire in Italia come supremo dnoe 
alla testa delle sue cinque legioni asiatiche è di assumervi il su* 
premo potere civile e militare veniva considerata come nn altro 
passo snlla via per arrivare al trono, la missione di Nepote co> 
me la proclamazione semi-ufficiale della monarchia**— Tutto di- Ponfeo 
pendeva dal modo, come accoglierebbero i due grandi partiti po- ^ 
litici queste mani restazioni; la loro condizione e Pawenireddla partiti, 
nazione dipendeva da ciò. accoglienza poi falta a Nepote fu 
suggerita dalla condizione assai singolare, in cui si trovavano i 
partiti di fironte a Pompeo. Pompeo si era recato in Oriente come 



4tt LIBilO QUINTO, CAPITOLO YI. 

generale della democrazia. Egli aveva sullicienti molivi di essere 
malcontento di Cesare e de' suoi seguaci, ma non era avve- 
nuta una rottura aperta. Non è inverosimile, che Pompeo, assai 
lontano da Roma ed occupalo diversamente e oltre di ciò privo 
del dono di orientarsi poiilicamente , non s'avvedesse , almeno 
allora, dell'estensione e della concatenazione degli intrighi contro 
di lui tessuti dai ileraocratici, e che forse, pure conobcendoii, col- 
V altero e disdegnoso suo rarattere ponesse un certo orgoglio 
, neirignorare codesta operosità da talpe. Aggiungasi^ — ciò che ha 
gran peso in un caraUere qual era quello di Pompeo — che la 
democrazia non aveva mai mancato di mostrare un esteriore ri- 
spetto verso il grand' uomo, anzi appunto iii questa circostanza 
4a (691) gli aveva con un plebiscito apposito conferito spontanea- 
mente, e come esso lo desiderava, onori e distinzioni inaudite 
(V. p. 141). Del resto, quando pure tutto ciò non fosse avvenuto, 
Pompeo badando al proprio beninteso interesse doveva, almeno 
apparentemente, attenersi tuttavia al partito popolare; la demo- 
crazia e la monarchia sono si intimamente afTini, che Pompeo, 
stendendo la mano alla corona, non poteva a meno di dirsi come 
fino allora il difensore dei diritti del popolo. Mentre per tal modo 
concorrevano cause personali e politiche, onde, malgrado tutto 
r avvenuto, fosse mantenuto il passato legame fra Pompeo ed i 
corifei della democrazia, dalla parte opposta per contro nulla si 
faceva per colmare P abisso che lo separava da'suoi partigiani sii* 
lani dair epoca del suo passaggio nel campo della democrazia. 
La sua personale controversia con Metello e con Lucullo si ri* 
portava alle estese e influenti loro consorterie. Una meschina op- 
posizione del Senato, che appaoto per la sua meschinità, trattan- 
dosi di un carattere leggiero, riusciva alirettanto più irritante, io 
aveva annojato durante tutta la sua carriera miUlare. Egli era 
rimasto profondamente addolorato, che il Senato non avesse fatto 
assolutamente nnlla per onorare meritamente e in modo straor- 
dinario Puomo straordinario, fi per fine non si deve dimenticare 
che Paristocrasia appunto allora era inebbriata delP ultima sna 
vittoria, la democra^a profondamente avvilita, e che la prima era 
diretta dal ridicolo e semi-pazzo Catone » la seconda da Cesare, 
Bottura piegheiole malestro d' intrighi. ~ In queste condizioni stavano 
PoiSpeo ^ ^^^^ quando arrivò l'emissario inviato da Pompeo. L' ansto- 
e crazia non solo considerava le proposizioni annunciate dal me- 
desimo in favore di Pompeo come nna dichiarasione di guerra 
fatta alla vigente costitnzione, ma le trattò anche pnbblicamento 
come teli e non si diede il minimo pensiero di celare i snoi 



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aiTORifO m pomo b goaliuo9C dei pretendbkti. i83 

timori e il suo sdegno : colla manifesta intenzione di combattere 
le accennate proposizioni, Marco Catone si fece eleggere tribuno 
del popolo insieme con Nepole e respinse l»rus':amente il ripe- 
tuto tentativo faito da Pompeo per avvicinarglisi personalmpTìle. 
È naturale, che Nepote dopo ciò non si trovasse spinto a risjiar- 
miare rarislocrazia e che quindi si accost;).«se tanto più volentieri ai 
democratici, in «juanlo che questi, pieghevoli come sempre, si adal^ 
tarono alla necessit :irronsentendo di eoncedere spontaneamente 
a Pompeo la carn a ìi i ii ole e di supremo duce in Italia, piut- 
tosto di lasciarcela esd r jucre colla forza dell' armi. Non tar- 
dò a ni inifestarM rinteliigeaza cordiale. Nepote (dicembre 691 ) 63 
di( !ii ii ' pulthlicamento di appartenere al partito democrati- 
co, li quale condannava come assassini ledali, contrarj alla co- 
stituzione, le ultime esecuzioni capitali votate dalla maggio- 
ranza del Senato; e die anche il suo signore e padrone non le 
considerasse diversamente ne era prova il suo signiiìrante si- 
lenzio dopo udita la voluminosa 'difesa inviatagli da Cicerone. 
D'altra parte il primo atto, mn mi Cesare iniziò la sua ca- 
rica (li pretore fu (jnello di invitare Quinto Catulo a rendere 
ragione dei danaro die si diceva avere esso trafugato nella ri- 
costruzione del tempio capitolino, aHidando la cura della ultima- 
zione deiredilìcio a Pompeo. Questo fu un tratto da maestro. Ca- 
tulo aveva ormai impiegati sedici anni nella costruzione del tempio, 
e sembrava che volesse rimanere tutta la sua vita nelP impiego 
dMspettore in capo delle costruzioni dei Capitolino. Un attacco 
contro qae^ito abuso di un pubblico incarico, coperto soltanto 
dalla considerazione .di cui godeva il nobile iocaricnto, era in 
sé perfettamente giustiOcato e immensamente popolare. E mentre 
si apriva col medesimo la prospettiva a Pompeo di fare incidere 
ii 800 nome in sostituzione di quello di Catulo nel sito più fa- 
moso della più famosa città della terra, gli veniva olTerto ap- 
punto ciò clie maggiormente lo lusingava e che non era dannoso 
alla democrazia, vale a dire splendide benché vane onorificenze 
e in pari tempo io si inimicava in sommo grado coir aristocra- 
zia, la quale non poteva assolutamete. lasciare cadere il suo mi- 
glior campione. — Nepote aveva lntant<^ fatto presso i cittadini 
le proposizioni riferìbiU a Pompeo. Venuto il giorno della vota- 
zione Catone ed ti suo amico e collega Quinto Minacio interposero 
il loro veto. Non curandosene Nepote e continuando la sua let> 
tura si venne ad una foi mih zuffa maaesca: Catone e Minucio 
si gettarono sul loro collega e lo costrinsero a sospendere la let- 
tura; una schiera armata venne in suo jguto e scacciò dal Foro 



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184 LIBRO QUINTO, CAPITOLO YI. 

la fraziene aristocratica ; ma Catone eMinucio ritornarono arrom- 
pagnati essi pure da gente armata e tennero il campo di batta- 
glia pel gOTerno. Fattosi animo per questa vittoria riportata dalla 
sua banda su quella deir avversario, il Senato sospese dalle loro 
cariche il tribuno Nepote ed il pretore Cesare, il quale aveva ap- 
poggiato con tutte le sue forze il tribuno nella sna proposta; la 
deposizione, proposta in Senato, fu impedita da Catone più per- 
ché contraria alla costituzione che per la sua sconvenienza. Ce- 
sare non si curò del decreto del Senato e continuò neiresercizio 
della sua carica (In tanto che il Senato impiegò la forza. Appena 

10 si seppe, la moltitudine si affollò alla sua porla mettendosi a 
sua disposizione; sarebbe dipenduto da lui di far incominciare la 
lotta in istrada o per lo meno di far riassumere le proposte di 
Metello e di procacciare a Pompeo il da lui desiderato comando 
militare in Italia ; ma ciò non entrava nel suo interesse e quindi 
indusse il popolo a disperdersi, in seguito di che il Senato ritirò la 
punizione inflittagli. Nepote aveva lasciata' la città tosto dopo la 
sua sospenstone imbarcandosi per l'Asia onde riferire à Pompeo 

11 successo della sua missione. 

Ritiro Pompeo uvea tutte le ragioni di essere contento di questo an- 
Pompeo. ^^^^^ ^ol^® >^ trono doveva omai passare attra* 

verso la guerra civile; e il poterla Incominciare con buona ra- 
gione egli lo doveva air incorreggibile stravaganza di Catone. 
Dopo P illegale condanna dei seguaci di Catilina, dopo le inaudito 
violenze contro il tribuno del popolo Metello, Pompeo la poteva 
Iniziare al tempo stesso come propugnatore dei due palladi! della 
libertà repubblicana di Roma, vale a dire del diritto d'appello e 
della inviolabilità del tribunato del popolo contro raristocrasia, 
e come protettore del partito delPordine contro la banda catili- 
naria. Sembrava quasi Impossibile » che Pompeo non avesse a 
farlo e si riducesse evidentemente per la seconda volta nella dif* 
flcile situazione, in cui Paveva posto il licenziamento del suo 

90 esercito nel 681 e dalla quale lo aveva liberato solUnto la legge 
gabinia.Ma per quanto gli fosse facile di ornare la sua fronte della 
benda reale, per quanto Panlmo suolo desiderasse ardentemente, 
allorché ^ trattò di stendervi la mano gliene mancò ancora il 
coraggio. Quest'uomo, mediocre in tutto, meno nelle sue preten- 
sioni, sì sarebbe messo volentieri al di sopra della legge, pur- 
cbò lo avesse potuto fare senza sortire dalla legalità. E lo aveva 
fatto supporre già 11 suo tentonnamento in Asia. Volendo, egli 
avrebbe potuto entrare assai facilmente nel porto di Brindisi col 

ai suo esercito e colla sua flotto nel gennajo del 68St e quivi rice- 



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BITORKO DI POMPEO E COALIZIONE DEI PRBTBMDBIITI. 18$ 

vereNepote. L'essersi egli fermato in Asia talto rinTemo del mfi 
ebbe per immediata e trista coDsegaenza, che T aristocrazia, la 
quale naturalmente accelerava a tutte fene la campagna contro 
CaUlina, intanto la fece finita colle bande del medesimo e mancò 
quindi il iionveniente pretesto per tenere sotto le armi in Italia 
le legioni asiatiche. Per nn nomo qnal era Pompeo, che^ in man* 
canza della fede in sé stesso e nella sna stella, si attaccava nella 
sua vita pubblica con nna certa angosciosa meschinità alla for- 
male legalità e pel quale il pretosto valeva pressoché lo stesso 
come la ragione^ questa circostanza fa di grave pondo. Egli po* 
teva ben pensare, che anche licenziando V esercito, non lo scio- 
glieva del tutto e che in caso di bisogno egli era sicuro di rac* 
coglierne uno pronto alla lotta prima di qualsiasi altro capoparto; 
che la democrazia si teneva sommessa al suo cenno e che col 
rìcalcitranto Senato la si poteva far finite anche senza soldati, e 
fare altre simili riflessioni,nelle quali era appunto tento verità da 
sembrare plausibili a colui, che voleva ingannare sé stesso. Fu 
ancora il carattere particolare di Pompeo che diede il tracollo. 
Egli apparteneva a quella ctesse d* uomini, che sono bensì capaci 
di commettere un delitto, ma non un atto dMnsubordinazione; 
egli era tento nel bene quanto nel male assolutamente un vero 
soldato. Gli individui di qualche importanza considerano la legge 
come una necessità morale, gli uomini comuni come una solita 
regola tradizionale; appunto perciò la disciplina militare, in cui 
più che in tutt^altro d'ordinario la legge si presenta come un'a- 
bitudine, vincola ogni uomo non risoluto con una specie di ma- 
gico legame. Si è sovente osservato, che il soldato, anche quando 
ha preso la risoluzione dì negare l'ubbidienza al suo superiore, 
ciónonostante, se codesta ubbidienza viene richiesta, ritorna in- 
volontariamente alla disciplina; fu questo sentimento , ( he fece 
vacillare e rattenne Lafayette e Dumouriez nell'ultimo momento 
prima di commettere il tradimento e a questo sentimento sog- 
giacque pure Pompeo. ^ Neil' autunno del 692 Pompeo s' im- 6s 
barcò per l' Ilalia. Mentre nella capitale tutti si preparavano a 
ricevere il nuovo monarca, venne la notizia, che appena arrivato 
a Brindisi, Pompeo aveva sciolte le sue legioni e che era partito 
con poco seguito alla volta di Roma. Se puossi riguaidare una 
fortuna quella di guadagnare una corona senza fatica, la fortuna 
non ha mai fatto tanto jier un mortale quanto fece per Pom- 
peo; ma gli Dei sciupano invano i loro favori coi pusilla- 
mini. 

I partiti respirarono. Pompeo aveva abdicato per la seconda Pompeo 



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186 LiBBO quiuto, capitolo Vi. 

senza volta; i vinti coneorrenli poteTano ritentare 1* arringo, ma ciò 

"^"'^clie destò maggiore meraviglia fu che anche Pompeo lo ritentò. 

61 Esso Hnivò a PiOma Panno 693. La sua posizione era falsa e 
vacillava dubbiosa fra i partili io modo, che gli si diede il so- 
prannome di Gneo Cicerone. E^'li Taveva lolta con tulli. Gli 
anarchici vedevano in lui un avveisaiio, i democratici un amico 
incomuilo, Marco Crasso ri<'oiiosceva in esso un rivale, la classe 
benoslante un incerto protetlorc, rarisiocrazia un nemico dichia- 
rato (*;. J.gli era però ancor sempre il più polente uomo nello 
Stalo; i suoi atlerenli militari sparsi in tutta Ilalia, 1;ì >h i in- 
fluenza nelle Provincie, parlicolariiicnle nelle orientali., la sua fa- 
ma militare, le immense sue ricchezze gli davano un' importanza 
quale nessun altro aveva ; ma invt ce del ricevimento entusiastico, 
su cui aveva calcolato, quello che gli si fece fu freddo e i»iù fred- 
damente ancora furono accolte lo domande da lui fatte. Egli 
chiese sé, come già V aveva fallo annunciare da Nepote, il 
secondo consolalo, oltracciò, come era naturale , la sanzione di 
quanto r\eva latto in (Jrieule e il mantenimento delle pro- 
messe falle a' suoi soldati di an onlaie loro dei terreni. Sorse 
per contro in Senato un'opposizione si^ti^nialica, cui prestavano 
i principali elementi Tiiritazione personale di Lucullo o di Me- 
, Ielle eretico, Tantiio sdegno di Crasso e la coscienziosa ^jofTag- 
gine di Catone. Il secondo consolato desiderato da Pomi>' n fu 
incontanente e francamente rilìutato. La prima preghiera fatta dal 
rimpatrialo generale al Senato, di sospendere cioi* l'elezione dei 

61 consoli pel Hll'i «ino d^po il suo arrivo nella capitale, gli era 
stata negala; mollo meno poteva aspellarsi dal Senato la neces- 
saria dispensa dalla Irgge di Siila sulla rielezione (Voi. II. p. 325). 
Pompeo chiese naturalmente la sanzione complessiva delie dispo- 
sizioni da lui date nelle pvovincie orientali; Lucullo invece ot- 
tenne che fosse presa in esame separato e messa ai voti ogni 
disposizione , per cui tutti questi dibattimenti diedero luogo a 
intnrmiiiabili intrighi e ad una quantità di parziali scondite. Fu 
raliPicatj in generale dal Senato la promessa fatta ai soldati del- 
P esercito asiatico di una certa misura di terreno; ma al tempo 
stesso eslesa alle legioni cretensi di Metello, e ciò che è peggio, 
la legge non fa eseguita, poiché il pubblico tesoro era esausto e 

(l) Cicerone {ad Ali. 1, 14) dosfrive come srj^ue 1* impressione prodotta dal 
\u ìuw d'scorso l nito da i'onapeo alla liui f^hesla dopo il suo ritomo : 
prima contio P< :n^,i i nm Uicunda miteris (alla genUglia), intmii imfro^'i, (ai 
democratici)» beatit (ai ÌN^Destanti) non graia, ImU (agU aristocratici) nm §ntti9 



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RITORNO DI POMPEO £ GOALlZIO:i£ D£l PRETENDENTI. 187 

il Senato noo intendeva di intaccare i beni pubblici per questo 
BCOpo. Disperando Pompeo di riuscire a vincere la tenace e ma* 
Ugna opposizione del Senato si volse alla borghesia. Ma su que- 
sto terreno egli troTossì ancora più imbarazzato. Sebbene i capi 
della democrazìa non gli si mostrassero apertamraite avrersi, essi 
non ayeyano tuttavia nessuna ragione onde far proprii ì suoi in- 
teressi e si tenevano quindi in disparte. Le creature di Pompeo, 
come a cagion d^ esempio i consoli Marco Pupio Pisone e Lucio 
Afiranio, eletti in grazia della sua influenza e in parte pei ano 
danaro, il primo pel 693, Taltro pel 694,si chiarirono dappoco e ^* ^ 
inetti. Quando finalmente il tribuno del popolo Lucio Flavio prò* 
pose alla borghesia nella forma dì una legge agraria rassegna- 
zione delle terre pei soldati di Pompeo, la proposta, non appog- 
giata dai democratici e combattuta apertamonte dagli aristocra- 
tici, rimase in minoranza (principio del 094). Quasi umilmente oo 
mendicava ora il gran guerriero il favore delle masse; cosi quando 
a suo impulso il pretore Metello Nepole presentò la legge» por 
la quale furono soppressi i dazi! italici (694). Egli rappresentava so 
perù la parte di demagogo senza abilità e senza fortuna; ne an- 
dava di mezzo la sua dignità e non ne otteneva ciò che voleva. 
Egli si era completamente isolato. Uno de^suoi avversar] riepiloga 
la sua posizione politica d'allora dicendo, ch^esso era intento < a 
conservare nel silenzio il suo manto trionfale ricamato £ di 
fatti egli non aveva altro a fare che a indispettirsi. 

In questo punto sì offerse una nuova combinazione, il corifeo Sonen 
del partito democratico aveva profittato della calma politica, jmr ^^mak. 
cedola al ritiro di colui, che aveva avuto sino allora In mano 
la somma del potere , per farla servire al proprio interesse 
Quando Pompeo ritornò dair Asia , Cesare era stato poco più 
di quello che era anche Gatilina; il capo d*un- partilo politicp 
ristretto quasi ad un club di congiurati, e un uomo fallito. Dopo 
la gestione della pretura (683) egli aveva assunta la luogotenenza ss 
della Spagna ulteriore e con questa carica trovato i meezi di pa- 
gare i suoi debiti e di porre le fondamenta onde ottenere una 
posizione ed una riputazione militare. Il suo antico amico e 
collega Grasso, nella speranza di trovare in Cesare queirappoggio 
contro Pompeo che aveva perduto inPìsono (Y. p. 160), si era 
lasciato indurre a pagare la parte più forte de'suoi debiti ancora 
prima che partisse per la sua provincia. Egli stesso poi aveva 
profittato largamente del breve suo soggiorno in codesta re* 
glone. Ritornata dalla Spagna nel 694 colle casse piene e con «e 
fondate pretensioni agli onori dei trionfo come wifwUor^sì pre* 



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188 LIBRO QUIMTO, CAPITOLO VI. 

sentò candifhtn al ronNolato pel prossimo anno, al qual fine, 
poiché il SeiìaLo ricusava dì ammellere la sua candi'latnra lui 
assente, egli senza esitare rinunciò agli onori del trionfo. La de- 
mocrazia si era affaticata da anni per vedere nno flp'suoi in pos- 
sesso della suprema magistratura, onde con sifTatto mezzo giun- 
gere ad avere nel proprio seno un potere militare. Gli nomini 
avveduti, a qualsiasi colore appartenessero, sapevano benissimo 
da lunghissimo tempo, che la lotta dei partiti non poteva essere 
decisa fra cittadini e cittadini, ma sibbeneda una forza militare; 
ma il seguito della coalizione tra la democrazia e i possenti capi 
militari, col mezzo della quale fu posto fine alla signoria del 
Senato, chiari con inesorabile rigore, che ogni simile alleanza 
conduce alia flne alia sabordinazione dell'elemento civile sotto 
il militare e che il partito dei popolo, volendo dominare effet- 
tivamente, non deve fare lega con generali estranei, e se sorte 
vnole nemici, ma promuovere a generali i suoi proprj capi. I 
tentativi onde ottenere r elezione di Gatilina al consolato , e di 
procacciargli un appoggio militare in Ispagna o in Egitto* enno 
andati a male; ora le si offeriva la possilnlità di procurare nella 
via ordinaria costitosionale al suo più ragguardevole campione il 
consolato e la provincia consolare, e^ fondando un potere demo* 
cnttico, sarei per dire domestico, rendersi indipendente dairìn- 

^pcnju]^ certo e pericoloso alleato Pompeo. — Ma quanto più doveva ìm^ 
coauzione p^^i^^ domocrasìa di aprirsi codesta via, che le offeriva non 

^cSSxe' favorevole quanto la sola vista di buoni successi , 

e tanto più essa doveva aspettarsi ad una risoluta resistenza de*8U0i 
awersaij politici. Si trattava di sapere chi questi fossero. a- 
rìstocrazia isolata non era a temersi; ma nella congiura catili- 
naria aveva mostrato che poteva qualche cosa, ove fosse più o 
mepio apertamente appoggiata dagli uomini degli interessi ma- 
teriali e dagli aderenti di Pompeo. Essa aveva più d^una Tolta 
resa vana la candidatura di Gatilina pel consolato e abbastanza 
sicuri si poteva essere che altrettanto avrebbe tentato contro Ce- 
sare. Ma quand'anche Cesare fosse stato eletto a malgrado di 
quella, relezione sola non bastava. Esso aveva d' uopo di rima- 
nere per lo meno alcuni anni ftiori d'Italia in una non turbata 
operosità, onde farsi una forte posizione militare, e non era da 
dubitarsi che la nobiltà lasciasse intentato alcun mezzo onde du- 
rante questo tempo preparatorio attraversare tutti i suoi piani 
Era naturale che nascesse l'idea di tentare di nuovo, come erasi 
Yi|0 fatto Tanno 683/&, l'isolamento deiraristocrazia e di stringere una 
lega a comune vantaggio tra la democrazia ed il suo alleato Grasso 



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BITOMO DI POIIPIO K COALBIOm DBI PEKTBRDBm. 189 

da una parie e Pompeo e gli aomini deiralta fiaaosa dall^altra* 
Una simile lega era per Pompeo eerlameiite un saicidio politico, 
yimportaiua cb* ama avalo fino allora nello Stato era dovuta 
alla circostanza, che egli era P unico capo-parte, che disponesse 
in nn certo grado ancora sempre di legioni sehbene al momento 
sciolte. A questa circostanza era appunto diretto il piano della 
democrazia, dì togliergli cioò quella preponderania e di porgli a 
fronte nel proprio campione un rivale militare. Giammai egli vi 
si sarebbe adattato» e molto meno avrebbe egli acconsentito a dar 
mano perché ottenesse il supremo comando un uomo come Ce- 
sare, il quale già come semplice agitatore politico gli aveva dato 
abbastanza da fare e recentemente in Ispagna aveva dato le più 
luminose prove anche de^ suoi talenti militari. Ma dall^altro canto 
la posizione di Pompeo, in grazia della cavillosa opposizione fat^ 
tagli dal Senato e delP indifferenza delle masse per esso e pe'suoi 
desidfMj, cibasi fatta particolarmente in faccia a* suoi veterani così 
penosa e umiliante, che, considerato il suo carattere, potevasi ben 
attendere, che per essere tolto da tale spiacevole condizione egli 
si sarebbe unito ad una siffatta coalizione. In quanto al cosi detto 
partito dei cavalieri, esso si univa sempre a quello della forza e 
già si riteneva che non si sarebbe fatto aspettare lungamente, 
quando avrebbe veduto la democrazia legata di nuovo e seria- 
mente con Pompeo. Si aggiunse, che in grazia della severità di 
Catone — del resto lodevolissima — contro gli appaltatori delle 
contribuzioni , T aristocrazia della finanza si trovava appunto al^ 
lora di nuovo in una seria dissensione col Senato. — Cosi fu Pospone 
conchiusa nell'estate del 694 la seconda coalizione. Cesare si fece cesare 
assirnrare il consolato peli' anno seguente e subito dopo la luo-<^*^i*^ 
goteaenza ; a Pompeo fu promessa la ratifica delle (iisposizioni 
da esso date in Oriente e l'assegno delle terre promesse ai sol- 
dati deir esercito asiatico; ai cavalieri promise Cesare di procu- 
rare col mezzo della borghesia ciò che il Senato aveva rifiutato; 
Crasso tinalmento, Finevitabile Crasso, doveva per lo meno as- 
sociarsi alla coalizione, benché per la sua accessione , mi non 
potevasi riliutare, non ottenesse la promessa di una indennità 
fissa. Erano precisamente gli stessi elcraonti, anzi le slesse per- 
sone che conchiusero la lega nell' autunno del 683 e nelPestate u 
dei 684 ; ma quale differenza nella condizione dei parliti d'allora 70 
e di quelli della giornata) Allora la democrazia non era altro che 
nn partito politico, i suoi alleati erano generali vittoriosi posti 
alla testa dei loro eserciti; ora il campione stesso dei democra- 
tici era on mperator coronato d'aiioio, pieno de'più grandiosi 



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190 LIBRO QUIHTO, CAPITOLO TI. 

progetti iiiititarì> gli alleati erano generali cessanti senza eserciti. 
Allora la democrazia vinceva nelle qnistioni di principii e con- 
feriva a questo prezzo le più alte cariche dello Stato al saoidne 
alleati; ora essa erasi fatta più pratica e voleva per sé il su- 
premo potere civile e militare facendo concessioni agli alleali 
soltanto in cose secondarie, e ciò che merita d'essere rimarcato, 
non avendo nemm^o considerazione per Pantica richiesta fatta 
da Pompeo pel secondo consolato. Allora la democrazia si ab- 
bandonava a'snoi alleati; ora dovevano (faesti abbandonar^ ad 
essa. Tutte le condizioni sono assolutamente cambiate, più di 
tutto però lo stesso carattere della democrazia. Essa, dacché aveva 
cominciato ad esistere, aveva bensì nel suo midollo contenuto 
sempre un elemento monarchico, ma Tideale della costituzione, 
come era sentita dalle migliori sue teste in più o meno chiari 
roiitin ni, rimaneva però sempre una repubblica cittadina, un or» 
(liiiamento secondo il sistema politico di Pericle, in cui il potere 
del principe conf?Ìsteva in ciò rlf egli stesso rappresentava la bor- 
ghesia nel modo pai nobile e perfetto, e che la più perfetta e 
più nobile parte della cittadinanza riconosceva in lui il suo vero 
uomo di fiducia. Anche Cesare partì da lali idee; ma erano ideali, 
che potevano bensì avere influenza sulla realtà, ma che non po- 
tevano addirittura realizzarsi. Nè il semplice potere cittadino, 
come Paveva posseduto Cajo Gracco, nè Tarm amento del partito 
democratico, rome 1' aveva tentato Cinna, seitbene in un modo 
atTalto insutìiciente, potevano mantenersi nella repubiìlica romana 
come durevole forza di gravitai: il macchinismo «Iella forza armata 
che non combatteva per un partito ma per un generale, la forza 
bruttile dei condottieri, dopo d'essere scesa in campo al servizio 
della restaurazione, si chiari ben presto assolutamente superiore 
a tutti i partili polìtici. Anche Cosare se ne dovette persuadere 
nella pratica delle mene di partilo, e cosi maturò nella sua mente 
la fatale risoluzione di asso'jtjottare codesto macchinismo armato 
alle sue idee e di sorreggere la repubblica, quale doveva essere 
secondo la sua mente, colla forza militare. Con questa intenzione 
conchiuse egli nel 683 coi generali della parte avversaria la lega, 
la quale, malgrado che i medesimi avessero accettato il program- 
ma democratico, condusse però la democrazia e Cesare stesso 
suirorlo del precipizio. Colla stessa intenzione undici anni più 
tardi si fece egli stesso con lottiere. Ciò avvenne in ambedue i casi 
con una certa semplicità , colla buona fede nella possibilità di 
poter fondare una libera repubblica, se non con armi straniere, 
pnre ad ogni modo colla propria spada. Si vede benissimo, che 



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RITOBNO DI POMPEO B COàLRIOIOS BEI PETENDBNTI. 101 

era lo errore e che nessuno si fa servire dal diarulo senza dive- 
nire suo schiavo; ma non sono i più grandi uomini quelli che 
meno s^ ingannano. Se dopo migliaja d^anni noi chiniamo rìspet> 
tesamente la testa dinanzi a ciò che Cesare volle e fece, la causa 
non sta in dO chVsso ToUe e ottenne una corona, il che in sé é 
si poco qualche cosa di grande come non lo é la corona stessa, ma 
in ciò, che il grandioso suo ideale d'una repubblica libera sotto 
un monarca non Tabbandonò giammai e anche come sovrano Tha 
preservato dal cadere nel comune modo di regnare dei re. 

delezione di Cesare al consolalo pel 695 passò senza difficoltà ^) Cesare 

• con SOM* 

di sorta in grazia delP unione dei partiti. L aristocrazia dovette 

essere contenta, che col mezzo d^ina compera di voti, che fece 
impressione persino in quest'epoca della più sfacciata corruzione, 
e per la quale tutto il ceto della nobiltà forni i mezzi, gli fosse 
associato nella persona di Marco Bibulo un collega, la cui limitala 
ostinatezza passava nei circoli aristocratici per energia conscm- 
tiva, e non fu per sun colpa, se i signori non furono indenniz- 
zati dei patriotici loro sagrificj pecuniarj. — Pervenuto Cesare al Leg^e 
consolato fece tosto mettere in deliberazione le richieste dei 
suoi alleati, fra le quali era di gran lunga la più importante Cesma. 
quella che assegnava df^i terreni ai veterani dell'esercito asiatico. 
La legge agraria progoiiata a questo fine da Cesare si basava in 
generale sul progetto di It-gge proposto Tanno prima per ordine 
di Pompeo e che era andato a male (V. p. i86\ Per la distribu- 
zione fu destinalo soltanio il territorio demaniale italico, cioè 
specialmente quello di Capua, e, quando questo non piovesse ba- 
stare, si dovevano acquistare altro terre italiche col prodotto delle 
nuove Provincie orientali al prey/o stabilito np.lle liste censorie; 
rimasero quindi intatti tutti i ti i ritti di proprietà e di eredità. 
Le singole parcelle erano piecole. I contemplati dovevano essere 
poveri cittadini, padri per lo meno di ivo ligli ; la delicata mas- 
sima, che il prestato servigio milUare dasse dirilio ad un asse- 
gnamento di terreno, non fu ammessa, ma furono di preferenza 
raccomandati alla contemplazione degli incaricali della distribu- 
zione, come era giusto e come si era fatto in tutti i tempi, i 
vecchi soldati e gli affiltuarii. 1/ esecuzione fu demandata ad una 
commissione di venti meraliri, alla quale Cesare dichiarò ferma- 
mente di non voler prender parte. — A fronte di questa propo- opposi- 
sta r opposizione si trovava in una difficile posizione. Ragione- 
volmente non si poteva neLiah\ che le finanze dello Stalo dopo aristu- 
rordinamento delle Provincie ilei Ponto e ilella Siria dovessero 
essere m graJo di rinunciare al prodotto degli appalti campani; 



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Ì92 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VI. 

che era cosa ingìustificabiie di toglit l e ni l'industria privata tino 
dei più bei distretti d'Italia, e appunto luio dPÌ meglio n<]:itt tti 
alla suddivisione della proprietà ; c\\(^ al po.slutto gli era non meno 
ingiusto che ridicolo, dopo d'aver esteso il dinllo di cittadinanza 
a tutta Itilin, di voler privare lei diritti municipali la sola Capua. 
La proposta nel suo complesso portava l'impronta delli mode- 
razione, deir onestà e della solidità, alle quali doti molto destra- 
mente si univ.i il carattere del partito democratico; poiché in 
sostanza es«a voleva la ripristinazione della colonia cnpunnrì fon- 
data ai tempi di Mario e soppressa da Siila (Voi. II. pp. :^!>0. :J1S!^. 
Anche nella forma ossen'ò Cesare ogni possibile riguardo. Egli 
sottomise prima ai dibattimenti del Senato il proj^ettn della logge 
agraria e al tempo stesso la proposta di .sanzionare nelF assieme 
le disposizioni prese da Pompeo in Oriente, e cosi la petizione 
degli appaltatori delle imposte pel ribasso di una terza parte 
della somma stabilita, e si dichiarò pronto ad accogliere propo- 
ste di cambiamenti e a metterle in discussione. Il Senato ebbe 
ora occasione di persuadersi, quanto stoltamente esso avesse agito 
gettando col rifiuto di queste proposte nelle braccia del suo av- 
yersarìo tanto Rompeo quanto il partito de' cavalieri. Forse che 
gU alti atgoori si sentirono indotti da questa intema persuasione 
al gran baccano che male si confaceva colla ritenatezza di Ce- 
sare. La legge fu da essi respinta senza discussione di sorta. E 
non migliore fortuna trovò innanzi ad essi la deliberazione sulle 
disposizioni di Pompeo nell'Asia. Quanto alla proposta relatin 
alla petizione degli appaltatori delle imposte, Catone si sfoR6, 
secondo il malaugurato costume parlamentare romano, di farla mo- 
rire, cioè di protrarre il suo discorso sino air ultimo momento 
legale della sedata ; allorché Cesare fece mostra di far arrestare 
quest'ostinato, fu finalmente reietta anche questa. — > Tutte que- 
ste proposte passarono quindi come era naturale alla borghesia. 
Senza scostarsi di troppo dal vero, Gasare potò dire alla molti* 
tudine,. che il Senato aveva respinto disdegnosamnnte tutte le più 
assennate e necessarie proposizioni fattegli colle più rispettose 
forme, unicamente perchè provenienti dal console democratico. Se 
aggiunse, che gli aristocratici avevano formato un complotto per 
far rigettare le accennate proposte, e se si rivolse alla borghesia, 
e precipuamente a Pompeo stesso e a suoi veterani, invitandoli 
a sostenerlo contro Tastuzia e la forza, ciò pure non era asso- 
lutamente inventato. L'aristocrazia con alla testa Bibulo, povero 
di spirito e testardo, e Catone, irremovibile e pazzo sistematico, 
si era realmente prefissa di spingere le cose agli estremi. Indotto 



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BITORNO DI POVPEO E COALIZIONE DEI PRETENDENTI. 193 

da Cesare a proaunciarsi sulla sua posizione a fronte della pre« 
sente quistione, Pompeo tlichiarò francamente, rome non era 
solito di fare, che se (qualcuno osasse impugnare la spada, egli 
pure avrebbe brandito la sua e che non avrebbe poi dimenticalo 
a casa il suo scudo; nello slesso modo si espresse Crasso. I ve- 
terani di Pompeo furono invitati a comparire il giorno del suf- 
fragio — essendo essi i primi interessati — in gran numero 
e colle armi nascoste sulla piazza della votazione. — Ciò non 
pertanto la nobiltà non lasciò alcun mezzo intentato onde ren- 
dere vane le proposte di Cesare. Opi giorno, In coi Cesare si 
presentava al popolo, il sne collega Bibulo ricorreva alla notoria 
meteorologia religioso-politica, la quale interrompeva tutti gli 
affari pubblici (Voi. IL p. 393); Cesare non si dava pensiero del 
cielo, e continuava a trattare i suoi ailari terrestri. Si oppose II 
veto tribunìzio; Cesare si accont^td di non curarsene. Bibulo e 
Catone corsero alla tribuna , arringarono la moltitudine e pro- 
mossero il solito tumulto; Cesare li fece condurre via dai littori, 
coirordine, cbe loro non venisse fàtto alcun male — era pure 
del suo interesse, che codesta commedia politica non tralignasse, , 
Àd onta di tutti i cavilli e dì tatto lo strepito della nobiltà la 
borghesia adottò la legge agraria» eanzìonò V organizsazione delle ^^^P 
Provincie asiatiche e decretò il ribasso chiesto dagli appaltatori 
delle imposte; venne eletta e installata la commissione del vénti 
con alla testa Pompeo e Crasso; con tutti i suoi sforzi raristocrasla 
ad altro non era riuscita fùorchè a decìdere la coalizione colla 
cieca e odiosa opposizione a stringere più fermi i suoi legasti e ad 
esaurire T energìa in cose indifferenti, mentre essa ne doveva 
ben tosto abbisognare per faccende dì grave momento. Gli arl«, 
stocratìci si felicitavano reciprocamente del loro eroismo; IV 
vere Bibulo dichiarato di voler piuttosto morire che cedere, e 
Pavere Catone anche in potere degli sgherri continnato a perora- 
re» erano gloriose gesta patrìoUche; del resto essi si abbandonarono 
al loro destino. Il console Bibulo si chiuse in casa sua durante iiResisteim 
tempo ulteriore del suo consolato, facendo conoscere con un pub- 
blico affisso avere egli la pia intenzione di scrutare i segni celesti aittto- 
ìq tutti 1 giorni destinati nel corso di queir anno per le adu- 
nanze popolari J suoi colleghi ammirarono anche in ciò il grand^uo- 
mo , il qnale , come disse Ennio del vecchio Fabio» < temporeg- 
giando salvava lo Stato », e lo Imitarono ; la massima parte dì essi 
fra^qaali Catone, non comparve più in Senato, e circoscritti cos{ 
entro le loro quattro mura contribuirono ad accrescere la rabbia 
del loro console, perchè ad onta dell'astronomia politica la storia 

storia Romma, Voi. III. 13 



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194 LIBRO QUINTO^ CAPITOLO VI. 

del mondo non 9* arrestasse. Il pubblico considerava questo con- 
tegno passivo del console e in generale dell* aristocrazia giusta- 
mente come un^abdicazione politica; e ia coalizione ne era na- 
tnralmente contenta, poiché cosi poteva procedere sulla sna via 
qnasi senza trovare intoppi. Il passo più importante era quello di 
GsMun stabilire la Altura posizione di Cesare. La costituzione assegnava al 
Q^te^ Senato il diritto di stabilire le competenze del secondo anno 
ddi» della carica consolare ancora prima deir elezione dei consoli; in 
Game, conformità di ehé, prevedendo relezione di Cesare, il Senato 
08 aveva scoilo a questo fine pel 606 due provincle, nelle quali il 
Ivogotenente null'altro avesse a fare fiiorchè costruzioni stra- 
dali e simili utili cose. La cosa non poteva naturalmente limi- 
tarsi cosi; era stato combinato tra gli alleati, che Cesare ottenesse 
con un plebiscito un comando straordinario fórmulato sul mo- 
dello delle leggi gabinio-manilie. Cesare però aveva dichiarato 
pubblicamente di non voler foro alcuna proposta in proprio fa- 
vore; fa quindi il tribuno del popolo Publio Vatinio quello che 
assunse di fare la relativa proposta dinanzi alia borghesia , la 
quale naturalmente vi acconsenti senza alcuna condizione. Ce- 
sare ebbe cosi la luogotenenza delia Gallia Cisalpina e il supremo 
comando delle tre legioni colà stanziate e già sperimentate nella 
guerra di confine sotto Lucio Afranio, Inoltro rango prò pretorio 
pe^suoi lutanti, come l* avevano avuto quelli di Pompeo; codesta 
carica gli fa assicurata per cinque anni, termine maggiore di 
quello ^che fosse mal stato stabilito a nessun altre generale no- 
minato a tempo limitato. I Traspadani, che già da anni avevano 
la speranza di ottenere il diritto di cittadinanza e che erano i 
clienti del partito democratico in Roma, e particolarmente di Ce- 
sare (V. p. 183j, formavano il nocciolo della sua luogotenenza* 
La sua giurisdizione si estendeva verso mezzodì sino all'Amo 
e al Rubicone e comprendeva Lucca e Ravenna. Poscia fa ag- 
giunta alla sua giurisdizione anche la provincia di Narbona colla 
legicme Ivi stanziata, e questo fa fatto dal Senato sulla proposta 
di Pompeo, affinchè anche questo comando don fosse assegnato a 
Cesare con un plebiscito straordinario. Cosi si raggiunse lo scopo 
prefissosi. Non potendo a tenore della costituzione stanziare 
alcun esercito neir Italia propriamente detta ( Voi. IL p. 329), il 
supremo comandante delle legioni dell'alta Italia e della Gallia 
signoreggiava per i prossimi cinque anni al tempo stesso anche 
sull'Italia e su Roma; e chi domina per cinque anni, domina an- 
che a vita, n consolato di Cesare aveva raggiunto il suo scopo. 
Già s'intende, che i nuovi autocrati non mancavano di tenere 



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RITORNO DI POMPEO E COALIZIONE DEI PRETENDENTI. 19S 

al tempo s lesso di buon umore la moltitudine con giuochi e di- 
vertimenti d' ogni genere, e che prò lì ttavano d'ogni occasione 
per riempire la loro cassa ; cosi a cagion d'esempio la coalizione 
fece pagare al re d'Egitto un'ingente somma pel plebiscito, che 

10 riconosceva legittimo sovrano (Y» p. 148), e concesse. apptm* 
to cosi a parecchi altri dinasti e a molti cornimi lettere patenti e 
privilegi. 

Sembrava a sufflcienza assicurata anche la durata delle in- Mirare 
trodotte iDsUtuzioni. Il consolato era affìdato a mani sicure al- sicurezza 
meno pel prossimo anno. Credeva dapprima il pubblico , che ^ 
fosse destinalo ancora a Pompeo e a Cras^^o ; ma questi preferì- ^ ^ 
rono di farvi eleggere pel 696 due uomini del loro partito , in- ^ 
feriorì si, ma sicuri, Aulo Gabinio il migliore tra gli aiutanti di 
Pompeo, e Lucio Ptsone, meno importante, ma che era suocero 
di Cesare. Pompeo assunse l'incarico di guardare personalmente 
ritalia , dove egli alla testa della commissione dei venti accu- 
diva air esecu?:ione della legge agraria e dava stabile dimora nel 
territorio di Gapna a S0,000 cittadini, per la massima parte ve- 
terani del suo esercito; quale appoggio contro T opposizione della 
capitale servivano a Pompeo le legioni di Cesare nelPAlta Italia. 
Almeno pel momento non v^ era alcuna vista di rottura tra co- 
loro che avevano il potere. Le leggi emanate da Cesare durante 

11 suo consolato, al cui mantenimento Pompeo «ra per lo meno 
altrettante interessato di Cesare , guarentivano la continuazione 
della scissione esistente tra Pompeo e Taristocrazia, le sommità 
della quale, particolarmente Catone, continuavano a non volerle 
riconoscere, e cosi facendo assicuravano la continuazione della 
coalizione. Anzi avvenne, che fra i capi della medesima si strìn- 
gessero maggiormente i vincoli personali. Cesare aveva mante- 
nuta suoi alleati onestamente e fedelmente la sua parola senza 
diminuzioni e senza eavilli e specialmente propugnato con de- 
strezza e con energia, come fosse stata cosa propria, la legge agra- 
ria proposta neirinteresse di Pompeo; questi non era insensibile 
dinanzi ad un contegno leale ed alla serbata fede, e aSèzionossi 
a colui, il quale d'un tratto Taveva tolto dalla misera situazione 
di petente, in cut da tre anni si andava struggendo. I frequenti 
e confidenziali rapporti con un uomo d*irresistibile amabilità, 
qual era Cesare, fecero il resto, onde cambiare l'unione d'iute- 
resd in una unione d'amicizia. Risultato e pegno di questa ami- 
cizia, e senza dubbio al tempo stesso anche un pubblico an- 
nunzio della nuova consignoria, fu il matrimonio di Pompeo colla 
unica figlia di Cesare che aveva 23 anni. Giulia, che aveva re- 



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100 LIBAO QUINTO, CAPITOLO ¥L 

«ato in dote T amabilità del padre, visse col marito sao, del 
doppio a lei maggiore» la più felice vita domestìca , e la bor- 
ghesia, cbe dopo tante miswie e tante crisi anelaTa alla qniete 
e ali^ ordine, vedeva in codesta unione la gaarentigia d*nn av- 
sitoasioiieTenire pacifico e prospero. Quanto più fermo e stretto si faceva 
alilto- per tal modo il buon accordo tra Pompeo e Cesare, tanto più 
disperata diveniva la causa dell' aristocrazia. Essa vedeva bale- 
nare la spada sul propio capo e conosceva abbastanza Cesare per 
non dubitare che, occorrendo, egU se ne sarebbe servito senza 
esitare. Un aristocratico scrìveva: « Noi siamo tenuti in iscacco 
da ogni parte, già per timore della morte o del bando abbiamo 
rinunciato alla ce libertà»»; tutti sospirano, nessuno osa pariare ». 
I collegati non potevano esigere di più. Ma quand'anche la maggio- 
ranza deir aristocrazia fosse dominata da questa dedderabìie con- 
dizione d'animo, non mancavano però anche in questo partito 
le teste calde. Appena Cesare aveva deposto il consolato, che 
alcuni (lei piii caldi aristocratici, Lucio Domizìo e Cajo Memmio 
proposero iu pieno Senato di cassare le leggi giulie. Questa pro- 
posta non era certamente che una stoltezza, che riusciva a tutto 
vantaggio della coalizione ; poiché insistendo ora Ce.^are slesso, 
affinchè il Senato esaminasse la validità delle contestate leggi, 
questi non potè che riconoscerne formalmente la legalità. Se non 
♦ chécoloro, che avevano m ìii.iiio il potere, trov inma come ben si 
Comprende, ciò non pertanto in codesto modo di procedere una 
nuova spinta per dare un esempio procedendo contro alcuni dei 
più riguardevoli e più sfacciati oppositori e assicurarsi cosi che 
per gli altri si atterrebbero ad un conveniente sospirare e lacere. 
Dapprima avevasi sperato, che la clausola della legge agraria, 
la quale, com' era costume, voleva che tutti i Senatori, pena le 
perdila dei loro diritti politici, sanzionassero col giuramento la 
nuova legge, avrebbe indotto gli oppositori più veementi, seguendo 
Metello Numidico (VoL II. p. 188] a bandirsi da sè col rifiuto del 
giuramento. Ma essi non vollero essere tanto compiacenti ; si 
adattò a giurare persino il severo Catone, e lo imitarono i suoi 
Sanrio-Pancia. Un altro poco onorevole tentativo, diretto a minac- 
ciare un processo criminale e ronseguentcmente il bando ai capi 
dell aristocrazia per un supposto attentato contro la vita di 
Pompeo, fu reso vano in grazia dell' incapacità degli strumenti 
adoperati; il (b inniciante^ un tale Vezio, esagerò e si contraddisse 
tanfo, e il tribuno Valinio. il quale diric^ova questa sozza mena, 
chiari con tanta evidenza la sua intelligenza roj\ quello , che si 
giudicò convenienle di fare strozzare il Yezio senz'altro in carcero 



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RITORNO DI POMPBO S COALIZIONE ASI PEBTEMDBIITI. 107 

e di lasciar eadere la cosa. Intanto si arerà in questa ocoh 
sione potuto persuadersi a sazietà della completa dissoluzione 
deU^arìstecrazia e deli' angoscia, in cui vivevano quei nobili si- 
gnori ; persino nn nomo eome Lucio LucuUo si era gettato a* 
piedi di Geaare e aveva dichiarato pubblicamente, che per Ta- 
Tanzata sua età egli si vedeva costretto di ritirarsi dalla vita 
pnUiJica. Occoraero in fine poche vittime. Si trattava precipua- '^'^^^'^JJ*' 
SMnte di alk>ntanare Catone , il quale non natoondeva la ana di 
peianaslotte della nullità di tntte le leggi gielie» ed esso era 
Tnomo capace d'agire come pensava. Un tal nomo non era cer> cieerontL 
tamente Ibrao Gàcerone» e nesanno al dava prasiero di temerlo. 
Ma il partito democratico, elle nella coalinone avera la prima 
parie» non poteva assotniamente dopo la ana vittoria laadare Im- 
pnnito il legale assassinio de^5 dicembre 891 dopo d*averìo al ^ 
altamente e con tanta ragione condannato. Se si avesse volnto 
pnnire i veri antori del fatale gindiaip, non sì doveva eertamenle 
attenersi al fiacco console, ma sibbene a quella frasione dell* nU 
tra^aristocrasia , che spinto aveva codesto nomo timido ad ordi- 
nare qneiresecnzione. Se non ehè, stando al diritto formale, non 
i consiglieri del console^ ma il console atesso era responsabile d*nno 
aiffatta eaecnsione, esi scelse perciò il modo piò mite di procedere 
soltanto contro il console lasciando del tntto fuori di questione ilSe* 
nato» per oui anche nei .motivi della proposta avanzata contro Gice- 
Tone é parla del senatoconsnlto, in forza del quale esso ordinò Te* 
secoziooe, addirittura come supposto. I governanti avrebbero ben 
voloDtieri . volnto evitare lo scandalo persino contro Cicerone ; 
ma questi non potè indursi né a dare ad essi le riddaste ga- 
ranzie, nò ad esiliarsi spontaneamente da Roma sotto unto dei 
tanti pretesti plausibili accennatigli, nò a tenere la lingua fraMenti. 
Con tutta la buona volontà di evitare ogni cozzo, e malgrado la 
pift sincera angoscia , egli non. aveva abbastanza contegno per 
essere previdente ; egli non poteva tacere quando un* arguzia pe- 
tulante soli^icava la sua lingua, o quando il suo amor proprio., 
portato quasi alla pazzia dalle lodi di tanti nobili signori , gon- 
fiava i sonori perìodi deir avvocato plebeo. L' esecuzione delle 
misure adottate contro Catone e Cicerone fu demandata al leg- 
giero e dissoluto, ma destro e ardito Publio Clodio, il quale da 
parecchi anni era acerrimo nemico di Cicerone , e per potersi 
sfogare contf esso e potersi distinguere come demagogo , si 
era sotto il consolalo di Cesare, mediante un'affrettata adozione 
trasmutalo da palrizio in plebeo, e per V anno 090 si era fallo 88 
eleggere UiLuno del popolo. Come appoggio per Clodio si tenne 



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Ì98 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VI. 

il pfoeoDSOle Cesare in immediala prossimità della città fintanto 
che non era portato il colpo contro le due vitlime. In confor- 
mità degli ordini avuti Clodio propose alla boi|[hesia dMnca- 
ricare Catone dell' ordinamento delie intricate condiùooi cotto- 
nali dei Bizantini e della confisca del regno di Cipro , che a|h 
ponto come V Egitto era Tenuto in potere dei Romani pel testa- 
mento di Alessandro li, ma che non s*era riscattato con danaro 
come aveva fatto quello ; il re di Cipro avefa poi alcuni anni 
addietro offeso Clodio personalmente. Quanto a Cicerone, Clodio 
presentò nn progetto di legge, che qualificava la condanna capi- 
tate d^on cittadino senza sentenza e senza diritto come nn d^ 
litio da punirsi col bando. Catone fu danqne allontanato con nna 
onorevole missione, Cicerone fa per lo meno colpito dalla pena 
poesibilmente più mite; d'altronde il ano nome non venne pro- 
nunciato nella relativa proposta. Ma non si volle rinunciare al 
piacere di punire da un lato nn uomo notoriamente tìmido e per 
l'energìa conservativa da lui manifestata appartenente alta das» 
delle banderuole politiche, e dalPaltro a quello di nominare Tarrab- 
biato opposilore di ogni ingerenza della borghesia nel governo 
e il nemico di tutti t comandi straordinarii ad nn simile co- 
mando appunto col mezzo di un decreto della borghesia ; e nello 
stesso senso la proposta relativa a Catone fu motivata dalia stra- 
ordinaria virtù dì quest'uomo, che lo qualificava a preferenza di 
qualunque altro adatto ad eseguire onestamente un cosi delicato 
incarico, quale era quello deirincameramento del ragguardevole 
tesoro della corona di Cipro. Tutte e due le proposte vestono 
in generale lo stesso carattere di quella deferenza piena di ri- 
guardi e di quella fredda ironia, che si riscontrano in tutto il con- 
tegno di Cesare verso il Senato. Non incontrarono alcuna opposizio- 
ne. A nulla valse, come era ben naturale, che la maggioranza del 
Senato, affine di profeetare in qualche modo contro lo scherno 
ed il marchio impresso sulla sua deliberazione nella quistione 
catilinaria, vestisse 11 bruno e che Cicerone stesso, ora che era 
troppo tardi, domandasse grazia genuflesso dinanzi a Pompeo; 
egli dovette bandirsi ancora prima che passasse la legge che lo 
» escludeva dalla sua patria (aprile 696). Anche Catone non volle 
provocare più severe misure colla declinazione dell' avuto inca- 
rico, ma l'accettò e s'imbarcò per r Oriente (v, p. 148). Il più 
urgente era fatto; e anche Gesaio poLeva iasciuie l'Italia per darsi 
a più serie occupazioni. 



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CAPITOLO VII. 



4 

ASSOeC£TTAMEZITO DBLL* aCCIDSNTE. 



.Se dalia meschina monotonia deli^egotuno politico, che oom-Bominis- 
i»atteTa le sae battaglie nei Senato e nelle vie della capitale, i^^^ 
filo delia storia riprende a trattare di cose più importanti di mate, 
quello clfó non sia di sapere, se il primo monarca di Rom sì 
chiamerà Gneo, Gajo o Marco, sarà ben permesso, giunti alla vi- 
gilia d^nn avvenimento , le cui conseguenze reggono ancora og- 
gidì i destini del mondo, di dare per un momento nno sguardo 
air intorno e di notare la connessione, nella quale nel concetto 
storico-universale debbonsi considerare la conquista della Fran- 
cia attuale fatta dai Romani e i primi rapporti di questi ultimi 
cogli abitanti della Germania e della Gran Bretagna. — In forza 
della legge, per la quale un popolo sviluppato a forma di Stato 
assorbe i vicini che politicamente sono ancora minorenni, ed il 
popolo civilizzato quelli, che si trovano ancora nelPinfanzia in- 
tellettoale^ legge che è universale e naturale al pari della legge 
di gravità, la nazione italica, l'unica ira le antiche che seppe 
combinare insieme uno svolgimento politico superiore ed una 
civiltà superiore, benché quest'ultima iii moilo imperfetto e 
solo esteriormente , aveva il diritto tli assoggettar.^ i ^li Slati 
greci deir Oriente prossimi alla rovina, e di soppiantare co' suoi 
coloni le popolazioni di inferiore cuiiura in Ocadcaie, i Liijii, 



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100 LIBRO OUWTO, CAPITOLO VU. 

gli Iberì, i Celti, i Gemaoi — appunto collo stesso diritto^ con 
coi r loghiltenra si è sottomessa nelPAsia nna civiltà di eguale 
importanza, ma politicamente impotente, e ha distinto e nobilitato, 
come continua a distinguere e nobilitare Tasti paesi barbari col- 
rimpronta della sua iaaionhlità in Ameifca e neirAustralìa. LV 
rìstocraaia romana aveva recato a buon fine le condizioni prelimi- 
nari di questo compito, Tunificazione d^Italia; essa non isciolse il 
compito stesso, anzi considero mai sempre le conquiste foorìtaliche 
0 soltanto come un male necessario, od anche come possedimenti 
da rendita posti fuori dello Stato. È una gloria imperitura della 
democrazia ossia della monarchia romana — poiché formano una 
sola cosa— che essa abbia ben compreso codesto supremo scopo 
e che l'abbia messo in pratica con energia. Ciò che Tirresistibile 
forza delle circostanze aveva predisposto col mezzo del Senato , 
il quale suo malgrado aveva gettato le fondamenta della fatura 
signoria romana In Occidente ed in Oriente, ciò che comprese 
poscia come per istinto T emigrazione romana nelle provinde, 
considerata a dir vero come una calamità, ma che nelle provincie 
occidentali presentavasi però eziandio come foriera di una coltura 
piA elevata, ciò ha riconosciuto con chiarezza e ha con sicurezza 
da vero uomo di stato cominciato a mettere in pratica il creatore 
Mia democrazia romana Cajo Gracco. I due pensieri capitali della 
Auova politica: annettere il territorio, su cui estendevasi il potere 
di Roma in quanto era Ellenico, colonizzarlo in quanto non era 
ellenico, erano stati praticamente riconosciuti colla riunione del 
regno di Attalo, e colle conquiste transalpine di Fiacco sino dal 
tempi dei Gracchi; ma la vittoriosa reazione li aveva lasciati di 
nuovo intisichire. Lo Stato romano 'rimase una massa di paesi 
malmenati senza una compatta occupazione e senza convenienti 
confini; la Spagna ed i possedimenti greco-asiatici erano paesi 
separati dalla madre patria da territoij soggetti ai Romani appena 
nei contorni delle loro costiere; sulla spiaggia settentrionale del« 
^Africa erano occupati al modo di isole soltanto i territori di 
Gartagioe e di Cirene, e persino ragguardevoli tratti del territo* 
rio soggetto, particolarmente in Ispagna, dipendevano da Roma 
solo di nome; dal governo poi assolutamente nulla si faceva per 
centralizzare e arrotondare la signoria, e finalmente Tabbandono, 
in cui lasciavasi la flotta, sembrava sciogliere Tultimo legame esi- 
stente coi possedìmentf lontani. La democrazia tentò bensì, ap- 
pena che|K>té rialzare la testa, dMuformare anche la politica 
estema secondo lo spirito di Gracco, e specialmente il tentò Ma* 
rio; ma non essendo essa rimasta lungamente al potere, la cosa 



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rimase allo stadio di progetto. Soltanto allorché colla caduta 
della eosUtozione di Siila nel 684 la democrazìa afforrò di fatto ^ 
il tlilioiie del goterlio avr^iiie anche sotto qoesto aspetto un 
mbtgimento. Prima di tutto fa ripristinata la signoria sul Medi- 
terraneo, prima qnistùme fitale per uno Stato come era lo Stato 
romano. Terso Oriente fu assicurato il «enfine dell^ufrate colPas- 
sorMmento delle Provincie pontiohe e sirìache. Ma rimaneva a garanJmjjortaioas 
tire oltre TAlpi il territorio italico tanto verso Settentrione, quanto ^deiie* 
verso Occidente e di procacciare alla civiltà ellenica, ed all'energia Jg^^^j^JJ^ 
non ancora spenta della schiatta italica in codeste regioni un trici 
nuovo terreno ancora verdine. Qu^to cómpito fu assunto da Cajo 
Cesare. È più che un errore, è un delitto contro lo spirito sacro 
ehe domina nella storia, il considerare la Gallia soltanto come 
Tarena, sulla quale Cesare e le sue legioni si esercitano per com- 
battere IMmminente guerra civile. Quand'anche il soggiogamento 
dell'Occidente sia stato per Cesare un mezzo onde arrivare allo 
scopo in quanto che egli nelle guerre transalpine ha formato la 
posteriore sua possanza , il privilegio del genio politico con- 
siste appunto in ciò che i suoi mezzi sono essi stessi altr^tanti 
scopi. Cesare abbisognava senza dubbio d'una forza militare pei 
suoi scopi di partito; ma esso non conquistò la Gallia come par- 
tigiano. Era anzi tutto per Roma una necessità politica di op- 
porsi addirittura al di là delle Alpi all'in vasione dei Germani, che 
minacciava continuamente, e di porre un argine oltre TAlpi, onde 
assicurare la pace al mondo romano. Se non che neppure que- 
sto importante scopo era ancora il più importante e T ultimo, 
per cui le Gallie furono conquistate da Cesare. Essendo Tantica 
palria divenuta troppo angusta per contenere la borghesia roma- 
na e correndo questa pericolo di imbozzacchire, la politica con- 
quistatrice italira del Senato salvò la medesima dalla rovina. Ora 
si era fatta troppo angusta anche Tllalia; lo Stato languiva pei 
medesimi imbarazzi sociali, che si rinnovavano soltanto in mag- 
giori proporzioni. Fu un pensiero geniale, una grandiosa speran- 
za, che condusse Cesare oltre le TAIpi : il pensiero e la convin- 
zione di trovare colà pe' suoi concittadini una nuova immensa 
patria, e al tempo stesso di rigenerare con ciò lo Stato una se- 
conda volta col porlo su nna base più vasta. 

Sì può in certo qual modo annoverare alle imprese aventi per Cmre 
iscopo il soggiogameuto delPOccidente anche la campagna Intra* ispàgna. 
presa da Cesare nel Gl)3 nella Spagna ulteriore. Per quanto la gì 
Spagna ubbidisse già da lungo tempo ai Romani, il litorale CjC- 
cidcnlale anche dopo la spedizione di Decimo Bruto contro i Gi- 



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M uno QOIIITO, CAPITOLO Tlk 

liiiani (T. Il» i9) eia rimasto essemialmente Indìpeodente dai 
Romani e la spiaggia setienlrìonaie noo era stata nemmeno da 
essi visitata; e le scorrerie predone, coi si vedevano da codesta 
parte continuamente esposte le provinole suddette, recavano non 
insensibile danno alla civilisaasione e alla romanisaazione ddla 
Spagna. Contro qnesto sconcio era diretta la spedizione di Ce* 
sere tango la ^^iaggla occidentale. Egli varcò la catena dei monti 
enmnici (Sierra de Bstrella) confinante al Nord col Tago dopo 
dVerae battuto e in parte titsportali gli abitanti nel piano, as- 
soggettò il paese d'ambe le . parti del Duero e pervenne sino al- 
l' estremità nord^)vest della penisola, dove coll'aiuto d'una squa^ 
dra fatta venire da Cadice iìccìipù Briga^tmm (Gnrugna). In con- 
seguenza di che gU abitanti vicino all'Oceano Atlantico, Lusitani 
e Gatisianì, furono costretti a riconoscere la supremazia romana, 
mentre il vincitore era intento a migliorare possibiboieote le con- 
dizioni dei sudditi in generale colla diminuzione dei tributi che 
dovevansi versare a Roma e colla sistemazione delle condizioni 
economiche dei comuni. — Sebbene già in questo esordio militare 
e amministrativo del grande capitano e del grande uomo di Stato 
tralucano quegli stessi talenti e quegli stessi pensieri direttici , 
che poscia egli convalidò su campi più vasti, la sua operosità nella 
penisola iberica fu troppo passeggtera onde porvi profonde ra- 
dici, tanto più che, avuto riguardo alle particolari condizioni fi- 
nche e nazionali del paese, potevasi quivi attendere un effetto 
durevole solo da una attività conUnuata con perseveranza. 

D paese Una parte più ragguardevole nello sviluppo romano dell'Oc» 
Celti. cì<)^Qte ^ serbata al paese, che si estende tra i Pirenei ed il 
Reno, tra il Mediterraneo e l'Oceano Atlantico e che dal tempo 
d'Augusto porta il nome di paese dei Celti, e specialmente quello 
della Gallia ; benché, più precisamente osservando, il paese dei 
Celti si presenti in parte più angusto, in parte molto più ampio, e 
benché esso non abbia mai formato una unità nazionale, e non 
prima d'Augusto una unità politica. Ed è appunto perciò diffi- 
cile di formaro un quadro evidente delle condizioni, in sò molto 

La prò- disparate , che Cesare vi trovò all' atto del suo arrivo. — Nel 

viiicia 

ronuuia. P^^e bagnato dal Mediterraneo, il quale , comprendendo presso 
a poco all' Occidente del Rodano la Lingoadoca , all' Oriente il 
Delflnato e la Provenza, era da sessant'anni provincia romana, 
le armi romane dì rado avevano riposato dall'epoca della inva- 
sione cimbrica in poi, invasione che si era versata anche su 
so quella. Nel 064 Cajo Qelio aveva combattuto coi Salii pel pos- 
so sesso di Aquae Sexiiai; nel 674 Cajo Fiacco (VoL II. p. 307) dn- 



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Aasoeemàsmvo dbll^ooombiitb. f03 

rante la soa marcia verso la Spagna contro altri cantoni celti. Guerre 
Allorché nella guerra di Sertorìo il luogotenente Lucio Manlio, soiieva- 
costretto a recare soccorso al sno collega oltre i Pirenei, ritornò J'^^'y 
(la Ilerda (Lerida) sconfìttole nella sua ritirata fu dagli Aquilani, medesima. 
Ticini occidentali della provincia romana, vinto una seconda volta 
(verso il 676 ; V. p. 22) , pare che codesti avvenimenti avessero 78 
promosso una generale sollevazione dei provinciali abitanti tra 
i Pirenei ed il Rodano, e fors^ anche di quelli stanzianti tra il 
Rodano e le Alpi. Pompeo recandosi in Ispagna dovette aprirsi 
una via colla forza attraverso la Gallia ribellaUi (V. p. 29) , e a 
punizione della ribellione fece dono delle marche abitate dai 
Yolchi-Arecomici e dagli Elvii (Dipartimenti Ganl e Ardèrhe) 
ai Massalioti ; il luogotenente Marco Fonteio (678-680) esegui co- W-74 
deste disposizioni e ricondusse l'ordine nel paese atterrando i 
Voconzii (Dipartimento Dróme), proteggendo Massalid ilagU in- 
sorti e liberando la città capitale romana di Narbona dai ribelli 
che l'investivano. Se non che la disperazione e lo sconcerto 
economico, a cui erano ridotti i possedimenti gallici, per le soffe- 
renze cagionate dalla guerra spagnuola (V. p. 34) e in generale 
dalle concussioni ufQciali enonuffìcialidei Romani, che impedivano 
che i medesimi stessero tranquilli, ed era in un continuo com- 
movimento particolarmente il cantone degli Allobrogi, più di- 
stante da Narbona, commovimento provato dalla c pacificazione > 
colà impresa da Cajo Pisene neir anno 688, e dal contegno del- M 
r ambasciata allobroga in Roma nel 691 in occasione del com- ti 
ploiio degli anarchici (V. p. 470) e che tosto dopo irruppe in 
una aperta rivoluzione (693). Catugnalo, condottiero degli Allo- 
brogi in questa guerra di disperazione, dopo avere dapprima com- 
battuto con qualche successo, fu, dopo una valorosa difesa, vinto 
presso Solonium dal luogotenente Cajo Pomptino. — Malgrado ConfloL 
tutti questi combattimenti i confini dello Stato romano non fu- 
rono di molto dilatati ; Lugudunum Convetiarum (*), dove Pom- 
peo avea fondata una colonia coi resti dell'esercito di Sertorìo , 
(V. p. 38), Tolosa , Vienna , e Genava erano ancor sempre gli 
estremi confini dei Romani verso Occidente e verso Settentrione. 
Ma r importanza di codesti possedimenti gallici andava sempre 
più aumentando per la madre patria. Il clima delirioso affine Rapporti 
all'italico, le favorevoli condizioni del suolo, il grande e ricoo j^^JJjj 
paese interno, così opportuno al commercio, colle sue vie com- 
merciali, che eslendevansi sino nella Bretagna, il comodo traffico 

<*) S. Bertrand nel dipartimento deir Alta Garoima. 

{Nota del Trad). 



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S04 LIBKO QUINTO, CAPiiOLO VII. 

per terra e per mare colla madre patria procacciarono ben pre- 
sto al paese gallico meridionale un'importanza politica per Ti- 
lalia, quale i possedimenti mollo più aiUirhi , come a cagione 
d'esempio gli spagnnoli. non avevano procacciato in secoli : e 
nel modo che di questo tempo i Uomani rompiome^si politica- 
mente cercavano un luojjo di rifugio di preferenza in Massalia, 
ove non era difetto di coltura italica e i\' italico lusso , cosi an- 
ello coloro, i quali emigravano volontariamente dalTItalia, scelsero 
con sempre maggior preferenza la loro stanza sulle sponde del 
Rodano e della Garonna. In una narrazione scritta dieci anni 
prima delP arrivo di Cesare io codesto paese è detto: c la pro- 
vincia della GaUia è piena di commercianti ; essa formicola di 
cittadini romani. Nessun Gallo iotraprende un affare seoza me- 
diazione di un Romano ; ogni quattrino, che in GaUia passa da 
una in altra mano, è registrato nei libri dei cittadini romani ». 
Dalla slessa descrizione rilevasi, che nella Galiia oltre i coloni 
narbonesi v'erano in gran copia anche ecoDomi rurali e alleva- 
tori di bestiame romani ; devesi però osservare, che la massima 
parte del terreno provinciale posseduto dai Romani apparteneva, 
appunto come ne' tempi andati la massima parte dei possedimenti 
inglesi nell'America seUentriooale^ air alta nobiltà che avm 
stanza in Italia, e che qnegli economi rurali e quegli allevatori 
di bestiami nella massima parte altro non erano che i suoi am- 
Incipiente mioiatratorl schiavi o liberti. Non deve quindi destare sorpresa, 
KuioJe. .8^ date queste condizioni, la coltura e la romanizzazione foce- 
vano rapidi progressi fra gli indigeni. I Celli non amavano Ta- 
^ricoUnra ; ma i loro nuovi signori li obbligavano a cambiale 
la spada coir aratro ed è molto probabile , che V ostinata resi» 
stenza degli AUobrogl derivasse in parte da codeste ordinania 
In tempi più remoti 1* ellenismo aveva dominato sino ad nn cerio 
grado anche in questo Provincie; gli elementi di civiltà, gli eo- 
citamenti alla coltivazione del vino e deirolio (Yol il, p. 148!>, 
air uso della scrittura (*) e della monetazione vennero loro da 
Jlassalia» £ anche dal Romani fu quivi tutt* altro che impe- 
dita la coltura ellenica ; colla medesima la città di Masaalia 
acquisto piuttosto che pardere d* influenza e ancora ai tempi 
del Romani si mandavano d* ufficio medici e rettori greci nel 
cantoni gallici. Se non che, com' é natarale» T ellenismo assunse 

(•) C.'^<] fu .1 cau'ion d'esempio trovata in Valson, nel cantone d«M Voron7.iì, 
un' iscrizione in Unga cellira, scritta col solito alfabeto cfreco. Essa é dei se- 
guente tenore ; offoy^f/j^ cuiXXovtc? tocwTi&w^ vajjiajcjaTÌcj uup^v^TiK-noa^imn* 

nfftftw. V ulttma parola signiaca « santo ». 



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ASSOO^BTTAÌIBRTO DBLL^OCCIDBIITB. M 

col meno dei Romani nel paese celtico meridionale lo stesso carat" 
lete come in Italia: la civiltà ellenica propriamente detta cedette 
alla coltora mista latino-greca^ la quale fece quivi ben presto gran 
copia di proseliti. I c Galli bracati >, che cosi erano detti gli 
aUtanli del paese celtico meridionale per distìngneili dai < Galli 
togati » abitanti V Italia settentrionale, non erano già come que- 
sti perfettamente romanizzati, ma si distinguevano però già molto 
sensibilmente dai € Galli cornati > abitanti i paesi nordici an- 
cora indipendenti. La semicoltnra, che andavasi introducendo fra 
i medesimi j somministrava a dir vero abbastanza argomenti a 
dileggi sul loro barbaro latino e non si mancava di far ricordare la sua 
c affinità bracata > a coloì^ che era sospetto di discendenza cel- 
tica ; ma questo cattivo latino bastava però, perché persino i più 
lontani AUobrogi potessero tenersi In relazione colle autorità ro- 
mane e persino presentarsi come testimoni nei tribunali romani 
senza bisogno dell* interprete. — Se dunque ia popolazione cel- 
tica e ligure di codesto regioni era avviata a perdere la sua na- 
zionalità e nel tompo stesso languiva e diminuiva sotto una pres- 
sione politica ed economica, della cui intollerabilità fanno snfll* 
dente prova le disperate sollevazioni, la distruzione della popo- 
latone indigena procedeva quivi di pari passo coir introduzione 
di quella più squisita coltura, che noi di questo tempo troviamo 
In Italia. Àquae Sextiae e più ancora Narbona erano città rag- 
guardevoli, che potevano ben figurare a canto a Benevento e 
Capua ; e Massalia , la meglio ordinate , la più libera , la più 
forte e la più potente di tutte le città greche dipendenti da*Bo- 
mani, col suo governo rigorosamente aristocratico, che i conser* 
valivi romani consideravano come il modello di una buona costi- 
tuzione urbana, con un ragguardevole territorio ampliato ancora 
molto dai Romani e con un esteso traffico, stava a canto alle 
suaccennato città latine come in Italia a canto a Capua e a Be- 
nevento stevano Reggio e Napoli. 

Tutt* altro aspetto avevano le cose al di lù d^ confini romani, u Gimt 
La grande nazione celtica, che cominciava già ad essere oppressa ^^^'^ 
nei paesi meridionali dall'immigrazione italica, viveva a Setten- 
trione delle Gevenne ancora neir antica sua libertà. Non è que- 
ste la prima volta» che noi ci incontriamo con essa ; gli Itelioi 
avevano già combattuto colle sentinelle perduto e coir avanguar- 
dia di codeste Immensa schiatte sul Tevere e sul Po, nelle mon- 
tegne della GastIgUa e in quelle della Garinzla e perfino molto 
addentro neirAsia Minore; ma nella Gallia soltanto fu per la 
prima volte da essi allhmteto 11 nocciolo della schiatte prìnd- 



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pale. La stirpe celtica prendendo sua stanza nelF Europa centra- 
le si era versata particolarmente nelle ricche valli irrigale da 
fiumi e nel paese sparso di deliziose colline deir odierna Francia 
coi distretti occidentali della Germania e della Svizzera, e partendo 
dalla Frauda aveva occupato per Io meno la pai le meridionale 
deir Inghilterra e forse sino d' allora tutta la Gran Breta^rna e 
r Irlanda (*); più che in qualunque altro sito essa formò quivi 
una gran massa di popoli geogra (tea mente compatta. iMalgrado 
le diversità di lingua e di costumi, che in codesto esteso terri- 
torio naturalmente non mancavano, paro ciò non per tanto che 
le popoUi/i Jui stanziale dalle rive del iiodano e della Gnronna 
sino al Reno ed al Tamigi siano st,it(» tenute unite da rapporti 
scambievoli assai attivi e da un sentimento morale comune : men- 
tre por contro le medesime si tenevano bensì in certo modo lo- 
calmente unite coi Celti sinnziali in Ispagna e nelT Austria d'og- 
gidi, ma i rapporti e i legami intellettuali di quelle stirpi so- 
relle erano ben diversamente interrotti in parte dalle colossali 
catene d( i Pirenei e delle Alpi, in parte dalle inva-^ioni dei Romani 
e dei Germani, che quivi esercitavano grande intluenza, che non 
lo fossero quelli dei Celti stabiliti sul rontinente e dei Celti della 
Britannia dalP angusto braccio di mare. Pur troppo non ci è dato 
di seguire passo a passo la storia interna delio sviluppo di questo 
popolo singolare in queste sue sedi principali, e dobbiamo ac- 
contentarci di descriverne solo ne' suoi contorni la sua coudizione 
civile e polìtica come la troviamo ai tempi dì Cesare. 
pr [ r ia- La Gallia, secondo le relazioni degli aDiicbi, era proporzionai- 
mente molto popolata. Alcuni dati fanno ritenere, che nei distretti 
belga si calcolassero circa 900 abitanti per ogni lega quadrata — 
una proporzione che oggidì vaie forse per la Gaieeia e per 
laLivonia nel cantone elYotico circa iiOO C*)> Terosimile » 

(•) I nomi fit popolazioni inglesi stanziate su auibo le rive del Tami;;], rome 
quelli degli Atrebati, dei Belgi e persino quello dei Bretoni , elie sembra cs- 
s«re stato trasmesso dal Bretoni stanzfantt rane rive deUa Somnsa al di tolto 
di Amiens prima ad un cantone inglese c poi a tutta l'isola — tolti da can- 
toni belfriJiulicano^ina iininii^razione di Celli Ixiliii nella Bretagna, continuata 
da iuiii^'o tempo. Anctic 1' arte di battere le monete oro luglsii ò de* 
rivata dai Belgio e in origine è identica a quella. 

(") La prima ctiiamata dei cantoni belga, esclusi 1 Remi, quindi del paese 
tra la Seana e la Sebetda e ali* oriente sino verso Reims e Andeniach sa una 
superficie di 2000 a 2W0 legtie quadrate, è calcolata a circa 300000 uomini, 
per cui, ammettendo pei ni'llosnrhi dat,! propnrrinnp della prinin leva a 
fronte di tutti abili a portar anni, risulta il numero dni B -U^i atti alle armi 
a oOOOOO e quindi la totale popolazione almeno a due milioni. (ìli Elvezii cui 
popoli vicUii ammontavano a 380000 bidlvldai prima della loro emigrazione; 



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ASSOOfiKTTiJiniTO DBLL^OCCmiNTB. 

cbe la popplazione fosse ancora più Atta nel distretti piA colti- 
Tati che non i belgi» e meno montuosi clie non il distretto el- 
Tetico, come presso i Bìtnrlgi, gli Ànremi, gli Edui. Nella Galiia Agrìcov 
r agrìcoltnra era bene intesa. Già i contemporanei di Cesare par- 
lano del modo di concimare colla marna nella provincia renana O e P***^*^ 
r antichissimo costume celtico di fabbricare la birra {eervetia) 
oolPorzo è una prova novella della grande estensione, che vi 
aveva la coltivatione dei cereali ; se non ché essa non era tenuta 
in alcuna considerazione. E persino nel mezzodì, più incivIKto, 
il condurre r aratro era ancora considerato come cosa indecen- 
te per un Colto libero. In maggiore conto era tenuta dai 
Celti la pastorizia, per la quale ì possidenti romani di quest'e- 
poca si servivano di preferenza tanto delle razze celtiche quanto 
dei valorosi schiavi celtici esperti nel cavalcare e nel governare 
il bestiame l^'^rte di allevare il bestiame prevaleva partico- 
larmente nelle Provincie celtiche settentrionali. La Bretagna era 
ai tempi di Cesare un paese povero di cereali. Al Nord-est par- 
tendo dal seno delle Ardenne estendevansl folte foreste dal ma- 
re del Nord quasi senza interruzione sino al Reno , e sui ter^ 

ammettendo che essi erano stati alno d* allora respinti dalla riva destra del 

Reno, si può valutare a circa 300 Icirhf? quadrato il loro territorio. Xon pos- 
siamo giudicare se vi fo';^ to ronipresi i servi, poictiè non sappiamo quale 
forma avesse preso la sciiavitu presso i CelU ; ciò che Cesare i, 4 djce degli 
schiavi, dei servi e dei debitori di Ocgelorico fa supporre che vi fossero com- 
presi anaichè nò. — Ogni assennato lettore non vorrà del resto disconoscere» 
sé assolotamente rigettare il priocipio, che ogni tentativo di supplire con com- 
binazioni ^ìie hisì fifih "Statistica, ciò che an^^ì tutto imnea DeMa atoiia an* 
tica, devr -v^-' ri' ai oettato oon una giUbU precauzjona 

(*) Scrolji ili Vairone de r. r. 1, 7, 8 cosi racconta: « Ailorcliè io couian- 
» dava neUa OaUia oltre le Alpi nel paese interno sul Reno ho visitato alcuni 
» tratti, dove non alligna nè la vite, nè r ultro , nS 1* albero fruttifero , dove 
» s* iniTrassa il terreno colla creta minerale bianca, dove non liavvi nò sale 
» minerale uè mariao^ ma invece di sale si usa il carbone salino di certi 
legoaaii bruciati «.Questa narrazione si riferisce verosimiiineate ai tempi pri- 
ma di Cesare e alle parti orientali dell'antica provincia, come a cagion d'e- 
sempio al paese degli AUobrogi ; pift tardi descrive PUnlo dettagliatamente 
(h. ri. 17, 6, 43) il modo gallo-britannico di concimare colla marna. 

(") « Tn T(i!ia poi lavori di rampa^^na riescono particolarmente 1 buoi della 
Galiia, nietitre iiueiii delia Liguria uou valgono gran cbè * (Varronc de r. r. 
2, 5, 9). Qui si tratta, a dir vero, della Gallia Cisa|piii9 ; ma l'arte di allevare 
edà U bestiame ai riporta senza dabMo air epoca celllea. Persino Plauto 
(itili, a, a, Si) parla dei < bidetti gallici» {Gallici cantera). « Non ogni rana 
conviene p'^r in p:ì«lori7,ia; non ft conveniente n^» la razza dei Hasluli . nè 
quella dei Turduli (ambedue nell' Andalusia); le migliori sono quelle d' i Celti» 
particolarmente per le bestie da sella e da soma ( mmenta ) *. (Varronc cU i\ 
r. t, IO, 4). 



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208 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VII, 

ritorii oggidì si fiorenti delle Fiaudre e della Lorena pascevano 
allora i pastori menapii e treverii negli impenetrabili querceti 
i loro semi-selvaggi majali. Appunto come i Roninni nella valle 
Padana sostituirono air ingrasso dei suini il prodotto della lana 
e la coltura dei cereali, cosi V allevamento delle pecore e 1* a- 
gricoUura nei piani della Schelda e della Mosa debbono riman- 
darsi ai tempi dei Romani. Nella Bretagna p('i non era nemmeno 
ancora in uso la trebbiatura del grano e nei tratti più setten- 
trionali non v'era più traccia di agricoltura, e il suolo serviva 
intieramente ad allevare bestiame. La coltivaziune dell' ulivo e 
della vite, si proficua ai Massalioti, non si estendeva ai tempi 

Vita di Cesare oltre le Ceveime. — I Galli inclinavano naturalmente 
ne^a'* vivere in comunione ; vi erano dappertutto dei villaggi non mu- 

Sè rati, il solo cantone elveljro ne contava nelTanno 60(5 quattro- 
cento, oltre una quantità di fattorie i'^olate. Ma non v' era nem- 
meno difetto di città murate; le mura colla ossatura di travi 
destavano le meraviglie dei Honiani tanto per la loro opporlu- 
uità quanto per la bella intrecciatnra delle travi e delle pietre, 
mentre persino nelle città degli Allobrogi gli edifici erano tatti 
dì legno. Gli Elvezii avevano dodici cotali città ed altrettante ne 
avevano i Suessoni ; nei distretti più settentrionali per contro , 
a eagione d'esempio presso i Nerviì,vi erano pure delie città, ma 
la popolazione in tempo di guerra anziché dietro le mura cer- 
cava riparo pinttosto nelle paludi e nei boschive oltre il Tamigi 
in luogo di città formavano generalmente la primitiva ditesa le 
trincee formate coir abbattimento di alberi nelle foreste^ e que- 
ste erano in tempi di guerra gli unici asili per gli uomini e pel 
Traffico, bestiame. Collo sviluppo relativamente ragguardevole della vita 
cittadinesca va strettamente associata Fattività commerciale per 
mare e per terra. Dappertutto erano strade e ponti. La naviga- 
zione fluviale, cui invitavano naturalmente i fiumi Bedano » la 
6aronna,la Lolra e la Senna, era ragguardevole e prodattiva. 
Ma ancora più rimarchevole è la navigazione marina dei Celli. 
I Celti non soltanto sono, secondo tutte le apparenze, la nazione 
che prima percorse regolarmente 11 mare Atlantico, ma noi 
troviamo presso di loro anche Tarla della costruzione navale e 
quella del pilotaggio giunte ad un ragguardevole grado di per- 
fezione. La navigazione dei popoli del Mediterraneo, come ben 
si comprende dalla condizione delle acque da essi percorse , é 
rimasta relativamente per lungo tempo stazionaria e limitata al 
remo : le navi da guerra dei Fenieit, degli Elioni e dei Romani 
fbrono in tatti 1 tempi galere a remi, alle quali si aggiungeva 



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ASSOGGETTAMENTO PELI.' OCCIDENTt. 200 

In vrla solo come inciilontalc rinforzo dei remi: soll;inlo lo navi 
commerciali furono all'epoca (loirnntirn riviltà sviluppata vere * 
navi a vela (*). 1 Galli per contro si servivano ai i( inj)i (Vi Ce- 
sare e mollo tempo dopo nf^l Canaio <li una sporic *li battolli 
portatili costrutti di cuojo. i quali pare siano slati in sostanza 
Lattelli comuni a remi: ma sulla costa occidentale della daliia 
i Santoni, i Piltoni o anzi tutto i Veneti si servivano di grosso 
navi costruite bensi rozzamente, ma che però non erano mosse 
a forza di remi, sibbene di vele fatto di pelli e fornite di ancore 
con catene di ferro; codeste navi non erano da essi usate solo 
pel loro traflìco colla Bretagnat ma ancora per i combattimenti 
navali. Qui dunque noi troviamo per la prima volta non solo 
la navigazione esercitata liberamente snir Oceano, ma prima* 
mente la nave a vela sostituita ai batteliia remi — progresso, 
di cui la cadente attività del vecchio moiKÌo non seppe profittare 
e di cui soltanto la nostra ringiovanita civiltà é intenta a trarre 
sempre maggiore partito. — Considerato questo regolare trafGco (^^m 
marittimo tra la costiera britannica e la gallica si chiariscono ^^^^^^ 
le ìntime relazioni politiche fra gli abitatori dei due litorali del 
Canale non meno che V incremento del commercio trasmarìno e 
della pesca; erano 1 Celti, particolarmente quei della Bretagna, 
che andavano in Inghilterra a comperare lo stagno proveniente 
dalle miniere di Gornovaglia e lo trasportavano sui fiumi e sulle 
strade del paese Celtico a Narbona ed a Massalia. asserzione 
che ai tempi di Cesare esistessero delle popolazioni alla foce del 
Reno che vivessero della pesca e di uova di uccelli, può trovare 
una spiegazione nel fatto, che in codesto paese si esercitava in 
un grado eminente la pesca e la raccolta delle uova degli ne* 
celli marini. Raccogliendo gli scarsi dati, che ci sono rimasti sul 
eommercie e sul traffico celtico, e col pensiero completandoli, 
si comprende, come i dazii dei porti fluviali e marittimi avessero 
una importanza cosi grande nei bilanci di alcuni cantoni, come 
a cagione d'esempio io quelli degli Edui e dei Veneti, e come 
il nume principale della nazione fosse da essa considerato qual 
protettore delle vie e del commercio e nel tempo istesso inven- 

(1) Onde 11 nome di vascello mereantlle o < vascello tondo • a confronto 
del t Taseello lungo ■ o vascello da guerra, e il contrapposto simile delle 
• navi a remi » {imieami w;) p dei < vascelli mercantili » (oXxV^tf. Dione 3, 41) 
inoltn? Io srar?:o f»r[nipn<rì:jio dei vascelli comm^rri.nli, elio sul più grande non 
oltrepassava i 2(K) uomini (Rhein. Mus. N. F. ii, Oi5). mentre su una comune 
galera a tre ponti occorrevano 170 reuialori (Y«il. 1. P. II. p. W). C^JiKr. ilc»- 

veis Pbòn. 2, ;j, 167 e wjg. 

storia Jtomona. Voi 111. 14 



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210 LIURO QUINTO, CAPITOLO VII. 

Iidu8tria;tore deli' indoslria. L' indu^iria ccl'i'^a non può per roiìse« 
guoriza essere sluta intieramente nulla ; Cesare stesso non ha 
mancato di encomiare li straordinaria sv M tozza dei C'olii e la spe- 
ciale loro destrezza neir inventare qualsiasi modello e neir ese- 
guire qualsiasi lavoro. Pare però che nella massima parte dei 
rami la loro industria non abbia oltrepassalo i limiti comuni; la 
fabbricazione di pannilini e di stotTe di lana , che venne poscia 
in fiore nella Galli a media e settentrionale, vi fa introdotta pro- 
vatamente soltanto dai Romani. Una eccezione, ed é per quanto 
ci consta la sola, ne faceva il lavoro dei metalli. Le suppel- 
lettili di rame artisticamente lavorate e tuttavia duttili, che ri 
trovano ancora noi sepolcri del paese celtico, e le monete d^oro 
doirAlvernia accuratamente coniate sono ancora oggidì altret- 
tante prove deir abilità dei battirame e degli orefici celti e con 
questo combinano i racconti degli antichi, che i Romani appre- 
sero dai Biturigi Parte di stagnare e dagli Alesini quella i- 
nargenlare — scoperte che furono fatte verosimilmente ancora 
nei tempi della indipendenza celtica, e la prima delle quali ve- 

Xiniere. niva naturalmente suggerita da) commercio dello stagno. Colla 
destrezza della lavorazione procedeva di pari passo V arte del- 
l' escavazione dei metalli. L*arte del minatore, particolarmente 
nelle miniere di ferro in riva alla Loira, era portata a tal grado, 
che i minatori avevano una parte importante negli assedi! delle 
fortezze. opinione che avevjjino i Romani di questi tempi, che 
la Gallia fosse il paese più abbondante d^ oro del mondo, è cer- 
tamente contraddetta dalle notorie condizioni del suolo e dagli 
oggetti trovati nei sepolcri celti, in cui Toro è ben scarso e di 
gran lung i più scarso che fra gli oggoUi ritrovati nei veri paesi 
deiroro ; anche codesta opinione avrà avuto origine dai racconti, 
senza dubbio molto esagerali, fatti dai viaggiatori greci edai soldati 
romani ai rispeltivi loro compatriotli sulla raagniflcenza dei re 
dcU'Alvernia (Voi. II. p. loO) e sui tesori dei templi di Tolosa 
(Voi. II. p. I(ì2\ Se non che quanto essi narrarono non era tutt i 
invenzione. E anzi ass ii credibile, che ne'tempi più l> irii:iri o roi- 
TaiiKo degli «rliiayi si fossero islit iile con profillo e su gr inde 
scah delle pesche di paiuolc d'oro nei fiumi, che sgorgano dalle 
. Alpi e dù Pirenei, imprese che ogi^'idi in grazia del costo della 
mano d'opera no:i . tirivcngono; del resto le condizioni commer- 
ciali della Gallia. «'iHii ' avviene non di rado presso i popoli se- 
mi-inciviliti, avranno fivorilo 1 :irciim:ilamoulo di un capitale 
A'ti morto in metalli nol-iii. — 1' rimnrchovolo la bnssa condizione 

e scienxc. jgjp ^pjl plasliclie,iche appare lanlo più evidente coi confronto 



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ASSOGGETTAMENTO DEIJ/ OCCIDENTE. 211 

della loro doslrez7.:i mercanica nella lavorazione dei metalii. La 
prcdilozione per gli ornamenti variopinti e brillanti prova il di- 
fetto di senso artistico, e le monete galliche colle loro impronte 
ideate ora più che semplicemente, ora bizsarramente , sempre 
però puerilmente e quasi senza eccezione eseguite con incom- 
parabile rozzezza, ne fanno nna triste conferma. Non v'ha forse 
esempio, che una offìcina esercitata da secoli con una certa de- 
strezza tecnica si sia limitata a copiare sempre più sOgurata- 
mcnto (lue o tre impronte (greche. Per contro V arte poetica era 
dai Celti tenuta in grande stima e s'innestava intimamente alle 
istitozioni religiose e persino alle politiche della nazione; noi 
troviamo in fiore tanto la poesia ecclesiastica quanto la poesìa 
cortigiana e quella dei cantori girovaghi (Yol. II. p. 150). Anche le 
scienze naturali e la filosofia erano in certo qual modo coltivate 
dai Celli, sebbene nelle forme e coi vincoli della teologia na- 
zionale e r umanismo ellenico trovava bnona accoglienza dove 
e nel modo che vi si insinuava. La scrittura era conosciuta ge* 
neratmente per lo meno dai sacerdoti. Nella Gallia libera ai tempi 
di Cesare si servivano per lo più dei caratteri greci , come, fra 
gli altri, facevano gli Elvezii; soltanto nei distretti più meridie- . 
nati erano sino d'allora, in grazia dei rapporti coi Celti roma- 
nizzati, prevalenti i caratteri latini, che noi troviamo p. e. sulle 
monete alverniche di questi tempi. 

Anche lo sviluppo politico della nazione celtica ci offre dei ordina* 
fenomeni rimarchevoli. La costituzione politica si fonda presso ^f^^^ 
la medesima come dappertutto sulla tribù, col principe, col con- 
siglio dei seniori e la comunità degli uomini liberi atti alle armi ; 
ma ciò che codesta nazione ha di caratteristico si é , che essa 
non nsci mai da questa costituzione distrettuale. Presso i Greci c^ta- 
e presso i Romani fu ben presto posta la cerchia della città 
come base dell' unità politica in sostituzione del distretto: dove tnaie. 
trovaransl dne distretti entro la stessa cerchia essi si fondevano 
in nn cornane; dove una borghesia assegnava ad una. parte de* 
suoi concittadini una nuova cerchia si formava solitamente anche 
un nuovo Stato, unito alla città madre soltanto pei vincoli della 
riverenza, o tatt*al più della clientela. Presso i Celti air incon- 
tro la < borghesia > rimane sempre il distretto: Il prìncipe ed 
il consiglio stanno a capo non di una qualche città, ma del di- 
stretto, e l'assemblea generale del distretto è T ultima istanza 
nello Stato. La città, corno in Oriente, non ha politicamente al- 
cuna importanza, ma solo pel commercio o per molivi strategici , 
per cui le località dei Galli, e persino quelle murate e ragguar- 



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212 LIBRO QUIKTO, CAPITOLO VJL 

devolissime, corno Vienna e Ginevra, non erano dai Greci e dai 
Romani ni trini cu li considerale rlie coint* villaggi. Ai tempi di 
Cesare esisteva V originaria rosliluzionc dislrelluale nnrora es- 
senzialmente in'.alia presso i Celli delle isole e dei dislreUi set- 
tentrionali dclUi lorraferma: T assemblea generale aveva la su- 
prema autorità: nelle qui.siioni di gran moiiicnfo il principe era 
Tìncolalo dalle risoluzioni della medesima ; il consiglio del di* 
stretto era numeroso — in al ( uni luoghi ammontava sino a se^ 
cento membri — . p;:re però che esso non avesse maggiore im- 
portanza che il Senato sotto i re dei Romani, Nelle \nn svegliate 
Provincie del mezzodì per contro, una o due generazitmi piima 
di Cesare — poiché a' suoi tempi erano ancora in vita i figli 
degli ultimi re — era nata una rivoluzione per lo meno nei di- 
stretti più ragguardevoli n< .qli Alvergnali, Edui, Sequani, Elvezj, 
la quale tolse di mezzo il dnniinio dei re c diede il potere in 
Sviluppo mano alla nobiltà. A formare il rovescio dell'or ora accennata 
jjj^gjjjcompleta mancanza di comuni iii luni pr sso i Celli, il polo con- 
trario dello sviluppo politico, cioè la cavalleria, prevaleva nella 
costituzione distrettuale dei Celti in modo assoluto. A quanto 
pare T aristocrazia celtica era ifti'iili i nobiltà, formala forse per 
la massima pai te di membri delie famiglie loali o già reali -, é 
egualmente notabile, come assai sovente i capi dei parliti opposti 
nello stesso distretto appartenessero alla stessa dinastia. Queste 
grandi famìglie riunivano ne!!*- loro mani la supremazìa econo- 
mica, guerresca e politica. Esse facevano monopolio degli ap- 
palti dei diritti usufruitati dallo Stato. Esse obbligavano i liberi 
di bassa condizione, oppressi dalle imposto, a rivolgersi ad esse 
per avere delle so\Tenzionì. divenendo quindi prima loro debi- 
tori di fatto, poi loro so; vi .!i diritto. Esse introdussero la comi- 
tiva, ri<M> il diri Ilo dotla uobiluì di contornarsi con un numero 
di assoldati a cavallo, i cosi detti Ambatii ('), formando per tal 



(*) Oii.'^iit vocaliolo siii,olaro dev'essere -l 't • in ti«n i>rf'ssrt j r.rlli stanziati 
nelli ^ alll' l'ailrma sin»» «lai m'>Io secolo di Koma; i> lii In- Kiiiiio lo conosco e 
solo da cptf^'sla parie può os.sere si presto porvenulo agli italici. Ma esso non 
è soltanto celtico, è anche tedesco, la radice del tedesco « Amt »; cosi è go< 
miine ai Celti ed ai TcdescUi la comitiva stessa. Sarebbe di grande impor' 
taiiza storica il poter >tal)ilire. se il vocaliolo, e ([uindi anclie la cosa, sia por- 
veiìMla ai Celli tl;ii Tc(l''sclii o sia passito da qne.sli a ipielli. Se. come ro- 
inuncmcnto si ritiene , la parola ó ori;,'inaria tedesca e indica principal- 
mente li servo che In battaglia sta « dietro la schiena * del padrone (and = a 
verso» dietro, bak a schiena), ciò non sarebbe assolutamente incomblnablle ciil- 
rapfiarizione singolarmente precoce di qiu^ta parola presso ICclti.Seeondo tutte 



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ASSOGGETTAMENTO DELL* OCCIDENTE. Si3 

modo uno Stato oello Stalo, e facendo assegnamento, su quo» 
8ti loro addetti bravavano le antorità legalmente costituite e 
le milisie del comune mettendo di fatto in iseompìglio 11 comune 
stesso. Se in un distretto , nel quale si contano circa 80,000 ^jj^^JJ^"* 
uomini capaci di portar armi, un solo nobile poteva presentarsideu* antica 
alla dieta con 10,000 assoldati senza contare i servi ed i de- * ^lo'nu 
bitori, gli é evidente, che quegli era meglio un dinasta indipen* «lisirei- 
dente che un cittadino del suo distretto. Arrogo, che le fami* 
glie distinte dei diversi distretti erano tra loro intimamente legate 
e che col mezzo di matrimoni e di particolari trattati formavano 
quasi una lega compattala fronte della quale il distretto isolato 
non aveva alcuna forza. Perciò i comuni non potevano mante- 
Bere la pace intema e valeva generalmente il diritto del più 
forte. Le sole persone addette trovavano ancora protezione presso 
il loro padrone , obbligato dal dovere e dallMnteresse a punire 
i torti fatti a'suoi clienti; i liberi non potevano aspettarsi prote- 
zione dal governo, il quale non avea alcuna forza, motivo per 
cui essi si davano in gran copia in servilù ai potenti. L'as- Abolizione 
semblea distrettuale perdette la sua importanza politica; e cosi re ime. 
il sovrano, il quale avrebbe dovuto impedire ljIì eccessi della no- 
bilt i. soggiacque a questa presso i ClIiì non meno cbe nel La- 
iiu. Al posto del re venne t l'uomo della legge », giusdicente o Fer- 
ie analogie il diritto di tenero Ambatti, cioè 9oSUi v\&it»voi% non può essere 
stato concesso da bel principio alla nobiltà celtica, ma si sarà sviluppato a 
poco a poco ili opposizione all^i più antica autorità regate e air eguaglianza 
dei liberi di qualsiasi rango. Se quindi gli Anibalti non sono pressa i Celti una 
antica istituzion** n»izionak\ mn una istitu/ionc rrlntìN ;ìmenttì recente, cosi gli 
è, in consiiit-razione dei rapporti die esistevano da secoli tra i Celli ed i Te- 
deschi e che si potrebbero ampiamente sviluppare, non solo possibile, ma 
penino verosimile, cbe i Celti in Italia e nella GalUa prendessero a soldo 
particotarinente Tedesctii pel detto servigio. Gli < Svizzeri > ') sarebbero quìn* 
di in questo caso alcune migliaja d' anni più antìcbi di quello r'n' si ( i imI.'. — 
Se il nome, c tn cui i Komani . fors » ad iinila^^jone del Celti , designano la 
nazione dei Tedesctii, cioè quello di Germani, fosse proprio di origine celtica 
(YoL I. P. 11. p. 75 nota), ciò combinerebbe perfettamente con quanto sì dis> 
se. — duesle supposizioni saranno certo di nessun valoce se riesce di spie- 
gare In modo più S0ddisfacenk3 da una radice celtica la parola ambtu ltts : 
Zpuss p. e. ii}rt'in;v. p. 7r»l) la farcbht! derivare, diiljl)i't>,'iiiii ni ' [icrò, da 
(nubi =: irt giro r '//v nd fiocrc = m'ivesite in piro o ìiio>jo in ^'iro. (juiiidi 
accompagnatore, servitore. Che la detta parola si trovi ancbe come nome 
proprio callleo < Zeuss p. 69 ) e si sia conservata fors* anche nel cambrico 
amoilh equivalente a paesano, lavoratore (Zeuss p. 179) non può far decidere 
la cosa ne in «a senso ne iietr altro. , ' 
*) Quale sinonimo di soldati mercenarii. (SmIh del TradJ, 



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t 



214 LIBRO QUIUTO, GÀPITOJUO Vii. 

ffobrgtus (% il quale, come il console romano, era nominato per 
un anno. Per quanto il distretto si tenesse ancora unito , esso er» 
retto dal suo consiglio, nel quale naturalmente ì capi deir arìstO' 
crazia avevano la preponderanza. Non occorre di dire, come In 
queste condizioni nei singoli distretti dominasse un fermento si- 
mile a quello che aveva dominato per secoli nel Lazio dopo Te- 
spulsione dei re : mentre i nobili dei diversi distretti si univano 
in una lega separata nemica al potere del comune, il popolo non 
cessava di chiedere la restaurazione della monarchia e non di 
rado qualche distinto qobil uomo, come Spurio Cassio aveva fatto 
a Roma,tentava di infrangere coll%appoggio della massa degli abi- 
tanti del distretto la forza della sua casta e di riporre a proprio 
Sforzi vantaggio la corona ne^ suoi diritti. — Se per tal modo i singoli 
eonse^tiredistretti andavano irremissibilmente deperendo, sorgeva invece 
Daziunale. po^^^i^^ ^^^^^ nazione il sentimento deir unità tentandosi in di- 
versi modi di darle forma e consistenza. Gli è bensì vero, che 
quelle associazioni di tutta la nobiltà celtica in opposizione alle 
comunità de^ distretti mettevano in iscompiglio r esìstente ordine 
delle cose, ma esse risvegliavano e alimentavano perd in pari 
tempo IMdea dell* unione nazionale. A ciò slesso contrìboivano 
gli attacchi diretti dagli stranieri contro la nazione e la 
continua diminuzione del suo territorio nelle guerre coi vicini 
Come gli Elleni nelle guerre contro i Persiani e gli Italici 
nelle guerre contro i Celli , cosi parve che anche i Galli tran- 
salpini nelle guerre contro Roma siansi falli accorti deiresìstenza 
e della potenza dell'unità nazionale. In mezzo alle dissensioni 
dei distrelli tra loro rivali e a lutto codesto broglio feudale 
si fece perù sentire la voce di coloro, rhe erano pronti a sa- 
crificare per r indipendenza della nazione l" indipcuilenza dei sin- 
goli distretti e persino T indipendenza cavalleresna. Come fosse 
dappertutto pupolare Topposizione al dominio straniero lo pro- 
varono le guerre di Cesare, contro il quale i palriolli celli si 
erano pronunciati npramlo come i palriolli ledeschi contro Na- 
poleone: una prova tk Ua sua estensione e della sua organizza- 
zione ne è la celerità teipgrafica, colia quale essa trasnicttevasi 
Unione le notizie. — 1/ universalità e la pulenza del sentimento nazio- 
''^'^delia^* naie dei Celli sarebbero inesplicabili, se essi nel massimo sper- 
uaziaau. peramento politico non fossero stali da lungo tempo uniti ad un 

(') Dal!n parole celticbo gtterg — colui che opera ( Wirker) e brtth — giù- 
diziu {Gerichl). 



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AS80GGETTAIIENT0 DELL^ OCCIDEKTE. 2i5 

centro comune coi vìncoli della religione e perfino della teolo- 
l^z. Il sacerdozio ceUico, o^ col nome indigeno, la corporazione 
dei Druidi, abbracciava certamente le isole britanniche e tutta la 
Gallia, e fora' anche altri paesi celtici con un comune vincolo 
religioso-nazionale. Essa era retta da un proprio superiore» che 
1 sacerdoti stessi si eleggevano; aveva le proprie scuole, nelle 
quali si propagava la amplissima tradizione; aveva ì proprj pri- 
vilegi, precipuamente Tesonerazione dalle imposte e dal servizio 
militare, cho ogni distretto rispettava; teneva annuali concili! , 
che si raccoglievano presso Chartres nel c centro della ter- 
ra celtica », e anzi tutto un* assemblea di credenti che non 
la cedeva per nulla nella molesta pietà e nella cieca ubbi- 
dienza verso i suoi sacerdoti agli Irlandesi dei giorni nostri. Non 
deve sorprendere, che un siffatto sacerdozio tentasse di usurpare 
anche il potere temporale, come difatti in parte V usurpò : esso 
dirigeva, dove esisteva una monarchia annuale, le elezioni nel 
caso d^un interregno; esso si arrogò con successo il diritto di 
escludere singoli individui e intieri comuni dalla comunità reli- 
giosa e conseguentemente anche dalla comunità civile; esso sep- 
pe trarre a sé i più importanti affari civili , particolarmente ì 
processi per confini ed eredità; appoggiato « come pare, al suo 
diritto di escludere dal comune e fora* anche airàbitudine del 
paese dì scegliere pei sacrifici umani di preferenza i delinquenti, 
esso diede sviluppo ad una estesa giurisdizione criminale sacer* 
dotale, che faceva concorrenza a quella dei re e dei vergobreti ; 
esso si arrogò persino il diritto di decidere della pace e della 
guerra. Era quasi uno Stato pontiOcio col papa e coi concìlil, 
con immunità, interdetti e censure ecclesiastiche; colla diversità 
però, che questo Stato ecclesiastico non si staccava, come quello 
de' giorni nostri, dalla nazione, ma era anzi tutto nazionale. — 
Se per tal modo fra le tribù celtiche si era destato con pieno vi-Mìinf «i si 
gore il sentimento delPunità, non era però ancora dato alla na- confi'ai z 
zione di avere un punto fisso di politica centralizzazione, come ziziono 
Tebbe Tltalia nella borghesia romana, come lo trovarono gli Elioni p^'*^^^*^- 
ed i Germani nei re macedoni e franchi. Sebbene il sacerdozio e la 
nobiltà del Celti tenessero legata e rappresentassero in un certo 
senso la nazione, quei due corpi erano però da un lato in grazia 
dei loro particolari interessi di casta incapaci di unificarla, dall'altro 
lato abbastanza forti per non permettere una siffatta unificazione ad 
alcun re 0 ad alcun disiretto. Non si difettò di tentativi ; c.^si mi* Leghe 
ravano, come portava la costituzione distreltuak*. al sistema del- 'tuaul 
Pogemonia. Il cantone più polente spingeva il più debole ad as* 



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216 LIBRO QUIKTO, CAPITOLO TU. 

soggeltarglisi in modo, che il cantone dirigente rappresentasse 
l'altro alTeslero e stipulasse per esso i trattali pubblici ; il can- 
tone cliente per contro si Dlihligava a somministrare un contin- 
gente ed anche a pn.^ nT un tributo. In questo modo sorsero mol- 
tissime le?he sepai .iie. ma non v'era un cantone che dirigesse 
tutto il pae<e celtico e mancava assolutanieiilc un legame, per de- 
bole che fosse, di tnltn l:i nazione. Abbiamo già osservato (Voi. II, 
p. V'ìO). come i Uomaiii noi pi-inionlii delle loi'o con(7uiste tran- 
salpine trovassero a selleiitrioiie una leiia brit,inno-l>elfra sotto la 
direzione dei Suessuni, nella (i;illia media e meritìionale la con- 
feth r.izione degli Alvcrguali, colla quale gli Edui rivaleggiavano 
La lega colla più debole loro rlientela. Ai tempi di Cesare troviamo i 
^w^I^a. jjpigj jjj.j li,.] li, (ìaiiia tra la Senna ed il Ht-no ancora 

in una siffatta lega, che perù, come pare, non si estendeva più 
Distretti nlla Bretagna; accanto ad essi troviamo nelPattuale Normandia e 
maritUnij. Krel.i|-rna la lega dei distretti armorici, cioè dei distretti ma- 
La lega riliii»i; ii*3lla Gallia me<lia, ossia (ìallia propriamente detta, con- 
GaUia ^^'^^'^^•^'^^ <:ome una volta due partili per re;.'einonia, alla lesta 
iinNita. delTuno stavano irli Kdui, alla testa deiraliro i Sequani dopo che 
gli Alvergnati, in Icìiolili dalle -inerre ron Homo, si erano ritirati 
Queste diverse leghe vivevano indiiien UMili Tuna a canto delPal- 
tra: pare che i cantoni dominanti della (Ìallia media non abbiano 
mai esteso la loro rlienlela sulla parte nord-est della Gallia e 
Cinit'Te noninitMKi sriiauu'nle sulla parte uord-ovpst. L'impulso unitario 

Ìiuesje tlella iKi/.inn^ Irovò in queste leghe un certo nppaì^amento , ma 
eghc. e«;j,(3 erano sotto ogni rapporto insufilcienti. 11 legame era lut- 
faltro che solido, e sempre vacillante tra Falleanza e Tege- 
monia, la rappresentanza dcU'unioìie era in tempo di pace in 
gr.izia delle diete, in tempo di guerra in grazia del dure (Ht- 
zoq) (') estremamente del)ole. La sola confederazione belerà pare 
sia stata alquanto solida; lo slancio nazionale, onde avvenne la 
felice difesa dai Cimbri (voi. Il, p. iG8), le avrà giovato. Le ri- 
valità per rcgemonia facevano una breccia in ogni singola leira, 
che il tempo non solo non chiudeva, ma anzi allargava, poiché 
persino la vittoria del rivale non toglieva alPavversario resistenza 
politica, per cui, quand'anche si fosse adattato alla clientela, gli 
era sempre possibile di rinnovare la lotta più tardi. La lotta dei 
distretti più potenti non solo cagionava la divisione fra essi, ma 



(') Quale fosse la posizione di un simile comandanfa federale a fronte dd* 
l'esercito, lo prova l' accusa di alto tradimento elevata contro Vercingetorig» 
(Ccs. ò. g, 7. SO). 



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A8S06GBTTAMBRT0 BBLL* OCCIDENTE. 217 

la metteva in ogni distretto Yassallo, in ogni yìllaggio e non di 
rado in ogni casa , mentre ognuno in particolare prendeva quel 
partito che gli suggerivano le personali sue condisioni. Come 
FEIIade si logorò non tanto nella lotta d^ Atene contro Sparta, 
quanto neHe inteme dissensioni delle fazioni ateniesi e lacede- 
moni In ogni comune vassallo ed in Atene stessa , cosi la riva* 
lltà degM AlvergnatI e d^li Edui ha distrutto ii popolo celtico 
ripetendosi airinflnito in circoli sempre pid ristrettì. 

La parte armigera della nazione sentiva il contraccolpo di que- Esereìto 
ste condizioni politiche e sociali. La cavalleria era assolutamente 
l'arma preponderante; a questa a^ginngansi presso i Belgi, e piùCavilIerit, 
ancora nelli isole britanniche gli aiUiciii carri falcati nazionali, 
recati a singolare perfezione. Oneste schiere, non meno valenti 
che numerose di armati comballenti a cavallo e sui carri falcati, 
sì componevano dei uohili e decloro vassalli. I nobili da veri ca- 
valieri ponevano il loro sfarzo in cani ed in cavalli spendendo 
somme ragguardevoli neiracquisto di nobili corsieri di razza stra- 
niera. Merita di essere rimarcato quanto allo spirito ed al modo 
di combattere di codesti nobili, che ogni qual volta erano chia- 
mati sotto le armi, tutti coloro che potevano stare in sella, non 
esclusi i più vecchi, montavano a cavallo, e che, in procinto di 
principiare una lotta con un nemico tenuto in basso concetto , 
giuravano dì non voler più ritornare ai patrj focolari «e h loro 
schiera non fo^se {ìa?s:ita :ilmpiin due volte attraverso la linea 
nemica. Fra le truppe merri nario prevaleva una specie di lan- 
zichenecchi con tutta r immorale indifìerenza per la propria e 
per Taltrui vita, caratteristico di questo genere di milizia. Ciò risulla 
dai racconti, per quanto essi rechino l'impronta favolosa, del co- 
stume dei Celti di tirare di scherma per ischerzo e di roiiihiìt- 
tere, all'uopo, all'ultimo sangue durante i pranzi, e l'uso di ven- 
dersi per una somma fissa o per un numero di fusti di vino — 
ciò cb^ .superava in barbarie persino i combattimenii dei gladia- 
tori romani — onde far.si ammazzare, e stesi sullo scudo ricevere 
spontanei il colpo mortale al cospetto del pubblico. — In con- Fanteria, 
fronto dì codesti cavalieri, la fanteria aveva un'importanza secon- 
daria. Essa rassomigliava nella essenza ancora alle schiere celti- 
che« colle quali i Romani avevano combattuto in Italia e in Ispa- 
gna. Ck)me allora, cosi adesso, era 11 grande scudo la loro princi- 
pale difesa; fra le armi primeggiava ora in luogo della spada una 
lunga Iancia.Dove facevano la guerra parecchi distretti alleati,cia- 
senno si accampava e combatteva naturalmente contro un altro; 
non si trova traccia» che il contingente dei singolo distretto fosse 



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218 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VIL 

ordinato mililarmcnle e cho secondo la tattica se ne formas- 
seru delle più piccole e più regolari divisioni. L'esercito celtico 
era ancora sempre seguito da una lunga fila di carri, rhe tra- 
sportavano il bagaglio; invece del campo trincerato, come lo po- 
nevano tutte lo sere i Romani, serviva ancora sempre il meschi- 
no surrogato di fortificarlo coi carri. Di alcuni cantoni, come a 
cagion d'esempio di quello dei Nerviì, si encomia per ecceziODe 
la bravura della loro fauieria; è singolare però, che appunto que- 
sti non avessero cavalleria; forse la loro non era tampoco una 
tribù tedesca immigrata. In generale la fanteria celtica di questo 
tempo sembia piuttosto una leva in massa imbelle e pesante, e 
principalmente nelle Provincie più meridionali, dove colla roz- 
zezza era scomparso anche il valore. Ccs;in? dice, che il Celta sul 
campo di battaglia non osa star di fronte al Germano: p que- 
sto generale romano giudicava ancora più severamente la fante- 
teria celtica dicendo, che, dopo d'avere imparato a conoscerla 
nella sua prima campagna, egli non se n'era più servilo insieme 
colla romana. 

Svjtujppu Se gettiamo uno sguardo sulla condizione generale dei Celti , 
civittA come Cesare la ti'ovù nelle Provincie transalpine, non possiamo a 
celtica, meno di riconoscere un progresso nella loro civiltà paragonata 
col grado di coltura, in cui noi li trovammo nella valle Padana 
un secolo e mezzo prima. Allora prevaleva negli eserciti gene- 
ralmente la milizia che nel suo modo era eccellente (Voi. I. p. I. 
p. 332); ora occupa il primo posto la cavalleria. Allora i Celti 
abitavano in borgate aperte^ ora le loro località sono cinte di 
ben costrutte mura. Anche gli oggetti ritrovali nelle tombe lom- 
barde, particolarmente le suppellellili di rame e di vetro, sono 
molto inferiori a quei del paese celtico settentrionale. Forse il 
più giusto misuratore del progresso della civiltà è il sentimento 
unitario della nazione; quanto scarse sono le vestigia di codesto 
sentimento nelle lotte celtiche combattute sul suolo deirodiema 
Lombardia, altrett.into piùvivo si manifesta esso nelle lotte contro 
Cesare. A quei che sembra la nazione celtica era ornai giunta 
air apogeo della civiltà assegnatale e cominciava a decadere al- 
lorquando apparve Cesare. La civiltà dei Celli transalpini ai 
tempi di Cesare olire persino a noi, che non ne siamo che molto 
imperfettamente informati , parecchie preziose e più ancora In- 
teressanti pagine; sotto più d'un rapporto essa si accosta più 
alla civiltà moderna che alla elleno-romana colle sue navi a vela, 
co'suoi cavalieri, colla sua costituzione religiosa e anzi tutto coi 
suoi tentativi, benché imperfetti, di erigere lo Stato non sulla 



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ASSUGGETTAMENTO DELL'OCCIDENTE. S49 

città , ma salta acliialta e, con UDldea più elevata, sulla nazione. 
Ma appunto percliè noi troTiamo qui la nazione celtica giunta 
air apogeo del suo sviluppo, emerge più recisamente la sua 
, ÌQferiorit<^ nelle doti morali, ciò che vale lo stesso, la minore 
suscettibilità di coltura. Essa non fu in grado di formare da sé 
né un^arte nazionale, nè uno Stato nazionale e riuscì tutt'al più 
a formare una teologia nazionale e una propria nobiltà. Il pri- 
sco semplice valore più non rinvenivasi; il coraggio militare ba- 
sato sulla buona morale e sopra convenienti istituzioni, quale si 
manifesta in seguito della progredita civiltà, si era insinuato con 
forme assai meschine soltanto nella classe dei cavalieri. La bar- 
barie propriamente detta era bensì vinta; non erano più i tempi, 
in cui nel paese dei Celti si pffriva al più valoroso degli ospiti 
il miglior pezzo di bue, mentre ogni convitato, \ì quale se ne 
trovasse offeso^ poteva sfidare perciò a singoiar tenzone colui 
che r aveva ricevuto; i tempi, in cui si abbruciavano insieme 
collo ^nto capitano i più fedeli del suo seguito. Tuttavia gli 
olocaasti umani continuavano^ e la legge, che non ammetteva la 
tortora dell'uomo libero, ma permetteva quella della donna li- 
bera 6 dello schiavo, getta una luce sinistra sulla posizione, in 
cui si trovava il sesso femminile presso i Celti anche nel tempo 
della loro civiltà. 1 Celli ivevano perduto i vantaggi, che sono 
proprii delle epoche primitive delle nazioni; ma non avevano 
acquistato quelli che porta seco la civiltà, quando essa informa 
intieramente un popolo. 

Queste erano le condizioni interne della nazione celtica. Ri-Condizioni 
mane ancora a narrare e descrivere le sue relasioui coi vicini, 
quale parte essi assumessero in questo momento nella grande 
gara e lotta delle nazioni, nella quale il conservare si manifesta 
dappertutto ancora più difficile che non V acquistare. Le condi- Celli 
noni dei popoli stanziati ai piedi dei Pirenei erano da lungo n^^i^ 
tempo state ordinate pacificamente ed erano passati di molto i 
tempi, in cui i Celti vi opprimevano la primitiva popolazione 
ibera, cioè basca, e In parte ne la scacciavano. Le valli dei Pi- 
renei e le nfontagne della Bearnia e Guascogna, nonché le steppe 
litorali a mezzodì della Garonna trovavansi ai tempi di Cesare 
in potere incontestato degli Aquilani, un gruppo ragguardevole 
di piccole popolazioni di orìgine iberica con pochi rapporti tra 
loro e meno ancora coir estero; la sola foce della Garonna col* 
P importante porto di Buréiffala (Bordeaux) trovavasi in mano 
di una tribù attiva, quella dei Bilurigi-Vivischi. — Di molto celti 
maggiore importanza erano i rapporti della nazione celtica col RomaoU 



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S90 LIBRO QDINTO, CAPITOLO VU. 

popolo romano e coi Germani. Noi non ripeteremo qui ciò che 
fu già prima narrato , come cioè i Romani avanzandosi len- 
tamente avessero respinto a poco a poco i Celti ^ e si fossero 
finalmente impossessati anche dei litorale tra le Alpi ed iPire-. 
nei e come in cotai modo li avessero escloai intieramente dal- 
l' Italia, dalla Spagna e dal Mediterraneo, dopo che questa ca- 
tastrofe era stata preparata alcuni secoli addietro colla costm- 
locrementozione di una fortezza ellenica alla foce del Rodano; ma questo 
commercioP^^ dobbiamo qui osservare, che non la sola superiorità delle 
RiNDani ^"^^ romane molestava i Celti, ma per lo meno altrettanto quella 
nel della civiltà romana, alla quale avantaggiavano in ultima Istanza 
paese ^^^^^ ^ ragguardevoli princìpi belisi civilizzazione ellenica eaì- 
ceitlco. stenti nel paese dei Celti. E quivi ancora ìspianò , come tanto 
altre volte , il commercio la via alle conquiste. Il Cella , 
come è costume dei Settentrionali^ amava le bibite spiritose; 
ch'egli bevesse vino squisito, come gli Sciti, senza correggerlo 
e ne bevesse sino all' obbriachezza , destava la meraviglia e li 
nausea del sobrio abitatore del mezzodì ; ma il commereianto 
tratta volentieri con simili pratiche. Non andò guarì, che il com- 
mercio del vino col paese celtico divenne una miniera d'oro pel 
commerciante italico; non fu raro il caso, che vi si scambiasse 
uno schiavo con un boccale di vino. Anche altri articoli di lusso, 
a caglon d'esempio cavalli italici, si vendevano con vantaggio 
nel paese celtico. E già si verificava persino il caso, che citta- 
dini romani acquistassero dei fondi oltre i confini romani e li 
coltivassero secondo il sistema italico; cosi è fatta menzione di 
tenute romane nel cantone dei Segusiavi ( presso Lione) circa 
si l'anno 673. Senza dubbio ne fu una conseguenza il trovar che 
facciamo, come abbiamo già notato (Y. p. 211), persino nella Gal* 
lia libera, per esempio presso gli Alvergnati, la lingua romana 
già prima della conquista non ignorata^ benché pochi probabllj 
mente fossero quelli che la conoscessero e anche cogli uomini 
più distìnti del distretto alleato degli Edui si dovesse parlare 
col mezzo degli interpreti. Appunto come i negozianti di acqua* 
vite (•) e gli sqmtters (") iniziarono l' occupazione 'dell' America 

(*) Il signor Cii»wf.>rt lesse una ujeiuuria sui Negri dell' Ani<^rica belleatrio- 
Bale nella seduta dullii Società etnologica di Londra il 12 aprile 1865, in cw 
iceennando aUs religione coti si espresse : • n Negro oecIdeDtaienoniMche 
mi collo SQpersUiitMo per Asbtata e Niboiney, demoni o lesU del male, 
ai qvBli sagrillca di quando in quando vittime umane. > Le libazioni diuraaw 
quei sagrilitU vi soao fotte coli' acquavite. (Y. Diritto 2 mrìggìo inni). 

(Sola del Trnd.J. 

(••) Squallers, parola inglese, vale coloni non autorizzali in paesi •traol*''» 
(V. DisioBario di P1M)» dH TradJ. 



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ASSOGGETTAMENTO DELL" OCCIDENTE. ^' 21 

seltentrionaie, cosi quesii mercaiiU di vino e questi possiUenii 
romani furono i prernisori rie! futuro conqui^statore (iella Gallia. 
Quanto vivaiiionlo fosso soiililo anche dalla parte opposta, 
lo prova il divit^lo em.nialo da una delie più ragguardevoli tribù 
dei paese celtico, quella dei Nervi!, similmente a singoli popo- 
lazioni germaniche, di IrafTicare coi Romani. — Con maggiore Celti 
imiH-to. che non i Romani dal Mediterraneo, si avanzavano dal (jenSaai 
Baltico 0 dal Mare del Nord i dermani, una nuova e vitjorosa 
schiatta, uscita dalla grande culla dei popoli orientali, che con 
nerbo giovanile, sebbene eziandio con rozzezza friovanile facevasi 
posto a canto a' suoi maggiori fratelli. Benché le popolazioni 
attinenti a questa famiglia, che stanziavano vicino al Reno, gli 
Usipeli, i Tenrteri. i Siigambri. gli Ubii avessero incominciato 
a civilizzarsi e per lo meno cessato di cambiare volonlariaraenle 
dimora, tutte le notizie concordano però in ciò, che più ad- 
dentro nel paese T agricoltura era tenuta in poco conto e che 
le singole tribù non vi si erano stabilite di pié fermo. Sotto 
questo rapporto é notevole, come i vicini occidentali di questo 
tempo non sapessero nominare nemmeno uno dei popoli dell'in- 
terna Germania pel nomo del distretto cui apparteneTa^non co- 
noscendoli che sotto la generica designazione di Svevi, cioè di 
Nomadi, gt-nW errante, e di Marcomanni, cio(^ di uomini che 
guardano la frontiera ('),nomi, che ai tempi di Cesare erano dif- 
ficilmente già riguardati come nomi di distretti, benché ai Ro- 
mani paressero tali; e molti lo divenissero più tardi. L'urto pia 
formidabile di questa grande nazione toccò ai Celti. Siamo per- i 
fettamente air oscuro sulle lotte, che i Germani dovettero soste- pedono 
nere coi Celti pel possesso del paese air oriente del Reno. Noi la riva 
troviamo soltanto, che sullo scorcio del settimo secolo di Roma 
ì Celti avevano già perduto tutto il paese sino al Reno; che i Aeoo. 
Boi» i quali avevano avuto stanza in Baviera ed in Boemia (Volt 



<*) Gli SvevI di ùmn tono qulQdl vwosimilnMitle I Catti; ma lo stesao 
nome Ai attribuito senza dubbio ai tempi di Cesare e anche molto tempo 

dopo eziandio ad ogni altra tribù {germanica che potesse esson^ designala 
triinì errantp. Se quindi Si^^ nulo Mela (3, i) e Plinio (A. w,, 2. 07, i70), co- 
me non e a dubitarne. Ariuvi>io era il « rp de?li Svevi ». non devesi da ciò 
dedurre, die Ariuvii»lu iobse un Catto. Prima di ^larobodo non &i conoscono i 
Marcomanni come popolo distinto ; 6 assai probabile, che questa parola sino 
allora nuU' altro significasse che ciò cbe indica etiuiolo^icaraente , cioè uo- 
mini ctie guardano la frontiera. Se C'osare I. .'ìl fa cenno doi Marrnmanni fra 
i popoli rhe combatt<'vano nell'esercito di Ariovjsto , sarà incorso in ermre 
aiiche in questo caso servendosi di un nome goqcricp , come lo fu decisa* 
mente in quello degli .Svevi, 



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222 , LIBRO QUINTO, CAPITOLO TII. 

II. p. 154), an<1aYnno mando senza patria, e che persino la 
Selva Nera già ])osse(Jut;i dagli Elvczii (Voi. II. p. 154 \ se non 
fu omipjla dallo più vicino tribù germaruciie, divonne per lo 
meno un paese inrollo, di confine disputato e probabiimento sino 
d'allora ciò che fa poscia detto: < il desorto elvetico ». Pare 
che quivi siasi messa in pralina in vnsfissime proporzioni la 
barbara strategia dei Germnni di mellersi in salvo dalle inva- 
sioni nemiche devastando ii paeso alla distanza di pareccliio le- 
TriMi ghe. — Ma i Germani non sVrano fermali sul Bono. La moltitu- 
^huTh' '^^ne dei Cimbri e dei Teutoni, il cui nerbo componovasi di tribù 
SII)'"! fi^^ rrprn,;inirbo, che cinqiiant' anni addietro era passala eoa tanto 
rjM impeto attraverso la l'annonia, la Gallia, T Italia e la Spalma, 
Kcuu. pareva non fos-;o stata die una grande ricognizione. Parecchie 
tribù gormamclie già si orano stabilite air occidente del Reno 
e particolarmente sul basso Kcno; questi nuovi abitanti, conside- 
randosi quasi conquistatori, continuavano ad esigere ostaggi dagli 
abitanti gallici, in mezzo a cui vivevano, e ad imporre loro un an- 
nuo tributo, come .se fossero sudditi. Appartenevano ai medesimi 
gli Aduatici , i quali da una frazione della massa dei Cimbri 
(Voi. II. p. 168) erano cresciuti sino a formare un ragguardevole 
distretto, ed una serie di altre popolazioni stanziate saUe rive 
delia Mesa vicino a Liegi, conosciute più tardi sotto il nome dei 
Tungri ; persino i Treviri (intorno a Treviri) e i Nervii (neir£n* 
negavia), due delle più potenti popolazioni di qaesta regione, 
sono designati da rispettabili autorità appunto come Germani. 
Noi non sorgeremo mallevadori della piena credibilità di code* 
8te narrazioni, poiché, come osserva Tacilo parlando delle or ora 
accennate popolazioni, più tardi, per lo meno in quelle regioni, 
cotttavasi ad onore di discendere da sangue germanico e di non 
appartenere alla poco stimata nazione dei Celti; pare perO, che 
la popolazione stanziata nelle valli bagnate dalla Scbelda» dalla 
Mesa e dalla Hosella in uno o neir altro modo si sia confusa 
fortemente con elem^ti germanici o almeno che abbia subila 
r influenza germanica. Le colonie germaniche erano per sé stesse 
forse di poco rilievo; ma non erano insignificanti , poiché nelle 
tenebre caotiche^ in cui di questo tempo vediamo agitarsi la po- 
polazione sulla sponda diritta del Reno, si riconosce però, che 
sulle traccio di codesti avamposti masse maggiori di Germani si 
disponevano a passare il Reno. Minacciata da dae lati da domi* 
nazione straniera e lacerata nel proprio seno, T infelice nazione 
celtica non poteva più reggersi e salvarsi colle proprie forze. La 
sua storia sino allora erasl ridotta ad una serie di divisioni e 



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ASSOGGETTAMENTO DELL'OCCIDENTE. 223 

ed alla rovina derivata da queste divisioni; una nazione, che non 
annoverava nessuna giornata simile a quelle di Maratona e di 
Salamina, d'Ancia o dei Campi Raudii, una nazione, ciie per- 
sino nei tempi, in cui era in fiore, non aveva fatto alcun tenta- ^ 
tìTo per distruggere Massalia colle sue forze riunite; come po- 
teva ora^ giunta al tramonto, difendersi da si terrìbili nemici ? 

Quanto meno i Celli abbandonati a sé stessi potevano tener La 
testa ai Germani , a tanto maggior ragione dòvevano 1 Romani romita 
sorvegliare accuratamente gP intricati rapporti esistenti tra le due ^ ^i^onte 
nazioni. Sebbene le commozioni, che ne nacquero, non li avessero tnvasiona 
fino allora toccati direttamente, tuttavia i lóro pià importanti inte-<^"°^^ 
ressi si riitentirono dalPcsito delle medesime.ll contegno intemo 
della nazioneceltica, come facilmente si comprende,si era in breve 
e durevolmente intrecciato coi suoi rapporti esteri. Come in 
Grecia il partito lacedemone si uni colla Persia contro Atene, 
cosi 1 Romani appena fatti i primi passi oltre le Alpi avevano 
trovato un appoggio negli Edui rivali degli Atvergnati, i quali 
erano allora a capo dei Celti meridionali a motivo delPegemonia, 
6 coiraiuto di questi nuovi c fratelli della nazione romana > 
essi si assoggettarono non solo gli Allobrogi e una gran parte 
del lerritorìo immediato degli Alvergnati , ma ottennero anche 
colia loro influenza nella Calila rimasta libera che Tegemonia 
passasse dagli Alvergnati negli Edui. Che se i Greci vedevano 
minacciata la loro nazionalità solo da un lato, i Celli erano con- 
temporaneamente travagliati da due nemici, ed era naturale che 
si cercasse ^ju lo presso d*uno per servirsene contro l'altro, e 
che, se un partito celtico si alleava cui Romani, i suoi avversari 
per contro stringessero lega coi Germani. Ciò interessava spe- 
cialmente i Belgi, i quali in grazia della vicinanza e dei molti 
rapporti si trovavano ad essere in contatto coi Germani d'oltre 
Reno, e per la loro meno sviluppata civiltà si saranno trovati 
cogli stranieri Svcvi almeno altrettanto affini quanto coi più 
colti compatriotti nllobrogi od elvetici. Ma anche i Celti meii lin- 
nali, presso i quali, rome abbiam già detto, il ragguanicvole di- 
stretto dei S*^quani ( intorno a Besonzonc ) si trovava alla lesta 
del partilo avverso ai Romani, avevano tulle le ragioni di chia- 
ma re ora i Germani contro i Romani, dai (juali essi erano più 
*la virino minacciati: il governo inerte del Senato e gli indizj 
dell* imminente rivoluzione in Roma, che non ciano rimasti ignoti 
ai Celti, determinarono i medesimi a coglier;^ appunto questo 
momento onde liberarci dall* influenza dei iiomani ed nmiliare 
prima di tutto gli Edui loro clienti. In grazia dei dazj prelevali 



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8S4 LIBRO QUIKTO, CAPITOLO VIL 

sulla Saona, che divideva il territorio degli Edui da quello dei 
Scqiinni, erano i due distrelU venuti a contesa tra loro e vciso 
7i Tanno (>H.3 il principe germanico Ariovislo. quA condoiliero dei 

Armisto Sequani, aveva passato il Ueno alla testa di io.OOO armali. La 
l^'g guerra tirò in lungo parecchi anni con successi allerni; i risul- 

mediano. tali ne erano in monte sfavorevoli agli Edui, H loro condottiero 
Eporedorice clìiamò finalmente lolla la clientela sotto le armi 
e marciò con immensa forza contro i Germani; ma questi rifiu- 
tarono costantemente la battaglia, tenendosi al sicuro dietro le 
paludi e nelle foreste. Soltanto allora che, stanchi d'attendere, 
le tribù incominciarono a ritirarsi e a sciogliersi, si mostrarono 
i Germani nell* aperta campagna, e Ariovislo vinse presso Avlma- 
gelobriga una battaglia, in cni peri il fiore della cavalleria degli 
Edui. I quali, costrelti da questa sconlìtla ad accettare le con- 
dizioni dettate dal vincitore e a fare la pace, dovettero rinun- 
ciare air egemonia e passare con tulli gli aderenti loro nella 
clientela dei Sequani, obbligarsi a pagare un Iribulo a questi 
ultimi o per dir meglio ad Ariovislo, a consegnare come ostaggi 
i figli delle più distinte loro famiglie e finalmente a piuuieliere 
con giuramento di non reclamare giammai la restituzione degli 
ostaggi e dì non implorare Pinlervenlo dei Romani. Questa pace, 
a quel che pare , fu conclusa verso V anno (103 (*> onore e 
l'interesse imponevano ai Roiaani di opporsi; il nobile Eduo 
Divitiaco, capo del partito romano nel suo distretto, e perciò 
bandito ora da' suoi conriiiadini, si recò personalmente a Roma 
per ottenere 1* intervento de'Roraani; un'ammonizionoiancora più 
seria fu la sollevazione degli Allobrogi 693 (V. p. 203), mcuìì 
dei Sequani, la quale senza dubbio era connessa con questi av- 
venimenti. 1 luogotenenti gallici furono effettivamente incaricati 
dì soccorrere gli Edui; si parlò di inviare dei consoli e degli 
eseiriii consolari olire TAlpi; ma il Senato, cui spettava dap- 
prima la deci Giulie di questi affari, fece anche questa volta se- 
guire a magniiichc parole falli mescliini: la sollevazione degli 
Allobrogi fu spenta colla forza; ma per gli Edui non solo non 
39 si foce nulla, ma Ariovislo fu persino registrato Panno 695 nel- 
V elenco dei re amici dei Romani (")• H principe germanioocou- 

(•) Cosare 1, 36 riniaiida 1" arrivo d" Ariovislo nella Gallia al f>K3. la bafla- 
glia di Admagetobriga (cosi chiamasi il sito cbe in grazia d'una falsa iiiscri' 
sione ora comaneineiite è detto Ifaiietobrigft), Cesare l« 3S e Cicerone adAtt. 
^ 1, 19, al «n. 

(••) Per non trovarp incredibile questo andamento delle cose, o per non 
assegnarvi altri motivi cbe goCCa^iae ed inerzia dei Magistrati, si riduca alia 



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iiderA q«6al*ilto attaralOMiite mom vaa rimiocla dei Romaol al 
paese eellieo da eni Bon decollalo; fa ceiagaenia di ehe ei^i 
Ti si itabUi e eoaBincId a fondai» im ratne gennaaioo ani asolo 
gallica Bra ano peoaiero di atabiUrfi dettnllimieiite le nvB»' 
roae achlan xhe aveva eoadelìo leeo^ e le aecoit plà aiineroie» 
ehò aoUa na chiamala arano Tonate dalloro.paeie nativo ~ ai 
caicolavaDo a 190,000 i fiarmani cho nmanopaiaato 11 Beno sino, 
air anno 086 di Btai)ilin^dieienip».nel «novo poeie latta co* as 
daata inde • Immignilone .della neiiene gannaalea» la quale 
ona YoUa aperte le ctitiiM ai venA a tormll aniMl^Ocddenla^ 
e di fbadam aa poesie liaai la aaa afineria aolla fieUia. Non ai 
saprebbe iadiaare.cpf^ preoiaiooe reatenaione delle colonie ger^ 
maoiclw da eaao piantate anUa slnialra inonda del Bì^ùùi a^nan 
dubbio farono molle e i suoi progatti piA gmndl anaora. 1 Celti 
erano da Ini irattaU caiaa una aaalene del iqU^aeniesata» naa 
làceadaai alcana ^dlierenaa tra i alatoli diatietti* I Saqaaaiaieasi» 
per conto de'^iiaali e|U aoiaa.loro^.aaaeldato aapltaao arava paa> 
Baio 11 Beno« dovettero aiò.naa pertanto eadaffU« cane ae fos- 
sero oasi pare nemici Ttatl, la teni^ parla .dal iloro tevrUado da 
dlstrìbalfii fisi la «aa gente. -«r» probaMlmenle TAlaaila aaperiore 
abitata poi 4ai TfdÌKWìU ^ore Arloviato il;sasbilf eoVaaei dui^- 
volmenie; e^ fooma ae codaato sagriflcia noaffaMiaaa^ Ib.al, Se^. 
qaanllolto in jJlro tem pepjeaaefadatoai se|i)wryaiiali Arndi^ 
Seinbrava cbe . Ariovialo vpleana asaomeea.r niil« paafe celtico 
la: parte- di Filippo il lUcadone-eìdcilBunan aui*€4lì^#*ri^^ 
gennanico ccpe sa qaelji.del partito naumef r-. ir appamlona 
del possente, primcipe genaanloo in afa viatnaqui'fosiiperiaolBsa» 
che già per s^ ateaaa doveva for sorgere nel Boraeni più serie 
loqaleiadinl , divenne ancora più perioelosa io quanto cbe eaao 
non era solo. Gli Uslpeti ed 1 Tencteri abitanti della diritta i 
sponda del Beno, ataachi della conUBae devaalanoai del loro 
territorio per opero delle prepotenti MMl aveve, avarano essi' ai^o. 
pure naaano priau deirarrivo M Geaano nella MMa(695)abban- se 
dcmato i paesi, che avaraBO- oocapato alao atteart, pen aaidareJnr 
cerca di altri alla foce del Beno. Eaai; al erano già imposaessati 
della parte di territorio che appartaneira ai Meaapii aalla spoada 
destra^ ed era da prevedersi, cbe méluhm fatto 11 tentativo di 
siabilitai anche snlla sponda sinistra* Inoltre fra Colonia e Uà* 
gonsa andavansi raceogliando delle achtere avavae minacciavano 

* ' * 

loemorh !^ leggerezza, con cui un rinomato senatore enmp Cicerone si esprlms 
uiila hixà eorrispondeaza su questi importanti affari tranMipiui. 

Simia nQmna, VeL 1|K 15 . ' 



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228 UBBO QOIHTO, lABITOLO TO. 

I di fare una invanone nel distretu» celtico del Tri? eriaii ébe etef a 
^uii'aìto ^^^^ eootro. FinaliMDte era ocm sempre maggiore eiierpa as- 
Rena «alito dai Germani aache il territorio della tribù orientale del 
Celti, quella dei bellicosi e nmiiemi Ehrerii, cosi che questi, I 
quali forse già pei rigurgito del loro colooi dal peidnto terri* 
torio a settentrione del Reno soffrivano per la aowehia popò* 
laaione^e inoltre per essersi Arioristo staneiato mt territorio dei 
prtDaraUviSeqaanì erano ntnaeciati d^nn eompleto isolamento daMoro con- 
''^'itonJ^'^uutionali, presero la dispaiata risoinzióne di abbandonare spon* 
ei Tot ira tanoamento ai Germani il territorio finora da essi occupato per 
aftiua proeaeciarsene airocsidente del Giara nno più tasto • plA lèrlile 
intoma. ^ al tonpo stesso ottenere poesibilmente refBnMwla nella Gallia 
interna ~ pieno conoepito e tentato gilè dnrante Tinrasione dm* 
brica da alcuni del loro distraiti (Voi. It pa|r* t01).I Ranraci, Il 
coi territorio (Basilea e TAlsaila meridionale) era allo stesso mo* 
do .minacciato, poi le reliquie del Boi, i qiali erano stati gì* 
prima obbligati dai Germani a volger le spalle idia loro patria 
e ora andavano errando senta dimora i«sa , ed altre tribù mi- 
neri fecero causa comune cofli Eheul« Gino dal 6B8 essi fecero 
delle scorrerie attraversando ilGiura,splngendosl penfno nella pro- 
vincia romana ; la partenia non poteva essere lungamente ritardata ; 
allora i coloni germanici si sarebbero avanzati inevitabltanente 
neir importante provincia tra il lago di Gostanaa ed il lago di 
Ginevra. Le tribù germanicbe erano in movimento dalle sorgenti 
del Reno sino ali* oceano Atlantico, tutta la linea del Reno era 
da essi minacciata ; fu un momento eguale a quello, quando gli 
Alamanni ed i Franchi si gettarono sulla cadente manarefala dei 
Cesari ed ora sembrava cbe si volesse mettere in opera contro ì 
Celti apponto ciò, cbe un cinque secoli più tardi riosci contro i 
Romani. 

Cesare In quosto condizioni arrivò il quoto laogotenente Gajo Cesare 

Oaiiie. ^^^'^ primavera del CBd nella Gallia narbonese, che era stata ag« 
giunta con un decreto del Senato :illa sua luogotenenza origina* 
ria, la quale comprendeva la Galiia Cisalpitta, Istria e la Dalma- 
zìa. La sua carica, assegnatagli prima per cinque anni (sino alla 
''^ fine dei 700), poi nell'anno C&Q prolungata per altri cinque adSi 
^ (sino alia fine del 705), gli dava il diritto di nominare dieci co- 
mandanti in secondo col rango propretorio e — almeno secondo 
la sua interpretazione — di completare a suo talento le sue le« 
gioni, 0 di crearne delle nuove prendendo gli uomini dalla numerosa 

^^di*'^ popolazione cittadina della Gallia Cisalpina da esso dipendente. 

cmart. V esercito assegoatogli nelle due provincia oonsisteva in quattro 



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ASSOCfiETtASISNTO DBLt.^ OCGIDESTB. fiS7 

disciplinate e agguerrito legioni di fanteria di linea, la telUma> 
l'ottava, la nona e la decima, os«i« tatt'al più 2i,000 nomini, 
LUI, come era i'uso, aggiangevansi i contingenti dei Tanaili. La 
cavallerìa e la truppa armata alla leggera era rimpiaziata da ca» 
nHieri spagnuoli, e da imberciatori e fromboiterì numidi, crelensi e 
baleari. Lo stato maggiore di Cesare, il flore della democrazia della 
rapitale, comprendeva insieme a non pochi inetti giovani di fa- 
miglie distinte alcuni ufficiali capaci, come Publio Crasso, il iì- 
glio più giovine del vecchio amico politico di Cesare, e Tito La- 
bieno , il quale dal Foro aveva seguito sul campo di battaglia 
come aiutante fedele il capo della democrazia. Cesare non aveva 
ricevubo ordiru positivi; per Puomo coraggioso e perspicace gii 
ordini dipendono dalle circostanze. Andie qui era duopo di 
rimediare alTiiierzia del Senato e anzi tutto di porre un freno al 
lorrenle della invasione germanica. Ora appunto comi iiciava Tin- ^J'^*-** 
vasione elvetica preparata da molfanni c in i stretta lonnessione Elvezj, 
colia germanica. Per non lasciare le loro capanne ai Germani e 
per metter» essi stessi nelF impossibili là di nlornaro. gli Elvezj 
avevatìo incendiale ie loro ciU,i, arsi i loro casali, e, caricali 
sugli iwiuraerabili loro carri iu mogH> i fiuiciaUi o la miglior 
parte delle masserizie, si diressero ila luUc ie {ìdih alle .spondo 
del Lemano non lungi da Cenava (Ginevra), ove i loro compagni 
avevano fissalo il loro convegno pel 28 marzo di quest'anno Q- 
Stando .U loro calcoli tutia la massa compronflcva 3^,000 indi- 
vidui, oado appena la quarta parie era atta a portaro ie armi. Con- 
siderate le gravi difficoltò, ciie sorgevaiiu pel passaggio di una 
simile carovaiia àUra\ersu il monte Giura, il quale estendendosi 
dal Reno al Rodano chiadtva quasi conipletameate PElvezia verso 
Occidente e le cui strette potevansi per coMiro difendere con tanta 
faciliuj , i condottieri avevano risoluto di girare il Giura e diri- 
pendosi verso mezzodì aprirsi una vìa vorso Occidenle, là dove 
fri Uodano ha rotto la montagna ira la parte «ud-ovest e la più 
elevata dol Giura e le montagne della Savoia presso i odierno 
forte de V Eduòe. iMa sulla riva diritta sporgono le roccie e i 
precipizi si vicini al fiume, che non vi era praticabile che un 
piccolo sentiero facile a chiudersi, e i Sequani^ cui codesta sponda 
apparteneva, potevano con luilu facilità ingombrare codesto passo 
ugli £lvc2j. Questi perciò preferirono di passare superiormente 

i') ^'coiido il calendario non rifomiato Serondo la n'ilifirazione corrpnt»\ 
che p^To non è basata su dati abba^taii^a AUeiuUt)i]i-, questo giorno ctRi» 
^uiidc ai 16 aprile dui caienUariu ijiuli^o. 



S28 LIBRO QUixNTO, CAPITOLO VII. 

al traforo del Rodano salU sponda siaUtra apparleneote agli Al- 
lolirogi, afìBae di ritornare sulla diritta, seguendo la corrente, là 
dove il fiame scorre di onoro nella pianura , e ooDtiftnare b 
loro via Terso il piano occidentale della Gelila , nel fèrtile can* 
tono dei Santoni (Saintooge» la Tallo della Cbarenle} anlU aplag* 
già del mare AUantleo, che gli emigranti scelto aTovano per loto 
nnoTo soggiorno. Qnesta marcia condoceva pel territorio romano 
percorrendo la sponda sinistra del Rodano; e GABare,cbe non in- 
clinava a toUerape la sede degli ElToij nella Gallia occidentale, 
era fermamente determinato di non permettere loro il transito. 
Se non che tre delle sne quattro legioni trofiTansi assai distanti 
presso Aqnileja , e sebbene egli aTesse in tutta flretta chiamate 
sotto le armi le milizie della prorlncia transalpina, sembrava as- 
aoloumente impossibile d^impediie con un si limitato nomerò di 
forse il passaggio del Rodano ad uno sciame cosi numeroso di 
Celli luogo il suo corso di oltre tre leghe dal temano presso 
Ginevra sino al suo traforo. HercÒ le trattative Inumiate cogli 
Elvexj , i quali desidersTano di eflèttuare pacificamente 11 pas* 
sai^o del fiume e di continnare la marcia attraTorso il -territorio 
allobrogo, Geeare aveva guadagnalo quindici giorni di lempo^ du- 
ranle i quali egli lece rompere il ponte sul Rodano presso Ge> 
nava (Ginevra) e chiudere al nemico la riva meridionale con una 
trincea Innga qoasi quattro leghe ^fù questa la prima applica- 
tiene d^l siMema messcr poi dal Romani in pratica In una si 
grande prnponione, di guarentire cioé'milìtariRiente i confini dello 
Stato con una catena di trincee legate le line alle'allre col meno 
di Hpari efossalL f tentativi fatti dagli Elvezj hi molti luoghi onde 
portarsi suiraltra sponda col mesto di battelli o a guado furono 
dai Romani feiicenienle manditi a vuoto su tolta codesta linea, 
GU e gli Elv«Q furono costretti a rinunciare al passaggio del Rodano, 
^neila partito, che nella Gallia era per contro aTVerso ai Romani, il 
Oaiiu. quale sperava di procacciarsi negli Elveq un possente rinfòrzo, e 
particolarmente TEduo DunorìUB firatello di Divìziaco, e che come 
questi irovavasi nel suo distretto alla testa del partito romano, 
cosi egli era alla testa del partito nazionale , procacciò loro 11 
passaggio attraverso i giogitt del Giura e il territorio del Sequani. 
I Romani non avevano alcun diritto di Impedirìo; ma con codesta 
marcia degil- Elvezj si intrecciavano ben altri e maggiori interessi 
di quello che fosse la questione della formale integrltè* del ter- 
ritorio romano — interessi che non potevano essere garantiti se 
non quando Cesare, invece di fare, oome fMio avevano tutti i 
luogotenenti del Senato e Mario stesso (Voi. II, p. 161), 1 quali 



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ASS0GG1STTAMENT0 DELL'OCCIDENTE. 229 

!iì ornno limitati al modesto cómpito tli muntenerc rinviolabilifà 
ilei confini, avesse passata la frontiera del regno alla testa d'un 
rispettabile esercito. Cesare non era il generale del Senato, ma 
dello Stalo; quindi non tentennò. Egli parli iinmanlinenle da 
Cenava alln volta d'Italia e rolla reìen'tà che gli era propria 
con<lus.«e oltre le Alpi le tre leiiioni st.in/jale presso Aqutleja e 
due nuove composte di reclute. Congiunte queste truppe con La 
quelle stanziale presso Cenava passò il Rodano. 1/impensata sua elireScl. 
apparizione sul territorio degli Edui vi ricondusse, come era ben 
naturale > il parlilo romano alla testa del governo, ciò che non 
era cosa indifferente per rapporto alle provvigioni. Egli trovò gli 
Elvei^ intenti a passare la Saona e a ridursi dal paese dei S4> 
quani in quello degli Edui ; quegli Elvezj che irovavansi ancora 
«uHa sinistra sponda della Saona, particolarmente il corpo dei 
Tigorìni, furono assaliti e distrutti dai Romani avanzatisi rapida- 
mente. Il grosso della nazione era però già sulla sponda dirtUa 
del fiume ; Cesare V insegui ed esegui in ventiqu^ittr^ ore il pat- 
saggio che i rozzi Elve:g non avevano saputo effettuare in venti 
fpomi. Impediti da questa mossa delPesercìto romano di conti- 
anare la loro marcia verso occidente , gli Elvezj volsero i loro 
passi verso settentrione, supponendo senza dubbio, che Cesare 
non si sarebbe azzardato di seguirli molto addentro oeila Gallia 
e «oU^inlenzioae di riprendere b via preGssasì verso occidente 
losto che Cesare avesse desistito dalPinseguirli. Alla distanza di 
drca Qua lega fesercito romano tenne loro dietro quasi alle caU 
cagna per quindici giorni e attendendo un favorevole momento 
per attaccarìi con probabilità di vittoria e distruggerli. Afa questo 
momento non veniva; malgrado la disadattaggine,concul prece* 
•deva la carovana elvetica, i suoi condottieri seppero gaarentirla 
da ogni sorpresa ed essi erano non solo abbondantemente provve- 
duti di mezzi di sussistenaa^ma colle loro spie minutamente in* 
formati di tatto ciò che avveniva nel campo de' Romani. Questi 
per contro cominciarono a mancare degli oggetti più necessafj» 
pamcelarmente quando gli £lveq si scostarono dalla Saona e 
non era più poesìbile il trasporto dei viveri per acqua. Il ritardo 
dei convogli promessi dagli Edui , onde nasceva principalmente 
codesto imharanO) destava tanto più sospetto, che i due esereitt 
movevansi ancora sempre sul territorio de^edesimi. Arrogo che 
la cavalleria romana nella ragguardevole mana di circa 1000 
nomini era assolutamente mal sicura e ciò non doveva soi^ 
prendere, poiché si componeva quasi tutta di cavalieri Celti, e 



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2;ì0 libro QUI5T0, CAPITOLO VII. 

parlicolarmeiilo di Edui comandati dal notoria nemico de'Ro- 
Tnnni Dunorico. Celare stesso li aveva accentili piutto^fo rome 
osl:i;j(?i clic ertine 6okla!i. Si av(yva buona ragione di nro lorc, rlu- 
una sconfina ioro tocc ala d illa cavalleria elvetica, di gran lunga 
inferiore, fosse slata opera di loro stessi e che il nemico fo^s*» 
da essi ragguagliato di tutti gli a^Tenimenti ehe succedevano nel 
campo romano. La situazione di Cesare faccvas? difficile; si venne 
a riconosccKM on funesta evidenza quanto fosse polente il partito 
palriolico cclilro persino pressa gli Edui ad onta della loro lefja 
uflìrralc con iioma e degli interessi particolari che inclinavano 
questo (listrcilo verso Roma. Che cosa poteva avvenire^ ove m 
arri.schiasse di penetrare più addentro nel paese nemico allonta- 
nandosi sempre ]nn dalle comunicazioni? Gli eserciti pas<;avann 
appunto a poca distanza della città di Bihratte (Autun) capitale 
degli Edui; Cesare si decise di occupare questa importante piazza 
annata mano prima di continuare la sua marcia neir interno d<^l 
paese, ed è nnclie pu^^lbile, ch^cglt pensasse di desistere dalTul- 
teriore inseguimento e di fermarsi in Bibralle. Se non che, ve- 
dendo gli Elvez), ch'egli tralasciando di seguirli si volgeva ver- 
so Bi bratto, credettero* che i Romani si disponessero alla fuga, 
Badatila e li attaccarono. Cesare non poteva desiderare di meglio. I due 
ilibraUe. eserciti si schieraroiiu su due catene di colline parallele; i Celti 
cominciaroiiu il combattimento, sbaragliarono la cavalleria ro- 
mana avanzatasi sul piano e di corsa attaccarono le legioni ro- 
mane nella loro posizione sul peiulio della collina, nia quivi fu- 
rono respinti dai veterani di (k\saro. Quando poi i Romani prò- 
lutando dell' ottenuto Tant3<»i»io discesero alla loro volta nel 
piano, i tielli li a.^aliruno di uuu\o e liii corpo di loro truppe 
loimto ili riserva li prese al if^wpo stesso di fianco. Contro que- 
sto fu spinta la riserva della colonna d" a Ita eco romana, la qiiah; 
separandolo djl grosso deir esercito lo sospinse contro il baga- 
gliume e contro la trincea dei carri, ove fu sco-ntitto. Anche il 
grosso dell' esercito elvetico fu finalmenie costretto a piegare e 
battere in ritirata volgendosi verso oriente — direzione opposta 
a quella cui aveva mirato. Questa giornata aveva fatto andare a 
male il piano degli Elvezj di trovare una nuova patria sul lito» 
ralo del lu ne Atlantico e li aveva posti alla raercò del vinci- 
tore; se non c hò essa fu una giornata calda anche pei vincitori. 
Cesare, che aveva motivo di non fidarsi indisHotamente do^saoi 
QlTiciali, aveva rimandato alla bella prima tutti i loro cavalli, 
onde far capire chiaramente a' suoi la necessità di perdurare 



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ASSeCWTTAKMTO DILL'OCeiOSSTE. 231 

tteirinpresa. Infatti, se i Romani avessero perduta codesta bat- 
taglia, potevasi ritenere che tutto il loro esercito sarebbe staiQ 
ili^lrutto. Lo tmppe romane erano troppo spossate per inseguire 
energicamente i vinti; ma in seguito del proclama di Cesare, 
ciie al pari degli Elvezj sarebbero trattati come nemici de' Ro- 
mani lutti coloro che avrebbero prestato assistenza ai medesimi. 
ìtBL a questi riHutato ogni soccorso orunqae essi passavano e prima- 
mente nel distretto dei Lingoni (presso La ngres); sicciiè vedendoci 
esposti alle più dure piivaxioni, spogliati decoro bagagli e col 
'peso della massa imbelle, essi dovettero soUomettersi al duc<^ 
romano. La sorto dei Tinti fti relafivamente mite (ili Edui do- cu 
veliero accogliere sul loro territorio i Boi che non avevano P3- ,i,nan^a}: 
tria : e questo domicilio dei violi nemici in mezzo ai più pos- 
senti distretti celtici equivaleva quasi ad una colonia romana. Gli ^"«SJi?*^ 
Rivedi pd ! Ranraf! che furono salvi — poco più del terzo degli 
emigrali — furono naiuralraente rimandati nelle antiche loro 
stanze coirincarico di lid n ìeio sotto la supremazia romana i 
con lini sniralto Heoo contro i Germani f Romani orcupanono 
soltanto il lembo estremo sud-ovest del distretto eiveiico, ove 
più tardi Tanlica città celtica di Noviodnno (ora Nyon) posta 
sulla delizioì^a spiaggia del Lcraano fu trasformata in una foi^ 
tecza romana di froulieia detta Giulia equestre {*). 

SulPAlio Uena erasi cosi provveduto contro la minacciante in- Cesare 
vasione dei Germani e al tempo stesso era stata rintuzzata l'ai- j^yi^^Ji^j^ 
roganza del partito celta avverso ai Romani. Una simile dimo- 
strazione era necessaria anche sul Reno mediano, dove i Germani 
fi erano fissati già da parecchi anni e dove il potere d'Ariovi- 
sio, che {/ai'pggiava nella Gaiiia con qaello di Roma, andava 
sempre più dilatandosi; e non era difficile di trovare un appi- 
glio per venire ad una rottura. A fronte del giogo loro minac- TralteUve. 
ciato 0 già imposto da Ariovisto, la supremazia romana doveva 
f^embrnrc alla massima parto dei G( Ili il uiaìe minore, e la mi- 
noranza, che si manteneva ferma nel suo odio contro i Romani, 
doveva per lo meno starsene zitla. Una dieta delle tribù celtiche 
della Gallia mediana tenutasi sotto T influenza de'Romani chiese 
a oome della luiaùoae celtica rajato 4el duce romano contro i 



('> Julia Equestrit; questo soprannopia t da comprendersi come i sopran- 
nomi iexUmontm, deeimanòrum ed altri motti in altre colonie di Cesare. Erano 
cavalieri eeltt o germani di Cesare, i quali ttiSIà concessione del diritto di 
cìttadtnanit ronatio • atoOMio latino rieemano In qmd paese delle temile 
^ricole. 



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uaao QQUif o« gapiiolo tu. 

Germani. Cesare vi acconsenti. Dietro la saa iosinuazione gli 
Edui sospesero il pagamento del pattuito tribnto ad Ariovislo e 
chiesero il rinvio degli ostaggi , e avendo Ariovisto in grazia di 
questa fellonìa attaccato i clienti di Roma^ Cesare colse T occa- 
sione per entrare con eiao direttamente in trattatifte, e per im* 
porgli oltre la reitlUuIoiie^efU ostaggi e la promem di mante- 
nere la pace cogli Edui anclie 1* obbligo di non trarre più nes- 
sun Gemano d* ollra il Reao^ Il duco tedesco rispose al duce 
romano ooUa piena coaclensa di eguale fona e di eguale diritto, 
che ad esso ubbittfa la Galliateuentrioaale per diritto di guerra ' 
appunto come la meridioDale ubbidiva ai Bomani; che nel modo 
eh' esBo non frapponeva ostacoli alla pereetione dei tributo im- 
posto dai Homani agli AUobregi» essi non dotessero frappome al- 
cuno se esso imponm tributi a^ suoi sudditi. Dalle uileriorì 
comnnlcarionl riservato si chiari, che questo principe conosceva 
benissimo io condizioni, in cui erano i Bomaid : egli accennd ad 
inviti pervenutigli da Roma di spacdare Cesare , e A dìchiafè 
pronto di ajutario nell* impresa di ottenere la signoria suintalia, 
ove egli volesse per contro lasciargli la Gailia settentrionale. Net 
modo che le dissensioni fra i Celti gli avevano aperto Paccesso 
nella GalUa, cosi egli se ne attendeva lo stabile possesso dalle 
dissensioni italiche. Ba secoli i Romani non avevano inteso que- 
sto linguaggio d*una potensa eguale e che fa mostra di sua in- 
dipendenaa in modo aspro o cena alcun riguardo, come ora da 
codesto re guerriero, e allorché il duce romano, conformemente 
air uso praticatosi coi principi olienti, io invitd a presentarglisi 
Ariovisto in persona, egli (rancamente vi si riflutd. Era tanto più neces- 
ittaceato^i^Q di agire prontamente. Cesare marciò tolto contro Ariovisto.. 
Un timore panico assali le sue truppe, ansitutto i suoi ufficiali, 
trattandosi di scendere in campo contro le schiero dei veterani 
tedeschi, che da quattordici anni non avevano veduto letto di 
sorta. Andie nei campo di Cesare sembrava introdursi 1* immo- 
ralità e rindiscipllnateiia e voler produrre disersioni e soUeva- 
zioni Ha dichiarando 11 supremo duce, che all'occorrenza sa- 
prebbe affrontare il nemico colla sola dedma legione» s^pe con 
un siffatto eccitamento ali* onore avvincere alle aquile romane 
non solo quella legione, ma anche lealtre^ eccitando remulazione 
guerresca, e tanto fece che riuscì ad infondere nelle sue truppe 
una parte della propria energia. Senza lasciare lor tempo di ri- 
Oettere egli le condusse Innanzi a marcie forzate e prevenne 
felicemente Ariovisio nèir occupazione della città di Yesuntio 
(Besanzone) capitale dei Sequani. Un convegno dei due duci , 



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ch'ebbe luogo /ìielro richiesta di Ariovislo, panrè essere slato 
concerlato soltnnto per nascondere un attentalo contro la per- 
sona di Cesare; tra i due conquistatori della Gallia non pote- 
vano decidere che le armi. La guerra fece momentaneamente 
sosta. NeirAlsazia inferiore, presso a poco nella regione di Mùl- 
liausen, una lega circa dal Reno (*), rimasero i due eserciti accam- 
pati a poca distanza Tuno dall' altro fino a tanto che ad Ario- 
vislo , lambendo colle sue truppe assai più numerose il campo 
de'RoniaiH , renne fatto di prendere posizione alle spalle del 
medesimo intercettando cosi le coraunicazioni ed i sussidi al ne- 
mico. Cesare cercò di trarsi dalla sua angustiosa posizione con una 
battaglia ; ma Ariovislo non racceliù. Al duce romano ad onta 
delle poche sue forze nuirallro rimaneva a fare che seguire il 
moTìraento del nemico e cercare di riacquistare le sue comunica- 
zioni facendo che due legioni sfilassero vicino al nemico e pren- 
dessero posizione al di là del campo dei Germani, mentre quat- 
tro rimanevano nel campo tenuto fino allora. Vedute divise 
le forze dei Roiuaai, Ariovislo tentò un assalto al loro campo « 
più debole, ma ne fu respinto. Sotto il prestigio di questo suc- 
cesso tutto r esercito romano fu fatto avanzare in ordine di bat- 
taglia ; cosi fecero i Germani in una lunga linea, divisi per tribù, e 
affine d'impedire possibilmente la fuga posero dietro alla linea la 
trincea dei carri col bagagliume e colle donne. L'ala diritta dei 

(*) Gdler ( La guerra galUca di Cesare, p. IS e lef. ) erade di aver trovato 
il caoipo di battaglia preaeo Gefncf non Iwgi da Hiliiiiie, ci6 èhe eooibliia 

in monte col parere di Napoleone {Pn ' ìs p. 35), il quale vuole cbe il campo 
di b.itla'o'Iia sìa stato nelle vicinane > di if elfifrl Questa indicazione, a dir vero, 
non ò certa, ma conveniente alle ir jslaiize: prurhA Cesare stesso chiarisce 
r impiego di sette tappe per una si breve distanza da Besaozone aioo a co> 
desio etto cena eeeenraitoiie (i, 4i> elit per efitaie le vie mceteoee feee m 
giro di oltie dled legbe, • cbe la battigUa ala alata ooeabitliita a doqtie o 
non a cinquanta mis^lia dal Reno lo prova, essendo eguale T autorità ddla 
tradizione, tutto il racconto dell' in^f^-fniiTicnta sino al Rono eseguilo evlden- 
tempnle nel piomo stesso della l>aU.iglia e non dunnte parecchi giorni. r..n 
proposU di RUstow (Introduzione ai Commentarj di Cesare p. 117) di p^irtarc 
tt eampo di battaglia aaU* aita Sara al fonda aopra on maUnleao. liftnnaenlo 
die attendevaal dai fleqaanl , dal teoel e dal Ungonl noa dovea pervenire 
all' cserrifo n^Tnnno mnnfre era in marcia contro Aiiovisto, ma venir conse- 
gnato in Besanzoiìf' prima della partenza e portato seco dall' esercito; ciò 
riiolta evidentemente dalla circostanza, cbe Cesare, mentre addita alle sue 
troppe queUe aommiiilrtraaloiil, le. eotfarla ai tenpo aleeao coli' annunzio 
dette provvigioni die dovofano ileevere durante la marda. Da Beaanxone do- 
nteava Cesare la regione di Langres e d' Epinal e ordinò come era natundO 
che %\ facessero Te necessarie requisizioni piutloeto in qoeall paed die non 
nei distretti spogilaU onde veniva. 



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•34 LIBRO Ql^-I^TO, CéPITOLO VII. 

Romani coadolta ria Cesare in per?on:i si goiiò impeiuesa sul 
nemico e lo fece indietreggiare; la stessa cosa riusci all'ala di- 
lilla dei Germani. La bilancia stava ancora in bilico; ranls tat- 
tica delle risene deci9e, come in tanti altri combatiimentt c<jn- 
fro i barbari, cosi anche in questo contro i Germani io hvore i 
Romani: la loro terza linea, fatta avanzare a tempo in ajuto (in 
Publio Crasso, rislabili la pugna snll'ala sinistra e con essa fu 
decisa ia vittoria. I Romani inseguin no i nemici sino al Reno ; 
soltanto a pochi, e fra questi al re, riusci di raggiunp^Te l'altra 
m sponda (096). — Con questo brillante fatto annunzi ossi il do- 
minio romano al graa rmioe, nelle cui onde i soldati itili:ìni si 
specchiavano per la prima Tolta: una sola fortuna hiHaglia 
Caioaic recò in potere de' Romani la linea del Reno. L i sorte delle oo- 
^Sie' germaniche sulla sponda sinisira del Ueiio era nelle m^ini 

sulla di Cesare ; il vincitore poteva distruggerle, ma noi fece. ! vicmi 
<fnist1-a ^^istretti celtici dei Sequani, dei Leuci, dei Mediomatri ri non erano 
del nè abili a portare le anni, né ispiranti fiducia; i coloni germanici 
promettevano di divenire noa soltanto valorosi guardiani di 
frontiera, ma ancora migliori sudditi romani, poiché la nazionalità 
li separava dai Celli, il proprio interesse di conservare le nuove 
loro sedi li separava dai loro compalriotti di oltre Reno, ed essi 
nel loro isolamento non potevano a meno di tenersi stretta- 
mente vincolati al potere centrale. Cesare predilesse anche qui 
come dappertutto i vinti nemici agli amici dubbj ; egli lasciò ai 
Germani stanziati da Ariovisto lungo la sponda sinistra del Reno, 
ai Triboci intorno a Strasburgo, ai Nemeli intorno a Spira, ai 
Vangioni intorno a Vormazia le loro nuove sedi coll'incarico di 
guardare i confini del Reno contro i loro compalnotti (*). — Gli 
Svevi però, i quali minacciavano sul Ueno mediano il territorio 
di Trevei'i, alia noiizia della sconfitta toccata ad Ariovisto si ri- 
liiarono neli" irUerno della Germania e soffersero strada facendo 
gravi danni dalle vicine popolazioni. 
Le conseguenze di quella soia campagna furono immeuse; esse 



(*) Questa sembra la più semplice supposizione sull' ori^inf di questo ro- 
louie germaiiiclìp Che Ariovisto stabilisse quei popoli sulle sponde del Ren» 
mediano è verusimiie, percbé coial>attevano nei su\ù eserciti (Cmrel,51) 
e perdiè prima non se ne lìi etnao ; è Teraaimile ete Cani» li iMeluse e»- 
sistoli pecchè egili dicbiarò ad Ariovisto di voler toiierare i coloni germanici 
RiA esistenti nella Calila (Ces. I, 33, 43) e perchè noi veli troviamo più tardi. 
Cesare non fa cenoo delle disposizioni date dopo la baltaglia riluribilmeatiì a 
(|ueste colooie geriuaaictie, perclie egU per massima osserva uno scrupoloso 
£Ucnzio su tutte le Istitiidoiii organtdie da euo folto nella Mia. 



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ASSOGGKTTAUEKTO DELL' OCQtStSHTE. 2.15 

rurooo sentite ancora dopo migliaja d^anni. n Reno era dive- ìì 
nulo il confine dello Stalo romano Terso i Germani. Nella Gal- ^*^Ì*h"'' 
lia, elio più non poteva reggersi da sé, i Romani avevano sino 
ad ora dominato nelle re^^ioni meridionali, o solo da poco tempo 
jivevano i Germani tentato di stabilirvisi alquanto più verso set^ 
lenlriono. Gli ultimi avvenimenti avevano deciso, che non sol- 
tanto lina parte, ma tutta b Gnllii doveva sottomettersi alla su- 
premazia romann, e che Ki froniiera naturale del ^ràn fiume orii 
riestinata ad essere -ìiiclìe l i froniiera politica. Nei suoi tempi 
migliori il Senato non rimase tranquillo Qno n che In si- 
gnoria di Roma non ebbe ottenuto le frontiere naturali d' Ita- 
lia, le Alpi e il Mare Mediterraneo collo sue Ì8ol« più vicine. 
1/ estensione dello Stato esigeva ora un si (Tatto arrotondamento 
militare; se non chè il governo d'allora T abbandonò al caso, e 
ttttfal più si diede pensiero, non che i contini potessero essere 
ìniaraniili, ma solo che non avessero bisogno di esserlo da esso 
direlt^i menta. Non era possibile di non avverlersi, che ora un altro 
spirito ed un'altra bmao cominciavaDO a dirigere i destini di 
Roma. 

Le fondamenta del futuro edificio erano gettate; ma per uU Assogjjftt- 
Umarlu e per far riconoscere in modo assoluto ai Galli la si- ^^'J^ul^ 
jmoria romana e ai Germani la frontiera renana, vi mancava ^aUia. 
però ancora molto. Tutti la Gallia mediana dai confini romani 
sino a Charlres e a Treven si sommise a dir vero senza resi- 
stenza di sorta al nuovo padrone, e sull' allo Reno e sul me- 
diano non era da temersi , almeno per allora, alcun attacco da 
parte dei Germani. Ma le Provincie .settentrionali, tanto i di- 
stretti armoricani nella Bretagna e nella Normandia, quanto la 
possente lega belga, non orano stali tocchi dai colpi vibrati con- 
tro la Gallia mediana e non si trovarono nella necessità di sot- 
tomeUersi al vincitore d'Ariovr^io. A questa è d'uopo aggiun- 
gere 1 altra circostanza che, come fu giù osservato , tra i Belerà 
ed i Germani d'oltre Reno esistevano degli strettissimi rappinti 
e che anche alla foce del Reno v'erano delle tribù germaniche spedizioH*; 
die si disponevano a passare il fiume. In conseguenza dì che 
Cesare nel febbrajo del 697 si mise in marcia contro i distrotti 57 
belgici col suo esercito cresciuto ora ad otto legioni. Memore 
della valorosa e fortunata resistenza opposta cinquant' anni ad- 
dietro con tutte le sue forze su' suoi contini ai Cimbri (Voi. II. 
p. 168) e animala dai numerosi patriolti rifugiatisi sotto le sue 
insegne dalla Gallia mediana , la lega belgica inviò sul contini 
meridionali tutta li\ prima leva di 300^000 armati capitanati d^ 



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S36 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VII. 

Gnlba re ile' Suessoni, per incontrarvi Cesare. Un sci distretto , 
quello dei possenti llemi (d'intorno a Reims), vide in questa 
invasione straniera l'occasione propizia per iscuotere il dominio 
die i Sne*<:oni loro viri ni esercitavano su esso, e si dispose 
ad as'^niiiere al settentrione ia parte che £^!i Edui avevnno eser- 
citnto nella Gallia mediana. Quasi al tempo slesso giunsero miI 
Vhivènti* ^^^^ li-'i'ri torio V est irito romano ed il belga. Cesare si jnlu 
sulla bone dalT nlTrire ballaglia ad un nemico valoroso e volte più 
AMouia. ^qyUì di numero ; egli si accampò al nord delPAssonia non lunf?ì 
dair odierno Pont à Vere tra Hheims e Lnon su un altipiano 
reso inattaccabile in parte dal fiume e (Uille paludi, in parie da 
fossati e da trincee, liiuiUindosi con nusuie di difesa a mandare 
a vuoto i tentativi dei Belga di passare TAssoniaedi tagliargli 
co^ì le sue comunicazioni. Se egli calcoIA , che la lega fra non 
molto si sarebbe sfasciata sotto il proprio peso, non ebbe male 
calcolato, he Galba era un onest^ uomo generalmente si mi -ito, 
ma non era fatto per comandare in un paese nemico un esercito 
di ;ìuu.O00 uomini. Le sue operazioni non progredivano e i vi- 
veri erano presso alla fine; nel campo degli alleali incominciava a 
mettersi il mal contento e la discordia. Anzi tutti i Bellovachi , 
eguali in forza ai Suessoni e già di mal umore per non essere 
toccata a loro la carica del supremo comandante delP esercito 
federale, non potevansi più contenere dacché si sparse la no- 
tizia, che gli Edui, quai federati dei Romani, si disponevano a 
invadere il loro territorio. Fu deciso di sciogliersi e di ritornare 
ai proprj focolari; se per vergogna tutti i distretti si obbligarono 
contemporaneamente di venire in ajuio del primo clie fosse at- 
taccato, codesti patti ineseguibili non furono che una meschina 
copertela del meschino scioglimenlo della lega. Fu questa una 
catastrofe, che ricorda vivamente quella che avvenne nel 179^2 
presso che sul medesimo suolo; e, come nella campagna della 
Sciampagna, la sconfitta non ne fu elio tanto più grave, poi- 
ché era successa senza battaglia. La mala direzione delP eser- 
cito che ri li II vasi permise al duce romano di inseguirlo come 
se fosse .stato seonliUo e di lìisiniggere una parie dei contin- 
iiciili rimasti sotto Tarmi sino alla fine. Ma le conseguenze della 
Assogjjet- vittoria non limitavansi a ciò. A mano a mano che Cesare en- 
*^del"*** trava nei cantoni occidentali dei Belga, l'uno dopo Taltro si da- 
orctjpn' ^^"^ ^^^^^ (l\iisì senza opporre resistenza: i possenti Sues- 
" tali.* soni (intomo a Soissons) non meno decloro rivali, i Bellovachi 
(intorno a Beauvais) e gli Ambiani (intorno ad Amiens). Le città 
aprivano le porte allorché scorgevano le strane macchine d'assedio. 



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ASSOeOBTTAHBHTO DBLCOCCIOSIITB. 937 

le torri ebe rotoìrraiifll eoniro le mm; anelli ebe non voliere 
tesi al signore strai^ro cercarono mi asilo al di là del mare 
iella Bretagna. Ma nei cantoni orientali il sentimento naiionale ^^^[f^^}^^ 
nostrossi con maggior energia. I Viromandni (intomo ad Arras), ^^V" 
gli AtrebaU (intorno a S. Quintino), gli AduaUci tedeschi (in- 
tomo a Namni% e prima di tntti i Narri (nelPEnnegavia) colla 
considerevole loro clientelat in nnntero dì poco inferiore ai Sues- 
soni ed ai Beilovachi, e di gran lunga superiori per valore e per 
amore di patria, formarono nna seconda e ptà solida lega, e ra&> 
colsero le loro forse sull'alta Sambra. Essi erano informati con 
tutta esattena da spie celtiche dei movimenti dell' esercito ro- 
mano; la loro conoscenia del paese e gli alti assiepamenti, che 
erano stati costruiti per difèndere il paese dalle frequenll scor- 
rerie dei ladroni a cavallo, venivano in acconcio agi) alleati onde 
celare alla vista del Romani le loro operazioni. Allorché quesM 
* giunsero alla Sambra, non lungi da Bavay, e mentre le legioni 
erano appunto occupate nel disporre il campo siili* argine sini* 
stro del Ilnme elaeavalleria e la fanteria leggiera nel riconoscere 
le altare silo dairaitra parta^ questi dner corpi furono improvvi- 
samente attaccati da tutta la massa delle schiere nemichete dalla 
collina spinti nel fiume. In un momento il nemico aveva gua> 
dato anche questo» e, dispreasando arditamente la morte, dato Tas* 
salto alle alture della sponda sinistra. Meglonari occupati ai trin- 
ceramenti ebbero appeno il tempo di cambiare la scure col 
brando; i soldati, motti senaa elilio, furono costretti di pugnare 
ove si trovavano, tinisa ordine -di battaglia, sema un piano, senza 
un vero comando ; poiché per rimprowisa sorpresa e in grazia 
del tmeno attraversalo dai^i alti as^pÀmenti le singole divisioni 
eranO' rimaste intieramente IsoliNe. Invece di' una battaglia vi Iti- 
reno moUeplict cómbattimenit separati'. Labienó alla testa deirala 
sinistra- respinse gli AtrebatI e li' iniiBgui sino 'al di là del fiume. 
Il centro dei Homani respinse i Viromandui giù dal versante. 
Ha Tata deatra, nella quale si trovava lo stesso supremo duce, 
fa dal numero molto superiore dei Nervj tanto più facilmente 
soipassata cbe la linea di messo , trascinata dair avuto successo, 
vi aveva lasciato un grande vuoto, e persino il campo non finito 
ta dai nemici occupato; le due legioni, di cui questo si componeva, 
ciascheduna come aggomitolala e attaccata di fronte e sul lati, 
perduto il maggior numero de' loro ufficiali ed i migliori loro 
soldati, pareva che dovessero ossero da un momento all'altro sba- 
ragliale e fatte a feid. Olà fuggivano da ogni lato quei del ba- 
gagliume de'Homani e te truppe alleate; già intiere dirisioni 



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S3S inno otiiMTo, GàPtmo vit. 

Mìa caTtUerìa eelliea ed il contingente di Treveri abbaftdotiavdno 
il campo e a brìglia adolta ilfrettaTanai di recara se* loro paesi 
la fausta notizia della aotferta aconfttia. TtoHo era nel massimo 
pericolo. Il sapremo d«ce slesse «afferrato lo scudo, combatteva 
fra i più atansaU; il sto eeemplo» la sna foce, la qnaìe anche 
in quel armento ecdtrra ^tisiasmo , lécere sostare le va* 
etllanti file. I Remani eveirano già ripreso coraggio e per io 
meno avemo lipristlttata rnnioAe delle due legioni, onde 
si componeva i}aest* ala » quando giunse soccorso in parte 
dairati^ne del inme^ dorè in questo frattempo insieme col ba« 
gagllume era giunta la retroguardia romana, in parla dair altra 
sponda del fiume > do?e intante Labieno si era portato innanxl 
sino al eampo neatfco, del quale si era impoasessato, e scorgendo 
il pericolo,incui versan Pala diritta, infiata la vittoriosa decima 
legione in ajuto del auo comandanta Separati dai loro alleati e 
attaccati contemporaBeamens» da ogni pule, I Nen], cui la tot* 
tona chiarifasi amraa, mostrarono lo stesso Talora come allor- 
quando essi oredevansi vittoriosi s ancora dallVilto del mucchi dei 
cadaveri de' loro connaiiefiali essi continuarono a combattere sino 
airultimo «omo* Per propria confessione tre soli dei loro sei* 
A^so-csfìt- cento senatori sopravvissero a questa giornata. Dopo questa ter* 
tameiuo ^ìnìe sconfitta 1 NervJ, glt Àtrebati ed i tlromandui tarmo co- 
BeiKa. Stralli a riconoscere la suprematla romana. Gli Aduatlci, arrivati 
troppo tardi per prendere perle al oombatUmento sulle rive della 
Sambra , tentarono per dir vero di mantenersi nella più forte 
dello loro città (sul monte Falhize vicino alla Mosa, non lungi da 
Hny), ma non andò guari ch'essi pure si sottomisero. Una sor^ 
presa notturna del campo romano sotto le mura della città, che 
gli abitanti ebbero ranlTno di tentare dopo la resa, andò fallita, 
e codesta fellonia fu dai Romani fatta espiarti con terribile se* 
verìtà. La clientela degli Aduatki, composta degli Eburonì, stan- 
zia nfi tra la Mosa ed il Reno^ e di altre piccole tribù vicine, fu 
dai Romani dichiarata indipendente, gli Aduatici, fatti prigionieri, 
furono in massa venduti schiavi al maggior offerente a prò del 
tesoro remano. Sembrava che la sorte fintale toccata ai Cimbri perse* 
guitnsse anche quest* ultimo loro ramo. Cesare si limitò a ordi* 
nare che le altre tribù soggiogate fossero completamente disar» 
mate e obbligate a dare degli ostaggi. I Remi ottennero la su* 
premaiia nella Gallia belgica, come gli Edni nella Gallia media* 
»a ; anzi in qaest* ultima parecchi distretti ostili agli Edui en- 
trarono piuttosto nella clientela dei Remi. Soltanto i lontani can- 
toni marittimi dei Merini (Artois) e dei Menapit (Fiandra e Bra* 



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Af SUaGETTAME.XTO BELL^ OCCIDENTE. 239 

bante), e la provincia ira la Schelda ad 11 Reno, abitata per la 
massima parte da Gennani , tooao pèc allora nnrorn rispar- 
miati dairiomione romaDa • limaaero lo posiesao deiraviia loro 
libertà. 

Venne la volta del diatrecti armorlcani . PabUo Grasso vi era spedi^ioiii 
«tato mandato con un un corpo di truppe romane sino daìl'an- ^^^^^"^ 
tonno del 697; egli ottenne, che i Veneti, i quali, padroni dei di^tniu 
perti deU'Mtiemo Morbihan e di nna raggnardev ole flotta, occu-"^^^'^^'"" 
pavane tanto nella navigazione comeiiel commercio H primo posto 
fra tutti i distretti celtici* e in generale tutti i distretti marittimi 
fra la Loira e la Senna ai sottomettessero ai Romani e loro 8om« 
minlatrassero degli oalaggi. Ha essi ebbero ben presto a pentire 
aeoe. Allorché nel segnante inverno arrivarono in questi ^'fi 

paesi degli nfOeìali ronani, onde farvi delle reqaisiaioni di fru- 
mento* eiai ftnonoi trattenuti come contr'ostaggi. Questo esempio 
la tosto aegnito non solo dai distretti annorìcani , ma ben anco 
dai cantoni ntarittimi belgi che erano ancora rimasti liberi ; dove, 
come avvenne in akvni distretti della Homandia , il consiglio 
comunale si rifiatò di accedere alle Inserrezione, la moltitudine 
lo spacciò e si mi con tanto maggiore aelo alla causa nazionale. 
Tutta la ceelieQ dalla Ibee della Loira sino a quella del Reno ^uerri 
insorse contro Berna; i patriottlpiù risoluti si recavano colà da ytaea. 
tutti i distieiii celUol onde concorrere alla grand*opera della li* 
berazione; già al faeiwa assegnamento sulla sollevatione dell'in* 
tiara lega b^oa, ioU'aasiaiensa della Bretagna, sul concorso dei 
fiennani d*oHre Beno. — Cesare Invlé Labieno con tutta k ca* 
valleria sul Beno per tenere In freno V agitala provincia belgica 
e per impedira^occorruido, ai Germani 11 passaggio del fiumeg un al- 
tro de* suoi comandanti In aecendo, Quinto Titttlo Sabino, mtircid 
alla testa di tre legioni aUa volta della Nonnandia» dovesi raccoglieva 
la nassa frimipale degli insoitenil. Ma il vero focolare deino'» 
snnesione etano i forti ed lutsUlgeiiti Veneti ; contraessi fu di* 
retto il prindpale attacco per mare e per terra» II naviglio com* 
posto delle nari del distrattt vassàlli celUcI e delle* galere co* 
stmtte in tutta fretta nel oantlerì della Loira ed equipaggiate 
con rematori della provincia narbonese fo affidato al comandante tu 
secondo Decimo Bruto; Cesare stesso col nerbo della aiia fanteria 
entrò nel territorio del Veneti. Ha questi vi erano preparati e ave- 
vano con destrean e con ferme&a profittato delle favorevoli condi- 
rioni topografiche e dei vantaggi di una ragguardevole forza n> 
vale. La campagna era tagliata e scarda di frumento , le città , 
quasi tutte site sopra scogli e sopra lingui di terra, erano di 



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tiO LIBRjO QtUlNTO, CàFllOLQ VII. 

difficile accaso dalla parte di terra; non miaori difficoltà preaen- 
tavanai per le sussistenze e per gli assedii a4 un eaeiàto che si ap- 
prosaimaaae dalia parte di terra per attaccarle^ ipentre i Celti 
eolle loro Davi le potevano a loro agio provvedere di quanto 
occorreva e alla peggio sgombrarle. Le legioni sprecavano negli 
assedii delle città dei Veneti e tempo e forze per vedere alla line 
sfamare sulle navi nemicbe gli sperati fratti della vittoria. Al* 
lorché il naviglio romano, dopo essere stato lungamente trat- 
tenuto dalle tempeste alla foce della Loira,ebbe finalmente rag- 
giunte le coste della Bretagna, fu .al suo comandante lasciala la 

liaitagiia facoltà di decidere la lotta con una battaglia navale. Owscit 
tra loro superiorità au questo elemento, i Celti si avanzaroao 

Hoinani eolla loro flotta contro quella dei Renani comandata da Bruta. 

Veneti. Non solo numerava la celtica duecentoventi navi, numera di 
gran lunga maggioie di quello che i Romani avevano potuto 
raccogliere, ma le sue navi a vela, costrolte solidamenle eoa alti 
bordi e col fondo piatto, erano anche più convenienti per resistere 
alle gigantesche onde dell* oceano Atlantico, che non le basse 
galere a remi dei Romani leggiermente connesse e oolle chi- 
glie acuminata Nè i projettì, né i ponti d^arrambaggio dei Ro- 
mani potevano arrivare alla coperta tanto elevatfi delie navi ne- 
miche e contro i forti tavoloni di quercia, inutili rinscivano i 
cozzi degli sproni di ferro. Ma i marinari romani con d^la ron- 
cole assicurate a perticoni tagliarono i canapi, noi quali i pen^ 
noni erano assicnrati agli alberi; pennoni e vele, cadevano, e, 
non potendo tosto rimediare ai danni > 1& njav^ diveniva inse^ 
vibile come al giorno d^oggl colla peidita dagli alberi maestri, 
e allora con un combinato attacco rieaciva .lacibiu^nle alle ga- 
lere romane dMmpadronirai della intormentita nave nemica. Ac- 
cortisi i Galli di questa manovra, tantamno di scostarsi dalla 
spiaggia, ove avevano .appiccata la lotta eoi Rnmeii , e di por- 
tarsi In alto mare, ove non potevano aeguirli le galere romane: 
ma per loro mala sorte avvenne improwisamenie nna perfetta 
bonaccia e la formidaUla. flotta, appareoohlala con tanti sacrifici 
dal distretti marittimi « fu dai Romani quasi intieramente di- 
strutta. Questa, batuglia navale — per quanto In ricordi la sto- 
ria , la più antica combattuta suir oceano Atlantico ~ riuscì 
appunto come duecento anni addietro il combattimento presso 
Milazzo (Voi. L P. II. p. 41) malgrado le più awerae condizioni 
in favore dei Romani in grazia di nna fortunata invenzione sng- 

eaiitoni gerita dalla necessiti. La conseguenza della vittoriii riportata da 

tnariuioii. grato fu T asscggcttamfHito dei Veneti e di tutta la Bretagna. 



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ASSOGGSTTAMEMTO DKLL'OCGIDBMTE. 241 

Fi& pér imporre alla narione cdtica (dopo aTor dato tante 
prove di clemensa a quelli che ai erano sottomessi ) con un 
esempio d' inesorabile severità contro quelli che si ostinavano 
nella resistenza, che per punire la rottura del trattato e F arre- 
sto degli affidali romani , fece Cesare mettere a morte tutto 11 
consìglio comunale e vendere in Ischiavitù tutti i cittadini del 
distretto dei Veneti. Per questa tremenda sorte e per la loro in- 
telligenza ed il loro patriotlsmo i Veneti più di qualsiasi altro 
distretto del Celti si sono acquistati un titolo airinteressamento 
della posterità. Air esercito degli Stati del litorale raccolto 
'M eanale oppose Sabino la stessa tattica , colla quale Cesare 
prima aveva vinto l'esercito belga suirAssonia; esso si tenne 
sQ0a difensiva fino a che nelle file del nemici si misero Tim- 
pntiénxa e la fanie^ e seppe poi ingannandole sullo spirito e sulla 
fonm delle proprie truppe e anzi tutto per la loro ìw^- 
senza attirarle a dare uno sconsiderato assalto al r^mpo ro- 
mino e quivi batterle , dopo di chè le milizie si sparpaglia- 
rono e il paese sino alla Senna si sottomise. — Solo i Mori ni spedisknl 
ed i Menapii perseveravano a non voler riconoscere la supre- i^Morini 
mazia di Roma. Affine di costringerveli comparve Cesare sui ^ ^ 
loro confini ; ma edotti ilalP csporienza decoro compatriolti essi 
evitarono di venire a battaglia sui confini e si ritirarono nelle 
foreste, che allora dalle Ardenne si estendevano quasi senza in- 
terruzione sino al mare del Nord. I Romani tentarono di aprirsi 
colla scure una via .i traverso codosle foresto, facendo servire le 
abbattute piante, accatastale da ambe le parli della via, come di 
barricate contro eventuali sorprese nemiche; ma Cesare stesso, 
per quanto fosse temerario, dopo parecchi giorni di faticosissima 
mirria, meglio ronsiprliato e a motivo pur anche che si andava 
appro6sim;jiido rinvi rno, ordinò la ritirata malgrado che fosse 
slàla sottomessa solo una piccola parte dei Morini e non si avesse 
potuto nemmeno raggiungere i più formidabili Menapii. L'anno 
di poi (^099), mentre Cesare era occupato nella Bretagna, fu fatta 
nuovamente marciare contro queste popolazioni la maggior parie 
deiresercito ; ma anche questa volta la spedizione non raggiunse 
il suo precipuo scopo. Ciò non pertanto il risultato delle ultime 
campagne fu la quasi totale sr miuessionc della Gallia sotto il 
dominio dei Romani. Se la Oaiiia centrale si era assoggettata 
senza difendersi, i distretti belgici furono obbligati a riconoscere 
la signoria romana in seguilo ìfdla campagna del 007, e dopo 57 
quella del seguente anno lo furono i distretti marittimi Le 
Imniaose speran^^e, colle quali i patriotti cellici avevano iniziata 
atorkk Romana, VoL (U. i6 



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J42 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VII. 

1' ultima campagna, non si erano veri ricalo in nessun sito. Nò 
Germani , nò Hrrloni erano venuti in luro aiuto, e nel Belgio 
bastò la pieseii/.a di Labieno per impedire che si rinnovassero 
le scene dello scorso anno. 
Camunira- Menile Cesare colla forza delle armi andava estendendo lo Stalo 

stabilite nomano in occidente col pensiero di formarne uno tutto unito, 
coli' Italia egli pensava altresì di aprire delle comunicazioni tra il territorio 

VaSlese, di nuova conquista, destinato a riempire la lacuna esislentc fra 
l'Italia e la Spagna , e quesio e (|uel paese. La comunica/aone 
tra la Gallia e T Italia era hensi stata grandemente facilitata colla 
77 strada militare costrutta da Pompeo nelPanno 677 aiiraverso il 
Mon-Ginevra (V. p. 29); ma dacch»'' tutta la Gallia era soggetta 
ai Romani abbisognava una strada che dalla vjlle Padana pas- 
sasse alli'averso la cresta delle Alpi in direzione nordica e non 
occidentale, una comunicazione più cnrla tra V Italia e la Ciallia 
centralo. Il commercio si serviva da lungo tempo della via, che 
pel S. Gottardo mette nel Vallese e al lago di Ginevra. Onde 
recare questa via in suo potere Cesare aveva sino dall'autunno 
67 del 697 fatto occupai'e Ottoduro (Marlignyj da Sergio Galba e 
ridurre gli abitanti del Vallese alla sommissione, ciò che per la 

e colla valorosa difesa di codesti montanari non fu che ritardato. — 

Spagua. Onde ottenere poi la comunicazione colla Spagna fu Tanno se- 
M guenle (698) spedito neirAquitania Publio Oasso coli' incarico 
di costringere le tribù iberi* lie cola stanziale a riconoscere la 
signoria romana. 11 (ùmpito non era facile; gli Ibori tenevansi 
più uniti dei Celti e sapevano meglio che questi imparare dai 
loro nemici. Le Irilui (V oltre i Pirenei, specialmente i formida- 
bili Cantabri, inviarono delle truppe ai minacciali loro compa- 
triolti ; con queste vennero degli ufiiciali educati nell'arte della 
guerra alla scuola di Sertorio. i quali per quanto fu possibile 
insegnarono airesercito aquitano, già rispettabile pel suo numero 
e pel suo valore, le massime fondamentali della tattica dei Ilo- 
mani, e particolarmenle Tarle di porre il campo. Ma il dìsiinto 
generale che comandava i Homani seppe vincere tutte le diffi- 
coltà e dopo alcune battaglie campali, fortemente contese e fe- 
licemente vinte, ridusse all' ubbidienza dei nuovi sigQon le po* 
polazioDi dalla Garonna sino vicino ai PireneL 

▼foiuìon! " ^^s^r® ^ra prefisso, cioè il soggioga- 

d i mento della Gailia, era stato raggiunto se si vuole con gualche 
renani P'^cioHssima eccezione e per quanto si poteva in generale rag- 
fatte giungere colia spada. Ma l'altra mela dell'opera da lui inco> 
minciata era lien lungi dair essere recata a buon porto^^giacciii 



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ASSOGGBmMEMTO DELL'OCCIDENTE. 243 

1 GennaDi non dappertaUo' erano siati obbligati a riconoscere il 
Reno come la loro frontiera. E appunto adesso neir inverno del 
098f9 al era fàtta un'altra violazione di confini snl corso info- M|8 
rìore del finme^ là dove t Romani non erano ancora pervenuti. 
Le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri, dei cui tenta- giì 
tivi per passare il Reno nel paese dei MenapiI già si disse (Y. ^^S'f^ 
p. M), avendo sorpresa la vigilanza dei loro avversari con una Teneteri. 
finta ritirata, T avevano passato colle barche dei Henapii--una 
massa immensa , che si vuole far ascendere comprese le donne 
ed i fanciulli a 430,000 individui. Essi erano ancora accampati 
nelle vicinanze di Nimega e di Cleves ; ma correva voce che, se- 
guendo le esortazioni del partito patrìotico dei Celti, essi pen- 
sassero di recarsi nella Gallia intema, e codesta voce venne ac- 
ereditata dalla notizia divulgatasi che le loro schiere a cavallo 
scorressero già sino ai confini dei Treveriani. Se non che quando 
Cesare alla testa delle sue legioni si fece loro innanzi, i trìbo- 
bti emigrati non apparvero vogliosi di nuovi combattimenti, ma 
disposti ad accettare volontierì il terreno, che i Romani loro as- 
segnerebbero per lavorare pacificamente sotto la loro supremazìa. 
Mentre si facevano le relative trattative, nacque nel supremo 
duce romano il sospetto, che i Germani volessero soltanto 
guadagnar tempo sino al ritorno delle schiere di cavalle- 
ria da essi allontanale. Se questo sospetto fosse fondato o meno 
non lo si può dire, ma confermato in quella idea da un'aggres- 
sione falla malgrado P armistizio da uni schiera nemica contro 
la sua vanguardia, e irritalo dalla sensibile perdita fallane , Ce- 
sare si credette autorizzato di passare sopra quahiasi riguardo 
del diritto delle genti. Allorché il giorno dopo i principi e i se- 
niori dei Germani vennero nel campo de' Romani por chiedere 
scusa dell' aggressione fatta a loro insaputa, essi furono arrestali 
e la massa rimasta senza i suoi capi e senza alcun pn senii- 
mento fu repenlinamente attaccata dall'esercito romano. Fu me- 
glio un macello che una battaglia; quelli che non perirono sotto 
il ferro dei Romani furono inghiottiti dalle onde del Reno ; pres- 
soché le sole (liMsioiii, che trovavansi staccate dal sito del com- 
battimento qn iiuio esso cominciò, si .sottrassero alia carnelìcina 
e riusrirono a ripassare il Reno, dove i Sicambri accordarono 
loro un nsilo, come pare, sulle sponde della Lippa. La misura di 
Cesare lontro questi immigrati germanici fu dal Senato severa- 
m^^nte e giustamente biasimata : sebbene pert^ non U si possa 
scusare, mi^e un pnssrnte argine ai tentativi dei Germani. 
Ciò non ostante Cesare giudicò necessario di fare un altro passo 



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244 UBRO QUINTO, GAPITOU) VII. 

Cesare e di condurre le legioni oltre il Reno. Colà egli non dilét- 
destn tara di relazioni. Nel grado di rivillà , in cai allora bÌ tro- 
'PJ^^^ vavano i Germani, mancava ancora ogni compattezza nazionale ; 
Itene, e non erano per nnlla inferiori ai Celti nelle divisioni politiche, 
sebbene ciò avvenisse per cause diverse. Gli Ubii (stanziati sul 
Sieg e sttl Lahn) , la più civile tra le tribò germaniche, erano 
stali da poco tempo vinti e resi tributari da nn potente di- 

87 stretto avevo del paese intemo e sino dal 687 avevano man- 
dato ambasciatori a Cesare pregandolo essi pare di liberarli 
come i Galli dalla signoria sveva. Non era intenzione di Cesare 
di aderire seriamente a codesta richiesta, che T avrebbe invilup- 
pato in Imprese senza fine; ma gli sembrò bensì conveniente, 
onde impedire che le anni germaniche passassero il Eeno^ per 
lo meno di mostrare le romane oltre il medesimo. ajuto, che 
trovato avevano presso i Sicambri i fuggiaschi Usìpeti e i Teno 
leri, offri una opportuna occasione. Cesare fece gettare un ponte 
su palafitte come pare nel territorio fra Coblenza e Andemacb 
e condusse le sue legioni dal territorio dei Treveriani in quello 
degli Ubii. Alcuni minori distretti si sottomìsero ; ma i Sicambri, 
contro i quali era particolarmente diretta la spedizione, si ritraa» 
sefo air avvicinarsi dell* esercito romano neir intemo del paese 
seco loro conducendo i loro protetti. E così il possente distretto 
avevo, che opprimeva gli Ubii , probabilmente quello che più 
tardi compare sotto il nome dei Catti, fece sgombrare i distretti 
confinanti col territorio degli Ubii e mettere al sicuro tutta la 
popolazione imbelle, mentre dispose che tutti t capaci di portar 
armi si adunassero nel centro del distretto. Il duce romano non 
aveva né motivo nò voglia di raccogliere codesto guanto; il suo 
scopo di fare una ricognizione, e col passaggio del Reno d' im.* 
porre possibilmente ai Germani, e per lo meno ai Celti e agli 
abitanti di quelle contrade, era in monte rac^unto; dopo die- 
ciotlo giorni di permanenza sulla sponda destra del Reno ritornò 

88 nella Gallia e rappe il ponte dietro sò(899). 

Spedizione Rimanevano i C^lti isolani. Ponendo mente agli intimi rapporti 
Breu^ esistenti tra questi ed i Celti di terra ferma, e particolarmente quelli 
dei distretti marittimi, non desterà sorpresa, che essi almeno colle 
loro simpatie avessero preso parte alla resistenza nazionale, e che, 
non potendo venir loro in aiuto colle armi, avessero accordato a 
ciascuno, che non trovasse piùsicorezza in patria, un onorevole aùlo 
nella loro isola protetta dal mare. Non era senza pericolo questo 
tratto di pietà , se non pel momento certamente per V avvenire; 
sembrava conveniente^ se non d'imprendere il sogi^ic gamenio dèl- 



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ASSOMBTTAllBIfrO DELt^ OCCIDENTE. 245 

riiola Siesta, di sostenere anche quivi la difesa {tassando alPof- 
fensiva e di far senUre agli isolani con uno sbarco sulle loro co- 
ste, cbe il braccio dei Romani arrìTava anche oltre il Canale. Il 
primo ufficiale romano, che mise il piede sul suolo della Breta- 
gna, Pol>llo Grasso^ erasi già da colà recato (697) alle « isole dello 87 
slagno > cbe sorgono^ air estremità sud-ovest dell'Inghilterra (le 
ìsole SciUj); nell'astate del 699 jiassò Cesare stesso con due sole 85 
legknil il Canale dove é più breve il transito ('). Egli trovò la 
spiaggia guarnita di truppe nemiche e veleggiò oltre; ma i carri 
da guerra nemici correvano veloci per ima come le gale* 
10 romane sul mare e a* soldati romani non riusci che colla 
masainu difficoltà e sotto la prolexiene delie navi da guerra, 
le qiuli tenevano sgombro 11 lido colle baliste e colle fion- 
do, di guadagnare la riva sotto gli occhi dei nemici , parte a 
guado, parte in battelli. AL primo spavento i più prossimi vil- 
laggi si sottomisero; ma tosto s* accorsero gli isolani della 
debolecsa del nemico e come esso non osasse scostarsi dalla 
riva* Gli indigeni scomparvero ritirandosi neir interno e non 
rìtomarono che per minacciare il campo de* Romani ; la flotta 
poi, che questi lasciato avevano nella rada aperta, aveva sofTerto 
gravissime avaria dalla prima procella sopravvenuta. I Romani 
dovettero dirsi fortunati, se loro riesci di respingere gli attacchi 
dei barbari sin tanto che le navi non fossero alla beila meglio 

C) Cbo i tragttti di Cesare neU^lDgliUtorra awenitaero dai porti sili sidla 
eostien da Calaìs a Boulogne approdando sulla spiaggia di Keot S cosa 

naturale, e Cesare stesso lo dico. Fu sovputf! tentato di indicare i sili con mag- 
giore precisione, ma st.nnun' indarno. La trailizione dic^; soltanto, che nel 
primo tragitto la fanteria s imbarcò in un porlo, la cavalleria in un altro ad 
otto luigUa di distanza dal primo verso Oriente (4^23J8) e cbe la seconda 
apedìsione partì da quello fraquesU due porti, cbe Cesare aveva trovato 11 più 
comodo, dal porto itico (del quale non è detto altrove) distante dalla spiag- 
{?ia brilaiiiiica (seconda l'ii scritti di C ^ ire) 'M o hO miglia (= a 320 stadii 
secondo Strabone 4, 5, 2, il quale attnise senza (ifihhio da O'sare). Dalle pa- 
rola di Celare (4, il), avere egli scelto il < tragitto più corto • i>i può bensì 
ragionevolmente ritenere, cb'egli non abbia attravenalo 11 Canale, sibbene 11 
Passo di Calata , ma non cbe su questo abbia tracciato la linea matematica- 
mente più corta. Vi wioÌQ la fede inspirata dei topografl locali, onde C(^*a- 
jnfo di simili indicazioni, delle quali ciò che in sevi ha di nifi;lio riesce quasi 
inservibile per la incerta tradizione della cifra, tentare di listare i luoghi; se 
non che fra lo multe possibilità pare die debba pruvalerc queUa, cbe il porto 
itico (cbe Strabene In altri luoghi ideotlflca, e verosimilmenle-coti ragione, 
eoo quello, dal quale parti la prima spedizione colla fanteria) fosse situato 
presso Ambletouse airocrldcnte del capo Giis Nez» il porto ove fu imbarcata 
la (-avalleria presso Ecale (Wissant) ali' oriente del detto capo, e che l'approdo 
abbia avuto luogo all' oriente di Douvres presso WaimsrcasUe. 



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2i6 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VII. 

rìjMrate e dì raggiungere colle medesime di bel nuovo la spiag- 
gia gallica ancora prima che cominciasse la mala stagione. — 
Cesare stesso era si malcoateato dei rìaultaU di questa spedizione 
intrapresa con tanta leggerezza e con mezzi ai insufQcienti, che 
• ^ egli fece tosto (inverno 089-700) allestire una flotta da trasporto 
. di 800 vele e nella primavera del 700 alla testa di cinque le- 
gioni e di 2000 cavalieri salpò una seconda volta verso le spiag- 
gie di Keiit. Alla vista della grande armada si ritrasse anche que- 
sta volta la forza armata dei Britanni radunata sulla spiaggia 
senza osare di cimentarsi in una battaglia; Cesare si mise tosto 
in marcia per rinterno dell* isola e dopo alcuni feAkÀ combatti* 
menti passò il fiume Stoor; ma egli dovette con gravissimo ano 
dispiacere sospendere la marcia perché la flotta lasciata odia 
rada aperta era stata di nuovo assai mal concia dalle procelle 
sopravvenute nel Canale. Sino che le navi furono tirate a secco 
e che furono date le necessarie disposizioni per le rìparaiioni 
passò un tempo prezioso , dal quale i Celti seppero savia- 
mente trarre partito. 11 valoroso e avveduto principe Cassivel- 
launo, il quale signoreggiava neir odierna contea di Middle- 
sex e suoi dintorni , in passato il terrore dei Celti al mezzodì 
del Tamigi, ora il rifugio e il propugnatore di tutta la nazione» 
si era messo alla testa delle forze armate per la difesa del paese. 
Egli non tardò ad avvedersi, che la fanteria celtica era assolata- 
mente nulla a fronte della romana, e che la leva in massa, oltre 
alla grave spesa del mantenimento ed alla difGcoltà di tenerla 
in freno, non riesci va che d'impedimento per la difesa; egli per 
conseguenza la licenziò e conservò soltanto i carri da guerra che 
raccolse in numero di 4000 e i relativi combattenti, i quali, addo- 
strati a scendere d'un salto dai carri e a battersi anche a piedi come 
la cavalleria cittadina della Roma antica» potevano servire in due 
modi. Quando Cesare fu in grado di continuare la sua marcia, 
non trovò in nessun sito degli intoppi; ma 1 carri da guerra dei 
Britanni precedevano e passavano continnameote a fianco deireser» 
cito romano , tenevano sgombrato il paese, ciò che per la man* 
caoza di città non era difficile ad ottenersi, impedivano che ve- 
nissero dai Romani distaccate le truppe e minacciavano le comu- 
nicazioni. Pare che Cesare passasse il Tamigi fra Kingston e Brent- 
ford al di sopra di Londra; si tirava innanzi, ma non si facevano 
veri progressi ; il generale non vinceva alcuna battaglia , il sol- 
dato non f.'iceva bottino e runico vero risultato, la sommessione 
dei Trinobanti, era meno la conseguenza del timore dei Romani 
che quella del profondo odio che codesto distretto nitrirà per 



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ASSOGGETTAMENTO DELL' OCCIVBNTB. 247 

Gassìvellauno. Ad ogni passo innaiìzi il perìcolo si faceva mag- 
giore e l^attacco fatto dai prìncipi di Kent per disposizione di Gas- 
sivellaBno contro la stazione della flotta romana , sebbene fosse 
stato respinto» ammoniva serìamente alla rìtirata. La presa d'as- 
saltò di una trincea di piante abbattute, che procacciò ai Romani 
una quantità di bestiame, somministrò per rinatile avanzarsi una 
meta soddisfacente ed un discreto pretesto per dare di volta. Ed 
anche Cassivcllaano era abbastanza avveduto por non ispingere 
agli estremi il perìcoloso nemico e promise sulla rìchiesta di 
Cesare di non inquietare i Trìnobanti, di pagare un trìbuto e di 
dare ostaggi. Non si parlò di consegna d'armi, né dì presidii ro* 
mani, e anche le fatte promesse, quanto airawenìre, non furono 
probabilmente né date, né ricevute seriamente. Dopo ricevuti gli 
ost-ìggì Cesare fece ritomo alla stazione navale e salpò per la 
Gallia. Se egli, come ad ogni modo sembra, aveva sperato di sog- 
giogare questa volta la Bretagna, questo piano era andato intie- 
ramente fallito sia in grazia dell'accorto sistema di difesa di Cas- 
sìvellauno, sia, e anzi lulto^ in grazia della fUsutiiità delle navi 
a remo dei Romani nelle acque del mare del Nord. Gli è poi 
certo, che in quanto al pattuito tributo, esso non fu giammai 
pagato. Pare però ciie si sia raggiunto lo scopo immediato, che 
era di togliere i Celti isolani dall' arrogante loro sicurezza e di 
indurli nel loro proprio interesso a non tolleraiv più lungamente, 
che la loro isola servisse di focolare all' emigt azione della terra 
ferma : almeno d'allora ui poi non si udirono più ianicQU per 
un SI li al io patrocinio. 

L'invasione germanica era stata respinta ei Celti continentali Con^'iure 
erano siali snggiojrati. Ma accade sovente clie sia più facile di patJJiQjy 
sottomettere una nazione libera che non tenere in ubbidienza una 
soggiogata. I.a rivalità deli-egemonia , per la qiiale più che per 
le anni romane aveva soccombuto la nazione celtica, era slata 
in certo qnal modo tolta di mezzo colla comiuista, poiché il con- 
quistatore riteneva l'egemonia per proprio conto. Gli interessi 
particolari tacevano; sotto la prt;ssiouo comune i Celti senti vansi 
ancora un popolo, eil pn .L'io immenso di ciò che erasi posseiìuto 
ed era slato perduto con indifferonz a. la libertà e la na/.ionalifà, 
veniva adesso, hencliò troppo tardi, iiianifestato dalla immensa 
bramosia di riacquistai lo. Ma ora forse troppo tardi? Pieni d'ira e 
di vergogna dovevano essi fonfessarc, die una nazione, che con- 
lava v('v lo meno un milione di uomini capaci di portare armi, 
una naznorie di antica e l)eu meritata fama militare, arasi la- 
sciata imporre il giogo da 50,000 Homaui tati' al più. L'assog* 



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248 LIBRO QUINTO, CAPITOLO TU. 

getiamciKo della federaziope della Gailia mediana senza che essa 
avesse tenlatu la minima opposizione, quella della lega belga che 
non fece di più che mostrare la volontà di combaltere; per contro 
la eroica caduta dei Nervii e dei Veneti, la prudente e felice resistenza 
dei Merini e dei Britanni sotto Cassivellauno — lutto ciò che 
isolatamente si aveva trascurato e si aveva operalo, ciò che era 
andato a m;ile, e ciò che era stalo raggiunto, spronava gli animi 
dei palriotti a fare dei nuovi tentativi possibilmente con mnt:- 
giore armonia e con maggiore effetto. Dominava particolarmente 
fra la nobiltà celtica un fermento, che minacciava di voler ir- 
rompere ad ogni istante in una generale sollevazione. Già prima 
della seconda discesa in Bretagna, avvenuta nella primavera 

84 del 700, Cesare aveva credulo necessario di rerarsi in persona 
presso i Treveriani, i quali dopo d'essersi compromessi nella 

57 battaglia dei Nervii nel 697 non erano più comparsi alle diete 
generali ed avevano contratto coi Germani d'oltre Reno rela- 
zioni più clie sospette. Allora Cesare s'era contentato di con- 
dune seco in Bretagna col contingente di cavalleria ilei Treve- 
riani i più ragguardevoli uomini del partito palriotico e inirtico- 
larmente Induziomaro; egli fece quanto far si poteva per non 
accorgersi della congiura, percb^ le misure di rifrore non la fa- 
cessero volgere ad insurrezione. Ma quando l'Eduo Dunorice, 
che di nome trovavasi addetto air esercito destinato a far veln 
lier la Bretagna come ulìiciale di cavalleria, ma che in sostanza 
vi era come ostaggio, ri lìutò assolutamente d'imbarcarsi e invece 
se ne andò a casa, Cesare non potè fare a meno di considerarlo 
come disertore, di farlo inseguire da un ili>ticcamenlo; ed essen- 

84 dosi egh messo in difesa contro il medesimo, fu fatto a pezzi (700). 
La sparsasi notizia, che il più valoroso cavaliere del più pos- 
sente e meno dipendente distretto celtico era stato ucciso dai 
Romani, fu come un colpo di fulmine per tutta la nobiltà cel- 
tica; tutti coloro, che erano animati degli stessi sentimenti — e 
di questi componevasi l' immensa maggioranza — vedevano in 
Insurre- quella catastrofe l' immagine di quanto loro sovrastava. Se il 
ziuue. pairiolismo e la disperazione avevano spinto i capi della nobiltà 
celtica a congiurare, ora il timore e la necessità della propria 
54|3 difesa decisero i congiurati ad insorgere. Nell'inverno del 700|i, 
ad ecce/àone di una legione elio stanziava nella Bretagna e d' un 
altra inviata nell'inquietissimo distretto dei Carnuti (presso Char- 
Ires), tutto Cesor'ito romano composto di sei legioni trovavasi 
accampato sul territorio belga. La scarsezza delle provvigioni di 
frumento aveva suggerito a Cesare» contro il suo costume > di 



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ASSOMKTTàVmTO Mu^iMcmim. Hi 

separare. sue truppa e di accamparle ne' sei dlslretU dei Bel* 
levaci , degli Ambiani, dei Morìnì, dei Nervii, dei Remi e degli 
Eburoni. Il campo più distante di tutti, posto verso oriente nel 
territorio degli El)^^o^l, verosimilnionle non lungi dalla poste- 
riore Adualica (Tongn^es), il più forte, formato d'una legione 
comandata da uno de' più distinti divisionaij di Cesare, Quinlo 
Titurip Sabirio, e inoltre di parecchi distaccamenti capita- 
nati dal valoroso Itacelo Aurunculeo Cotta, della complessiva 
forza di una mezza legione si vide repentinamente circon- 
dato dalla leva in massa degli Eburoni comandati dai re Am- 
biorice e.Catuvolco. L'assalto fu si inaspettato, che i soldati, 
che in quel mentre erano assenti dal campo, non poterono es- 
sere richiamati e furono presi dai nemici; del resto il pericolo 
non era sì grave, poiché vi erano provvigioni sulìicienli e 1' at- 
tacco tentato dagli EJiuroni era rimasto senza effetto e si era 
infranto contro le trincee romane. Ma re Ambiorice fece dire al 
comandante rom^np, che tutti i campi dei Romani nella Galiia 
doTeyan(^ essere npllo stesso giorno eguaUu^te sorpresi e chei 
Rom^i ec^np irrein^sibilmente perduti, se i corpi staccati non 
si concentravano con tutta celerità; che Sabino dovesse tanto, 
più affrettarci .a .p;\i1ir^ ^ dacchò anche i Germani d'oltre Reno 
ennpJgiÀ io. marcia ; .eli' egli, mosso dal r amicizia pel Romani » 
gU assicurava la libera partenza uno al più prossimo campo ro- 
maiip.,di|»tfii^|e,4oltaato due giornate di nareia. Queste notizie 
ugn))rayapp contenere qualche cosa di Taro; che il piccolo di- 
8treUa,,d^ £Jl>ni;opi particolfirmentp favorito dai Romani ,(Y^ 
p. 23^) dà, solo osato di imprendere l'attacco era d| fatti 
incredibili! e, conalderala la difficoltà di mettersi in comanipa* 
xione cogl^ altri caìqpi.pipsti a.rajggnardenrole distanza» il pericplo 
di T^rsi asaaUti è distratti alla spicciolata da. tatta la massa 
dctgU i^sf^igfipti era. troppo gijave per essere p<i4to assolntamaatlle 

(*) Che Cotta, b^Qcbé non luogolfiDente di Sabino , ma bend legato pari a 
Int ftwse tuttavia seoenl? di pl^ leeeofe data e nieao e 

cbe Del caso d' una divergenia esso dovesse cedere , risulta tanto daUe pre: 
cedenti prestr^/ioiii Ji S:ibino, quanto dalla circostanza, che, ove si parla di 
tatti due (4, a. 5, 24. 26. 6, 32; diversamente 6, 37), Sabino è sempre nomi- 
nato il primo, e cosi ancbe dalla narrazione della catastrofe stassa. Del resto 
non p^e possibile, die Geai^ce avesse nominato due geoeraU . con eguali la- 
cottà per coqianiiaiy uno atèiso campo e .die. noa vwm piovvediito p^eaaq 
di uóa «iiseiepansa di opinione tra Tuno 0 l'altro. Le eloque coorti poi non 
contavano nella Ip^om» (confr r>, 32. 33), rome non contavano le 1? cooHi sul 
ponte del Reno (6, 29 coiifr. ;n) e pru'e cbo fos.s»^ro distarriiiiirritl di altre 
parti dell'.eserplto, assegaati qua! rmiprzo a questo campo, come ai pUi piot*. 
tiniio ai Germaiii. 



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uso LIBRO QUINTO, CAPITOLO Vii. 

in non cale; ciò non per tanto non potmsi menomamente 
dubitare, ehe tanto ronor^" jnanto la politica imponevano di 
respingere la capitolazione offerta dal nomico e di rimanere al 
posto affidato. Sebbene però nel consiglio di guerra parecchie 
yoci si elevassero in favore di siffatta opinione e particolarmente 
quella rispettabile di Lucio Aurunculeio Gotta , il comandante 
(Quinto Titano Sabino} decise di accettare la proposizione d*Am- 
biorice. Le truppe romane partirono quindi il giorno appresso : 
ma alia distansa di una scarsa mezza legn da) campo c'im sì 
troTarono in una angusta valle circondate dagli Eburonie sbar- 
rata ogni sortita. Esse tentarono di aprirsi una via colte armi ; 
ma gii £boroni non vollero cimentarsi in una mischia e si ac- 
contentarono di saettare gli ammassati Romani dalle inattacca- 
bili loro posizioni. Fuori di sè, cercando salvezza contro il tradi- 
mento presso il traditore, Sabino chiese un abboccamento con 
Ambiorice; fa accordato, ed esso e gii unciali del sno seguito 
fmrono prima disarmati e poscia spacciati. Morto il comandante, 
gli Eburoni si gettarono da ogni parte sugli spossati e disperati 
Romani e ruppero le loro file ; i pià, e fra questi Gotta , che 
era già stato ferito prima, trovarono la morte in questo assalto; 
alcuid pochi, cui era riuscito di ritornare nel campo abbandonato, 
si diedero spontaneamente la morte nella seguente notte. Tutta 
Cicerone questa colonna dellVsercito romano fù distrutta. —Un tale sue- 
attaccalo. ^^^^ ìsperato dagli insorgenti, accrebbe tanto il fermento 
tra i patrioti celtici, che, essendo IMnsurrezione scoppiata nei 
punti più disparati, i Romani non erano sicuri di nessun distret^ 
to ad ecceEione dì quelli degli Edui e del Remi. Anzi tutto gli 
Eburoni profittarono della riportata vittoria. Rinforzati dal bando 
degli Advatiei, i quali colsero di buon animo l'occasione di con- 
troccamMare il male loro recato da Cesare, e dei forti e ancora 
indipendenti Menapii, essi entrarono sul suolo dei Nervil,! quali 
incontanente ad essi si unirono, e tutta la massa, che ascen- 
deva cosi a 60,000 combattenti, si mise in marcia verso il campo 
de* Romani posto nel distretto dei Nervii. Quinto Cicerone, che 
ne aveva il comando , si trovava col debole corpo di truppe in 
un grave imbaraszo, massimamente dacché gli assedianti, imi* 
tando i nemici, elevarono essi pure ripari, scavarono fossi, e 
costrussero testuggini e torri mobili al modo del Romani e in- 
cendiarono con proiettili ardenti i tetti di paglia delle baracche 
militari. Gli asBediati riponevano Iconica speranza in Cesare, il 
quale.con tre legioni avemaTa a non molta distanza nelle vicnian- 
26 di Amieos; ma per un tempo notabile*-^ e questa è una prova 



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ASSOGOKTTAMBHTO DII.L*0CCI1»BHTB. S5Ì 

eavttleiistica dello spirito pubblico ehe regnaya nel paese dei 
Celti — il supremo dace non ebbe alcun sentore né della cata- 
sirofe toccata a Sabino, nò déìh grave posizione di Cicerone. 
Hinsd finalmente ad un cavaliero celtico del campo di Cicerone 
di aprirsi nna Tla attraverso i nemici e di giungere sino a Ce* 
sarà. Udita la triste notisia Cesare parti immediatamente benché cesare 
soltanto con doe deboli legioDì , circa 7000 nomini e 400 cava- cicerone. 
lierì; 'ma bastò la notizia della sna venuta per decidere gli in- 
sorgenti a levare V assedio. Era ormai tempo ; sopra dieci uo- 
mini nel campo di Cicerone nove erano feriti. Cesare, contro 
cai si era volto T esercito insurrezionale, ingannò i nemici amsuta, 
sulle sne forze, come T aveva fatto parecchie volto con successo; 
nelle condizioni pìt sfavorevoli essi tentarono un assalto contro 
il campo del Romani e ne ebbero una sconfitta. È una cosa 
strana, ma caratteristica per la nazione celtica , che in seguito 
di questa unica battaglia, o per dir meglio in seguito forse della 
presenza personale di Cesare sul campo della lotta , T insurre- 
zione, iniziata si vittoriosamente e cotanto estesa, interrompesse 
la goma cosi subitemente e meschinamente. I Nervii, i Menapii, 
gli Aduatict, gli Eburoni si ritirarono alle case loro. Fecero lo 
stesso quelli dei distretti marittimi , i quali avevano ndnarclato 
di aggredire la legione stanziata nella Bretagna. I Treveriani, dal 
condottiere dei quali Induziomaro gli Eburoni , clienti del pos- 
sente distretto limitrofo, erano stati particolarmente indotti a 
codesto efficacissimo attacco, informali della catastrofe d*Adna- 
tìca, avevano dato di piglio alle armi ed erano entrati sul ter* 
ritorio dei Remi affine di attaccare la legione stanziatavi sotto 
il comando di Labieoo ; essi pure sospesero per allora la con- 
tinuazione della lotta. Onde non esporre le estenuate sue truppe 
a tutto il rigore deir inverno nella Gallia e scendere di nuovo 
in campo con imponenti forze, quando le distratte quindici coorti 
fossero rimpiazzate in modo imponente dalle trenta nuove chiamate 
sotto le armi. Cesare rimise ben volentieri alla primavera le ul- 
teriori misure contro gli insorti disiretti. Sebbene le armi feces- 
sero sosta, l'insurrezione andava frattanto estendendo le sue file. 
Le sue sedi principali nella Gallia mediana erano in parte i di- 
stretti dei Carnuti e dei vicini Senoni (intorno a Sens), che ave- 
vano scaccialo il re messovi da Cesare, in parte h provincia dei 
Treveriani, i quali eccitavano tutta l'emigrazione celtica e i 
Germani d'oltre Reno a prendere parte alla sovrastante guerra 
nazionale e chiamarono sotto lo armi tutta la loro gente, onde 
colla primavera invadere per la seconda volta il territorio dei 



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M LIMO QUINTO, CAPITOLO VII. 

Remi, far prigiooiero il corpo di truppe comandato da Labieno 
e mettersi in relazione cogli insorti sulla Senna e sulla Loira. 
I deputali di questi tre distretti non comparvero alla dieta con- 
vocata da Cesare nella Gal Ha mediana e dichiararono cosi la 
guerra non meno apri tain ente di quello che avesse fatto una 
parte dei distretti belgici attaccando Sabino e Cicerone. Il verno 
andava alla flne allorché Cesare dopo d'avere in questo frattempo 
rinforzato ragguardevolmente il suo esercito si mosse contro gli 
• insorti. I tentativi fatti dai Treveriani di concentrare la solle- 
vazione non erano riusciti ; le Provincie agitate furono tenute io 
freno dalla presenza delle truppe romane, quelle ribellatesi at- 
taccate runa dopo l'altra. 1 primi ridotti da Cesare air ubbi- 
dienza furono i Nervii. La stessa sorte ebbero i Senoni ed i 
Carnuti. E così accadde al distretto dei Menapìi, il solo che non 
si fosse mai sottomesso ai Homani; esso fu attaccato al temp» 
stesso da tre parti e costretto a rinunciare alla libertà lunga- 
mente conservata. Labieno frattanto prep:ìrava la stessa sorte ai 
Treverensi. Il primo loro attacco era stato iNualizzato in parte 
dai rifiuto delle più vicine tribù germaniche di somministrare 
loro dei mercenari), in parte dalia circostansa che Indiizioaian^ 
1* anima di tutto il movimento, era rimasto morto in ima acara* 
mncda contro la cavalleria di Labieno. Ma essi non rinuncia- 
rono per ciò ai loro progetti. I loro armolatori trovarono mi- 
gliore accoglienza presso le più bellicose popolaaioni della Ger- 
mania interna» che non presso gli abitanti delle sponde del Reno, 
e particolarmente presso i Gatti; essi si erano recati in massa 
ad alRrontare Labieno e vi attendevano 1* arrivo dello scliiera te- 
desche. Ha avendo Labieno V aria di voler evitare V arrìTO di 
queste e di voler partire precipitosamente» i Treveriani attaeca* 
rono 1 Romani, ancora prima che fossero arrivati i Germani, in 
una posizione sfavorevolissima e furono -completamente battuti. 
Ai Germani» arrivati troppo tardi , nuir altro rimase a fare clie 
ribattere la via percorsa, ed al distretto dei Treverenai nuU'alp' 
tro cbe sottomettersi; il governo di codesto distretto pervenne 
di nuovo al capo del partito romano^ a Cingetorioo genero d'In- 
duziomaro. Dopo queste spedizioni di Cesare contro i llenapiì e 
di Labieno contro 1 Treveriani tutto T esercito romano si con* 
centrò di nuovo sul territorio di TreverL Onde far passare ai 
Germani il ruzzo di ritornare, Cesare ripassò un^al^a volta il 
Reno» affine di portare possibilmente un colpo vigoroso contro quei 
molesti vicini; ma siccome 1 Catti, fedeli alla sperimentata loro 
tattica di non raccogliersi sul loro confine occidentale per di* 



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ftodeni, sibbeoe. nolto iMir!BtMrno,6,eoiiie pare» ralle falde 
dei moDti Ercinj, Cesare ritornò tosto su snoi pass! e si limitò 
a lasciare un ^presidio al passo del Reoo. Si erano dunque pa- Yendi^-^ 
reggiate le partite con tntle le popolazioni che avevano preso parte tivt 
air insurrezione ; si erano lasciati in disparte gii Ebnroni , ma 
non ti erano dimenticati. Dacché Cesare aveva udita la catastrofe BtoraiL 
di Aduatica, egli Testrra il bruno ed avea giurato di non deporlo 
primn di aver vendicato i suoi soldati non periti in guerra com- 
battuta lealmente, ma sgozzati a tradimento. Stnpellatti e inerti 
stavano gli Bburoni nelle loro capanne mentre i vicini distretti 
andavano Tuno dopo Taltro sottomettendosi ai Romani, sino a 
che, varcate le Ardenne, la cavalleria romana invase il loro paese. 
Essi erano tanto meno preparati ad un simile attacco, che mancò 
poco ohe i cavalieri romani non facessero prigioniero il re Am* 
biorìce nella sua propria casa; con grave stento egli potè mei» 
tersi in salvo nella vicina foresta mentre 11 suo seguito per Ini 
si sagrificava. Non andò gaarì che la cavallerìa romana fu se- 
guita da dieci legioni romane. Al tempo stesso furono invitate 
le adjacenli popolazioni di concerto coi soldati romani a dare 
la caccia agii Eburonì dichiarali fuori della legge e a mettere a 
sacco li loro paese; non pochi seguirono T invito, e persino una 
schiera audace di cavalieri sicambri d oltre Reno, la quale del 
resto non se la faceva meglio coi Romani che cogli Eburoni, e 
fu li li per prendere d' assalto il campo romano presso Adua- 
tica- La sorte degli ii^buroiii fu tremenda. Avevano un bel na- 
8con<leisi nelle foreste e in mezzo alle paludi, il numero dei 
cacci;! tori abbondavano su quello del selvaggiume. Parecchi si 
diedero spontaneamente la morte, come il vecchio principe Ca- 
tuvolco; pochi salvarono la vita e la libertà, ma fra questi po- 
chi r uomo . che i Romaui anzi tutto avrebbero voluto avere 
nelle loro mani, i! principe Anibiorice; esso con soli quattro 
cavalieri si mise in salvo oltre il Reno. Dopo questa esecuzione 
contro il ìistiL'Uo, che fra tutti si era mostrato il più colpevole, 
seguirono nello altre provincie i processi d'alto tradimento coa- 
tro i singoli individui. Era passato il tempo della moilerazione. 
Dietro la sentenza pronunciata dal proconsole romano il iJ istinto 
cavaliero Acco, appartenente ai Carnuti, fn decapitato dai littori 
romani (701) e con questa esecuzione fu forrnairaente consacrato 83 
il dominio delle verghe e delia scure. L'opposizione ammutolì; 
dappertutto regnò la quiete. Verso la fine del 701 Cesare, come 
ai aolito, varcò le Alpi onde durante T inverno oaaervare d'ap- 



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tK4 LIBRO QUINTO, CAPITOLO VU. 

presso nella capitale le coeduioni che andavaiio aempre piA air* 
viluppandosi 

Seconda astato calcolatore arerà qaesta volta fatto male 1 suoi conti. 

^"^i^ 11 fuoco era stato calmato, ma non spento. Il colpo sotto il 
qaale cadde la testa di Acce fa sentito da tatla la nobiltà cel* 
tica. Lo stato delie cose offrirà appunto allora più speranu 
che mai. L' insarresione dello scorso inverno era andata a 
male eridentomente in grazia della comparsa personale dì Ce- 
sare sai campo di battaglia; ora ^11 era longì, trattenuto sulle 
Tire del Po dalla sovrastanto guerra cittadina, e 1* esercito gal« 
lieo, conceotrsto suiralta Senna, era a molta distanza dal 
temuto generale. Se allora succederà una sollerazione generale 
nella Gallia mediana, F esercito ^romano poterà essere preso in 
mezzo e V antica proriocia romana, ch'era quasi senza difesa , 
potora essere inondata prima che Cesare ripassasse le Alpi , 
anche se le complicaztoni italiche in generale non lo tratte* 
nessero dal prendersi ancora pensiero per la Gallia. I congiurati 
I accorrevano da tutti i distretti della Gallia mediana; i Carnuti, 

Carnati. ^^^^ ^^|| ^j^^ ^||^ morto di Acce erano stati colpiti pei pri- 

mi« si offrirono di porsi alla testa. I carallerì carnati 6u- 
tmato e Conconnetodumno diedero nel fissato giorno delPin- 
remo 701fS il segnale per la sollerazione in CeiuAum (Or- 
leans) e misero a morto tutti i Romani che colà si trorarano. 
Una grandissima commozione agitara tutta la Gallia; dapper* 
tutto insorgerano i patrioti!. Ma nulla fece tanta impressione 
Gli sulla nazione quanto la sollerazione degli Alrergnati. Il goremo 
AlvergoalL^. ^^^^^ comune, che una rotta sotto 1 suoi re era stato il più 
ragguarderole della Gallia meridionale e che anche dopo la ca- 
dala del suo principato cagionata dalle infelici guerre controRoma 
(Voi.- Il, p. 181 nota) era rimasto uno dei più ricchi, dei pia 
innirllitl e dei più possenti di tutta la Gallia, arerà finora tenuto 
inriolabUmento per Roma. Adesso ancora era in minoranza 
il partito patriotico nel consiglio comunale; e un tontatiro 
fatto per ottenere che il consiglio facesse adesione alla insurre* 
zione andò fallito. I patrìottt volsero quindi i loro attacchi con- 
tro il consiglio comunale e contro la rigento costituzione e tanto 
più die la riforma della costituzione, che presso gli Alrergnati 
arerà surrogato al principe il consiglio comunale (V. p. 21 i), era 
arroauto dopo le rittorie dei Romani e rerosimilmento sotto Hn- 
fluraia delle medesime. Il condottiero dei patriotti alrergnati 
Vwcmgetorice , uno di quei nobili d'autorità quasi reale tanto 
nel suo distretto come al di fuori, quali si rinrenirano presso i 



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▲SSOGGSTTANSliTO OELL'OCCIDEjNTE. 255 

Celti, nomo valoroso e assenoalo, lasciò la oapitaìo e fece appello 
ai con tatti ni. i qaali UDO erano meno avversi alla dominante oli* 
garcbì^ che ai Bomaoi» e ciò col duplice scopo della restaura- 
zione del regno aWergnate e della guerra contro Roma. Le masse 
non tardarono a porsi sotto le sue insegne; la ristaurazione del 
trono di Luerìo e di Betuito era al tempo stesso la dìebìamione 
della guerra nazionale contro Roma. La nazione rinvenne ora 
nel nuovo re degli Alvergnati elettosi da aè il punto d^ unione, 
per la mancanza del quale tutti i tentativi fino allora da essi 
latti per isoootere il giogo straniero erano andati a vuoto. Yep- 
clngetorice fu pei Celti del continente «luello clie fu Gassivellauno 
pei Celti insutonij le masse furono profondamente invase dal 
sentimento, che esso e nessun altro fosse l'uomo capace di sai* 
vare la nazione. In un batter occhio V insurrezione si esteseEstension» 
neir occidente dalla foce della Garonna sino a quella della Senna i^l^ 
e Yercingetorice fu riconost-iuto supremo duce da tutti codesti di- ^où», 
stretti ; dove i consigli comunali elevavano difficoltà , la massa 
della popolazione li obbligava a fare adesione al movimento; sol- 
tanto pochi distretti, come a cagione d^esempio quello dei Bit»- 
rigi, si fécero costringere ad aderirvi, e questi ancora forse solo 
in apparenza. Meno favorevoli alla insurresione erano le popola- 
zioni dei paesi air oriente dell* alta Loira. Quivi tutto dipendeva 
dagli Edui; e questi erano titubanti. Il partito pairìotieo era po- 
tentissimo in questo distretto; ma T antico antagonismo contro 
la supremazia degli Alvergnati faceva fronte alia loro influenza 
con >i'i)sibllisi5Ìmu ilannu ileir insiirrezioii»' , poiché l'accessione 
dei ciiiiloiii orientali, pnrlicolaimenlc di quelli dei Sequani e de- 
gli Llvezj, era coiidiziuitata a quella degli Edui, e in generale in 
questa parte della (iallia dipendeva da essi la decisione. Mentre 
per lai modo gii insorgenti erano intenti , sia a far decidere i 
cantoni ancora vncillanli, e particoiaruienle gli Edui, a airingersl 
con essi, sia culi luiposìitìssarsi di ^arl>ona — e uno dei loro- Arrivo 
(.undottiori. il temerario Lucterio, si era già fallo vedere sul Tarn cesanu 
entro i c(jniìni dell'aniica provincia romana — comparve iiiipruv- 
visainenle e nel cuore delT inverno il supremo duce romano al 
di la delle Alpi , inatteso tanto dagli amici (}uanto dai nemici. 
Ejrli non sr^lu In immediatamente le necessarie disposizioni 
per guarentire l antica proviiicia, ma fece eziandio vanire ie (^e- 
venne f^operte di neve ad una divisione inviandola sul territorio 
alvergnate; egli ««lesso poi non poteva trattenersi costi, dove ogni 
luonì^'Hto Tadesione degli Edui alla lf^?a gallica potov;i tagliarseli 
la comunicazione coi suo esercito accampalo mi diutorni di Sena 



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* 



t56 LIBRO QUINTO» CiPITOLO iti. 

e di LaiigMB. Egli reeoMì dùnque flegretame&te a Vienna e di 
là, accompagnata da pochi caTalieri, atlrarersando il terrìtorìo de* 
•gH Bdai ricomparve in messo alle sue tnip]»e. Svanirono allora le 
B^nnse , dalle quali i eonginrati erano stati spinti a far seop- 
ipiare IMnsnrredone; in flalia regnava la pace, e Cesare dra 'ri- 
Piano tornato alla testa del suo eaerelto. — Cosa dovevano faret "Era 
ipassia, stando le cose in simili termini, di lasciare che le anni 
dei decidessero, perchè queste avevano gi6 irrevocabilmeiite deciso. 
Toler afllronlare le legioni romane colle schiere celtiche^ fdsM» 
-em raccolte in masse immense, o suddivise e sacrificate in un 
distretto dopo Taltro, valeva lo stesso che voler scuote^ le Alpi 
'con sassate. Vereingetorice smise perciò il penderò di battert I 
ftomani, ed adottò il sistema^ con cui Gassivellanno aveva telvato 
i Ositi isolani. Era impossibile di vincere la fanteria rolnUna; 
ma la cavalleria di Cesare consisteva quasi esclusivamètite dèi 
contingente delta nobiltà celtica e potevasi ccfnsiderare acidita di 
litio 'in grazia deAa defesione gènerale. L^nsurreiiione, che cott- 
fkmevasl essemialmente della nobiltà celtica , seppe sviluppare 
«lellèst'^ftnna ad una tale superiorità, da ridurre a deserto le cam- 
pagne, fttcendiare città io viAaggi, distruggere le prowif^ohii, in- 
tereeitare i mexù di sns^stenza e tagliare le comunicàzìoni del 
nemico senza cìie questi io potesse impedftìe con successo. Ver- 
cingetorice dedicò quindi ttftte le èue cure ad accrescere la ca- 
' valleria ed il numero degli arcieri a piedi, che, secondo la ma- 
niera di combattere d'allora, erano parte inerente della cavalle- 
ria. K^lì non rimand*') già \a immensa massa della ttìilizia che 
era a sé Stessa d'imbarazzo, ma non la lasciò venire a contatto 
col fiettiico, e l'occupò invece nei lavori delle trincee, hlla fatica 
delle marcie ed alla desi re/zi delle manovre, e facendole a poco 
a poco comprendere, che il soldato deve saper fare qualche cosa 
d'altro che solamente battersi. Dai nemici egli aveva imparato 
particolarmente il sistema romano di disporre il campo, sul quale 
si appoggiava tutto il segreto della superiorità tattica dei Ro- 
mani; poiché in conseguenza della medesima Ogni corpo di 
truppe romane accoppiava tutti i vantafrgi del presidio dolina 
fortezza a quelli dell'esercito cUe prende 1' ofi[e&siva Q, Gli è bensi 



n Ciò era soitautu pos&ibile sino che le armi oflènsive erano calcolate pria- 
Gipi^nunl» ai oolpi fradantt ed a quelli di punta. Nel modo di guerreggiare 
d'offtiiii <iuesto sistema, come lo sfitogò egiagfamente Napoleone, è roso inap- 
Iftlcabile a motivo che per le nostre armi offensive a grande distanza è più 
d)nfacente la posiiione spiflgatA, ctM non la eoocentrata. Ai tempi di Cmàm 
era U oontrulo. 



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ASS0G6ETTAMBMTO DELL OCGIDBKTB. 357 

vero, che codesto Bistem.i, confacentissimo alla Bretagna àeatsa di 
cktà ed a* suoi abitanti raai, molati e in generale ooooerdi, noti 
an trasferibile in on modo aaeoliito alle ubertose j^rovinde iMh 
gData dalla Loira ed a quegli aliitalitt rilaaaati e ridotU quasi ad 
ssa completa dlasoloatone politica. Verciogetorice ottenne pel' Id 
meno, che non si tentassedi tenere tatto le città , come si era 
praticato lino allora» per cai nessanà aveva potato tenersi; ma si 
convenne di distruggere prima che fossero attaccati tatti i siti non 
atti alta difesa^ e di difendere con tatle le forze solo le fortezze 
iaiportantì. Il re degli Alvergnati fece inoltre quanto potè, onde 
ioteressare alla causa della patria 1 vili e i tardivi con sevetìtà 
ineaorabile, ì titahanti con preghiere e con rlmoetnune, gli avidi 
col danaro, gli avversari palesi colla forza, imponendo o carpendo 
qualche bricclola di patriotismo persino all^alta ed alhi bassa cft- 
naglia.— Ancora prima che finisse rinvemo egli assali i M stan- Princìpio 
siali da Cesare sul territorio degli Edul, affine di distruggere prima ^^^^ 
deir arrivo del generale romano oodesti quasi onici alleati, atti 
quali i Romani potessero contare. La notizia di codesto attacco 
decìse Cesare a porsi loato in marcia contro gli insorgenti , e 
prima di qnello ohe diversamente avrebbe fitto , talché lasciò 
dietro di sò il bagagliume e due legioni nei quartieri d^invemo 
in Ag0iiMum (Seos). Egli rimediò in qualche modo al sensibile 
difetto di cavalleria e di fanteria leggera arruolando mercenari! 
germani^ ai quali in luogo dei piccoli e deboli loro ronzini 
furono forniti dei cavalli italiani e spagnuoli in parte acqui* 
stati, in parte requisiti dagli ufGcìalì. Dopo d^ avere strada facendo 
saccheggialo e ritJollo in cenere Ccnabum, capitale dei Car- 
nuti, la quale aveva dato il segnale della sollevazione. Cesare 
passò la Loira e eiUru nel paese dei Biturigi. La sua apparizione 
decise Yercingetorice a rinunciare all'assedio della città dei Boi 
e a rendersi egli pure presso i Biturigì. In quest o paese doveva 
cominciare a meliersi in pratica il nuovo uiodo di guerreggiare. 
Per ordine di Vercingelon^e furoao quindi in un giorno consunti 
dalln liamme venti villaggi biiurigi; il generale decretò la stessa 
distruzione contro i vicini distretti nel caso che potessero essere Cesare 
invasi da scorridoi i romani. Era sua intenzione li far toccare la 
slessa sorte ad Avarico (Boorges), ricca e torte città dei Bitu- Avanco. 
rigi ; ma la ni icr^ioranza dfl consiglio di guerra cedette alle , 
istanze delie genullesse autorità dei Biturigi e decise di porla in- 
vece con tutta sollecitudine in islato di di^s.i. Così ]n fruerra 
concentrossi tosto sotto Avarico, Yen ingetorice fece scliierare 
la sua fanteria in mezzo alle paludi in vicinanza della città in 
storto Bonutna. Voi. lU. 17 



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fKIfi . MBRO QVDITO, CAM? OLO m 

una posizione cosi ioacoessbìle» che, «ebbeae noti spaUe^ta dalla 
malletia, non aye^a a temere Taltacco delle legioni. La eavalle- 
?ria ceiiica copriva tutte le vie e interrompeva ogni comnoicasione. 
Nella dttà to gettato un forte presidio e fu tenuta aperta la co- 
municazione tra essa e T esercito schierato fuori delle mura. 
Dtflicilisaima era la posizione di Cesare. Il tentativo fatto di co- 
strìngere al combattimento la fanterìa celtica andò fallito; essa 
non si mosse dalla inattaccabile sua posizione. Per quanto i suoi 
soldati si mostrassero valorosi neir aprir trincee e nel combattere 
dinanzi alla città , gli assediati gareggiavano con essi e per co> 
raggio e per ingegno inventivo, e poco mancò che non incendia»* 
aero le macchine d'assedio dei Romani. La difficoltà di provve- 
dere al mantenimento di un esercito di circa 60»000 nomini in un 
paese ridotto quasi a deserto e corso da ragguardevoli masse di 
cavallerì si faceva poi sempre maggiore. Le poche provvigioni 
dei Boi furono ben presto consumate; quelle promesse dagli Edui 
non arrivarono; non v*era più frumento « ed t soldati erano ri- 
dotti esclusivamente alle razioni di carne. Ma per quanto la gnar> 
nigione pugnasse con disperato valore il momento della resa della 
città non era ormai lontano . Non era ancora impossibile di 
fàr sortire segretamente di notte tempo le truppo e di distrug- 
gere la città prìma che i Romani se ne impossessassero. Yercin- 
getorice ne diede le disposizioni ; ma i lamenti, che al momento 
della partenza levarono le mogli ed i fanciulli abbandonati, de- 
Avarieo starono Tattenzione dei Romani, ed il plano andO fallito. Il giorno 
^tàSa^' appresso con un tempo fosco e piovoso i Romani diedero T as- 
salto aUe mura e, penetrati in città, non rispettarono nè sesso, né età. 
Delle abbondanti provvigioni , che vi erano state ammassate dai 
Celti, profittarono gli affamati soldati di Cesare. Colla presa di 
n Avarico (primavera 7(MD erasi ottenuto un primo anccesso sulla 
insurrezione e dietro le latte esperienze Cesare poteva calcolare 
che la medesima sarebbesi dissipata e che ormai non farebbe 
uopo che di rìdum alPubUdienza qualche distretto isolato. Dopo 
d^essersi quindi mostrato alla testa di tutta la sua armata nel di- 
stretto degli Edui, e dopo di avere con codesta imponente dimostra- 
zione costretto quivi l'agitato partito patriottico a starsene tranqnillo 
^|BMro almeno pel momento. Cesare divise il suo esercito e rinviò La- 
iùuo bieno ad Agedmeum, affine di soffocare colla forza riunita di quat- 
tro legioni il movimento prima nel paese dei Camoii e dei Se- 
noni, ì quali anche questa volta erano alla testa del medesimo, 
fx mentre egli stesso colle altre sei legioni si volgeva verso mezzodì 
e si disponeva a portare la guerra nelle montagne deirAlvemia 



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I 



▲SSOGGBTTAMBRfO DELL* OGGIOBIITB. 26(> 

sai territorio proprio di Yercingetorìce* LaUeno partendo da i^biono 
Agedtncum rìsali la riva siniatra della Senna onde occupare la iS^^. 
dtti dei Parìsii LuMa (Parigi), posta neUMsola in mezzo a que- 
sto finme, e, operando da questa fatorerole posizione nel seno 
della provincia Insorta, ridurre la medesima nuovamente àll^ib- 
hidienza. Ha dietro Mehdumm Olelun) egli trovft chiusa la via 
da tutto Tesercito degli insorgenti, che, capitanato dal vecchio 
Gamologeno, si era schierato dietro paludi impenetrabili. Lableno 
retrocesse un tratto^ passò la Senna presso ìklodmum e mar- 
dando sulla destra sponda del fiume arrivò a LuieUa senza tro- 
vare Intoppo di sorte; Camnlc^no fece incendiare la città, rom- 
pere i ponti che mettevano alla riva sinistra e presedi fronte a 
Lableno una posizione, nella quale questi nò poteva obbligarlo ad 
accettare battaglia, né operare il passaggio sotto gli occhi dellV 
sercito nemico. — esercito principale de^ Romani marciava a Cmm 
seconda deirAllier verso TAlvernia. Vercingetorìce fece il tenta- 
tivo dMmpcdirgli il passaggio sulla riva sinistra dell'AIUer; ma Cwwla» 
Cesare lo vinse in astuzia e dopo alcuni giorni comparve sotto 
le mura di GergoYia (*) capitale degli Alvergnatl. Tercingetorice 
aveva in questo frattempo, e senza dubbio fin da quando egli si 
trovava sulPAltier di fronte a Cesare, raccolte sufficienti provvi- 
gioni in Gergovia e fatto disporre per le sue truppe un campo 
stabile, munito di ripari di pietra dinanzi alle mura della città 
piani. itn sul culmine di una collina piuttosto scoscesa; ed es- 
sendosi messo tosto in marcia arrivò a Gergovia prima di Cesare, 
dove attendeva che questi lo attaccasse nel campo f o: tillcato sotto 
le mura della fortezza. Col debole suo esercito a fronte delle dif- flocco 
ficoltà da superare, Cesare non poteva nè porre un regolare as- 
sedio , né bloccare sufflcienlemenle codesta piazza ; egli si ac- 
campò al di sotto dell'altura occupata da Vercingetorìce, e, stretto 
dalla necessità , si tenne nelP inazione al pari del suo avversa- 
rio. Per gli insorgenti equivalse ad una vittoria rhe Cesare nella 
sua corsa trionfale si arrestasse improvvisamente sulla Senna e 

(1) Si vuole ebeqosaiacillàsoigesBe su on'attnia ad «B*ora di dlsliasa vano 
mearodi dalla cafiitale éo^ Alvergnatl, Nemetum, rodierna Clenno&l, dw an- 
eora <^idì si chiama Gei^oie; e tanto gli avanzi delle grossolane mura sco- 
perte nelle escavazìoni fattavi, quanto la tradizione d' I nnmc. che risale con 
documenti sino al decimo secolo, non lasciano alcun dubbio sull'esattezza 
di questa ubicazione. E la medesima combina, come collo altre indicazioni di 
Cesare, particolarmente colla dieosUona, ette etto indica abbastmsa ebiara- 
mente Gergovia quale capoluogo degli Alvergnatl (7,4). Si dovrà quindi rite- 
nere , che gli Alvergoati siano stati costretti di traslocare dopo la riportata 
aconfltta iiÉlla vicina meno lOrte N^mtum, 



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260 LIBRO QUINTO, CAPITOLO Vii. 

GÌ! suirAllier. £ di latti le conseguenze di co«]esta fermata rassomi- 
▼adiiano. gUarono per Cesare quasi ad nna sconfitta. Gli £dai , che fi* 
nora erano stati sempre vacillanti , si dispone?ano a unirsi s^ 
riamente al partito patriotico; le scliiere, che per ordine di Cesare 
essi avevano inviato a Gergovia, erano già state sedotte strada 
facendo dai loro utTiciali a dicliiararsi per gli insorgenti; nel 
loro distretto già si aveva al tempo stesso cominciato persino a 
spogliare e ad uccidere i Romani ivi stabiliti. Essendo però Ce* 
sare alla testa di due terzi del suo esercito che strìngeva Gergo< 
via andato ad incontrare il corpo di truppe degli Edui, lo ri- 
condusse colla pronta sua apparizione ali* ubbidienza nominale; 
ma questa era in ogni modo una condizione più che mai In- 
compatibile, la cui durata avrebbe costato troppo esponendo a 
grave pericolo le due legioni dinanzi a Gergovla. Essendo che 
Vercingetorlce, profittando tosto e con risolutezza della partenza 
di Cesare , aveva fatto , lui assente , un attacco contro le me- 
desime» che per poco avrebbe finito col loro estenninio e colla 
presa del campo romano. Soltanto T impareggiabile rapidità di 
Cesare impedi in quest* incontro una seconda catastrofe come 
quella di Aduatica. Sebbene anche gli Edoi dessero ora nuova 
mente buone parole» era però da prevedersi che essi» se il blocco 
tirasse in lungo senza un successo, si darebbero francamente 
agli insorti e costringerebbero cosi Cesare a levarlo; poiché la 
loro accessione avrebbe tagliato la comunicazione tra esso e La- 
bleno e esposto particolarmente questi al massimo peric<4o nel 
suo isolamento. Cesare era deciso di non permettere che le cose 
venissero a tal punto; ma per quanto spiacevole e pericoloso 
fosse r abbandonare Tlmpresa di Gergovia, era miglior partito, 
quando nna volta deciso, quello di partire Immediatamente e di 
entrare nel distretto degli Edui onde impedire a qualunque co- 
sto la formale loro unione cogli insorti. Prima di risolversi ad 
una simile ritirala, si poco confacente col suo energico carattere, 
egli volle fare un ultimo tentativo, onde con un brillante suc- 
cesso togliersi da questa inibarazzanle posizione. Mentre la massa 
Cesare della guarnigione di Gergovla era intenta a trincerare la parte 
soUo * lie si supponeva dover essere assalila, il supremo duce romano 
Gergovla. ^Ql,;g T occasione di sorprendere un altro accesso meno comodo 
ma iiiouìenlanearaente s£,niernitu. Le coloiiiie loiiianc scalarono 
infatti le mura del campo nemico e ne occuparonu i più pros- 
simi quartieri; ma già era stato dato 1* allarme a tutta la guar- 
nigione e, vista la breve disianza, Cesare non credette consiglia- 
bile di arrischiare un secondo assalto alle mura della città.£gli 



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diede il segnale della iilir.ita; ma le prime legioni, trasportate 
dair impeto della villoria, non l'udirono o noi vollero udire e si 
portarono senza poter essere ritennte fino olio le mura della 
città, e alcune persino nella città stessa. Ma sempre più dense 
masse avvenlavansi contro gli invasori ; i più generosi caddero , 
le colonne si fermarono ; indarno combatterono col più segna- 
lalo eroismo centurioni e legionarii; gli aggressori furono con 
gra\issijne | i lite cacciati dalla città e gin dal monte, e giunti 
al piano fuioiio arcuili dalle truppe di Cesare ivi schierate che 
dislornarono maggiori disgrazie. La sperala espugnazione diGer- 
govia SI canihió in una sconfìtta e l;i grave perdita tra feriti e morti 
— si conlaKUKi 700 morii fia i quali 4(5 centurioni — era la 
jiiuKir p.ii le deir avvenuta disgrazia. La iiiiiMìiiPnte posizione di Nuova 
Cesare ntdie Gnilie si fondava essenzialmmic «nìl'-uireola delle "i^^nSf" 
sup vitK»'i6, e questa cominciava ad imitailidire. i combattimenti 
intorno ad Avarìco, gli inutili tentativi (ii Cesare per obbligare 
il nemico ad accettare battaglia, la valorosa difesa della città e la 
sua espugnazione quasi accidentale portavano un' impronta ben 
diversa ilalle anteriori guerre celtiche e avevano ispirata anzi che 
tolta ai Celti la fiducia nelle proprie forze e nel proprio duce. Il 
nuovo sistema di guerreggiare affrontuìdn il nemico al coperto 
delle fol tezze e tenendosi in campi trincerati era stato riconosciuto 
proli Itevole lauto presso LuMia rome presso Gergovia. Onesta 
sconfitta poi, la prima toccata a Cesare stesso per parte dei 
Celti, coronò l'opera e fu quasi il segnale per lo scoppio d'una 
nuova insurrezione. Gli Edui la ruppero ora apertamente eoa ^Ji^^J™* 
Cesare e si accostarono a Vercingelorice. Il loro contingente, che degli 
trovavisi ancora seir esercito di Cesare, non solo se ne staccò, 
ma trasse seco anche le provvigioni deir esercito che trovavansi 
in Nmedunum salta Loira , per oni caddero nelle mani degli 
Insordenti le casse ed i magazzini , una quantità di cavalli (H 
rimonta e tutti gli ostaggi stati dati a Cesare. Per lo meno di insurra- 
€gaale importania fu r agitazione destatasi In seguito di codeste 
notizie anche presso i Belgi, i quali fino allora si erano tenuti Beigi, 
estranei a tutto il movimento. Il possente distretto dei Bellova* 
ci si mise in misura d'attaccare alle spalle il corpo di trapt»e 
di Labieno mentre si trovava presso Lutetia a fronte della leva 
in massa dei eircoetanti distretti della Gallia mediana. E dap- 
pertutto si correva alle armi ; la forsa del sentimento patriottico 
scuoteva persino i più decìsi e favoriti partigiani di Roma , cosi 
a cagion d* esempio Gommio re degli Atrebati, Il quale In gni- 
derdone de^smil fedeli servigi aveva ottenuto dai Homani Im^ 



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M L1BB9 QtnUTO, CAPITOLO m 

portanti privilegi pel suo comune eregemonia sul Morini. Le fila 
deirinsurrezione estendcvansi sino iieli'autica provinria romana; 
gli insorgenti nuU ivano la speranza « e forse non senza fonda- 
mento, di decidere gli slessi Allobrogi a volgere le armi contio 
i homani. Coli' unica eccezione dei Remi e dei distretti dei Sues- 
sioni, dei Leucie dei Lìngoni dipendenti da essi, il cui spinto 
di municipalismo non fu vinto nemmeno sotto l iuiluenza «li 
questo entusiasmo universale, l'intiera nazione celtica si Iro- 
vava ora di fatto per la prima ed ullima volta dai Pirenei sino 
al Reno sotto le armi per la sua libertà e per la sua indipen- 
denza; fu assai sinpfolare per contro che tutti i comuni germa- 
nici ♦ i quali nelle batt.iglio liaora comballntc avovaiio smipre 
pugnato in prima fila, se ne slessero fuori, clie i Tieven nsi, e 
a quanto pare anche i Menapii fossero persino ridotti per le 
loro guerre coi Germani air impossibilità di prendere parte attiva 
^Piano^^^ alla guerra nazionale. — Fu un momento grave e decisivo al- 
^af"^ lorchè dopo la ritirata da Gergovia e dopo la perdita di Notio- 
dunum fu tenuto un consiglio di guerra nel quartier generale di 
Cesare, onde deciderf^ delle misure da prendersi. Parecchie voci 
opimrnno per la ritirata al di là delle Gevenne nplPantica pro- 
vini la romana, aperta allora da ogni parte agli insorti, e la quale 
per la sua difesa nbhisognava urgentemente delle legioni testé 
inviate da Roma. Ma Cesare respinse questa timida strategia non 
imposta dalle circostanze, sibbene da istruzioni del governo e dal 
timore della responsabilità. Egli si limitò a chiamare sotto le ar- 
mi tutti i Romani residenti in codesta provincia e con essi far 
Cesare occapare i confioi alla meglio che sì potè. £fU per contro 
^ cn"n^^^ tenne una direzione aiTatto opposta e arrivo a narcie fonate 
Ubieao. ad ^Mlihctim, ove Labieno per suo ordine doveva giungere 
colla possibile celerità. Era naturale, che i Celti tentassero di 
impedire V unione dei dae eserciti romani. Labieno avrebbe po- 
tuto passando la Marna e seguendo la Senna sulla sponda de* 
stra arrivare ad Agidineim , dorè aveva lascialo la sua fisem 
ed il suo bagagliume; ma esso preferì di non dare una seconda 
Tolta ai Celti lo spettacolo d'una ritirata delle truppe romane. 
Invece di passare la Marna egli passò piuttosto sotto agli oc- 
chi del deluso nemico la Senna e diede sulla sponda sinistra 
della medesima una battaglia alle masse nemiche, nella quale egli 
vinse e fra tanti altri rimase estinto sul campo lo stesso gene* 
rale celtico, il vecchio Gamutogeno. E cosi non venne fallo agli 
Insorgenti di trattenere Cesare sulla Loira; giacché questi non lasciò 
toro II tempo di raccogliervi maggiori masse e sbaragliò senta 



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ASSOMBTfAliBIITO DCLL^OCCrnSim. 263 

fotlM le mIUirie degli Edo! ehe vi si troTavano. Per tal modo fti 
Irtlceoeiite effetliiata rnnUme dei due eserciti. In attesto frat-, cu 
tempo gli insorgenti avevano tennto' consiglio in Bibratte (Àutun), coocen- 
dttà capitale degli Edui, snlla nlteriore condotta della guerra; ^^^^1^^ 
Taninfa di codesto convegno Ai ancora yercingetorice,pelqnalo Alesia. 
dopo la vittoria di Gergovia tntta la nazione era entusiasmata. 
È bensì vero, che anche adesso non tacevano gli interessi pri- 
vati ; gli Edui facevano valere anche in questa ultima solenne 
lotta della nazione le loro pretese airegonomia e proponevano 
neir assemblea di nominare uno dei loro al posto di Vercingeto- 
rice. Se non che i rappresenianiì del paese non solo rigettarono 
tale domanda e confermarono Yercingetorice nella sua carica di 
supremo duce, ma approvarono altresì senz'altro il suo piano di 
guerra. Era in sostanza quello stesso che gli aveva servito di 
norma presso Avarico e presso Gergovia. Come punto strate- 
gico della nuova posizione fu sceltala città de' Manlubii, Alesia 
(Alise Sainte-Reine) presso Semur nel dipartiinf iiio della Costa 
(1 tu o (•), e sotto le sne mura lii iiiantato un caMì|)n trincerato, nel 
quale si ammassarono immense provvigioni: vi fu iindtre chiamato 
l'esercito di Gergovia, la cui cavalleria per (iisposizione dell'as- 
semblea era stata aumentata sino a 45,000 cavalli. Operata la 
hiiiiione dplle sue forze pre.Nso Agedinaim , Cesare volse verso 
Brsaiizont» AWm di approssimarsi all' aiiLru^tiata provincia e im- 
pedirne un'invasione, giacché qualche schiera di insorgenti errisi 
già lasciata vedere nel territorio degli Elvii sul versante meri- 
dionale delle Cevenne. Alesia Irovavasi pressoché sulla sua via; 
la cavallerin dei Celti, l'unica arma onde Verciiigetorire poteva 
servusi. l'attaccò durante la marcia, ma con sorpresa di tutti fu 
respinta dai nuovi squadroni germanici di Cesare e dalT infan- 
teria romana pronta per appoggiarli. Vercingetorice s'affrettò Cesare 
tanto più a chiudersi in Alesia, e se Cesare non voleva rinun- AuSa^ 
dare in generale all' offensiva, nulla gli rimaneva a làre se non 
die continuare per la terza volta in questa campagna a proce- 
dere offensivamente conno un esercito snssldiato da una im- 
Bensa massa di cavalleria ed accampato sotto le onra d' una 
fortecza ben mnnita e prowiglonata con un esercito di gran 
huiga piA debole. Bla se i Celti fm allora avevano avnto a pu« Alesia 
gnare solo con una parte delle legioni romane^ ora essi avevano 
a fare con lotte le forze di Cesare che strìngevano d'assedio codesta 
città: di piik questa volta non venne fatto a Vercingetorice» come 

O La (luistUone da alHmo elevatasi^ se Alesia non fosse piuttosto Alaise (a SB 
<fliil. al sud da Besarnsoner ffiparUmento di Dottbs},fii con ragione Dogata da 
tetti asamatt invesUgatort. 



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961 i*mo QimiTo, cAMUM m 

in Avarie© ed in Gergovia , di schierare la sua fanterìa sotto 
la protezione delle mura della fortezza e di m,'\ntenere colla saa 
cavalleria libere le sue comunicazioni al di fuori interrompendo 
quelle del nemico. La cavalleria celtica, già scora(^ata dalia 
sconfitta toccatale dai nemiri da essa tenuti in poco conto, fa 
battuta dai cavalieri germani- i di Cesare in ogni scontro. La li- 
nea di circonvallazione degli assedìanti, compresovi il campo trin- 
cerato, aveva una estensione ti i «Ine leghe intorno alla città. Ver- 
cingetorice aveva bensì calcolalo su una baiUiglia sotto le mura 
della città, ma non d'essere assediato in Alesia — in questo 
caso le provvigioni, per quanto al^bondinli esse fossero, non 
bastavano di gran lunga ai bisogni del suo esercito composto di 
circa 80,000 fanti e di 15,000 cavalieri oltre alla numerosa po- 
polazione. Yer( ingetorice dovette persuadersi, che questa volta 
il suo piano di guerra riusciva alla <nd propria rovina e cfie 
esso era perduto se tutta la nazione non veniva in aiuto per 
liberare il suo assedialo capitano. Allorché dai Romani fn d,ìto 
fine al vallo che circondava la città, le sue provvigioni erano suf- 
fìcienti ancora per un mese o poco al di là; venuto agli estremi, 
^ Yercingetorice licenziò, sino che la via almeno pei cavalieri era an- 
cora libera, tutta la sua cavalleria,facendo contemporaneamente ap- 
pello ai capi della nazione perchè raccogliessero tutti gli uoanii 
aUi aUeariof e U ctmducessero alla liberazione d'Alesia. Decise 
di aMtmere peripnalmeitela responsabilità del fallito suo piaoodi 
guerra, egli rimase nella fortezza oa4e dividere co^ snoi la sorte 
in bene od in male. Cesare poi *i preparò ad assediare e ad 
essere assediato. l^^gH dispose, che la linea di circoBvaUaàooe 
v^esse anche aiU difesa delta pa^te esteriore e (eoe ammassare 
per mollo tempo le peeessaric^ provricìoni. Scorrevano i giorni; 
nella forteiza non v*era più un moggio di franento» gli inMd 
abitanti erano stati scacciati dalla città per soccombere misera- 

Tentativoiikente tra le trincee dei Celti e dei Ronaiii, dagli uaì e dagli altri 
iiim^ innmanameQte respinti. Ti^t^ad un tratto si scoprirono dìetso la 
sioiie. linee di Cesare le Immense schiere deir esercito celtico di libera- 
aone,eomposto,come si diceva di 250,000 fanU eaooo cavalieri. Pai 
Canale sino alte Cevenne gr insorti distretti aTevano Catto ogni 
sforao onde liberare il iiefbo deMoio patriotti, il generala da osai 
eletto — i soli Bellovaci avevano risposto chiosai inteadeffaie 
beosi di combattere i Romani, ma non Inori dei loro propri oea- 

Cornb.itti-finL II prìmo assalto, che gli assediati d^ Alesia e le tmppe di 
jS ^^ liberazione al di fUorì diedero alle doppie linee romane, fn re- 
Aletla. spinto; ma rìpetniost dopo ventiquattr'ore di riposo^ gli ass^ 
diali rìnscirono a colmare i fossi in pn silo » . dova la Unaa di 



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ASSOMBTTAllBiTO MLL^MeiMMTB. M 

fircunvallazione estendevasi pel pendio d' un' altura , dalla cui 
sommità jo levasi procedere air attacco, ed a respingere i difen- 
sori giù dal nparo. Allora Labieno , mandato quivi da Cesare, 
raceoUe le più vicine coorti , assali il neriiico con quattro le- 
f^ioni. Solto gli occhi del generale, il qnale comparve personal- 
uieute iit'l più pericoloso momento, furono ricacciati gli a£rì?res- 
^ri dopo una disperata mischia corpo a corpo, e gli squ idioni 
venuti con Cosare, cogliendo i fuggitivi alle spalle, compierono 
la disdilla. Onesto fatto fu più che una vittoria; col medesimo 
fu irrevoi alulmenie decisa la sorte di Alesia, anzi di tutta la 
naiione celtica. L' esercito celtico intieramente scoraggiato si di- 
sperse immediatamente. VArcingi (orice avrebbe potuto forse an- Capitola- 
Cora adesso fuggire, o per io meno ricorrere alF ultimo mezzo ji'^jjjj^, 
dell'uomo lìbero: ei noi fece, ma dichiarò nel consiglio di pnerr?» 
che. non essiMulogli riuscito di liberare il paese dal dominio 
straniero, egli era pronto n snrritkarsi e ad nrìnnare per quanto 
fosse possibile sul suo capo il malo riservato alla nazione. Cosi 
fu- Gli ufficiali celtici consegnarono al nemico per la conveniente 
punizione il loro generale eletto solennemente da tutta la nazione. 
Ritto in sella e in tntto lo splendore deiranni comparve il re 
d«fli Aivergnati dinanzi al proconsole roroaio cavalcando clMn- 
tono al suo iribuDak»; consegnò poscia cavallo ed armi, e, si- 
lensioso , piegò le sne ginocchia dinanzi a Cesare (702). Cinque M 
anni più tarili egli fu condotto in irioilo per le vie della ca- Vercin$;e- 
pitale«tUtaUa, e, mentre il suo vincitore porgeva agli Dei solenni^e^^'ll^o, 
ringraziamenti suir alto del Cafmjkidoglio , esso a piedi del me- 
desimo veniva decapitato come reo d'alto tradimento verso la 
naaione romana. Nel modo che dopo una fosca giornata il sole 
trameatando é propiaio alla terra d^nn suo raggio, cesi concede 
il deetiBo at popoli ohe tramontano la fortona d^n grandhiomo. 
Geei vediamo Annibale alla dne della storia fenicia, cosi Ver- 
cingeloriee alla flae della storia celtica. Né Tuno^ nd T al- 
tro iiolerone liberale la propria naiAone dalla signorìa atra* 
Biera,raa essi seppern riaparmiaple T ultima vergogna: nna ca<« 
dota iaglorioea» Aache Vereìngelorice , appunto come il Gar* 
tagiMse, fncealretto a combattere non aoltanto ti nemico del 
paese» ma anai lutto ranlinaslenale oppoaiaione di egoisti offesi 
e di vtgUapcbi turbati nella loro quiete^ che noi mancano mai in 
una dageneiata civiltà ; aocb^esao ba un posto nella storia, non 
per le wat battaglie e pe'suoi aasedii, sibbene perchè seppe dare 
nella eoa penona un punto d^uaioie ad una nazione sminuzzata e 
che periva in grazia del suo munlcipaliiao. Eppure non bawi 
un piìk reciso contrapposto di quello tra il semplice cittadino 



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S06 LIMBO OniMTO, CAPITOLO VII. 

della città commerciale fenicia co' suol piani diretti con inde- 
fessa energia per cinquaul' anni ad un unico grande scopo e 
r audace principe celtico, lo cui valorose gesta e il generoso suo 
sagrificio sono comprese entro il breve spazio d' un'estate. L'an- 
tichità non valila un uomo più cavalleresco di lui lanlu nell'animo, 
che nelle forme del corpo. Ma l uomo non dev'essere cavaliere e 
meno <li tutti l'uomo di Stato. Fu il cavaliere e non l'eroe che di- 
sdegno di uscire da Alesia, menlre alla nazione importava più ili 
lui che di ceniuiiiila uomini valorosi couiuni. Fu il cav diere, 
non l'eroe, che si offri in olocausto, mentre con codesto sagri- 
ficio non si otteneva altro se non che la nazione si disonorasse 
in faccia al mondo e codarda non meno che in conti adilizione con 
sè stessa coir ultimo suo respiro dichiarasse la sua lotta di vita 
e di morte come un delitto verso i suoi oppres.sori. Onnio di- 
vei.samcnie di Annihalein eguali condizioni! Non è possibile d! 
separarsi dal nobile re degli Alvergnati senza interessarsi dal 
punto di vista dello storico e dell' uomo a quanto lo concerne; 
ma gli però caratteristico della nazione celtica, che il suo più 
grand' uiJiiKi non fosse altro che un cavaliere. 
ulUme L'espugiia/aone di Alesia e la capitolazione deiresercilo, che vi 
l>attagUe. si trovava chiuso , furono un terribile colpo portalo all' insurre- 
zione celtica; ma alla nazione ne erano toccati degli altri egual- 
mente gravi, e però la lotta era stala sempre rinnovata. La per- 
dita di Vercingetonce era però irreparabile. Con esso era stata in- 
trodotta l'unità nella nazione, sembrava che con esso fosse di 
nuovo scomparsa. Non troviamo traccia, che l'insurrezione avesse 
fatto un tentativo onde continuare la difesa generale del paese 
ed eleggere «n nuovo supremo duce; la lega patriotica si sciolse 
da sè e a tutti i distretti rimase libero di combattere o di trattare 
coi Romani. Era naturale che prevalesse in i?pnerale la propensione 
per la pace. E Cesare ancora era interesi-nio a vederla ripristi- 
nata. Dei dieci anni della sua luogotenenza selle erano ti isrorsi, 
ruitimo gli era stato conleso dai suoi avversari politici nella ca- 
pitale; egli poteva calcolare con gualche sicurezza ancora su due 
estati, e se il suo interesse e il suo onore voi vano che egli ri- 
mettesse al suo successore le provincie nuovamente conquistate 
in una condizione passabile e bastantemente tranquilla, bisogna 
convenire che per raggiungere una simile meta il tempo era dav- 
vero troppo scarso. L'usare clemenza era in questo caso maggior 
bisogno pel vincitore che pei vinti; ed p^^o loieva ringraziare 
la sua stella, che l'interna rilassalezza e la leggerezza naturab; 
dei Celti venissero io suo.^uto. Là dove esisteva un forte par- 



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ASSUGGETTAMERTO DELL OCCIDENTE. 3(J7 

lito favorevole ai Romnni , come nei due più n^uardevolì 
cantoni della Calila mediana , quello <le«?li Edui e quello degli 
Alversrnati, fu lusio dopo IV-jìiiirn ì/k iip di Alosia accordato aite 
p^o^ iIll i^' il pieno ristabilinifiili) dt i Inro primieri rapporti con 
Roni;i . e fiiiiìno loro rt sliliuli persino ^enza risratfo i loro pri- 
giuiiu ri ( Ilo summavano a ^0,000, mentre quelli degli altri cantoni 
passarono nella misera c(«ndizione di schiavi dei vittoriosi legio- 
nari. Come gli Edili e «jli Alvergnati , cosi si sottomise alla sua 
sorte la mncrgior parie dei dibtretli gallici, che soiTrirono < nn rasse- 
gnazione tutte le inevitabili punizioni. Ma non pochi ancora <lura- 
rono fedeli alla causa perduta sia per istolta legc^erezza sia per 
capa disperazione, fin t^into rh^ non arrivarono entro i loro con- 
finì le truppe roiu tnc <li esecuziune. Simili spedizioni furono fatte contro 
già nell'inverno dei 7Uii/3 contro i Biturigi ed i Carnuti. Più se- Biturigt 
ria resistenza opposero i Bellovaci, i quali Tanno prima non «^'m 
avevano preso parte alla liberazione d' Alesia; sembrava che vo- 
lessero provare, ch'essi in quella decisiva giornata non avevano 
mancato per lo meno di coraggio e di amore di patria. A questa ''^^^^^ 
lotta concorsero gli Atrebati, gli Ambiani, i Caleti ed altri di-Beliuvaci, 
stretti belgi: il valoroso re degli Atrebali Comraio , al quale i 
Romani meno che ad altri p^^rdonavano la sua accessione all'in- 
surrezione e contro cui Labieno non nmlfo prima aveva ortlito 
10 tentativo di assassinio, condusse ai Bellovaci un njuto di 500 
cavalieri germanici, il cui pregio era stalo riconosciuto nella 
campagna dell'anno precedente. Il risoluto e valente bellovaco 
Correo , cui era toccata in sorte la direzione della guerra, la con- 
du':eva come già condotta Paveva Vercingetorice, e con non n>i- 
nore successo; benché Cesare andasse poco a poco raccogliendo 
la massima parte del suo esercito, non poteva però nè decidere 
la fanteria dei Bellovaci ad accettare battaglia, nA tampoco 
impedire ch'essa occupasse delle posizioni che meglio la met- 
tessero al sicuro contro Ip forze maggiori di Cesare; la cavalleria 
romana poi, e particolarment»' i contingenti celtici, ebbero a sof- 
frire in parecchi combattimenti le più sensibili perdite dalla ca- 
valleria nemica specialmente da quella germanica di Commio. 
Ma dopo che Correo rimase morto in una S'-aramuccia coi for.^p'- 
gi(MÌ romani, cessò anche (juivi la resistenza; il vincitore pose 
delle condizioni sopportabili, che furono accettate dai Bellovaci 
e da' loro alleati. 1 Treveriani furono da Labieno ricondotti all'ub- 
bidienza ed il territorio degli Eburoni posti al bando fu un'altra 
volta corso e devastato. Cosi fu vinta l'ultima resistenza della 
l^a belga. Un altro teotativo di scuotere la signoria de'Komaai 



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M BIBRO QUINTO, CAPITOLO VII. 

fa fatto dai distretti miiriitimi di concerto coi loro vicini stan- 
suila ziali sulla Loira. Sulla bassa Loini adnnaronsi schiere (rinsor- 
genti (lei distretti delle Ande, dei Carnuti e di altri vicini e as- 
sediarono in Lemonum (Poitiers) il principe dei Pittavi partigiano 
dei Romani. Ma anche contro queste forze sorse ben presto un:] 
ragguardevole armata romana; allora eli insorti rinun' iarono al- 
r assedio e partirono fni l»' [ini si m si 'luezza dietro la Loira,ma 
furono raggiunti e iLitiiiti, in > oiiseguenza di chè i Carnuti e 
gli altri distretti insorti e persino i marittimi fecero atto di sotti- 
messione. La resistenza aveva toccato la sua fine, e a stento tr»- 
vavasi ancora qualche condottiero di bande che tenesse allo il 
vessillo nazionale. 11 temerario Drappo eLucterio, fedele compa- 
gno d'arme di Vercingetorico, raccolsero dopo lo scioglimento 
ed Id deiresercito, che trovavasi sulla Loira, i più risoluti campioni e 
^11^ si gettarono nella forte città montana di U rellodnnìtm si\\ Lot^*), 
cui vpnne fatto di approvvigionare bastantemente dopo grari e 
micidiali combattimenti. Ad onta della perdita dei suoi capi (Drappe 
era stato fatto prigioniero e Lucterìo si era allontanato dalla 
città ) il presidio si difese valorosamente sino a^i estremi ; sol- 
tanto dopo la venata di Cesare e dopo che per soo ordine en 
stata tolta agli assediati V acqua deviandone il corso col mezzo 
di condotti sotterranei, la cittù, quest'ultima rocca della nazione 
celtica, cadde in potere dei Romani. Afdne di contrassegnare gli 
«Itimi propugnatori della causa delP indipendenza ordinò Cesare 
di monare le mani a tutto il presidio e di lasciare poi die da- 
senno ritornasse al suo focolare. Cesare, cnl ansi tntto stava a 
cuore di farla finita in tntta la Oallia per lo meno colla ren- 
stenia aperta, concesse al re Gommlo, il qnale si mantenera an- 
cora nella regione d'Arrasecontlnnò a battersi sino nellMnTemo 
81. 80 de) 709^4 colle Irnppe romane, di fare la pace, e noq si fece persino 
alcun caso qnando quesfnomo irritato e non a torto dìfttdente 
si rifiuto arrogantemente a comparire In persona nel campo ro- 
mano. È molto Torosimile, che Cesare si accontentasse in egnsi 
modo tanto nei distretti nel nord-OTest come in quelli del nord^t 
della Gallla, per essere i medesimi di difficile accesso , di una 
sommissione dì nome e fors' anche d* un armistliio di fotto 

O 91 cerea questo sito per lo più presto Capdenac non lonsi da Figeae; 
GOler propu<mò nnovameBto 1* opioioBo già eoslnMita« doè eetsie Lwsch il* 

r ovest di Catior». 

('•) Cesare stosso, ronif' brn si comprende, non lo scri^^se; ma no ^\h un 
cenno Sallustio, da cui ciò risulta (htsl. i, l) Kritz), beuclit; esso pure scri- 
vesse come partigiano di Cesare, interiori prove somministrsiio le monelSL 



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ASSOfiflBTTiMllltO DILIi' OGGWIITE. W 

La Gallìa, doè il paese airoceidente del Reno e al tette»- J a 
trìone del Pirenei, era Tenuta io potere del Romani solo dopo ^òttò^ 
ott^ anni di guerra (696-703). Un anno appena dopo la prima pa- messa, 
ctficaaìone del paese, al principio del 70S le truppe romane do- bs-m 
Tetterò essere ncbiamate e ripassare le Alpi in conseguenza della ^ 
pierra cìTile scoppiata finalmente in Italia, e rimasero nel paese 
dei Celli tatt'al più alcune deboli divisioni di recinte. Ciò non 
pertanto i Celti non insorsero più contro il dominio straniero; 
e mentre in tntte le antiche proTincie del regno si combatteva 
contro Cesare, il solo paese di nuovo acquisto si mantenne sot- 
tomesso al sno vincitore. Anche i Germani non fecero durante 
questi anni decisivi altri tentativi per fondare nuovi principati 
sulla sinistra sponda del Reno. E cosi non avvenne durante lo se- 
guenti crisi nella r«al)ia alcuna nuova insurrezione nazionale o 
invasione germanica, benché se ne presenlassero le più favore- 
voli occasioni. Se pure in qualche silo avvenivano dei disoi lini, 
come a cagion (reseniiiio nel 708 presso i Bellovaci, cIr si M 
sollevarono contro i Uoniani, quelle coìiìiuoììiojii ov ino si isolate 
e senza connessione cogli imbrogli in Italia, che senza gravi dif- 
ficoltà vt iu'iano sedale dai luogotenenti romani. Gli è bensì vero, 
che questo staio paci lieo, come lo fu per molti secoli quello ia 
Ispagna. erasi ottenuto lasciando che le più lontane provincie, 
più vivamente invase del sentimento nazionale, come la Breta- 
gna, i distretli della ScheUla, i Paesi dei Pirenei si sottraessero 
pel momento in modo più o meno reciso alla soramessione ro- 
mana. Ciò non icMjiie però, che, per tjuant i scarso fosse stato il 
tempo lasciato a (tesare per la costruzione del suo edificio e 
questo slesso tempo fosse stato inT]uegato pur anche per all'ari 
di maggiore urgenza, e per quanto egli lascialo V abbia non ii- 
niio e ap pena abbastanza assicurato, la sua opera di respingere i 
ijormani e di assoggettare i (]elti non abbia nell'essenziale soste- 
nuto la prova d» ! fuoco. — I terrilorii conquistati dal luogotenente Org^* 
della Gailia narbonese rimasero provvisoriamente uniti colla pro- 
vincia di Narboua in quanto all' amministrazione superiore; sol- 
tanto allorché Cesare lasciò questa carica (710^ si formarono due 44 
nuove luogotenenze del 4)aese da esso conquistato, la Gailia pro- 
priamente della e il Belgio. Che i singoli distretti perdessero la 
loro indipendenza era conforme allo spirito di conquista. Essi imposte 
dìTennero tutti soggetti a pagare le imposte alla repubblica ro- 
mana. Il sistema d'imposte non era però quello, onde F aristo- 
crazia dei nobili e quella dei capitalisti si serviva per ismungere 
l'Asia; ma, come sucoedeTa in Ispagna» fu fissata per ogni sin- 



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170 UBRO OVIMTOx CAPITOLO m 

golo conrane una somma una volta per sempre , laaeiandone al 
medesimo la riscossione. In questo modo afllninno annnalmenle 
quaranta milioni di sesterzi (1,860,000 talleri =: a L. 10,725,000) 
dalla Gallia nelle casse del governo romano, il quale per contro 
si era assunto il pagamento delle spese occorrenti per la difesa 
dei confini renani. Non occorre poi di osservare , che in conse- 
gnensa della guerra le grandi masse d^oro, accumulate nei tem- 
pli degli Dei e nelle tesorerìe del gran signori, si spedirono a 
Roma; se Cesare sparse per tutto lo Stato romano il suo oro 
raccolto nella Gallia e se ne mandò sul mercato in una sola 
volta in tale massa da far scadere questo nobile metallo del SS O/O 
a fronte deir argento, si può immaginare quali somme la Gallia 
coDBenrsp abbia perso con codesta guerra. — Le costituzioni dei distretti 
della continuarono essenzialmente ad essere io vigore coi loro re er^ 
costiti! (jitarj 0 coi loro capi feudoK>ligarchici anche dopo la conquista 
e£tente.e non fu toccato nemmeno il sistema della clientela, in fona 
del quale alcuni cantoni dipendevano da altri più possenti, quan- 
tunque codesto sistema colla perdita della indipendenza politica 
avesse perduto la sua forza; il pensiero di Cesare era tutto in- 
tento ad ordinare i rapporti nellMnteresse di Roma profittando 
delle dissensioni dinastiche, feudali ed egemoniche e di porre 
dappertutto alla testa degli affari gli uomini favorevoli al go- 
verno straniero. Cesare non trascurava nulla aflBne di formare 
nelle Gallio un partito romano : egli ricolmava i suoi partigiani 
con damativi in oro e particolarmente in beni stabili provenienti 
dalle confische; colla sua Influenza essi venivano ammessi nel 
consiglio comunale ed occupavano i primi posti municipali nei 
loro distretti. Quei distretti, ne* quali esisteva un partito romano 
sufficientemente forte e abbastanza sicuro» come erano quelli dei 
Lingoni e degli Edui» furono distinti colla concessione di una 
costituzione comunale più liberale — col cosidetto diritto d'al- 
leanza — e con privilegi neir ordinamento deir egemonia. Pare 
che Cesare da bel principio avesse, per quanto gli era pos- 
sibile , ogni riguardo pel culto nazionale e pe' suoi sacerdoti ; 
almeno durante il suo governo non trovasi alcpna traccia di 
quelle misure prese di poi dai governatori romani contro la 
religione dei druidi e per ciò forse, almeno da quanto ci consta, 
le sue guerre combattute nelle Gallio non hanno assolutamente 
quel carattere di guerre di religione come V ebbero più tardi si 
Principio evidentemente quelle combattute nella Bretagna. — Se Cesare ebbe 
nu«I«£ nAÌn tal guisa per la debellata nazione ogni possibile riguardo e 
dfllpae8e.se rispettò le sue istituzioni nazionali, politiche e religiose per 



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AS8O06BTTA1IBMTO BBLL* OCCDBIf TB. 271 

quanto lo oomportava la sommiMione a Roma, ciò non avveniva 
già rìnunciando al precipuo pensiero della sua conquista, la ro- 
manizzazione delle Gallie, ma solo per mandarlo ad effetto nei 
più mite modo possibile. E cosi egli non si accontentò, die nel 

settentrione operassero il loro effetto le stesse condizioni che 
avevano per la massima parte già romanizzata la provincia me- 
riilionale, ma promosse, ria vero uomo di Stato, il naturale svi- 
luppo dall'alto, indiBtrfandosi di abbreviare possibilmente il 
tempo di transizione sempre penoso. Per tacere dell' ammissione 
di un gran numero di nobili Celti alla cittadinanza romana e 
di alcuni forse già nel Senato romano, fu verosimilmente Cesare 
quello che introdusse nella Cfollia, e anche nei singoli distrettì, 
sebbene con certe restrizioni, la lingua latina invece della indi- 
gena e il sistema monetario romano invece del nazionale in modo 
tale 3 che fosse consemta alle autorità romane la coniatura 
delle monete d'oro e del denaro, che la moneta spicciola per 
contro dovesse essere coniala dai singoli distretti e soltanto per 
la circolazione entro i limiti d^i distretto, ma sempre sul piede 
romano. Si sarà sogghignato seutendo il barbaro latino, che i vi- 
cini della Loira e della Senna d'allora in poi si industriavano 
di parlare (*); ma in codesti errori linguistici ceìnvnsi un più 
grande avvenire che nel terso latino della capit:ile. li forse si 
deve a Cesare, se la costituzione dei di'^tretti D^ÌIe Gallie risulta in 
appresso simile alla costituzione urbana italica e se i cnpiluoghi 
dei distretti e i consSigli comunali hanno maggiore importanza 
che non avessero probabilmente sotto Toriginaiio governo celtico. 
Nessuno meglio dell'erede politico di Cajo Gracco e di Mario 
poteva sentire quanto desiderabile sarebbe stata dal lato militare 
non meno che dal politico rìsUtuzione di una serie di colonie tran- 
salpine* che servissero di base al nuovo dominio e di punto di * 
partenza alla nuova civiltà. Se Cesare non per tanto si limitò 
alla colonizzazione de'suoi cavalieri celtici o germanici in No- 
vioduno (V p. 231) ed a quella dei Boi nel distretto degli £dui 
(V. p, 231), la quale colonizzazione nella guerra combattuta contro 
Tercìngetorice rese perfettamente gli stessi servigi delle colonie 

(*) Su un semis, che fece conìnro un ver^obreto !) dei I^essovii ( Lfsieux, 
dip. Calvados), si legge la scgut ntr iscrizionr : Cisiawbm Cattos vercoln-elo; 
siTnmos (sicji publicQs lixovio. I caratteri soventi itlegibill e 11 liruttissimo conio 
di queste monete conibiaaao perfettamente colla loro barbara lìngua latina. 

1) Veigobielo era un magistrato annuale dei Gain. I Latini lo tradussero dal 
celtico Fear-go-breithj uomo pel giudisio. (IVofa dit Trai.) 



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V% LIBRO QDmro, CimOLO VH. 

Toiiume(V.p. 887)— vuoisi trovania il motivo Boltanto in eiò,clieBli 
ulteriori saoi piani noo gli permettevaDo ancora di dare a^svoi 
legioDdrìi Taratro iovece della spada. Diremo a suo loogo ciò 
eh* egli sotto questo rapporto ha fatto per Tantica proviDiàa ro- 
mana negli anni che seguirono ; gii è verosimile, che la sola man- 
canza di tempo gr impedisse di fare altrettanto anche pel paese 
La (li nuova conquista. — La naiione celtica più non esisteva. La 
^^li'j^^^^sua distruzione politica era divenuta un fatto compiuto per opera 
nazione di Cesare, la . distruzione nazionale incominciata andava regolar- 
mente progredendo. Non era questa una rovina accidentale, come 
la fatahtà talvolta prepara anche a popoli suscettibili di svi- 
luppo, ma sihbene una catastrofe attirata per propria colpa e in 
certo modo una catastrofe storicamente necessaria. Già T anda- 
mento deir ultima guerra lo prova, la si voglia considerare nel 
totale 0 ne^snoi dettagli. Allorché stava per fondarsi 11 dominio 
straniero poche Provincie soltanto , e questo per lo più germa- 
niche 0 semi germaniche, vi si pronunciarono seriamente avverse. 
Allorché il dominio straniero era fondato i tentativi per ìscuo- 
terlo furono fatti senza senno, o furono Tonerà di alcuni di- 
stinti nobili e perciò tosto e intieramente finiti o colla morte o 
coir immediato arresto di un Indoziomaro, di un Gamulogeno, 
di un Vercingetorice, di un Correo. La guerra d^li assedii e la 
guerra alla spicciolata, nella quale solitomente si sviluppa tutte 
la morale portata dalle guerre popolari , erano e rimasero in 
questa guerra celtica una caratteristica meschinità. In ogni pa- 
gina della storia celtica si legge confermata la severa sentenza 
pronunciato da uno dei pochi Romani, che sapevano benissimo 
come non dovessero disprezzarsi i cosi detti barbari, che i Celti 
sapevano at-ditamente sfidare il futuro perìcolo, ma che dinanzi 
al pericolo presente manca toro il coraggio. Neir impetuoso vor- 
tice della storia del mondo, che tritura inesorabilmento tutti ì 
popoli che non hanno la duresza e la Aessibilìtà deiracciiiQO » 
una simile nazione non poteva dorare lungamente; era giusto « 
che i Celti di terraferma patissero la stessa sorte per opera del 
Romani, che i loro compatriotti neiririanda sofi^rono ancora ai 
nostri di dai Sassoni: la sorto di essere assorbiti come fermento 
di futuro sviluppo da una nazionalità politicamente superiore. 
In procinto di congedarci da queste memorabile nazione ci si 
conceda di ricordare, che nelle relazioni degli antichi sul Celti 
stebiliti sulle rive della Loira e della Senna non manca nem* 
meno uno di quei tratti caratteristici , nei quali noi siamo abi- 



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ASSOGGETTAMENTO DELL'OCCIDENTE. 278 

tTMiti di riconoscere ilPaddy f) Essi sì distingQevano per la ti asca- 
ratezza Delia coltivazione dei campi, per la smania di banchetiare, 
di duellare, e di millantarsi — e qni ricorderemo qaella spada 
di Cesare appesa nel sacro bosco degli Alvergnati dopo la lit- 
toria presso Gergovia, che il supposto già suo padrone considerd 
sonridendo in quel luogo coosaeralo, ordinando di l i spettare con ogni 
cura il sacro podere — ; il loro discorso era pieno di similitudini e 
d'ipirboiijdi allusioni e di barocchi giuoclii di parole; l'umore fa- 
ceto — di cui abbiamo un esempio nella disposizione che, ?e uno 
ÌDleiTompevaun altro che parlasse in pubblico, a codesto perturba- 
tore veniva fatto per ordine della polizia un buco ben visibile nel 
vestilo — ; il prnnde piacere pel canto e pel racconto delle cresta 
dei tempi passali e il più deciso talento oratorio e poetico; la 
curiosità ei*a a tal se^no che non si lasciava passare nessun 
commerciante prima cif egli nella pubblica via non avesse rac- 
contato ciò che sapesse o non sapesse li nuovo; la goffa cre- 
dulità che agiva dietro simili notizie , per cui nei cantoni me- 
glio ordinati veniva ingiunto con rigore ai viandanti di comuni- 
care ai soli impiegati municipali le noiizie non sicure; la pietà 
filiale, che vedeva un padre nel sacerdote, che in tutto con esso 
si consigliava; Tinsuperata tenerezza del sentimento nazionale e 
r anione quasi di famiglia degli indìgeni contro lo straniero; la 
propensione di sottoporsi al primo condottiero che incontravano 
e di formarsi in bande, e insieme un'assoluta incapacità di man- 
tenere nn vero coraggio scevro egualmente di soverchia baldanza 
e di pnsillanimità , una assoluta inettezza nel riconoscere il 
tempo giusto di attendere e di irrompere, di ottenere una qual- 
siasi organizzazione, una qualsiasi ferma disciplina militare o 
politica, 0 soltanto di tollerarla. E sarà in tatti i tempi e in 
tatti i luoghi la stessa nazione infingarda e poetica, debole e 
cordiale, eariosa, erodala, amatale, destra, ma assolutamente 
nulla ndla politica e peroiò la sua sorto è anche stata sempie 
e dappertotto la stessa» Ma il più importanto risultato di qne- PriiKìpii 
sta grandiosa impresa non fu già quello della rovina di questo 
grande popolo per mezzo delle guerre transalpine di Cesare; di romano, 
gran lunga più importante per le sue eonaeguenze fa il risultato 
positivo anzi che il negativo. Non si saprebbe mettere in dubbio, 
che, se il gOTemo del Senato si fosse conservato nella sua vita 
apparente aneora per aleune generazioni, la cosidetta migraiione 

(') Paddy , abbreviatura di Patrick, soprannome dato agli irianJ^si da S. 
Patrìzio loro patrono. (V. Dietlonary by Smith and Hamilloa. Paris, 1864). 

{Nota étl TraiJ. 
Storia Ronuma. Voi. UI. IS 



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STI UBRO QUOaO, CANtOLO ¥IL 

de'popolt <i sarebbe veriflatà «tuKItrb frim di 4fMilo 
.óbe ù wrifio^ « mebbé wrjromta in mi^^epooi, te c«i la dtittft 
iHUea non «mbi «sitale protade Mici oènetle (fiaUlBittè saite 
tire dei iteiliie, né in Africa, «è ia Iepa|aa. il igcmàt eapi- 
Htto e nomo dì Sialo idei ftonuini coi itow w B e w e- Mllp liibù 
gainanichoiia deB» Mdoo del mméo «enave^co, col Cimi- 
dare «gli slesM con ferma maiiò e peraane negli attimi dettagli 
li nnoTo sistema di difesa annata, eetl' intradiire il sbtama dì 
difondere ì confini dello Stato con fiumi o coìi ripari arlificiait, 
ridurre a eeloiiie lungo i confini le più prosalne (ribà ioabareper 
la difesa contro le pcà lontane, e ctunpletare resercibo romano 
con soldati arraolati nei paesi nemici, procurò alia oeltara elleno- 
italica il tempo necessario per ctrilizzare TOccidente appunto come 
da essa era stato incivilito i^Orienle. Gii nomini comuni badano ai 
fratti della loro opera; il seme spano da uomini di genio per 
contro creade lentamente. Paaaarono'secoU prìma cbe si compren- 
desse, ebe Alessandro non aveva soltanto creato un regno effi- 
mero in Oriente^ ma ciie aveva introdotto in Asia rEiienismo; 
c altri secoli passarono prima di comprendere, che Cesare non 
aveva soltanto conquistato pei Romani una nuova pmincia, ma 
cbe aveva fondata la romanizzazione delle provincia occidentali. 
E cosi soltanto i lontani posteri hanno conosciuto il senso delle 
spediòoni» che sotto il punto di vista miliUire potevansi giudi- 
care come inconsiderate, e che non ebbero immediato successo nella 
Bretagna e Germania. Il mondo greco-romano aveva colle me* 
desime imparato a conoscere immense popolazioni, la cui esi- 
stenza e le cui condizioni erano fino allora slate narrale con 
qualche verità e con molla poesia soltanto da naTìoratorì e dn 
S5 commercianti. In uno scritto romano del mese di maggio del 698 
si legge: c Le ledere e le relazioni che vengono dalla Gal- 
lia annunciano ogni giorno nomi di popoli, di dislretll e tli 
paesi che fmora erano a noi ignoti ». Questa ectensioiìo del- 
rorizzoTitc storico, ottenuta colle ^peilizioni di Cesare oltre le 
Alpi, fu un avvenimento della stessa importanza storico-uia ver- 
sale come r esplorazione dell' America col mezzo di schiere 
europeo. Al ristretto circolo degli Stali bagnati dal Mcdilerranro 
si aLigiunsoro i popoli dell'Europa centrale e settentrionale, gii 
abitanti delle rive del Baltico e del mare del Nord; al vecchio 
mondo so ne aggiunse uno nuovo, e il vecchio ed il nuovo d'^il- 
lora in poi entrarono a formare un solo cor po esercitando Tuno 
siiir allro un' intima influenza. Poco niancò,che da Ariovi;>lo non 
si tacesse quanto più tardi venne fatto di ottenere ai goto Teo- 



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ASil^KmilÉflTO SBLL'oeClBBKTB. S7o 

Oorico. Se'fìó fosse avvenuto, la nostra civilti si troverebbe a 
fronte della civHIi romano-gfM éltteHmenle in rapporti pià 
intimi di quello elle é eolia «Ivillà in4iana e assira* A Cesare 
andiamo quindi deMtoii, Ise dalla passata gnndeua deir Eliade 
e deir Italia an poBle el eondnce alf «diflcio più magnifico della 
moderna Storta del nwB^, se TBoropa oeetdentale ò diventata 
romana, se PKiiropa germanica é divenuta classica, se 4 nomi di' 
Temistocle e di Scipione mandano aUè nostre orecchie nn snono 
diverso da quelli di Asoca e dì Salmanessarre, se Omero e So- 
focle non si limitano, come fttnno i Veda eOalidasa, ad attirare il 
doito botanico, ma fioriscono per noi nel nostro giardino; e se 
r opera dd suo grande predecessore in Oriente tu quasi intiera- 
mente distrutta dalP infuriare delle tempeste del medio evo , 
qnclla di Cesare ha durato oltre le migliaja d'anni, che cambia- 
rono religione e Slato al genere umano e che mutarono per- 
sino il centro di gravità della civilizzazione, per esistere per 
tutta quella che noi chiamiamo eternità. 

Per compiere il quadro dei rapporti di Roma coi popoli del he 
SetleiUnone in quest'epoca, dobbiamo gettare uno sguardo ^i»chCjj^^JjjJJ!^^ 
sui paesi, che a settentrione della penisola italica e greca si 
estendono dulie sorgenti del Reno sino al Mar Nero. Èveru, che 
nel grande trambusto dei popoli, che allora deve essersi agi La tu 
anche colii, non giunge la face della sioria, e le scarse striscio- 
line di luce, che cadono in quelle regioni, sono come il debole 
barlume nelle profonde tenebre , più alte a confondere che a 
chiarire. Corro però V obbligo allo storiografo di uulare nel libro 
della storia dei popoli anche le lacune; egli non devo disde- 
gnare, dopo d'aver narrato del grandioso sistema di difesa di 
Cesare, di accennare anche alle meschine misure, colle quali i 
generali del Senato intendevano di assicurare da codesta parte 
i confini dello Stato. — L'AlU Italia verso il nord-est coiUinuò popoli^ 
come in passato (Voi. II. p. ad essere esposta alle aggres- 
sioni dei popoli alpigiani. Il forte esercito romano stanziato nel- 
V anno (>t)."l presso Aquileja ed il trionfo del luogotenente della 59 
Gallia Cisalpina Lucio Afranio fanno ritenere, che di quel tempo 
siasi fatta una spedizione nelle Alpi ; una prova ne sareldjeru i 
rapporti più intimi, in cui tosto duito noi troviamo i Romani 
con un re dei Norici. Che T Italia anclie dopo non fosse assolu- 
tamente sicura da questa parte lo prova la ealata, che i barbari 
alpigiani fecero neii' anno 702 nella fiorente città di Tergeste, sj 
allorché riri5;inTezione transalpina ebbe còslretto Cesare a la- 
sciare TAlta Italia intieramente sguarnita di truppe. — È cosi i lUiria. 



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S7G LIBRO QUINTO» CANfOLO VIL 

popoli irrequieti, che abitafito U litorale iUirieo, difaao seaxa 
fosa a pensare ai loro padroni fonaai. I Dalnati» già prima la 
popolazione più. raggaardevole di questa ragioBey umantaroiio 
coirassuDeioae dei viciiii nella loro lega al paolo, elie il nu- 
mero delle loro dtU 6 vUlanii craMM da vanU ad ottanta. Essi 
vennero a contesa coi Koman i per awe ricusalo di raalilnire ai 
Lilmmi la città di Promona (non lungi dal flnme lorica), che 
avevano loro tolta colla forza, o batterono le milltio. che Cesare 
aveva raccolte contr'esst ; lo scoppio della guerra civile impedi 
di punirneli come lo meritavano. A ei6 devesi in parte attribuire, 
86 la Dalmazia durante Taccennata guerra si fece il focolare del 
partito avverso a Cesare e se i generali di Cesare vi trovarono 
energica resistenza tanto per terra quanto per mare per opera 

Mncedonia abitami uniti al partito di Pompeo ed ai pirati. — LaMa- 
^ ** ' cedonia infine coir Epiro e l'Eliade erano ridotte io tale rovina 
da non trovarsi un' eguale provincia in tutto io Stato romano. 
Durazzo, Tessalonica e Bisanzio avevano bensi conservato qaalche 
po' di commercio; Atene attirava i viaggiatori e la gioventù stu- 
diosa pel suo nome e per la sua scuola di filosofia ; ma in pieno 
nelle piccole città deir£llade, già si popolate, e ne'suoi già ani- 
matissimi porti di mare regnava ora il silenzio della tomba. Se 
però i Greci non davano dXcm segno di vita, continuavano per 
contro gli abitanti delie aspre ed inaccessibili montagne delia 
Macedonia, come erano usi di lare da antidii tempi, le loro scor- 
rerìe e le loro piccole guerre; cosi invasero a cagion d* esempio 
^7/6 nel 697/8 gli Agrei ed i Dolopi le città delPEtolia, neiranno 700 
^ ì Pirusti, abitanti le valli bagnate dalla Drina, riUiria meridio- 
nale. Lo stesso facevano i popoli vicini. I Dardani stanziati sul 
confine settentrionale ed i Traci suir orientale erano a dir vero 
stati umiliati dai Romani nelle lotte che durarono per otto anni 
7a-71 dal 076 al 683; Coti, il più possente fra ì principi traci, re del- 
l' antico paese degli Oclnsi, fu d'allora in poi annoverato tra i 
re ( iionii liei Romani. Ciò non per lauio codesto paese, benché 
paciflcato, andava tutt'ora soggetto ad invasioni dal Settentrione 
e dall'Oriente come per lo passato. Il luogotenente Gajo Antonio 
fu respinto in malo modo tanto dai Dardani quanto dalle tribù che 
si trovavano stabilite nella odierna Dobrnthco , le quali, njutate 
dai formidabili Bastami , venuti dalla sinistra sponda del Danu- 
0f. 61 dio, gli diedero (69:^dd) presso Islropoli ( Istere non lungi da 
Kastendie) una considerabile sconfitta. Fu più foi tanato Gajo Ot- 

00. 57-e6 tavio contro i Bessi ed i Traci (694). Marco Pisone (697-688) fece 

fer contro un'altra volta come supremo duce cattiviasimi affirì 



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ASSOCGEmmilTO DBLL^OGCIMNTB. 277 

e non m di che nerafigUanene, poiché «gli per danaro nulla 
sapofa negare nd agli amici nè al nemici. I Oenieleti traci (sullo 
SMmone) 0 aacetieggiarono sotlo la ava Inogotenenaa ìa Macedonia 
in tutti i sensi e misero persino i loro posti sulla grande strada 
militare romana, che daDuratso condncevaa Tessalonica; questa 
dttà era nsaegnata a sostenere un assedio, mentre il torte 
esercito romano sembrala starsene nella pmineia come semplice 
spettatore degli eccessi, che codesti montanari ed i popoli vicini 
commettevano contro i pacifici sudditi di Roma. — Aggrossioni ^- 
simlli non potevano certamente riuscire pregindicevoli alla po- rèl^i),? 
lenza romana, e da lungo tempo non si badava più a ricevere ^^^l^ 
uno smacco di più od uno di meno. Ma appunto a quest^ epoca 
cominciò a consolidarsi politicamente nelle vastissime steppe 
dacie oltre il Danubio un popolo, che sembrava destinato ad oc- 
cupare nella storia un posto ben diverso da quello dei Bossi e dei 
Denteleti. Presso i Getio Dad in antichissimi tempi si era accosta^ 
to al re di quella nazione un sanruomo chiamato Zamolsi, il 
quale> dopo d*avere ne' suoi lunghi viaggi air estero investigato 
la mente e le opere degli Dei e fatta sua particolarmente la sa- 
pienza dei sacerdoti egizii e dei pitagorici greci, era ritornato in 
patria, onde finire la sua vita come un pio eremita in una ca- 
verna del « Monte Santo t. Egli rimase accessibile solo al re ed 
a' suoi servi, e dispensava al re e col mezzo del re al popolo i 
suoi oracoli per ogni importante intrapresa. Presso ì suoi com- 
patriotti egli passava dapprima per sacerdote deiriddio supremo, 
poi per una divinità, appunto come sta acriito di Mosè e di 
Aronne, che il Signore pose Aronne come profeta e Mosò come 
il nume del profeta. Ne derivò una istituzione permanente : a 
canto del re dei Goti sorse di diritto una specie di Iddio, dalle 
eoi labbra sortiva o sembrava sortisse tutto ciò che il re ordi- 
nava. Questa costituzione singolare, in cui Tidea teocratica si era 
come sembra assoggettata al potere assoluto del re, avrà procac- 
cialo ai monarchi dei Ceti a fronte deMoro sudditi una posi- 
zione, come a un dipresso ravevnno i califfi in faccia agli Arabi; 
e una conseguenza ne fu la miracolosa riforma religioso-poli- 
tica della nazione, introdotta in quest'epoca dal re dei Ceti, 
Berebistn c dal Dio Dekeneo. Il popolo, decaduto intieramente 
dal lato morale e politico parlirolarmento m i^^razia Ui stravizzi 
senza esempio, fu come rigenerato dal nuovo Evangelo di tem- 
peranza e di valore. Colle sue schise organizzate ed entusia- 



<*) Ora Gara So. 



CNùla del TmA.}. 



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278 LIBRO QDINTO, CAPITOLO TU. 

smate eome i PuriUni» re Berobista fondò in pochi anni no 
regno potePttoMmo, che si estendeva sulle due rive del Danubio 
e verso 11 m^zodi sino neiriniomo deUa Tracia» deli' iUiria 
e del paese norico. I Geli wm eraao venuU aaeora ad un im- 
mediato con latto coi Romani e nesaono poteva dire ciò che di- 
verre)>be di questo Stato sii^olare, che accennava ai princi|iu 
dell'islamismo; si coleva però predire anche senza essere pro- 
feti, che proconsoli come Antonio e Pisone non omo falli per 
comballere contro Dei. 



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CAPITOLO Vili. 



SIGiNOUIA COMUNE DI rOMPEO E DI CESAhtì. 



Frn i capi demo ria li ci, che dal tempo del consolato di Cesare Pompea 
erano nconusciuti per cosi dire nffìciaimeiUe per i comuni si- q^mt». 
goori della repubblica, pei « triumviri », il primo posto spet- 
tava secondo la pubblica opinione assolutamente a Pompeo. Eaaoi 
en colui, die gli oiiim^ii chiamavano • diltatoro privato » ;• 
ìuuaazi a lui Cicerone in lanio sMoctiinava; con tr' esso erano di- 
retti i più pungenti sarcasmi negli affissi dì Bibulo, i dardi più 
velenosi nelle salo di conversazione del partito delPopposizione. 
E tutto ciò era naturale. A gimlicare dai fatti che 5?i avevano 
soir occhio Pompeo era iriconteslabilnicnie il primo capitano del 
soo tempo, Cesare un abile capoparto e un dÌ!=;irivoUo oratore, 
di innegabile talento, ma riotoriamen lo di un Maturale non-guer- 
resco, anzi effemminalo. Qnef?tì giudizj erano da lunt^^o tempo 
in corso ; non potevasi aspettare (ialla nobile plebe, che essa si 
curasse deli' essenza delle cose e che rinunciasse alle scipite opi- 
nioni una volta stabilite in prazia di qualche oscuro fatto 
eroico avvenuto sulle rive del Tago. 6H è evidente, che Cesare 
non rappresentava nella lega altra parte che quella d'ajutante, 
il quale eseguiva pel »uo superiore ciò che Flavio, Afranio e altri 
meao abili suiuaeiti amano tentato • non <>tte&uto. £ persino 



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280 LIBRO QUINTO, GAFITOLO Vili. 

la sua luogotenenza parve non cambiasse codesta situazione. 
Afranio aveva preso una posizione affatlo simile senza avere per- 
ciò ottenuta una particoiare iniportanza ; parecchie provinrie enno 
stale negli ultimi anni ripetutamente assoggettate ad un luogo- 
tenente e sovente più di quattro legioni erano state poste sotto 
ti comando dì un solo; subentrata oltre TAlpi la tranquHlitò, e 
riconosciuto dai Romani il principe Ariovisto come amico e 
buon vicino, non v'era alcuna prospettiva di una guerra di 
qualche importanza. Era naturale che si facesse il confronto 
delle posizioni stale fatte a Pompeo dalla legge gabinio-manilia , 
e a Cesare dalla legge vatìnia; ma il confronto non riusciva 3 
vantaggio ili Cesare. Pompeo imperava cjuasi su tutto lo Stai'? 
romano, Cesare su duo provincie. Pompeo disponeva quasi senza 
limili dei soldati e delle casse dello Stato, Cesare soltanto delle 
somme che gli erano state assegnate e d'un esercito di 24,000 
uomini. Pompeo aveva la facoltà di tìssaro egli stesso T epoca 
della sua ritirata ; Cesare era stato investilo del comando per 
lungo tempo, ma però per un tempo determinato. A Pompeo in- 
fine erano state alhilate le più importanti imprese per mare e 
per terra; Cesare era suito inviato nel Settentrione, onde dall'Alta 
Italia tenere d'occhio la capitale e foro io modo che Pompeo U 
potesse dominare senza intoppi. 
H>mpeo Ma ailorchè Pompeo fu destinato dalla coalizione a dominare 
capitale. capitale , egli assunse un mandato che superava di gran lunga 
le sue forze. Pompeo non conosceva altro del dominio fuorché 
quanto si può comprendere nella parola d'ordiiìe e nel comando. 
Anarchia. Grande era V agitazione nella capitale, conseguenza delle rìvoln- 
zioni panate e foriera dì future; il problema di ^vernare sena 
una forza armata questa città, cÌm> aolto Bolti rap^porti ▼noi e^ 
sere paragonata alla città di Parigi nel secolo decimonono, era 
immensamente dimctle; per quel goffo nobile soldate modello poi 
assolutamente impossibile. Non aadò fliarl» che, quanto a lui^gli 
amici ed 1 nemici suoi, gli uni non meno degii altri ad em 
molesti, potevano fare ciò che loro piacesse; dopo la inrlenzi 
di Cesare da Roma la coaliziooe dominava boMi tuttora sui de* 
stini del autndo, ma non wMe vie (Mia oapUala. Aftche il Sd> 
nato, cui spetttLva poro ancor sempM una specie di autorità no* 
aiiiale nel governo, lassava che le cose della capitale andassero 
come potevano, in parte parchò la frazione del med^imo domi- 
nata dalla coaliféone mancava dMstrnzio ni degli autemti, in parla 
perché l'astiosa opposizione per indifferenza 0 per pessimismo si 
teneva in disparte; ma pariicotiraMni» perohò riatiero BohilissiM 



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8IG1I0RU commB Dt pomo b si CBSAKE. S8i 

cirpo eomindra a sentire» ee non a eonprendere, la totale saa 
iapoteaza. Homentaneameiite non ^ en qaindi In Roma ombra 
di oppodaione ad on goveroo qualsiasi , non v*era nessnna ef* 
lèttila aitorllà. Bia nn Interregno tra II governo aristoeratieo ro- 
mdato ed II gormo nlHtare che andava formandosi; e se 
la repibUlea romana ha mostrato In modo sempUee e normale» 
eomo noi Isee nessnn* altra M tempi antichi o recenti, tatto le 
più Tarlale ftimionl e ofganìatationi politiche^ scorgiamo in essa 
enandlo la disorraniazaiione politica e T anarchia In una forza 
non Invidiabile. I ma strana oombinaiione» che negli anni, in 
coi Cesare al di là dell* Alpi creava nn^opera per retemità , a 
Boma si rappresentasse nna delle ^ bitiarre ftrse ohe si siano 
giammai vedale suite seene del mondo. Il nnovo reggente della 
repsbblica non regnava, ma si tmeva cMoso In casa facendo si- 
lenaiesamente ringrognato. E oosi non regnava il passato governo 
slato qnasi sbabato^ ma mandava lannnti on Isolali nel circoli 
familiari delle ville, ora In òoro nella caria. Qnella parie della 
borghesia, eoi stava amiora a cuore la libertà e Tordine, era pl4 
che stanca di eodesia selvaggia agliaiione^ma asèolniamente sansa 
eapi e sema consigli' essa continnava a starsene nella soa paa* 
sività erllando non solo ogni attività politica, ma, per quanto lo 
poteva, la stessa Sodoma politica. La* canaglia di ogni specie per gu 
contro non aveva avnto tea! giorni migliori, mai più giofiali^'^' 
arene per le ano gesta, n ntmero del piccoli grandi nomini era 
crescinto ad ima legione. La demagogia era divénnta nn vero 
mestiere^ coi non mancavano I mesa! pereserellafio: il nlantello 
sémseito, la barba Inoolta, i capelli ondeggianti al vento^ la voce 
stentorea ; e non di rado aaaa era nn mestiere prolttevoUssimo. 
Por gli atiilU obbligati aervivano per eceAoaa le sperbMntate 
gole delle persone da teatro (*) ; quelli che In gran nomerò in- 
tervenivano alle pobbUaho asaembiée e che si fieevanb i pift 
eiamorssi gridatori èrmo I Greci ed 1 Blndeijl liberti é gli schia- 
vi ; persino quando Mttavari dl venire alla volaaloao i disadlnl 
aHioriitati dalla le^o a ilare 11 voto erano sovente In scarsissi- 
mo imÉMio. A qnasto proposito si legge in mia Mera di qnel 
umpb « non andM gtuoi ehe vedremo I nostri s^vilori votàre 
la legge sella lassa d' emahcipasione ». I veri poteri della gior» 
nata erano le bande organizzate ed armate, I battaglioni délPanar- 
ehia orgaiteati da noUtl awentnrieri e composti di schiavi ad> 
destrati nel maneggio delle anni e di mascalzoni. I comandanti 

O Cioè MaSNiMi tmtHh mHmt etlOrm^ ( Cic. prò Sut, ss, ii8). 



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dei mededml avevano in origlili» «p^rleniito 'qaaii tiUI-at partii»' 
popolano; ma dopo partenza di Caino, Il aalo elio aapeaiO! 
imporre aUa democrazia e il solo che conoscesso il modo di^ 
condurla, ora scomparM dalia medesima ogni disciplina o ogai) 
partigiaiìo aeguiva la propria polito. CSodeali lunnini preferhOBor 
certaaMDlo aacbo ora di combattere aatto il vessillo della libertà. 
A dir vero osai aoii ataiio né domocntici né antàtanaratici; 
ma dovendo par avam una baiulieva^ aMi vi attiverano ora laj 
parola popolo, ora quella di Senato, ora il nome di un capoparte;* 
oasi a cagion d'aaempio face €lodio combattendo o facendo ae»' 
dare di combaUere prima per la dominante damocrasia, poi pel 
Senato e per Crasso. I condottieri dello bando rimaoevaiio fedeli 
al loro colora solo in quanto che essi persegnilavano ineaorabiie 
mante i loro paraonaii nemict, coai Glodio panognitò Ciceronov^ 
Milane il nemico ano Glodio, per «ni in loro posizione partigiana 
in codeste gnerro privale serviva come un tratto al giuoco degH 
scacchi. Volere scrivere la storia di codesta tregenda politica sa-^ 
rabbe lo staaao che voler moatcare un dmisan; e poi nulla im- 
porta di narralo tatti gli assassinii, aaaodil # oaaa, incendii ed 
altro simili scene di desolazione commesse in una città mondiale 
0 di calcolale le volte che dal aitire o abàllare siasi passalo agK 
apuli e al menar le mani e <^indi alle sassate ed a far balo^ 
oiodio nare i brandi. Il protagonista su questo teatro poiilico di ma* 
scab.oni era quel PtibKo Clodio, di cui, come abbiamo già detto 
(V. p. i97), coloro che avevano in mano il potere ti servivano 
contro Catone e Cicerone. Abbandonato a sé stesso, questo in^ 
fluente, capace, energico e nella sua carica veramente esemplare 
ss partigiano segui durante il suo tribunato del popolo (096) una 
politica ultrademoeraCiica , (Ustribaì ai cittadini il frumento gra- 
tuitamente, limitò il diritto che avevano i censori di redarguire i 
cittadini scostumati, vietò alle autorità di arrestare con formalità 
religiose Tandamento degli affari nei cim'mu tolse di mezzo le 
restrizioni, che poco prima '61iO) erano stale poste al diritto di 
associazione delle classi inferiori, onde mettere un limite alla 
formazione delln hande, !• ripristinò le « a^lunLinzi; ccmpitnli» (mi- 
legM compitnlickì) allon . . \q qxìi]\\ altro non 

erano se non se una lorniaie organizzazione di tutto il prole» 
tarlato libero o adùavo doUa capitale» diviso par .contenda o. tm 

(*) meevansi Om^flMtta e empUales ludi 1 gÌQOcbl solito farsi dagli afr 
tichi Romani in onore di ipiei lari die stavano a custodia de* trivu^ qoadft> 
vii, ecc. {SoUl m DraiLj, 



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siGxoBU oomm m pomM) e oi osarb. 283 

0olM irtHtamiMb Se tellce li legge, èh« >«Mli^ mv» 
già pmta e.«iio qual pretorè del Mi penam dlM^iM^re^ », 
aMordàva at liberti ad agU aeblifi, cbe erano lft mÌtt i| aa to, glB 
statai diritti poliliei dei atii Uberi, P entew^i talWl|Éid»iug> i 
gielw ifforMMMMtaionaA pfltivarfèaD dira di aili » »» i iii l ii« fc 
ooliiia tar'siiìp openT e, qutlmroUo Nama detti MméìIi tifclÌBb»; 
gaagHaaaa» iiffitare le aMetnala plebe della tapitaMalMteiirw 
al eotaBDe aiertid» sei tempio deUa libertài efélM'beiiela^iHi^ 
Mi avolo di qcalcbo eidifteie»:di eaao iliceiidlrte, eÉ di HI»rta iWor 
^ aUwti del adiMnd domoeiAlcowMeatt aioilddi i^^ 
eaaÌBdevaiio fiiiiilMM die,i«iiiw«ni iben « ai wÉfci i ^igwiÉetr 
oei plèbiaflìtl;!€eaiei<taei» «Dai wMh» la eoiala dt<fipaM«r«aiH 
eedemi per. daui^ atielie: ahinoi! ooDcilMbii taiogoMeiue^iBlirii 
poeti e poattckii el jo faaaalU a aito eitH diddita- ^'^iMlft^tt^ 
i^pMpViM^Sttto. — Pompeo rimeaafi. apattaiare .>ikiiiiiof:«ift contesa 
eipilM aegno di tifa Se eaao &e« s'aceergeva qa te t op ea e ld' Pompeo 
tiÌ0Kfitt0tilÈÈmm ea sa aaeaifiVK il ano afraiaariow Glodio si ^^^.^ 
léea eaai patoldaia di aftaocar brigho col Sifaeaa di Home par 
Qu qaiatioBa jadiffMnia^fel linfia di m ylin lg»bi lalaiu mm 
prigione; e la oealaea difoilÉa afta lan $aétt^ nella qoald ai 
km aunìfaaia la eeoaplaUi idaHam di Fomiteo» Il eapo dallo 
Stato non teppa oaalbattaia 'fi capopaila ehai: caU» ateaae anal, 
maneggiata pard di gnm tag» piA gaflhamÉta; Peaapea enatato' 
iaqQietaio ia giaaia dal piMpet tMieiii%>ai «gli piùrotòlo ada- 
gÉo di Gladio liberando Ckareoaiil pi* odialo tao nemico» dal- 
i^aaiglia^ al qoala era alato candanamta ida elodia ipraggianaa II sua 
aoepo oasi comptofeanenta da eamliiBre 11 soa aneraario in on 
impbiQabila natakoi. ^'dodto eaUetaaa: bandai rendeva- mal si- 
care le tìq», il Tittorioso generale faceva esso poro marciare schiavi 
a glndialatii e iO' qoaatli aiialiamanii il ganaraia rimanara nata- 
latanenla aaaaomibeotaia^Jirdnta del doma^ogo» ava battuto nella 
vìe^ e gassi caalaaitemeale asaadialo nel proprio glardiao da 
Qodio e dal ad6 oompagno C^o Catana» Non ò il tratto mano 
slagelaia in c|neala mantanèìle dramma qaalto ohe tanto il regw 
gmla ^nto il raggiratore, facSendo a gara nell' amraarai^ anh 
blaaMio ambedoe il^ftwore M goMnò cadata, oba Pempeo ao» 
eaneantlaaa al ritoma di Cicerone' anehe per mostfani eompla* 
eente verso il Seoato, che C Iodio per co atro dichiarasse nallelo 
leggi gialle invitando Manco iibolo a far constate pabhlicamento 
cene InaoelitKionale la loro adozione! — Da questo postrìbolo 
di aacore passioni non poteva nàturalmente uscire alena risola 
talo.pteilifo; il aaci^t|ara pMuiistiato dei moAeainio eraàppnnUi 



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284 LIBRO QUINTO, CAPITOLO Vni. 

la sua inulilità oi ribilmente ri licoln Persino un uomo del genio 
di Cesare dovette riconoscere, die le mene democratiche avevano 
fatto completamente ii loro tempo, e che persino la via al irono 
non era più quella della demagogia. Se qualciie pa^zo si pre- 
sentava ancora durante V interregno tra la repubblica e la mo- 
narchia col mantello e colla ver^'a del profeta — già da lungo 
tempo smesse da Cesare — riproducendo sulla scena la paiDiiia 
del grande ideale di Cajo Gracco, non poteva essere altro che 
uno stoppa buchi storico. Il cosi detto partito , onde aveva ori' 
gine questa agitazione democratica, era si poco un partito, che 
nella posteriore lotta decisiva non gli fu assegnata alcuna parte. 
E non si pnA tampoco sostenere, che per effetto di questa con- 
dizione anarchica sia slato vivamente risvegliato negli aoiiaiiie- 
gli apalisii politici il desiderio di im governo forte basato soila 
forza militare. Anche astrazione fatta dalla circostanza, che co- 
desta borghesia neutrale trovavasi principalmente fuori di Roma 
e clic quindi non subiva le immediate conseguenze degli schia- 
maz/.i della capitale, quegli animi, che in generale si sarebbero 
lasciati decìdere da siffatti motivi, edotti dalle fatte esperienze e 
pariicoiarmeiUe dalla congiura di Gatilina, erano già stati radiai* ' 
mente convertiti al principio dì autorità; sugli animi vcrnmeote 
timidi poi il timore di una terribile crisi, che un rovescio della i 
costituzione doveva trar seco inevitabilmente, agiva a^^^oi più | 
fortemente che non quello della prolungata anarchia della capi- 
talo che in realtà era tuttavia molto superficiale, il solo risul- 
tato, di cui si deve storicamente tener conto, ^ la dolorosa posi- 
zione, in cui fu posto Pompeo per le aggressioni dei partigiani 
di Clodio, dalle quali furono essaiuialmeate paralì&aU gli lite' 
ri ori suoi passi. 

Pompeo Per quanto poco Pompeo amasse e comprendesse r iniziativa, 
fronte P^^*^ questa volta costretto ad uscire dalla sna passifiù 

Tlttorìe ^^^^^ cambiata sua situazione a fironte di Glodio e dì 

di Cesare. La fastidiosa e vergognosa posisione, nella quale Clodio 
^neUe^ P aveva posto, doveva col lungo andare eccitare alPodio e all'i- 
GaUie. ra persino la sua pigra natura. Bla molto pià importante fa il 
cambiamento avvenuto ne^ suoi rapporti con Genreu Se neir as- > 
8iuta operosità uno dei due aatocnttj Pompeo, aveva iotien* 
mento fallita la sua missione, Cesare aveva saputo far fruttare le 
accordategli facoltà al di sopra di tutti i ealooii e di tutu i timori- | 
Senza darsi la pena di chiederne il permesso, Cesare afnra rad- : 
doppiato il suo esercito eolie lere ordinato nella sua provin- 
cia meridionale» abitata per la miailma parte dt cittadini lo- 



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SIGNORU COMUNS lU POMPEO E DI CESARE. 285 

mani, aveva col medesimo varale le Alpi invece di tener d*oo» 
chio Roma dairAlla Ittita, aveva soffocata usa incipiente naova 
iavasione ciaibrica e oaUo apulo di due anni (606. 697) ave- ss. 57 
va spinto le armi romane sino al Bmo e al canale della Ma- 
nica. A fronte di questi fatti doveva anaatttolire persino la tat> 
tica degli ariatocratici di tatto ignorare e di tutto Impicciolire. 
L'atmo schernito sovente come delieatnan en divenuto ridolo 
deir esercito, il lèsteigiato e vittorioso eroe, i cui giovani allori 
adisaavmo quegli appassiti di Pompeo e al quale perrino il Senato 
•òDcedeva sino dal ésn gli onori « che solevanal accordare dopo a7 
le gtterre feliceiiieDte combattute» ed in maggiore copia di quello 
che giammai avesse fatto per Povpeo. Pompeo si trovava in fac- 
cia air antico suo ajutante appunto come questi si era trovato in 
faccia a lui dopo le leggi gabinio-manilie. Ora era Cesare Teroe 
del giomo ed il padrone del più forte esercito romano» Pompeo 
an ex general^altre volte famoso. A dir vero tra suocero e ge- 
nero non era ancora successa alcuna collisione e i loro rapporti 
estemi non erano stati turbati; ma ogni unione politica è sciolta 
internamente se si scompone essenzialmente la proporsione delle 
forze degli interessati. Se la controversa con Glodio non era che 
nojosa» esisteva nella cambiata postatone di Cesare un gravissimo 
pericolo per Pompeo. Appunto come una volta Cesare ed i snoi 
alleati erano stati obbligati di cercare un appoggio militare con- 
tro Pompeo • cosi ora questi era obbligato di cercarne uno 
contro Cesare» e abbandonando la sua inenia presentarsi candi- 
dato per nna carica straordinaria, che lo ponesse In grado di 
slave a canto del luogotenente delle due Gailie con eguali e pos- 
sibilmente maggiori poteri. Come la sua posizione, cosi fu la sua 
tattica appunto quella di Cesare durante la guerra mitradatica* 
Onde pareggiare 11 potere militare deirawemrio, superiore ma 
ancora lontano, coirassegnamento di un simile comando^ Pompeo 
abbisognava anzitutto del governo ufficiale. Un anno e mezzo 
addietro esso ne disponeva senza limiti. Gli autocrati signoreg- 
giavano allora lo Stato tanto col mezzo dei comizii, i quali loro 
ubbidivano ciecamente come a* padroni delle strade» quanto col 
mezzo del Senato da Cesare energicamente dominato col terrore; 
qiale rappresentante della coalizione in Roma e capo ricono- 
sciuto della medesima avrebbe Pompeo indubitatamente ottenuto 
si dal Senato che ^alla borghesia, qualunque risoluzione avesse 
desiderato, fosse pnranche stata contro rinteresse di Cesare. Va 
la goffa contesa avuta conClodto aveva fàtto perdm a Pompeo la 
supremazia in Istrada e non doveva quindi nemmeno pensare di 



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286 libuo quinto, caì itolo vai. 

vedere appoggiata dalP assemblea popolare una proposta ia Mo 
favore. Non cosi male suonava il ma nome in Seoato; ma quivi 
ancora era hm dubbio, se, dopo codesta longa e fatale passività, 
•Pompeo tenesse abbastanza ferme le redini delhi maggiorama da 

ottenerne un "^nnutrM oii-nii'^ ^o,'...wio w ^^in desiderio. 

Oj);ii)Si- Si era intanto cambiata aQCùe ia posizione del Senato, o per 
dir raoglin drìli nobuta in genere. La quale appunto dalla com- 
caiu pietà sua umiliazione acquistò nuovo vigore. In occaisione della 

pulJwico. coalizione del 694 si CT.inn srnjic 'i< ilr» ro.-e, clic non erano 
ancora giunte a quel grado di maturanza per essere mrsse alla 
luce. L'esiglio di Catone e di Cicerone, per quanto gli autocrati 
si tenessero in disputo e avessero persino l'aria di compian- 
gerli, era dalla pubblica opinione scnzn esitanzn atlribuito ai 
medesimi, come pure il parentado tra Cesare e Pompeo ricorda- 
va con iscoiisolante evidenza i decreti di proscrizione dei tempi 
dei re e ie alleanze di fjmiglia. Anche la p:irte piii numerosa 
del pubblico, che lenevasi più in disparte dagli avvenimenti po- 
litici, s'accorse, che si andavano sempre più rinforzando le basi 
per una forma di governo monarchico. Dal momeiiio che codesto 
pubì)Iico comprese come gli sforzi di Cesare non tendevano ad 
una modillcazione della costituzione repubblicana, ina che si 
trattava della vita o della morte della repiilililica , una qiìaiitità 
dei migliori uomini, che mio allora appartenevano al partito del 
popolo e riconoscevano in Cesare il loro capo , sarà senza 
dubbio passata dal lato opposto. Allora non ?i udivano soltanto 
'nelle sale di conversazione e nelle ville della reggente nobiltà i 
discorsi dei c tre dinasti » del « morirò dalle Ire teste ». I di- 
scorsi consolari di Cesare erano udili dalla atToliata popolazione, 
senza che desse segno di vita nò con applausi né con accla- 
mazioni; quando il console democratico compariva in teatro non 
si moveva una mano; bensi proiompevasi in fischi quando uno 
idei satelliti degli autocrati si lasciava vedere in pubblico, e per- 
-sino uomini sodi applaudivano, quando un comico pronunciava 
(Una sentenza aniimojiarchica e faceva un* allusione contro Pom- 
peo. Che più, rpi.in lo Cicerone dovette andare in esigilo un gran 
numero di cilLadini — -dicesi 2(JjU(jO — per la massima parte 
delia classe media, vesti il bruno ad esempio del Senato. In una 
lettera di quei tempi si legj^e « nulla è ora più popolare che 

Tentativi r odio del partito popolalo *. Gli autocrati fecero spargere delle 

aulocrali ^^"^^^ che una sifTalta opposizione potrebbe facilmente far perdere 
per ai cavalieri i posti separati ultimamente ottenuti in teatro, ed al 
ri>piiiaeria.pjgjj^Q i) suo pane; siJimUaruno forse allora uu po'pijL le 



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«ffiréssioni del malcontento , ma io spirito pubblico rimase 
quello di prima. Con migliore successo si ricorse alla leva degli 
imeressi materiali. L'oro di Cesare venne profuso con esul)e- 
ranza. I ricchi in apparenza colle finanze imbrogliate, le dame 
influenti bisognose di danaro, i nobilucci carichi di debiti, i com- 
merciami, i banchieri ridotti a cattivo partito recavansi in per- 
sona nello Gallio, onde attingere alla sorgente, o si volgevano 
agli agenti di Cesare nella capitale, e nn uomo d'un esteriore 
decente — poiché Cesare evitava di mettersi in relazione colla 
-plebaglia — era certo di non essere rimandalo nò dalle Gallio, 
Uè dagli agenti della capitale. Aggiungansi gli immensi edificj, 
che Cesare faceva costruire nella capitale per proprio conto e che 
somministravano mezzi di guadagno a un gran numero d'indi- 
vidui d'ogni classe, dal consolare alP ultimo facchino, e cosi le 
immense somme impiegate pei divertimenti pubblici. Pompeo 
faceva altrettanto, ma in termini più limitati ; la capitale gli an- 
dava debitrice del primo teatro costrutto in pietra ed egli ne 
festeggiò r inaugurazione con una magnificenza non più veduta. 
Non occorro di dire come simili largizioni riconciliassero sino 
ad un cerio punto moltissimi del parlilo dell' opposizione, par- 
ticolarmente nella capitale, col nuovo ordine delle cose, e cosi 
pure come questo sistema di corruzione non seducesse il nerbo 
deir opposizione. Sempre più chiaramente s'andava manifestando 
quanto profondamente fossero penetrale nel popolo le radici 
della vigente costituzione e quanto poco s'inclinasse per la 
monarchia o si fosse soltanto disposti a lasciarla sorgere, special- 
mente nei circoli, che si trovavano più lungi dallo immediate 
mene dei parlili, e in modo particolare nello città di provincia. 
•Se Horaa avesse avuto una costituzione rappresentativa, il mal- Creàanio 
■oonlenlo della borghesia avrebbe trovata la naturale sua espres- 'ffii* 
sione nelle elezioni, e, manifestandosi, si sarebbe accresciuto; g^^^^j^,- 
neìl7 condizioni esistenti coloro che erano fedeli alla costituzione 
non ebbero altro da fare che schierarsi sotto il vessillo del Se- 
nato, il quale, decaduto come era, chiarivasi però ancor sempre 
qual propugnatore e difensore della legittima repubblica. Cosi 
av>'enne, che il Senato, mentre era si profondamente decaduto, 
trovò d'un trailo a sua disposizione un esercito di gran lunga 
più considerevole e ben più devolo che non quando esso in tutta 
la pienezza dèi potere e della gloria aveva abbattuto i Gracchi, e, 
protetto dal brando di Siila, aveva ristaurato lo Stato. L'aristo- 
crazia se ne accorse e ricominciò ad agitarsi. Fu appunto allora, 
che Marco Cicerone» dopo d'essersi impegnalQ di associarsi alia 



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classe (lei sottomessi in Senato e non solo di non fare aicona 
opposizione, ma di agire secondo le sue forze in favore degli 
autocrati, ebbe dai medesimi il permesso di riloroard a Roma. 
Sebbene Pompeo con si (Tatto permesso facesse alla oligarchia 
presso a poco soltanto una concessione e anzi tulio un tiro 
a Clodio, procacciandosi neir eloquente consolare pel prossimo 
avvenire uno strumejito reso maneggevole da tante sofferenze,» 
colse però T occasione di servirsi del ritorno di Cicerone per 
fare delle dimostrazioni in senso repubblicano, come il suo esi- 
gilo era stato una dimostrazione in odio del Senato. Colla mag- 
gior possibile solennità, del resto protetti dalle bande di Tito 
Annio Milone contro i Clodiani, fecero i duo consoli dopo un 
preliminare senatoconsuito la proposta alla cittadinanza di con- 
cedere al consolare il permesso di far ritorno a Rom i, ed il Se- 
nato fece appello a tutti i cittadini fedeli alla costituzione di non 
mancare alla votazione. E il giorno della votazione (4 agosto 697) 
si raccolse elTeltivamente in iioma un numero straordinario di 
uomini ragguardevoli venuti particolarmente dalle città «li pro- 
vincia. 11 viaggio del consolare da Brindisi alla capitale offri l'oc- 
casione ad una serie di simili e non meno brillanti manifesta- 
zioni della pubblica opinione. Il nuovo patto tra il Senato ed i 
cittadini fedeli alla cosiiiuziuno fu in quest'incontro quasi pub- 
blicamente proclamalo e si tenne una specie di rivista di queaii 
ultimi, il cui risultato, meravigliosamente favorevole, non coa- 
iribui poco a far riprendere animo air avvilita aristocrazia 
L'inettezza di Pompeo a fronte di codeste arroganti dimostra- 
zioni e la indegna e pressoché ridicola posizione, in cui era slato 
ridotto in faccia a Glodii», fecero perdere il credito a lui ed olla 
coalizione ; e la frazione del Sonato, che teneva per questa, de- 
moralizzala dalla singolare goffaggine di Pompeo e abbandonata 
a sé stessa, non potè impedire , che il partito repubblicano- ari- 
stocratico riacquistasse tutta la supremazia in Senato. La sorte 
di codesto partito non era allora (697) per nulla disperata, se alla 
testa vi fosse stato un uomo coraggioso e destro. Esso aveva ora ciò 
che non aveva avuto da un secolo, un forte appoggio noi popolo; ove 
SI fosse alibaadonato al medesimo e avesse avuto fede in sé ste>?o, 
esso avrebbe potuto giungere alla meta per la via più breve e più 
onorevole. Perchè non attaccare gli autocrati a visiera scoperta? 
perchè un uomo risoluto e dabbene alla testa del Senato non 
cassò, come contrarli alla vigente costituzione, quel poi eri sfraor- 
dinarj e non chiamò sotto le armi tutti i repubblicani «l Ualia con- 
tro i Uraaoi ed il loi;a partito? Cosi faceado era. pp^^iMie di 



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SI6HOEU.C01HM U VOIMO fi 01 CVSARB. SU' 

nitamiB «é* allia volta la si|Doria del Sonalo. È beoii vero, 
che i rep^bbUeani corrarano mi pan ikabio; ma sardibe fbisa 
MI0C688O in un siflbtto oaso tiò che accade sovente, che cioà la. 
più temeraria impresa è al lempo stesio la più assennata. Se non. 
che la rilassata aristocrana di quel tempo non era capace di 
prendere una si semplice e si coraggiosa ulsolozione. Ma vi era 
un'altra Tìa per ottenere codesto scopo, forse più sicura, in ogni 
modo più adattata alla natura di codesti fedeli della costituzione: 
quella di mettere la discordia tra i due autocrati, ed in conse- 
gnerizjì di questa scissura porsi in loro vece al timone dello Stato. 
DaccLié Cesare era giunto ad un più :iUo grado di potenza a 
canto a Pompeo, ctl aveva olililigato quesfullimo ad aspirare ad 
un nuovo potere, era verosiniile , che^ Ottenuto, iii uu muilp o 
nell'altro la saiebbc stata rotta fia loro e che sarebbero venuti, 
nifi' armi. Se nella lolta Pompeo fosse nmasLo solo, la sua scon- 
Htia era quasi roria e il partito della costituziofio si sarebbe 
trovato in questo raso dopo la lotta sotto il (ìuniiiiio d'uno in- 
vece di trovarsi sotto quello di due padroni. Se perù la nobiltà 
avesse impiegato contro Cesare lo stesso mezzo, col qnnìe questi 
aveva sino allora riportate le sue vittorie e si fosso unita col 
più debole rivale, con un generale com'era Pompeo, con un 
esercito conrera (niello dei costituzionali, la vittoria sarebbe ve-, 
rosimilmente stala della coalizione; farla poi liiiiia con Pompeo 
dopo la rip i tata vittoria non sarebbe stata cosa assai diffìcile a 
giudicare dalie prove d'incapacità politica da esso date ilno 
allora. 

Le cose erano giunte al punto da indurre Pompeo ed il par- Tentali vi 
lUo repubblicano ad una coalizione; se un siffatto avvicinamento pQ^p^^, 
avesse a verilìcarsi e come in generale la situazione dei due au- . P»-*** 
tocrati e delr aristocrazia, resasi assolutamente fosca, avesse a un 
stabilirsi d'allora in avanti, doveva decidersi allora quando Pom-j^UJJjJi'^ 
peo nelFaulunno ilei 697 fece la proposizione al Senato di affi- ' '67 
dargli una carica straordinaria. Esso si appigliò ancora al sog-. 
getto, col quale undici anni addietro aveva fondato il suo potere: M'^'Jj'^^^^''* 
al calmiere del pane nella capitale, che appunto allora si era ccrfah. 
elevato corno prima della legge gabima ad una altezza oppressiva. 
Se ciò fosse avvenuto dietro un' astuta macchinazione, come elo- 
die r attribuiva ora a Pompeo, ora a Cicerone, e questi alla loro 
voUa ne incolpavano Ciodio, non si saprebbe precisare ; la pira- 
teria ehe non era cessala, il pubblico tesoro e3au&to e la tra*-- 
sandata e irregolare sorveglianza del trasporto dei cereali per 
farle dei governo bastavano giiHpicrj)jrodun:« la caEsalia dei patte ift 

storia nomano. Voi. III. IS 



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codesta popolatlsdma città, ridotta quasi intienMsiiia ai cenali 
d'oltre mare, anche senza rìcorrere alle incette di grano 
iscopi politici. Pompcìo Toletra clie il Sraato gli affidasse la sch 
vraiotendenza salle provrigioni dei cereali di tatto lo Stato Te- 
mano, e a qnest* effetto la facoltà illimitata di disporre dei pob* 
Mioo tesoro nonché deir esercito di terra e della flotta e al tempo 
slesso nn potere, che si estendesse sn tutto lo Stato romano non 
solo, ma innanzi al quale cessasse anche quello^ ond^erano inve- 
stiti i governatori delie proTincie, in una parola egli pensava 
di ottenere una edizione migliorata della legge gabinia, alla quale 
si sarebbe poi di sna natura aggiunta la direzione della som- 
stante guerra egiziana (Y. p. làO) appunto come era avrenoto 
per la guerra mtiradatioa in seguito alla spedizione contro i pi* 
rati. Per quanto il partito deir opposizione contro 1 nuovi dinasti 
si fosse rinforzato negli ultimi anni, quando quest^affarefu messo 
B7 in discussione in Senato nel mese di setl^bre 697, la maggio- 
ranza del Senato era però ancora sotto V incubo delio spavento 
incussole da Cesare. La maggioranza adott6 sommessa la proposta 
in massima e ciò dietro la proposizione di Marco Cicerone, il 
quale in qoest* incontro doveva dare e diede di fatto la prima 
prova della pieghevolezza appresa nelP esigilo. Ma nei dibatti- 
menti la legge originale proposta dal tribuno del popolo Cajo 
Messio ebbe però a sofTrire notabilissimi ammendamenti. Pompeo 
non ottenne né la facoltà di disporre liberamente delle casse 
dello Stato^ nè gli furono assegnate apposite legioni e navi , né 
un potere superiore a quello dei governatori; furono soltanto 
messe a sua disposizione ragguardevoli somme allo scopo di or- 
dinare (logli approvigionamenli perla capilale, assegnandogli quin- 
dici Djnlanti, e concedendogli pieno potere pruconsoìare per cin- 
que anni in tulli gli affari di approvigionamenlo per lutto il ler- 
ritorio dello Stato romano: si fece sanzionare questo decreto 
dalla borghesia. Non pochi molivi suggerirono coJesli emenda- 
menti nel piano proposto originariamente, i quali emendamenti 
rassomigliarono quasi ad un riflulo: un riguardo verso Cesare 
suggerito dai più timidi , i quali esitavano a porre n canto suo 
nella Gallia un collega uon solo a lui pari, ma a lui superiore; 
la celala opposizione di Crasso, mortale nemico di Pumpeoesuo 
collega a malincuore, cui Pompeo stesso altribui o volle far cre- 
dere di attribuire precipuamente se il suo piano fu rnJoito ai 
minimi termini; l'antipatia dell'opposizione repubblicana iiei 
nato per qualsiasi risoluzione tendente ad accrescere di fatto o 
soltanto di nome il pot^e deg}i apti^cati ; e {ter fine particolar- 



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SIGNORIA COMUNE DI POMPEO E DI CESARE. 291 

mente la inettitudine di Pompeo , il quale anrhe dopo (\' es- 
sere stalo costretto ad agire non poteva risolTervibi da sé slesso, 
ma, come al solito, faceva propalare la vera sua intenzione da'suoi 
amici quasi m incognito, dichiarando poi colla notoria suìì mo- 
destia, che si snrebbe acconlentato anche con meno. Non deve 
quindi destare meraviglia, se lo si prese in parola e se crii si 
concesse quel meno che si potò. Pompeo era ciò non ostante fe- 
lice di aver trovato almeno una seria occupazione e anzitutto un 
buon pretrsio oihìe allontanarsi dalla capitale: e gli venne fatto 
(certamente non smza ( iie le Provincie se ne riseini-soro grave- 
mente) di procacciare alla medebima provigioni abbondanti e a 
prezzi convenienti. Ma egli non aveva raggiunto il vero suo in- 
tento; il titolo di proconsole, che aveva diritto di portare in 
tulle le Provincie, non aveva alcun significalo sino che egli non 
aveva da comandare un esercito proprio. Con tale inienlo egli Spcdizioue 
fece tosto dopo pervenire al Senato la seconda proposta, affinchè 
gli desse Tincarico di ricondurre nel suo paese il re d'Egitto 
stitone scaccialo, servendosi, occorrendo, della forza delle armi. 
Se non che quanto più manifesto chiarivasi, che egli aveva ur- 
gente bisogno del Senato, tanto minor riguardo e condiscendenza 
mostravano i senatori per ciò che lo rilletteva. Anzitutto gli oracoli 
sibillini dissero essere cosa empia rinviare un esercito romano 
in Egitto; per coi il Senato nella sua pietà concluse quasi con- 
cordemente di astenersi dall'intervento armato. Pompeo era or- 
mai cosi mortilicato, cliVgli avrebbe assunto codesta ambasciala 
an lìP senza esercito; ma nella incorreggibile sua riserbalezza 
egli fece fare anche questa dicliiaraiione soltanto da' suoi amici 
p parlò e volo per rinvio d'un al Irò senatore in «un vecf. Il Se- 
nato respinse naiuralrnenie quella proposta, che metteva sacrile- 
gamente a repentaglio una vita cosi preziosa alla patria, e la fine 
di quelle eterne trattative fu, che il Senato risolvette di non im- 
mischiarsi negli affari dell' Egitto (gennaio 698). ^ 

Le replicate ripulse provate da Pompeo in Senato e, ciò cheTcntativa 
era peggio, il diiverle tollerare senza potersene vendicare, da restart» 
qualsiasi parte venissero , apparivano naturalmente presso il ^^^i'^j^^yj^ 
gran pubblico aHreitantc vittorie dei repiibblicani e aitreltante' uca. 
sronfìtle degli autocrati in ceneraio; in conseu^uenza di che la 
marea dell' oppof^izionc repulihiicana andava sempre più ingros- 
sando. Ciià le elezioni pel 698 non erano riuscite che in parte 
nel senso dei dinasti: i candidati di Cesare per la pretura, Pu- 
blio Vaiinio e Cajo Alfio, erano caduti, per contro due decisi 
adereoti del revM^iaio goTeru^ Gmo Leatuto MarcalUno e ftm 



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m ' ' LIBRO' QiiHiTo, cKmmyb VtlL- 

Domiziu Calvino, erano stali eletti qneUo al consolalo^ qneslo 
alla pretura. Caiitiulalo ai consolato pel 6U9 si eia i>ie?eiUalo 
persino Lucio Domizio Enobarbo, l'elezione del quale, vista la 
sua inlUienza nella capitale e la colossale sua sostanza, era «lif- 
llcile d'impedire; si sapeva eh* egli non si sarebbe acconleniaio 
di Care un'opposizione coperta. I cunuzu quindi si ribenavano; 
ed il Senato era d'accordo. Fu messo solennemente in discus- 
sione un parere dato, dietro domanda del Senato, da indovini 
etruschi di nota sapienza sopra certi segni e miracoli. La celeste 
rivelazione annunciava, che in grazia delle contese tra le classi 
più elevale tulio il potere sull'esercito e sul tesoro minacciava 
Ut passare in nn solo padrone e che lo Stato era minacciato di 
perdere la sua libertà — sembrava che gli Dei mirassero parti- 
colarmente alla proposta di Cajo Messio. Non andò guari, che i 
Attacca repubblicani scesero dal cielo in icira. La legge intorno al ter- 
leU^^I'i *'i^*>rio capuano e le altre leggi emanate da Cesare console erano 
di'^o? state da ossi sempre considerate come nulle e nel dicembre 097 
Cesare. ^j^^^ Senato, che era necessario di cassarle perché 

ac viziate nella forma. Il 6 aprile 698 il console Cicerone fece in 
pit'iio Senato la proposizione di mettere pello maejiio ali" ordine 
(IpI giorno la di^cussione della legge per la suddivisione delle 
lene della Campani:). Era la formale dichiarazione di guerra: 
f'd essa era tanto più significante, in quanto che sorli\*a dalle 
Ial)i)ra di uno di quegli uumiai che si fjnno conoscere soltanto 
ijiiando lo possono fare con sicurezza. L'aristocrazia n teneva 
( vidontemenie giunto il momeiilu <li mettersi in campo ni n ron 
Pompeo conli-o Cesare, ma bensi contro la tirannide in f.'enere. 
tìiò che doveva scorni re ira facile di prevedere. Domizio non dis- 
simulava . che egli rome console intendeva* di proporre nei co- 
mizi il richiamo di (^is ne dalle tiaUie. Una restaurazione aristo- 
cratica «i^ iniziata c violando la colorà di.Gapoa la aoliilU 
aveva gettato il guanto ai dinasti. 
Coav«ffna Sebbene Cesare ricevesse giornalmente rapporti dettagliati su- 
anioSuU^^* avvenimenti della capitalo e, permettendolo i riguardi mrfi- 
in • lari, li sep^uisso nella TOa;,^^Mor possibile vicinanza JaHa sna pro- 
Locea.. vincia meridionale, esso tino allora, almeno appai eiueniente, non 
YÌsi era immiscfii:iio. Ora ora stata dichiarata la guerra a lui e«l 
al .suo collega, ma particolarmente a lui; egli dovevn n^rìiv. e afi 
con prontezza. Egli si trovava per l'appunto in vìoiiian/ 1 ; l'nri- 
stocrazia non aveva rreduto nemmeno di alLeiidere a romperla 
sino al momento ch'esco avesse ripassale le Alpi, Ai primi 



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SIGNOail GOKim DI BOMPEir B M HESJklUL M 

yiósseifte «ii» edJlOfa sul da farsi; «gli ifovèCasareia Raveniia* IH 
là si recarono ambedne a Loeea» oyo gliutte anche Pol^»eo,ll qaale 
arem laacialo Ronalaato dopo Graiao (ti aiirìie)>appareot€niente 
onda aoUediare le apediàoiii de! eeraaìi dalla Sardegna e dal- 
l' Àfrica. Ve li seguirono i piò noiavoli loro adoranti, U prooon- 
soie delia Spagna citeriore Ifeteilo Nepoto, si propretore della 
•Sardegna Appio Clandio e parecdki altri; a codesta confaranta, 
doTO per antitesi col Senato repnbblieano era rappresentato il 
onovo Sonato monarchico, si nomeravano concinqianta littori e 
ollfo duecento aenatori. Sotto ogni rapporto la parola di Cesare 
era decìaìTa. Egli se ne serri affine di ristabilire e di meglio 
consolidare Tesiatente condominio su naova baso di una pià 
proporaionata ripartiàoiie di polare. Le luogotenense. militaiv 
laente. più Importanti, che vi erano olire a qoella delle dna 
Gallte, furono assegnate ai due coUeghi: a Pompeo qnalla della 
due Spagne, a . Crasso quella della Siria» carìohe che. loro dove- 
vano emare asstanrate per cinque anni (70(X>704) con un plebi* ^-^^ 
«cttOt ppoTTedendoll coaYenientamate solto Taspetto militare e 
finanziario. Cesare per contro chiese la proinogailone del ano 
comando, che an^va a soadere coiranno 700, sino a tu ito il 70q» si-to 
l'autortzsaaione di aumentare alno a dieci le sue legioni e di 
caricare sol pubblico tesoro il soldo da pagarsi alle truppe da 
eaao arbitrariamente levata Fu inoltre promesso a Pompeo ed a 
Crasso il secondo consolalo pel prossimo anno (099) ancor prima 
che si recassero nelie rispeittTe luogetenenze; mentre Geaara si 
riserraTa di esercire per la seconda voha la suprema carica eoop 
aolare tosto dopo spirato nel il tempo della sua inogole* 48 
nenia e con esso il termine decennale stabilito dalla legge tra 
«tt consolato e r altro. Poiché le legioni di Cesare, destinate già 
ad appoggiare V ordinamento delle condizioni della capitaie,non 
potevano allora essere rimosse dalla Gaàlia Transalpina, trovarono 
•Pompeo e Crasso le necesaarie forze militari neMe legioni, che 
essi doverano organizzare per gli oserei li diSpagnae della Siria^ 
e per le quali era lascialo ad essi la facoltà di^ destinare il tempa 
opportuno per farle marctara ai diversi luoghi di loro desttnaiione^ 
Con qneale misura erano evase le qaistioni principali; le secon- 
darie, quali erano il concretato la tattica da osservare a fronte 
deiP opposizione della capitala, il regolare le candidature pei ihto»- 
«imi anni e slmili, non diedero gfan che a fare. Il gran maestro 
del piano compose colla aolita ^ilità le liti personali, che foD- 
mavano intoppo alla convenziono e costrinse gli elementi pià 
flsaleitranli a lieonptllani* Ira Pompeo e €asaa fu npiiatinata 



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294 LIBRO QUIHVO, CAPITOLO ^1U« 

almeno in apparenza una buona intelUgeina da eolleghi. L0 
stesso Publio Glodio fu indotto a tenersi tranquillo ÌDaieme al ano 
partito 0 n non più oltre importunare Pompeo, e questo non fa 

jttttiiuioaittQo dei più facili miracoli dei grande ammaliatore. — Che ii 
Cesare compoDimenlo di tutte queste quistìoni non fosse dovalo ad nn 
1"^^!^ compromesso di aatocrati indipendenti ed eguaimenle potenli 

^^^^ nella loro rivalità, ma soltanto al buon volere di Cesare, é prò* 
vaio dalle circostanze. Pompeo si trovava a Lucca nella critica 
posizione di un impotente fuggiasco, il quale viene ad interce- 
dere ajuto al suo avversario. Tanto se Cesare lo respingeva da sé 
e dichiarava scioltala coalizione, quanto se raccoglieva iascianéo 
sussistere la coalizione tale quel era, Pompeo era politicamente an* 
nientato. Se dopo ciò non la rompeva eon Cesare, esso dìTenìva Tim- 
polente elienie del suo alleato , se per contro la rompeva, e {dò 
che non era mollo probabile) gli veniva pur fatto di comporre una 
lega colParistocnoia, anche questa lega, imposta dalla necessità e 
conclusa dagli avversarli nell'ultimo momento era si poco pe- 
ricolosa , che Cesare difflcilmente acconsenti a codeste conces- 
sioni onde eivitarìa. Una seria rivalità di Crasso contro Ce- 
sare era assolutamente impossibile. Non è facile a dirai quai 
motivi decidessero Cesare a rinunciare senza bisogno alla su- 
periore sua posizione e a concedere ora spontaneamente al sue 
«0 rivale ciò che ali* epoca della conclusione della lega nel QM 
gli aveva rifiutato, e ciO che questi d^allora in poi colla mani» 
liesla intenzione di premunirsi contro Cesare aveva tentato invano 
di ottenere In parecchi modi senta, ed anzi contro il volere di 
Cesare, cioè il secondo consolato ed il potere militare. Sta benii 
che non soltanto Pompeo fu posto alla testa d^un esercito, ma 
esiandio il suo antico nemico e il vecchio alleato di Cesare, Marco 
Crasso ; ed é certissimo, ohe Crasso ottenne la brillante sua po- 
sizione miiiiare unicamente per contrabbilanciare il nuovo pih 
tere di Pompeo* Ma ciò non per tanto Cesare perdette immessa* 
mente, essendo che il suo rivale scambiò la lunga sua impo- 
tenaa con- un ragguardevole comando. È possibile, die Cesare qon 
si credesse ancora abbastanza padrone de* suol soldaìi per pm> 
pegnarli con tutta sicurezza nella guerra contro le formali anio- 
rità del paese 0 che perciò gli Importasse di non essere apinto 
alia guerra civile ool ricbismo dalle Biìiie ; ma la guerra civile 
dipendeva allora mólto più dall* aristocrazia della capitale che 
4a Pompeo, e questo sarebbe stato tutt* al più un motivo per 
Cesare di non: romperla apertamente con Poihpeo, onde con sii- 
litta rollira bea inoonggiire r opposizione, ma non di iconoe- 



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SIGNORU XOHimS il FOilMO S 01 CESARE. Wk 

éBefiì dò die gli ooacesse. Ti aaraimo slati dei moliri perso* 
ndi: gli è possiiiite^ ebe Cesare si Hcordasse di essersi trovato 
aoa Yolla io «gnaie impotenaa a fro&ie di Pompeo e di essere 
alato salvo soltaslo pel riliiarsi di costai, che aweiiDe a dir 
lero più per debolezza ehe per generosità; d verosimile» ohe 
Cesare temesse di lacerare il cuore dellUmata s«a figlia, che 
amava sincersmente il sco consorte nel soo petto potevano 
aBBidare altri sentimenti oltre qnelli dell* nomo di Stalo. Ma la 
eansa principale era senaa dubbio il riguardo per la Gallia. Di* 
versamenle da* soni biografi, Cesare non considerava il soggioga^ 
mesto della Gallia come nnMmpresa in certo modo giovevole a 
lirocaceiaiglì la oontna» ma esso ne faceva dipendere la sicaresaa 
esterna e il riordinameoto intemo, e per dirlo con nna parola» 
rawenire dells patria. Per poter recare a fine sansa intoppi co* 
desto soggiogamento e per non essere costretto di por mane 
alno d* allora a disbrigare le faccende italiche, egli rinttuciò sansa 
esitare alla anperiorità ani sno rivale concedendo a Pompeo abbar 
atanza potere per lirla finita col Senato e col sno partito. Questo 
sarebbe stalo nn grave errore politico, ove Cesare altro non avesse 
voluto Aiorchiò diventare al piO presto possibile re di Roma; ma Tanir 
bilione di quest'uomo singolare non si limitava al basso scopo d'una 
corona. Egli ai credeva capaeedUmprendere e recare a termine le 
dne opere eguaUnenlo colossali d'ordinare le inteme condizioni 
deir Italia odi trovare ed assicurare alla civiltà itslica un suolo 
nuovo e vergine. Questi còmplil natoralmeote si traversavano^ 
lo sne conquisto galltobe gli furono dMntoppo piuttosto che di 
avansamento suMa sua vìa al trono. Egli raccolse frutti ben 
anttri per avere procrastinato il compimento della rivoluzione 
italica dal 098 alno al 706. Ma Cesare era come uomo di Stato 8S*4a 
e come gmerale un giuocatore più che temerario, Il quale con* 
fidando nel proprio talento e disprezzando i suoi avversai! ac- 
cordava loro molti vantaggi e qualche volta oltre misura. 

Toccava ora air aristocrazia di far fruttare la sua grande messa L*ari8to- 
e di condurre hi guerra con quella temerità, colla quale essa 
l'aveva dichiarata. Ha non v*ha nulla di più deplorabile j che 
quando dei vigliacchi hanno la disgrazia di prendere una co- 
raggiosa risoluzione. U Senato non aveva preveduto nulla affatto. 
Pare ehe a nessuno sia venuto in mente , che Cesare potesse 
pensare a fare resistenza e che ^ershio Pompeo e Crasso si 
stringerebbero seco lUl di nuovo e con più forti vincoli di pri- 
ma. Ciò pare incredibile; lo si comprende solo quando si cono- 
ficoao gli individui che allora formavano in Senato rop^zione 



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M LIBKO QUINTO^ CAPITOLO TII& 

nel senso della cosUluione. Catone era inoora assente (*)• A 
più. influente senatore m di questo tempo Mar^o Bibulo, il cam-> 
pione deiropposizioae passiva, il ptà oitioato e piA stupido ^ 
Itttli i consolari. Si era data mano alle armi solo par deporlo 
appena che 11 nemico toccasse la gnaina; la semplice notbii 
delle confereose di Lucca bastò per far» riottnclare ad ogni pen« 
siero di seria opposizione e per Hcondurre la massa dei timidi, 
vale a dire Timmettsa iDStsgloreiize del SenetOyal dolere di sud- 
diti, dal quale eransi scostali in «n momeslo fatalei Non si 
parlò più del prefìsso dibattimento per esomhiare la irvUditt 
delle leggi gialle; le legioni organissate da Gesere di preprU 
àtitorìfà farono con na seaatoconsolto amnte d spese detto 
Stato; i lentatlTl di togliere a Cesate netrordlnameaio dalle pfO 
ilcine proTlncie eonsolarì le dee Oallle^od «ae dèlie medesime 
OS fìarono respinti dalla maggioransa (fine di maggio dlM}.Gos2 fece 
il Senato pubblica ammenda. Spaventati a «orto della propria 
baldansa , vennero 1 senatori s^retamente l^ino dopo l^ltto per 
fàre paee e per promettere assolata alDbldlenfta — nessnao h 
pio eollecito di Maree Gieerone t 11 <|aate ooaptangeva troppo 
Dirdi la saa slealtà e In qaanto al sao pi>oselmo paasato si ap- 
poneva del titoli che erano a dir vero plO stringenti che l«sl»> 
ghierl n* aotocratl, compera naiarale^ si aeeoiilentaroiM);a 
nessano fa negato fi perdono, dacché per nessuno valeva la pena 
%he se ne facesse ana eccealone. Aflloe di conoecere come ad 
an tratto dopo la propalaaio«e deUe deoerminasleiil di Lacca si 
cambiasse il taono del disco#li nel circoli aristocrailel , tale la 
pena di confrontare gli opascoll pabblicatl da Clceioiio poco 
prima colta pelhiodia eh^egll fece druolar^oade pMtvars la p«^ 
hlleo 11 sao peattmento ed i soci baoni pt^poalnieiitl P). 

W (•) Catone non era ancora a Roma quando Cicerone l'il marzo 608 parlo 
per Seslio (prò Se$t. 28, 60) e allorft che in Senato iù seguito delle delib^ 
- ndoni di Lueea st trattò deOe legieni di Cesare ( Plvt Owt. U ); noi I» iro- 
^ Viano di auovo operoso soltanto nei dibattimenti in principio dei 099, e sie- 
cóme egli nelIMnvmio viaggiò (Plut. Cat* min. 38), fu di ritorno a Eonui 
t!6 sullo scordo del 098. £gU non può dunque avere difeso Milone nel fei>b.S9a 
come erroneamente io si è dedotto da Asconio (p. 35. 53). 
(") Mt OtiNiim gemummn tutine iad Att. I, 9, 3).* 
(***) Qtieila paUnoait ai «rwm tieM trtif ott oiMeale eiasione Salle tM- 
86 viiote da assegnarsi ai coosiA dell' aftno 699. E&sa fu pronunciata alla fise 
US di maggio del 698; le stanno a fronte le orr\7;ioni a prò dt Sestio e contro 
Vatinio , nonché quella sul parere degli indovini etruschi dei mesi di mano 
e aprile, nelle quali viene (atto grandissimo encomio del regime aristocratico 
e nelle itaiU Cesate paMledanneBle è tmUato m tsmiM BMllD.^aftfiMe- 



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% 



SIGlfORU OOail»» DI POIIfBO fi M 'CESARB. W 

€li a«to6FatS potevano qoiadi oriinm le^ODdhkmì Italkhei Nn ^ 
toro modo o più « fomio di firiffla. L^ludta o la capitale rìoe» fnonfir- 
\eUero un presidio, sebbene ,iion raoeollo sotto le ami, ed nno 
degli antocrati a conaalidaal& Delle troppe leirate da Crasso e 
da Pompeo con destioaxione per la Siria e per la Spagoa le 
prime farono a dir vero ifleaiiimliale perrOriente; Pompeo poi 
face goTomare le due Provincie spagonole da*s«oi comandanti 
in secondo eolla gnamiglone Ano allora colà stansiante» menfre 
laandaTn in permesso ' gli uffici&ii ed 1 soldati delle nuove le^ 
gioni deetinate apparentemente a marciari» alla volta di 8pagna 
rimanendo con esse in IlnHa. Crebbe bensì la tacila opposi^ 
alone delP opinione pubblico, quanto più chiaramente e più ge- 
neralmente si andava comprendendo, che gli autocrati si affati- 
cavano per farla finita coiranfica cosUtouóne e per ridurre coi 
possibili rignardi le condizioni del governo e deiramministra* 
alone alle fanne della monarchia; ma si' prestò ublidienza, per* 
ehé non si poteva fare divèrsamente. Anzitutto furono recati a 
fine tutti gli affari di magghwe importaoaa e parlicolarmenle 
tutti quelli, che riferivanflf al militare e air estero , e ciò senza 
riniervenlo del Senalo, m col mezzo di plebisciti, sia di prò* 
pria autorità degli antocrali^ Le risoluzioni prese in Lucca rela* 
tivamente al comando militare della Oallia furono recate a co- 
nosceoza dei cittadini da Grasso e dia Pompeo, quelle concert 
nenii lù Spagna e la Siria diratiamienle dal tribuno del popolo 
Csjo Trebonio, e cosi fu sovente provveduto con plebisciti alla 
nomina di altre più importanti luogotenenze. Cesare aveva già 
bastevolmente provalo, che gli autocrati non abbtsognsivano del 
consenso delle autorità per accrescere a loro talento il numero 
dello loro truppe; e cosi non esitarono a prestarsi reciproca- 
mente le schiere loro, cotne fece Cesare servendosi in parte di 
quelle di Pompeo per la guerra contro i Galli, Crasso di quelle 
«li Cesare per sostenere quella contro i Parli. I Transpadani, coi 
secondo la vigente costituzione spettava il solo diritto latino, 
fbrono trattati da Cesare durante il suo governo come antichi 
cittadini romani (*). Se in altri tempi air ordinamento di terri- 

flchi. Non «i ptió a me&o di approvare come Cioeronej e ne eonvieuB 

egli stesso {ad AH. 4, ^, i), si vergognasse di trasmettere qod docnmmto 
del suo ritorno all' ubbidienza persino a' suoi intimi amici. 

(*) La tradisiono non ne parla. Oli è però assolutamente incredibile, cbe 
Cesare non abbia If^vnto soldati d.ii comuni Ialini, cioè dn!la pnrtc mapgiorn 
dotl.i Mia provincki. e ci6 viene addiritlura contraddelfo dalla circostanza, cìie 
il partilo avverso Irattava ia mudo ùx^ttuSkM^ i soldati prcióvati da Cesare, 



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S9S LIMO QVinVO, CAPITOLO VIIL 

toij di anoYo acquisto msi proceduto col mezzo di commissioiii 
senatorie, Cesare organizKara ora le estese conquiste galliche as- 
sointamenle come meglio giadicsTa, e IbndaTa delle colonie dt- 
tadine senza ulteriore autorizzazione, speeialmenteJViMwiii-Gffaiiii» 
(Como) con cinquemila coloni* Cosi fece Hsone la gnem trad- 
ca, Gabinìo T egizia « Grasso la pertica senza chiedere il per- 
messo al Senato^ anzi trasonrando persino la pratica tradizionale di 
rìferìme al medesimo; nello slesso modo ftirono concessi o con- 
dotti trionfi ed altre dimostrazioni onorifiche senza che qwi 
corpo ne fosse stato richiesto. Gli é evidente , che in tatto dò 
non Yaolsi vedere nna semplice trascnratezza di forme^ trasenratezza 
che non si saprebbe spiegare poiché nella massima parte dd 
casi non potevasi temere assolutamente un'opposizione del Se- 
nato. Vi si doveva piuttosto scorgere una ben calcolata inten- 
zione di scavalcare il Senato in tutti gli affari militari e d*alta 
politica e di limitare la sua partecipazione al governo alle qui- 
stioni finanziarle e agli Affari intemi ; e andie gli avversari ri- 
eonobbero questa mira e protestarono come poterono col mesio 
di senatoconsultl e di accuse criminali contro codesto modo di 
procedere degli autocrati. Ventre gli autocrati mettevano il Se- 
nato da canto nella cosa piik importante, essi d servivano ancer 
sempre delle meno pericolose assemblee popolari — avevasi prov- 
veduto affinché i padroni delle vie non frapponessero aicvaa 
difficoltà ai padroni dello Stato — ; se non che in molti casi d 

perrhò « per la massima parte nativi delle colonie transpadane {Caesar b. & 
3 , 87 •); e qui si sottinleudono evidi'iilemeiite le colonie latine di ^in- 
bone (Ascon, in Piìfon. p. 3; Svetonio Caen. 8). Neil' esercito gallico di Cesare 
non hawl però alcuna traccia di coorti latine ; anzi, come egli csplicitamiskte 
osserva^ tutte le ntìnto levate da tei neUa GalUa Gisalplna lUrono dietrftalle 
nelle teiitoni o diviae la legioni. È |MMiil)llej dia Catare eoUa leva eomgmt 
desse la concessione della cittadinanza, ma gli t più verosimile, cbe in (\uq- 
sto miiporlo egli tenesse fermo al punto di vista del suo partito, il quale non 
cercava gìii di procacciare ai Traspadani il diritto di ciUadini romani , m 
le conddorava comò appartenente loro per legge (Y. p. 133). In questo modo 
soltanto «l potè spargete la voce, ebe Cesoe avene lairpdollo di propili 
autorità la (ostitu/.ione municipalr> romana nei comuni transpadani (Cibati 
AU. 5, 3, i. nd fam. \. i). E casi si chiarisce perchi> Irzio chiamasse « cf»- 
lonìe di cittadini rninani » le citl;i transpadane (h. g. K, ii), p p'Trbé Cesare 
trattasse come colonia cittadina la da lui fondala culouia di Lomam ^Sveto- 
nio (>f. SS; Strabone 5, l p. S13; Platareo CSom. Ì9), mentre il partilo del» 
I* artotoerazia le eoncedeva soltanto il diritto concesso agli altri comant tran* 
spadani, rioò il diritto latino» e quelli del partito spinto dichiarassero persino 
nullo in ,1 nerale il diritto urbano accordato ai coloni, e quindi non concedes- 
sero ai Cumensi nemmeno i iinvìlegi annessi alle caricbe mnoiaipali latiae 
(€ic. «ki vitt. 5, 11^ Appiaa. (a. c. S, SG). . ^ 



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SIGNORIA COMUNS I^l POMPEO £ Di CESARE. 

liBanziò aachd a qa«8lo oslm faa tanna è A usò franoameats 
forme attt<>craUoh6b 

11 Senato cof:ì umilialo dovette» volere, o non volere» adattarsi '^^^^*Ya 
nella sua posizione. Ueapo deiroeseqnSosa mafgloraiizacontiaaòinonareiiia. 
ad essere Marco Cicerone. Egli era capace pel suo talento d*av- 
?ocato di trovare delle ragioni o almeno delle parole per ogni 
cansa; e vi era una vera ironia da Cesare nel servirsi deir no- '^^'^^ 
mo> col messo del quale r aristocraaia aveva follo le sue di« 
mostrazioni contro gli autocrati» come il propagatore della ser- 
vilità. Perciò gti si accordò il perdono della sua breve voglia di 
ricalcitrare « ma non senza prima esami assicnratl in lutti i 
modi della sua sommessione. Qoasl ad esaeme mallevadore ave- 
va suo Ijratello dovuto accettare un posto di uiUciale neireser-' 
cito gallico; egli stesso era stato obbligato da Pompeo di ac- 
cettare un posto di luogotenente sotto di lui» ciò ohe forniva 
r opportunità di poterlo ad ogni momento mandare con un eerto 
riguardo in esigilo. Clodio aveva bensi avuto T incarico di la* 
sciarlo tranquillo sino a nuovo ordine; ma Cesare era ben lungi 
dair abbandonare Clodio per Cicerone come Cicerone per Clodio» 
e il grande salvatore della patria, e il non men grande eroe della 
libertà si facevano nel quartier generale di SamaroiMiva una coneor* 
reiisa d* anticamera, per rillustrazìone della quale mancava pur 
troppo un Aristofane romano. Ha non solo fu mantenuta sospesa 
sul capo di Cicerone la stessa spada che già un'altra volta lo aveva 
cosidolorosamentecolpito; gllfnrono apposti anehedei cep{d d'oro. 
Considerale le iniricate sue finanze gli riuscirono sommamente 
graditi i prestiti gratuiti di Cesarcela carica di co4speUore sugli 
edillcj ordinati da Cesare* pei quali si mettevano in circolasione 
immense .somme di danaro, e più d'una imperitura orazione del 
Senato venne cosi strozzata dal pensiero del procuratore di C^ 
sare, il quale dopo la sednia poteva presentargli la eambiale ed 
esigerne il pagamento. Egli fece quindi il voto t di non curarsi 
in appresso della giustizia e deir onore, ma di badare al favore 
degli autocrati > e c d'essere arrendevole come il lobo dell'o- 
recchio 1. Lo si adoperò per quei che valeva» cioè come avvocato» 
nella quale sfera egli doveva per ordine superiore difendere ap- 
punto i suoi pià acerrimi nemici e anzi tutto fu Senato ^ dove 
egli quasi sempre doveva servire di organo ai dinasti e fare le 
proposte , < cui altri approvavano, ma non egli «tesso » ; e quale 
notorio capo della maggioranza degli ossequiosi egli si procacciò 
persino una certa importanza politica. Come Cicerone, cosi ftarono 
iiàiiaU audio gli altri membri del Senato accessibili al timore, alle 



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mt hmtLÙ QUINTO, CMTOtO tfit; 

htiiiighe 0 air oro , • mm fliUo di riéttiio in monte airoli]>e^ 
c itone dìensa. — Rimaneva bensì una frazione di opponenti, i quali 
mìiii- almeno H lon» colore e non si laseiarane né 

raoza. vincere nò gnadagnaare. Gli aatoeriti si erano perssaai , ebe le 
misure eccesioBaU, come erano quelle impiegale eontro Galene e 
contro Gicmiu!^ danneggiavano onki cbe giovare alla loro causa, 
e che era un male minore quello dt sopportare Hneomoda oppo- 
Sidone repnbblicana cbe non quello di Iruformare gli opponenti 
in martiri della repubblica. Perciò fA permise il ritorno di Catone 
m (^ne del 68^, e che d*ora in avaniì facesse di bel nuovo nel 
Senato e sul Foro, non di rado con perieolo della vita , op- 
posizione agli autocrati, Sa quale, se era onorevole, era pur 
troppo al tempo stesso ridicola. SI permise, cbe In occasione 
delle proposizioni di 'frebonto egli spingesse le cose sul Foro 
sino alla zuffa e cbe in Senato fooesse la proposta di arrr 
etare il proconsole Cesare per la sleale sua condotta versogli 
Usipeti ed i Tencterl (V. p. 213) e di fame la consegna a questi 
barbari. Si tollerò, cbe Mano Favonio, i) Stmeio di Catone, dopo 
cbe il Senato ebbe preso la risoluzione dì assumere le legiooi 
di Cesare sulla casso dello Stalo^ si avventasse alla porta del 
Senato e gridasse in istrada che la patria era tn pericolo; ti 
tollerò, eh* esso cogli scurrili suol modi chiamasse un diadeiBs 
fbori di posto la benda bianca, con cui Pompeo si teneva fiiscials 
ammalata sua gamba; al permise, die li consolare Lentulo 
Maroellfno, mentre lo si applaudiva , gridasse al popolo di ser 
virai ben bene di codesto diritto d* esprimere la propria opi» 
nione sinchò era ancoo permesso di farlo ; che il tribuno del 
popolo Cajo Ateio Capitone dannasse Grasso alla ' sua partena 
per hi Siria agii spiriti infernali pubbUcamente e con tulle le 
forme della teologia di quei tempo, in monte queste non erano 
ubo vane dimostrazioni d^ona irritata minoranza; il piocolo partito, 
onde sortivano, era però d'importanza, in quanto che prestava ali- 
mento e dava il segnale all'opposiaione repttbblicaoa, cbe Permea* 
lava nel ^lenzio ed eoòtCavu ben anche in parte la maggioranm 
del Senato , la quale in sostùiza nutriva i medesimi aenltme&lì 
contro gli uuloorati , a prendere contr* essi delle isolale risola* 
zioni. Imperocché anche la maggioranza sentiva il bisogno dì sfo- 
gare almeno di tempo in tempo il contenuto suo rancore e in 
cose secondarie, scatenandosi a modo dei servili a contraccnore 
contro i nemici deboli in odio ai potenti. Ogni qoal volta le 
Ijoievn, essa dava delle leggiere guanciate alle creature degli afr 
iocraUy coài U negau a Gabinio la cliiesta. Cesta di rendimeatè 



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siGMOBii 0011 wm iki p^oimo B n qbsarb. aoi 

di grazie (698), qqìì Pi«o|ie yeniie rtebltmato 4aUa provinciii» ^ 
cosi fa Teslito U J)rpBo dal Senato alloreliè il trìboM del po* 
polo Cajo Catone tenne sospese le elesiooi pel 090 sino che si ^ 
mantenne in carica Jl console Maroellino apparienenie al par» 
tìto della cosliiusione. Persino Cicerone» per quanto si mo- 
strasse umile verso gli aulocrati» pubblico un libello non meno 
invelenito cbe goffo conuo lo suocero di Cesare. Ma tutte qu^ 
ste ostili veUeità della magsioransa dei Senato e reaiosa oppo« 
siaìone della minor|nza altro non erano che provo evidenti, clier 
come una volta il governo era passato dalla borghesia al Senato» 
ora da questo era passato nelle mani degli antoorall e ohe il 
Senato ormai altro non era che ni . consiglio di Slato monar** 
cbico destinato ad assorbire gli .elementi anihnonarctiici. Gli af 
reaionati del rovesciato governo andavano gridando: t Nessuno 
(neri dei tre vale uno zero; 1 dominatori sono onnipotenti edé 
loro cura cbe nessuno l'ignori; tutto il Senato è come sossopnr 
e ubbidisce ai padroni; la nostra geoeraaione non vedrà un mi- 
glioramento di cose t« Non si viveva oramai pià nella repubJdlGa^ 
ma neUa monarcjÈiia. 

Se gli autocrati disponevaTio del governo a loro tatonto, rimaneva oppo»!- 
però un campo polilioo separato in certo qualmodo dal gov^o. néiili 
propriamente dello, più facile a difendersi e più dinìcilc a conqui- ^i^i<>"' 
alarsi: quello delle elezioni alle cariche ordinarie e quello dei tribù* 
nali dei giurali. Che questi ul limi non cadano direttamente sollo 
la polilica, ma che dappertuUo, e anzitutto a Roma, siano dominati 
dallo spirito che informa il governo, è cosa che si chiarisccda 
sè. Le elezioni dei raagislrali appartenevano bensì di diri Ho al 
governo propriamente dello; siccome però di questo temi>o lo 
Stalo era sostanzialmente amministralo ila magksitaLi sUaordinarj 

0 da uomini sema alcun lilolo e gli stessi supremi magistrati 
ordinar], quando apparteneva iiu al panilo antimonarchico, non 
potevano avere alcuna sensibile inllnriiza sulla macchina dello 
Slato, cosi i magistrali ordinarj amla^aiiu sempre più scadendo? 
per divtuire semplici comparse, come inUtli i più opponenti tra 

1 medesimi si qualirioa\ ano :nli!iiiiturd a pien dinlLo aUielLaal(i 
07À0S0 riullilae designavaau «{uìulIi le. loi'o elezioni come alli'eU 
tanle dimostrazioni. In tal guisa, respiiua ouiiinamcnte Popposi* 

^ zione dal vero eampo di battaglia, polé la guerra coniinuarsi 
nncura colie eluzioni e coi processi. Gli autocrati nulla rispar- 
miavano, onde rimanere vincitori aacliii su qu^to terreno. Ouanio 
alle elezioni, essi avevano già ia Lucca concretato tra di loro lo 
liste ^dei^ caudt4jii; pei ^rf)ssimi anoi e iie$sua. mezza lasctaroaó 



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302 ' LIBRO QUINTO, CAPITOLO VIlL 

inieiilalo.onde far passare i candidati in quel convegno fissali. 
Prima di lutto essi impiegavano il loro oro, onde produrre la 
lolla elettorale. Ogni anno si mandava in congedo gran copia di 
soldati degli eserciti di Cesare e di Pompeo, affìnrli»'! i medesimi 
• prendessero parte alla votazione. Cesare soleva dirigere e sorve- 
gliare egli stesso dalTAlta Italia il movimento elettorale. Ciò non 
pertanto lo scopo non fu rigtjiunto che assai imperfettamente. 
S5 Per l'anno 691), confornieiTH nie air intelligenza passat-i a Lucra, 
furono eletti a rnnsoli Pompeo e Crasso , e fu eliuiinala il scio 
perseverante co!i<1i lato delP opposizione Lucio Domizio ; se non 
che già questo erasi ottenuto con evidente violenza; nella lolla 
Catone aveva riportalo una ferita, ed erano accadute altre scene 
M molto scandalose. Nelle seguenti elezioni pel 700 fu eletto Do 
mizio malgrado tutti gli sforzi degli autocrati, e Catone pure b 
vinse allora come candidalo per la pretura, dalla quale Fanno 
prima con iscandalo di tutta la borghesia era st:iln eliminato 
da Vatlnio cliente di Cesare. Nelle elezioni pel 701 riusci alVop- 
posùione di provare si incontestabilmente le più scandalose mene 
elettorali di parecchi candidati e degli autocrati, che questi, su 
cui liverberava Tonta, non poterono f^ìre aUro che abbandonare 
i loro candidati. Queste ripetute e gravi sconfìtte toccate ai di- 
Basti sul camt)0 elettorale possono in parte attribuirsi all' ingo- 
vernabilità della irruginila macchina dello Slato , alle ìncalcoh- 
bUi eventualità delle operazioni elettorali, ai sentimenti di o[>po- 
$izione della classe media, ai tanti riguardi privati che si im- 
nischiano e che sovente incrocicchiano la posizione dei partiti; ma 
la causa principale vuoisi cercare altrove. Le elezioni dipende- 
vano in questi tempi essenzialmente dai diversi cluhs, in cui ii 
divideva T aristocrazia; il sistema della corruzione era dai me- 
desimi organizzato sa vastissima scala c col massimo ordine. La 
stessa aristocrazia rappresentata in Senato , dominava anche le 
elezioni; ciiè ae in Senato essa cedeva con rancore, nei collegi 
elettorali essa operava in segreto e sicura da ogni responsabilità 
di (ronte agli autocrati. Già si comprende dasè, e le elezioni de* 
^ aaoi aegaeoU lo provarono, che la severa legge penale con* 
tro le mene elettorali dei cMìs, che Crasso essendo console avera 
w fàtlo aanzioiiare dai popolo nel 690, non aveva fatto cessare su 
• D 'i tri- questo campo rioflaenza della nobiltà. — Non minori difllcoità 
luuaiL fonavano agli autocrati i tribunali de* giurati. Pel sistema, 
secondo il qvale erano composti, decideva anche ne^ medesimi 
oltre r iBflvenle aeUltà senatoria specialmente la classe media. 
La ÌB8aii0i0 di nn alte censo per la nomina • ginrato» proposta 



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SIGNORIA CaOVUlUI DI POHMBO B M GS8ÀRB. 908 

(la Pompeo nel 699, è una rimarcabile prova ^ che T opposizione ^ 
coDiro gli autocrati aveva la sua sede principale nel vero ceto 
medio e che i grossi capitalisti quivi, come da per tutto, si chia- 
rivano più llessibili di quello. Ciò non pertanto il parlilo re- 
pubblicano non aveva quivi perduto liiUo il terreno e non si 
stancava di perseguitare con accuse criminali politiche, se non 
^li miiocrali slessi, ahaena le più salienti loro creature. Questa 
guerra di processi era condotta con tanto più di vigore, che, se- 
condu l'usanza . gli alti d'accusa spLllavano alla ^'loventù sena- 
toria e, come si coinjii'ciule, fra questi giovani si rinveniva mag- 
gior passione repubblicana, più \i^^orusu talento e \>\n ardila smania 
di aiiaccare, che non fra i loro più allempati collcghi. I tribunali 
non erano per certo indipendenti; se gli auLocraii la prendevano 
sai serio, i giuihci appunio come i senatori non osavano rilìu- 
tare T ulfbidienza. Nessuno degli avversar] fu dair opposizione 
perseguitato con odio si grande e quasi proverbiale quanto Ya- 
linio, di gran lunga il più temerario e irrillessivo di tutti i più 
intimi aderenti di Cesare; ma il suo padrone ordinava, ed esso 
veniva assollo in tutti i processi che gli venivano intentali. Le 
accuse avanzale da uomini, i quali come Cajo Licinio Calvo e 
Cajo Asinio Pollione sapevano brandire la spada della dialettica 
e la sferza delio scherno, non mancavano initavia di raggiungere 
la mela anche quando i loro sforzi andavano a vuoto ; e si ot- 
tennero anche dei singoli successi. Questi, a dir vero,riporlavansi 
per lo più sopra individui di una classe subordinala, ma anche 
uno dei più altolocati e più odiati aderenti dei dinasti, il con- 
soiare (ìabinio, fu rovesciato in questo modo. È bensì vero, che 
air irreconciliabile odio doiraristocrazia, la quale non gli aveva 
perdonato la legge per la guerra contro i pirati e il modo scher- 
nevole, con cui aveva trattato il Senato durante la sua luogote- 
nenza nella Siria, si associava controGabinio il furore dei grandi ^ 
capitalisti, a fronte dei quali egli nella qualità di luoguleiiente 
della Siria aveva osalo fare gli interessi dei provinciali, e per^ 
sino il rancore di Crasso, eoi egli nella consegna della provincia 
aveva elevale delle difficoltà. L'unica sua difesa contro lu^ti co- 
desti nemici fu Pompeo e questi aveva tulle le ragioni di di- 
fendere ad ogni costo il più capace, il più lenìerario ed il più 
fedele de' suoi ajutanti; ma in questo incontro, come in ogni 
altro-, esso non seppe usare della sua autunià e difendere i suoi 
rlienti rome Cesare difendeva i suoi: alla line dal 700 i giurali U 
trovarono Gabinio reo di concussioni e lo mandarono in esilio. 
— campo deiie eLezioili popolari o d^i tnbmti dei giocali: 



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fuiuiio in monte gli auiocrati quelli che soggiacquero. Gli agenti, 
che vi liominavaiio, erano mono facili a colpirsi e perciò più 
difficili a spaventare o a coirompere che gli organi immodiatl 
del governo e delP amiainislrazione. Gli aulocraii incontravano 
in questo caiapo, e particolaniieiilc nelle elezioni popolari, la 
forza tenace dell'oligarchia compatta ed aggruppata nelle con- 
sorterie, colla (luaicì non si può dire di averla assolili unente fi- 
nita quando si è rovesciato il suo governo, e la quale è tanto 
più diffìcile a spezzare quanto più copertamente essa opera. Essi 
s" uicontravaiio iiiollre, particolarmente nei tribunali dei giurati, 
nell'avversione delie classi di mezzo pel nuovo governo inorin- 
chico, la qual av^versìone, con tutti gli imbarazzi che ne deriva- 
rono, essi non erano in gra lo di rimuovere. Essi ebbero su am- 
bedue i campi una serie di sconfitte. Le vittorie riportate dalTop- 
posizione sul campo delle elezioni non avevano a vero dire che 
il pregio di dimostrazioni, poiché gli autocrati avevaiKi i mezzi, 
e se ne servivano, per ;iiini( liil n n oc?ni magistrato maUedulo; 
ma le ctmdanne eliminali pronunciate contro i loro aderenti ibi 
partito dell'opposizione li privava in modo sensibile di a])ilian- 
siliari. Come slavano allora le cose gli autoorati non potevano 
nè sopprimere nò sufhcien temente dominare le elezioni popolari 
e i tribunali de' giurati, e per quanto Topposizione si trovasse 
ridotta ni minimi termini, pure seppe sino a uu certo grado te- 
nere il campo di battaglia. 
Leitcr.i- E fu ancora più malagevole il cumiinttere Popposizionc su !in 
!lc)ia ^c^'^'^^'^o, cui essa si volgeva rnn l inlo maggioi- udore quanto jiiu 
opposi- era respinta dalla politica immediata attività. Era il terreno dell;i 
ziono. letteratura. L'opposizione giudiziari;} ern allo stesso lerapo, anzi 
prima di tutto, un'opposizione letteraria, giacché le orazioni ve- 
nivano regolarmente pubblicate e .servivano come opuscoli poli- 
tici. Ancora più prontamente e più sicuramente colpivano i dardi 
della poesia. La spiritosa gioventù dell' alta aristocrazia e forsp 
con maggiore energia il collo mezzo celo delle città provinciali 
italiche conducovano con zelo e con successo una guerra di opn- 
scoli e di epigrammi. Combattevano su questo campo V uno :i 
canto all'altro H nobile Cajo Licinio Calvo figlio del Senaioiv 
83-18 (672-706), temuto come oratore e liì)eU»ta non meno che come 
valente poeta, ed i Trtnnicipali di Cremona e di Terona Mane 
ii2-«3 Furio Bibacnlo (05S-<ii)l) e Qainlo Valerio GaloUo (6G7 - c. 700\ 
«7-» i cui eleganti e mordaci «pigrammi si spanuterano per V Italia 
colla celerità del lampo 0 colpivano sicuramente nei segno, fn 
Mito, la -lotlanjlnr» dl^neaM anni ^domhià io spirilo deHM»p* 



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StCHOBU OOMIIIIB M POUflO B DI CS8AIIS. 305 

posizione. Essa é piena zeppa di rabbioso scherno con irò il 
« grande Cesare t, c runico generale », coiUro l'amoroso suo- 
cero e genero, i quali mettono tutto il mondo a soqiiuadro, onde 
procacciare occasione ai corrotti loro favori li di fare mostra delle 
spoglie dei Celti capelluti per le vìe di Ruma, di ordinare ban- 
chetti reali col bottino raccolto nella più discosta isola d'occi- 
dente e, usando con prodigalità Tabbondanle oro, di soppiaiitare 
nei patrii lari gli onesti giovani presso le loro amanti. Nelle poesie 
ili Catullo 0 e in altri frammenti della letteratura di quesf e- 
poca vi è qualche cosa di quella genialità dell'odio personale-po- 
litico, di quelTagonia repubblicana traboccante di passione fu- 
rente 0 di seria disperazione, che vediamo espressi con mag- 
giore energia in Aristofane e in Demostene. Almeno il più 
avveduto dei tre autocrati riconosceva, ch'era altrettanto impos- 
£:ibile di disprezzare codesta opposizione quanto di sopprimerla 
dispoticamente. Cesare tentò anzi, per quanto gli era possibile, 
di guadagnare personalmente i più rinomati scrittori. Già Cicerone 
andava in gran parte debitore alla sua fama letteraria del distinto 
trattamento avuto particolarmente da Cesare; ma il luogotenente 
della (]allia non disdegnò la pace persino con Catullo servendosi a 
\:ì\o cffeiio di suo padre che aveva conosciuto personalmente in 
Verona, ed il giovine poeta, che aveva già svillaneggiato il possente ^ 
i?onera!e co'più amari sarcasmi, fu da questi trattato collo più 
iusmgiiiere distinzioni. Cesare aveva abbastanza talento {tei so^^^uire 
ì suoi avversari letterali sul loro proprio terreno, onde difendersi 
dai molieplici attacchi e pubblicò una circostanziata relazione ge- 
nerale sulie guerre galliche, relazione che svolgeva dinanzi ai pub- 
blico con una simpatica semplicità la necessità e lo spirito costitu- 
zionale del suo modo di guerreggiare. Ma poetica e creatrice è però 
assolutamente ed esclusivamente la libertà; essn, c essa (soltanto 
può anche nella più meschina forma della caricatura, anche coirul- 
timo suo respiro infondere rentiuùisaiio nelle nature vigorose. 

n La eolleikme vemito sino a noi è piena di rapfNiftt tugil avrenimenU 
degli anni 1189 e 900 e ta Mmt dotUo pnlrtilieala In qnesi* anno; 1* ultimo ^, 5^ 

avvenimento, di cui fa menzione, è il processo di Vatinio (agosto 300). L*as- 54 
serzione di Geronimo, clie Catullo morisse nel «97/8 non deve quindi vonir 3^, 
riportata clic di podii anni. Dalla circostanza che Vatinio « abbia congiur ilo 
durante il suo consolato > si è dedotto a tur tu ^ che la collezione sia stata 
pnbbiieata aoilanlo dopo il eontolalo dlYalinio (707); ne segue soltanto ebe, (7 
nOorqnando eiaa eoin|»am^ Vatinio potava calcolare di ottenere il consolato 
in un anno prestabilito, per cui egli aveva tutte lo ragioni di conseguirlo nel 
700, poicliè ji suo nome era certamente registrato suUa lista dei eaodldaU Sì 
combinata a Lucca (Cic. ad Alt. 4, a, b, t). 

Storia fìumana Voi. III. IO 



* 



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306 '* LIDRÒ QUI?fTO, CAPITOLO Vili. 

Tutti i migliori elementi della letteratura erano e rimasero anli- 
monarcliici, e se persino Cesare osò inoltrarsi su questo terreno 
senza sdrucciolare, ciò avvenne perché egli ancora adesso pen- 
sava al grandioso sogno d'una repubblica libera, ch'esso però 
non poteva comunicare né a'suoi avversar] né a' suoi partigiani. 
La politica pratica non era dominata iu modo più assoluto da- 
gli autocrati che la letteratura dai repubblicani (*). 

* ♦ 

53. 5i (•) La seguente poesia di Catullo (XXIX) fu sprilla nel COO o 700, Uopo U 
«p^^izione di Cesare nella Bretagna e prima della m:)rte di Giulia : 

Cbi mal, chi vede, e il tollera. 

Se non ò impudiciisinio, 

Vorace, e giocator, 
Della chiomata Calila , ■ 

Dell' ultima Bhtanaia 

Quanti erano i tesor, 
Tulli sol uno accogliere 

In sè Mamurra? 0 Romolo 
* Priw d' ogni pudor, 

C tu a vedi, e tu U tolleri i 

Vorace, ìinpudicis^imo 

Se' tu, sei giocator. 
Ed ora el, quale Adonide, 

0 qual colombo candido, 

Andr.'i superbo oirnor lA'Xnn u 
Dell'oro, che ridondagli. • -r.' ".ut 

Scorrendo gli altrui taiarai,/ .j 

E il vedi, e il soffri ancor » {^vnjj 
'''•'O effeminalo Romolo? 
i;' Vorace, impudicissimo 
! Se' tu, sei giocator. 

Poco profuso a rendere ,f 

Paga la tua libidine 

• Iniqua largità ? 

'» ' Poco Inghiottì 11 rrapnla? ' ' 

•j; Pur pria disperse, e lacero ^ ^' 

Le avite facoltà; 
U Quindi la preda Pontica, 

.1»! . Quindi le spoglie Iberiche . 

l'I) E r aureo Tago il sa. " 

.1 rrtB voi Gallio, e Brilannie, 

viHi Lui temer? Lui proteggere ? ®' 

• n\ 0 atroce indegniti)! 

'jn et»' altro può mal, che assorbcrc ^ 
tt> 1( I pingui patrimonii? 
0 il solo Imperator , 
Fosti perciò tu Genero ' ** * 

E teco pur fu il Socero 
Di tutto il distruttor ? • > • 



* 



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tra oMosnrio di pmedm wriMMiit» ewtmcotata opposi» Nuove 
alone impoMle beiti, n tnltan metaeta e ardita. La spinu » 
a gael che pare, iki dkta dalla amdaiiaa diQa]iiiiie(aiiedel7<IO). 
Gli aatocrali confaBoaro d* iitrodafte ma dittatola , fiosie pm 
iMDpofafja, e colla medeifaM otteoere aeoTe miave coeiettiT)^ 
partioolame&ie per le elaaieni e pei tiibattali dei iterati. Come 

Maninm da VMrBkie^lfoift df étetehaivorilo di Cnm e daraeti lo «nent gallU 

die per qualcbe tnpo afieiale nel no MfcMo^ vténtitMD ritonio aUa capital* 

probabilmente poco prima della composizione di questa poesia ed era allora 
verosimUmente occupato colla costruzione del suo palazzo sul Mmile Celio, di 
cui tanto si parlava e ^er cui si spendevaiìo sumiue enorim. li butlino pouUco 
si rifeiiaoe a <iiiano di MfOene, a eid Cesare pase parte (VoL U. p.300) coma 
vfllclalà addillo nel emaTOMnlto dal tweolenniè di Btttaka e del Ponto; 79 
l'iberico consisteva nei guadagni fatti nella Inogoteiieiua della Spagna ulteriore 
(V p. 187). — Meno maliziosa di codesta mordace invettiva (Svel. Ces. 73) 
sentila da Cesare amaramejite e un' altra poesia dello sIpsso poeta (XI), scritta 
presso a poco nello slesso tempo , clxe può trovare qui ii &uo posto, perchè 
eolia pateOca mà pieÉaloM ad una loilf allro dio poMtea conunlulono d 
prende a motteggiare con molto garbo lo stato ttaffjoio dal ntovl anioeiaUii 
Gabiiiìo, Antonio ed altri, i quali dalta spelonca eransl avanzati rapidamente 
nel fiuailicr generale. Si ponga mente, che fu scritta mentre Cesare combat- 
teva sui Reno e sul Tamigi e mentre si stava disponendo per le spedizioni 
di Crasso mila Parila o di OaMnio la agllto. Il poola, iella quasi sporaaaa 
di ottenere da altro degli auiocnttt uno del pooH manti » dfc a duo de* suoi 
cUenU i sttoi nlltel ofdinl prteft deiU partenia: 

0 Furto, 0 Aurelio, voi ebe nelTIalaate 

Segiriresle Catullo alle remolo 
Indictke spia;,'gt' , cbe r Eoa sonante 
Onda percuoto, 
0 penetrare agli Arabi, e al feroci 
Ireas tfl piteela, o al Sael, o al safHtail 
Parti, ott'dove U NU con setto fciel 
Infosca i mari ; 
0 sia che ie sublimi Alpi trascenda. 
Vago ovunque osservar di Cesar grande 
Dal GaOo Reno alla Britonnla oiraida 
L* opre 4fflinlraDd& 
Voi, che tutti sareste a tentar pronti 
Quanti voglian gli Dei duri cimenti. 
Pochi alla donna mia fate sian conti 
Non grati aceeolL 
• Non pia, esaiPaBri, nel mto caldo inoM 
Fidi, che morto è già pel suo peccato, 
Qiial da. vomer, che passa, tocco il aóro 
, Sui Ila dei prato. I) 

■ 

<) AbbUmo prMto di due la mnloiie di toanuÉo PÌooIbI da Plitoia 
iatcM di tiddave «Mia todiBca dd MMiea* . . fUtmMl^j, , 



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I 



30g ^ìMtO (HJWTO, CAPITOLO Vili. 

colui, cui iocambefr pTMlpMnienle il governo di Roma edìta- 
lìa, fa Pompeo quello ohè assunse r incarico di mamlare ad ef- 
(elto coilesU risolaikme e in questa occasione ancora egU non 
ìsmenli il suo caiatlere titubante nelle decisioni e nello ■m\om 
e ia strana sua Incapacità di pronunciarsi (rancamente persino 
nerii incomri, in cnl egli voleva e poteva comandare. Già alU 
Si One del 700 fa proposto in Senato , e non da Pompeo stesso , 
IMstitnloiie doHa dlllatm. Il motivo ostensibile ne erano gW 
eterni scandali dei cIn^ e delle Iwide nella capitale, le quali 
esercitavano sen» dnbbio col mero del danaro e colla vlolenia 
una perniciosissima Infloenza sulle eleaionì e sm tnimnai, ilei 
fflurati e vi tenevano i loro baccanali in permanenza ; e forza 
convenire, che «Mlestt seandaU facilitavano agli auiocnii la ,.u. 
sliflcazione delle misure ecceaionall da essi adottate, se non che, 
come ben si comprende , persino la serrile maggioranza mentiva 
ribreszo a concedere ciò che lo alesso futuro diltotore seffif rava 
temesse di chiedere fmncamaale. Quando in grazia della siraor- 
83 dinarla agiiariotoe per le eWoni dell' *nm> 701 avvennero le più 
scandalose scene e perciò le elealoni furono protratte d un anno 
inteio olire r epoca stabilito e non si effeltoarono che nel mese 
di luglio 701 dopo un interino di sette mesi, trovò Pompeo m 
questo riterdo ropporiunHÙ desiderai di iwllcare al Senatocoo 
sempre maggiore insistensa la dlltalurti come runico mezio se 
non di sciogliere II nodo rimeno di togliario; ma il Senato noo 
si sapeva HsolTeio a pronunciam la parola decisiva , e <iaes|a 
parola sarebbe forse per molto tempo rimasta in petto, se nelle 
Jtt elezioni «msolarl pel 708 a fronte dj8i. candidali degli autocrati, 
ch^ erano Quinto Metello Scipione e Publio Plauiio Ipeeo, am- 
bedue affeslonató a Pompeo, non si fesse pmentoto come cao. 
didato il più temerario partigiano deir opposiaione repubblicana 
Miioae. Tito Annlo Hilmie. Botolo di cora«Jo materiale, d* un wrlo to- 
leu lo per IMnlrlgo e per incontrare debill, e ansitutto d un ar- 
di tf zza naturale ed arUOctole, Milone si era fatto una riputomote 
fra 1 cavalieri polMcl dUnduslria di qusi tempo e nella sua pro- 
fessione era a canto a Clodio V uomo piò famoso e per conse- 
gueii/a in iie suo mortalo nemico^ Essendo questo AchiUe da 
piazza si to guadagnalo dagU aulociaU • rappwsentondo e«so col 
loro assenso la parte di ultra^emocrtiico, P Ettore dapiaziaera 



divellalo n:iiuralmenle un aristocratico' e l^ppoeiaione _ 
cuna, la quale avrebbe óra fatto alleanxa collo stesso CaaUaase 
.luestì le si fosso offerto, riconobbe JWone come il le^uimo 
suo propugnatore in tuttt i «««mlll di strada* E i poehi rUulUti, 



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SIGNORIA COMUNE DI POMPILO E DI CESARE. 309 

•che r opposizione otteneva su questo terreno, erano di fjUo To- 
pera lii Milone e lieila ben ammaestrala sua banda. Così appog- 
giarono alla lor volta Catone e i suoi la candidatura di Milone 
pel consolalo: io slesso Cicerone non potè a meno di raccoman- 
dare il nemico del suo nemico, l'antico suo protettore; e non 
risparmiando Milone né danaro né violenza per la sua elezione, 
la medesima sembrava assicurata. Per gli antocrati la sarebbe 
stata non solo una nuova sensibile sconfitta, ma anche un mi- 
naccioso pericolo ; ginrch^ era a prevedersi, die il lemerario par- 
tigiano divenuto console non si sarebbe lasciato paralizzare si 
facilmente come Domtzio ed a?tri nomini di riguardo dell'oppo- 
sizione. Ora avvenne. che non lungi dalla capitale sulla via Ap-Ucci5ioiM' 
pia Fi scontrarono per raso Achille ed EUore e clie fra le due cioéW. 
bande successe una mischia, nella quale Clodio ricevette im 
colpo di snabola in una spalla, per cui fu costretto di ri rag- 
giarsi in una vicina casa. Ciò era avvenuto senza ordine di Mi- 
ione; essendo però la cosa arrivata al punto da doversi sosiener-e 
r attacco, ITilone giudicò, che il deKtto intiero valesse meglio e 
che fosse anzi meno pericoloso che non il mezzo delitto, e 
ordinò quindi alla saa gente di strappare Clodio dal suo nascon- 
diglio e di finirlo (13 gennajo 702). I capi-popolo del partito de- 
gli autocrati, i tribuni del popolo Tito Manuzio Fianco, Quinto a nanUtA 
Pompeo Rnfo e Cajo Sallustio Crispo scorsero in questo avveni- Rouia. 
mento un plaosibtle pretesto, onde neir interesse dei loro pa- 
droni mandare a vnoto la candidatara di Milone ed ottenere la 
dittatura a Pompeo. Li leeeia del popolo, e particolarmente i 
liberti e. gli schiavi avevano perduto in Clodio il loro protettore 
e il futuro loro salvatore (V. p. 282)| non fu quindi di(iÌGÌ)e di 
soscitare la desiderata agitasiono. Dopo che il sanguinante ca* 
datm era «tato esposto con pompa sulla tribuna del Foro e die 
erano stale pfonnnciate le orazioni di pratica, irruppe il tu- 
multo. A rogo pel grande liberatone era slata destinata la sode 
della perfida aristocrazia ; la turba portò il cadavere nel Senato e 
incendiò il palazie. La nollitadittasi portè quindi dinanzi alla cesa 
di Milone e la tenne assediata fin tanto che la.sna imnda non 
eaodò gli aksedianti a colpi di freccia» Poscia si rec4dinansi alla 
casa di Pompeo e de^snoi candidati consolari , complimentando 
quello come dittatore, questi come consoli e di là dinanzi all'a- 
bitazione deirinterré Marco Lepido, cni incombeva la direzione 
delle elezioni consolari Poiché questi, compera suo dovere^ si ri- 
Untava di farle aegnica inuaedlalainenle c^^me lo esigevano le 
raogghianli massacra egli pnre tenuto assediato per einqne giorni 



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3J0 • LIBRO QUINTO, CAPITOLO Vili. 

nella sua abitazione. — Ma impresari di queste scene scaii* 
Diltaiura dolose avevano finito le loro rappresentazioni. Non è da porsi in 
Pompeo, dubbio, che il loro padrone fosse deciso di profittare di qu^to 
favorevole intermezzo) onde non solo liberarsi di Miione, |u 
benanche di afferrare la dittatura; se non che egli non voleva chA 
gli venisse offerta da uno sciame di mseilioni, sititene dal Senato. 
Pompeo fece venire delle Inippe , affine di far cessare nella em- 
pitale la aorta anarchia , reta eflettivamente a tptti iasopporta- 
Inle , e in pari tempo egli ora ordini ciò che prima aveva ctaiestob 
e il Senato cedette. Non fu che un vano raggiro quello che, sulla 
pFOpositione di Catone e di Bidulo, lasciate al proconaole Pom- 
peo le cariche di cui era investito, fu nominato c console sema 
8t eolteghi > intece di dUlatoie (SS del mese intemlare 70i f) ) — 
vaggiro, ehe ammetteva una ^MloiiiiaMiaiie eon una doppia io- 
terna contraddlaioae O ^ evitare geella che indicava 
semplicemente la eosa e ehe rioorda viv«nenie la aapiente riso- 
HBiene della acompana arktooraiia di non concedere ai plebei il 
eentolalo ma aoltanlo il potate consolare ( Voi. I. P. I. p. S97).^ 
Ottenni in la! ftilaa legalMnle t pieni poteri, Ponpeo ai mise 
aU^opera e procedette energicamente contro il partite repnbblif- 
cane potente nel «Ma e nel triMmali dei gimratl. Con nna neon 
ufflcj legge Al leventnente ineoleaia Tosienranaa delle vigenti pr»^ 
'jglJlJJf aerizleol eietienli e een un' altra eentn» le mene eieUeiall, che 
7.ione(90 ebbe fona reimitini per tatti i delltii di simU genere dal 681 
giuroiL Pt^'» furono Inasprite le pene relative. Di maggiore imponania 
là la dispodilone» che le Inogotenenae, qolndi la pià ragguar- 
devole e la pltH incroaa metà dalle oariche» non foaaero eonoen^ 
ai conaoll ed al pretori appena aortiti dal cenaetato. o dalla pre- 
tura, ma Mltanto dopo la decorrenaa di altri elnqne anni , la 
qnal diaposliione non doveva natnralmenin avere eMte^ehede^ 
qeattro mà e qnindi dorante qoetto tempo il eonferimnito delle 
Inogotenen&e doveva dipendere emenslalmente da aenetoconsniti 
da emanarli onde regolare codeato mMli, qnindi di Ihito dalla 
peraona e dalla llraalone dominante in qnelTepooa 11 Senato, le 
eommfssioni dei giurati rtmafloro; ma fa limitato il diritto di 
rlcom» e» cld ehe ere forse ancora più importante, ft ahblUanel 

(•) In quest'anno dopo 11 gennnjo con 29 od il fobbrajo eoo S3 giomi SDC* 
06S6e il mese iiitorcalare con giorni 2d e pcscia il marzo. 

(*') Coruole sigaiflca collega (Voi. I. P. I. p. 260) e un console, il quale è al 
tempo 8tc»so proeoiuols^ è ti tempo stesto un console eHMIIvo efibéonltm» 
sloni di iHHiirilii- . 



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SI-ef<ORIA COMUNE DI POMPEO E DI CESARE. uaa 

tribunali la libertà della parola, mentre fu limitalo tanto il nu- 
mero degli avvocali quanto il tempo concesso ad ognuno per 
parlare, e cosi fu abolito T inveterato inconveniente d'introdurre 
accanto ai testimonj del fatto anche testimoni morali o cosi detti 
« panegiristi » in favore dell' accusato. Sopra un cenno di Pom- 
peo r ubbidiente Senato decretò inoltre, che per T azzuffamento 
avvenuto sulla via Appia la patria era in pericolo; quindi per 
giudicare di tutti coloro, che vi avevano preso parte, fu con una 
legge eccezionale nominala una commissione speciale, i membri 
della quale furono scelti addirittura da Pompeo. Fu altresì fallo 
un tentativo onde restituire alla censura una seria importanza 
accordandole le facoltà di purgare della più vile canaglia la borghe- 
sia profondamente sconcertata.— Tutte queste misure furono prese 
sotto la pressione delle armi. In conseguenza della dichiarazione 
del Senato, che la patria era in pericolo, Pompeo chiamò sollo 
le armi i coscritti di tutta Italia e a buon conto fece loro pre- 
stare il giuramento; egli stanziò preventivamente un sufficiente 
numero di truppe fedeli in Campidoglio; ad ogni movimento 
deir opposizione Pompeo minacciava di usare delle armi e, in 
opposizione alla tradizione, egli fece munire d'armati persino il 
tribunale durante i dibattimenti del processo contro gli assassini 
di Clodio. — Il piano per dare vita alla censura andò a vuoto a Umiiia- 
raotivo che fra la servile maggioranza del Senato non v'era nem- ^'^"1*^ 
meno uno che avesse abbastanza coraggio morale e autorità an- ffP"'': 
che soltanto per chiedere una simile carica. Milone fu per contro * 
condannato dai giurati (8 aprile 702) , la candidatura di Catone al M 
consolato pel 703 mandata in fumo. L'opposizione, che si faceva si 
coi discorsi e coi libelli, fu colpita in modo dalla nuova proce- 
cura processuale, che più non si riebbe; la temuta eloquenza 
giudiziale fu per tal modo respinta dal campo politico, e d'al- 
lora in avanti senti il freno della monarchia. L' opposizione, co- 
me ben si comprende, non era scomparsa né dagli animi della 
grande maggioranza della nazione, né intieramente dalla vita 
pubblica — per ciò avrebbesi dovuto non soltanto limitare, ma 
sopprimere intieramente le elezioni popolari, i tribunali dei giu- 
rati e la letteratura. Anzi appunto in occasione di questi slessi 
avA'enimenli Pompeo colla sua goffaggine e bizzarria contribuì a 
procacciare ai repubblicani durante la sua dittatura alcuni trionfi 
per e«8o sensibili. Le misure di partito che gli autocrati pren- 
devano per assicurare il loro potere, furono naturalmente carat- 
terizzate nella via ufllciale come disposizioni prese nell'interesse 
dell' ordine pubblico e della pubblica tranquillità, ed ogni citta- 
dino, che non volesse l'anarchia, era considerato come piena- 



312 LIBRO QUINTO, CAPITOLO Vili. 

mente d' accordo colle medesime. Con questa trasparente flnzione 
spinse Pompeo le cose al punto, che nella commissione speciale 
per r inquisizione riferibile air ultimo tumulto invece di stru- 
menti sicuri elesse i più rispettabili uomini di tutti i partiti e 
persino Catone, impiegando la sua influenza sul tribunale essen- 
zialmente per mantenere l'ordine e per rendere impossibile tanto 
a^suoi aderenti quanto a' suoi avmsarj le tradizionali scene di 
schiamazzo che avvenivano in quei tempi nei tribunali. Codesta 
neutralità del reggente ravvisavasi nelle sentenze della commis- 
sione speciale. I giurati non osarono a dir vero assolvere Mi Ione ; 
ma la massima parte dei subalterni accusali dal partito delPop- 
posizione repubblicana ne andò assolta, mentre furono condan- 
nati irremissibilmente quelli che neir ultimo azzuffamento avevano 
preso parte per Clodio, cioè per gli autocrati, fra i quali non 
pochi de' più intimi amici di Cesare e di Pompeo, persino il co- 
stui candidato consolare Ipseo e i tribuni del popolo Planco e 
Rufo, ì quali avevano diretto il tumulto nel suo interesse. Se 
Pompeo per mostrarsi imparziale non impedi la loro condanna, 
era questa una scempiaggine, ed un'altra era quella che in cose 
affatto indifferenti egli ledesse le sue proprie leggi in favore 
de' suoi amici; cosi a cagion d'esempio nel processo di Planco 
egli si presentò come leslimonio morale e salvò di fatto alcuni 
suoi intimi , uno dei quali fu Metello Scipione. E in questi in- 
contri eziandio cadeva come al solito in contraddizione con sé 
stesso: mentre egli si sforzava di adempiere nel tempo stesso 
ai doveri del reggente imparziale e del capo-parte, esso non 
adempiva né a questi né a quelli, ed in faccia alla pubblica opi- 
nione giustamente chiarivasi come un reggente dispotico, e a 
fronte de' suoi aderenti con eguale ragione come un capo-parte 
che non poteva o non voleva salvare I suoi. — Del resto, benché 
i repubblicani ancora si agitassero e persino, aiutandoli Pompeo 
co' suoi errori, essi si sentissero rinvigoriti ad ora ad ora da un 
qualche successo, lo scopo prefissosi dagli autocrati con codesta 
dittatura veniva in generale raggiunto, le redini erano più for- 
temente tese, il partito repubblicano avvilito e la nuova monar- 
chia assicurata. Il pubblico cominciava ad avvezzarvisì. Quando 
Pompeo poco di poi guarì da una grave malattia , il suo rista- 
bilimento fu salutato in tutta Italia cogli obbligali segni di gioija 
usati in simili occorrenze nelle monarchie. Glj autocrati si me- 
si slrarono soddisfatti: sino dal i.° agosto 702 Pompeo depose la 
dittatura e divise il consolato col suo cliente Metello Scipione. 



CAPITOLO IX. 



MORTE DI CRASSO. SCISMA TRA GLI AUTOCRATI. 



Marco Grasso ama da pift anni figurato fra i capi del t mo- crasso 
Siro dalie tre teste • senaa Ime efMivaiBente parte. Egli serrira ^^^1^ 
di contrappeso ai Ter! autocrati Pompeo e Gèsare^ o per dir meglio 
egli eoa Cesare Ugarava nella bilancia contro Pompeo. Codesta 
parte di collega soprannumerario non era » a dir rero , molto 
onorerole, ma Grasso non prenderà le cose tanto pel sottile 
quando si trattan di fare il proprio interesse: esso era com* 
mordente e mercanteggiava; Qnanto gli era staio oiferto non era 
molto, ma non potendo ottonerò dì più lo accetto, e In grazia 
dd tesori che andava sempre pilk ammassando cercò di l!ir ta- 
cere la sua amlnslone e di passare sopra al dispiacere di tro* 
varai cosi Impotente mentre era si vicino al potere. Se non che 
h coniérenxa di Lncca fece caihbiare le condìaionf anche per 
hit.'Afline di conserrare anche In avvenire la preponderanxa a 
fronte di Pompeo dopo le littegif estese concessioni, Cesare prò* 
cacciò airantico sno alleato Crasso colla gnerra contro i Parti t 
meni di ragginngere nella Slife la posizione, che esso si era 
fitta colla guerra gallica nelle Gallio. Non era facile a giudicare, 
je questa nuova prospettiva eccilasse. viemaggtonnento la sete 
M'oro, divenuta una seconda natura pel vecobto oraaal sesia* - 
geoario e che ad ogni nuovo milione diveniva più tormentosa, 



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314 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

0 la cocente ambizione, che, langamente repressa con grave stento 
nel petto del vecchio, ora gagliardamente divampava. Egli arrivò 
•'Ji nella Siria appena cominciato Panno 700 essendo partito da Ro- 
ma prima ancora che spirasse il tempo del suo consolato. Tale 
era la sua fretta , che sembrava di voler pagare generosamente 
ogni minuto per riparare al tempo perduto, onde aggiungere i 
tesori dell'Oriente a quelli raccolti in Occidente e correre die- 
tro al potere e alla gloria di generale colla rapidità di Cesare e 
colla facilità di Pompeo. 
Spedizione Egli trovò la guerra contro i Parti già iniziata. Abbiamo già 
contro jjj^j menzione (V. p. 135) dello sleale contegno di Pompeo verso 
Parti, quella nazione; egli non aveva rispettato in conformità del trat- 
tato il confine dell'Eufrate e aveva staccato parecchie Provincie 
dal regno partico in favore dell' Armenia posta allora sotto la 
clientela dei Romani. Re Fraate non vi si era opposto, ma dopo 
che questi fu assassinato da' suoi due figli Mitradale e Orode il 
nuovo re Mitradate dichiarò tosto la guerra al re dell'Armenia 
na Artavasde figlio di Tigrane morto poco stante (verso l'anno 698 ('). 
Fu questa al tempo stesso una dichiarazione di guerra a Roma 
per cui tosto sedata la sollevazione dei Giudei il valoroso e co-- 
raggioso governatore della Siria Gabinio condusse le legioni oltre 
r Eufrate. Nel regno dei Parti era intanto a\Tenuta una rivolu- 
zione; i grandi del regno, con alla loro testa il giovine, audace 
e intelligente granvisire, avevano cacciato dal trono Mitradate e 
vi avevano insediato suo fratello Orode. Mitradate fece allora 
causa comune coi Romani e si recò nel campo di Gabinio. Tutto 
faceva presagire il migliore successo all'impresa del governatore 
romano, quando impensatamente gli pervenne l'ordine di ricon- 
durre colla forza delle armi in Alessandria il re d'Egitto (V. 
p. 149). Esso dovette ubbidire; ma nell'attesa del sollecito suo 
ritomo indusse il detronizzalo prìncipe partico, venuto a chie- 
dere ajulo, a dare frattanto principio alla guerra per proprio 
conto. Mitradate scese in campo e Seleucia e Babilonia si dichia- 
rarono per esso; ma Seleucia fu presa d'assalto dal granvisire 
essendo egli salito il primo sulle mura, e Mitradate, obbligatovi 
dalla fame, dovette arrendersi in Babilonia, e fu .spacciato per 
ordine del fratello. La costui morte fu pei Romani una perdita 
sensibile; ma colla medesima non cessò nel regno partico lo 

M (•) Tignine era ancora in vita nel febbrajo del 698 ( Qc. prò SeU. t7, 59); 
Ri Artavasde per contro n^ava già prima dei 700 (Giustino 4i, S, 4; Plut 
Crast. 49 }, 



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MORTE DI CRASSO. SCISMA TRA GLI AUTOCRATI. 313 

sparsosi fermento e non cessò nemmeno la guerra armena. Re- 
cata eh' ebbe a fine la spedizione d' Egitto intendeva Gabinio di 
profittare dell'occasione lutt'ora favorevole per riassumere Tin- 
lerrotla guerra contro i Parti, quando arrivò in Siria Marco Crasso, 
il quale insieme col comando assunse anche i piani del suo pre- 
decessore. Pieno di vaghe speranze trattò in baga Iella le difficoltà 
della marcia, e più ancora le forze degli eserciti nemici; egli 
non solo parlò con sicurezza del soggiogamento dei Parli , ma 
nella sua mente egli dvey^.gjjài,,(;f4^^^p^^^y\. di fiattria e 
delle Indie. 

n nuovo Alessandro non aveva però nessuna premura. Prima Hdno 
di mettere in opera piani cotanto grandiosi egli seppe trovarecampagna. 
tempo per dare corso ad affari secondarli molto eslesi e molto 
lucrosi. Il tempio diDercelo in Gerapoli Bambice, quello di lehova 
in Gerusalemme ed altri santuarj della provincia siriaca furono 
per ordine di Crasso spogliali decloro tesori e tutti i sudditi fu- 
rono invitati a somministrare contingenti o invece di questi a 
concorrere con delle somme in danaro. Le operazioni militari del 
primo estatesi limitarono ad una grande ricognizione nellaMesopota- 
mia : si passò V Eufrate, fu battuto il satrapo partico presso Ichnae 
(sul Belik al nord di Rakkah) e furono occupate le vicine ciiià, 
fra le quali la ragguardevole Niceforia (Rakkah), e, lasciati nel- 
le medesime dei presidi!, si fe^ce ritorno nella Siria. Sino allora 
li era stati in dubbio, se più convenisse di marciare nella Partia 
^ndendo la via più lunga attraverso T Armenia, o battendo la 
via diritta pel deserto della Mesopotamia. La prima, come quella 
che attraversava paesi montuosi signoreggiati da alleati fedeli, 
presentava maggiore sicurezza; re Artavasde venne in persona 
nel quartier generale romano per appoggiare questo piano. Ma 
la fatta ricognizione decise per la marcia attraverso la Mesopota- 
mia. Le molte e fiorenti città greche e semi-greche nelle provincie 
sulle sponde dell'Eufrate e del Tigri, e anzitutto la città mon- 
diale di Seleucia, erano assolutamente avverse alla dominazione 
panica; come prima i cittadini di Carré (V. p. i32), cosi ora 
tutti i siti greci occt^pati dai Romani manifestarono coi fatti 
quanto fossero pronti a scaotere il molesto dominio straniero e 
ad accogliere i Romani come loro liberatori, quasi come loro 
compatriotti. Il principe arabo Abgaro, che dominava il deserto 
intorno ad Edessa e Carré, e quindi la solita via dall' Eufrate al 
Tigri, si era reso nel campo de^Romaniper assicurarli personal- passa^t^io 
mente della sua devozione. I Parti non erano assolutamente pre- ^J!^,"' 
I^a. 1 AoDoani transiUrono gif|^^ . (prem j^ira^iUt,) 



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316 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

5y l'anno 701. Due erano le vie che da quivi conducevano al Tigri: 
0 far marciare T esercito a seconda del corso delP Eufrate sino 
alPaltezza di Seleucia, dove il Tigri dista dall'Eufrate soltanto 
poche leghe, o prendere, tosto passato questo fiume, la via sulla 
linea più breve attraverso il gran deserto della Mesopotamia.La 
prima via conduceva direttamente alla capitale partica Ctesifonte, 
sitj sulla sinistra del Tigri di fronte a Seleucia posta sulla riva 
destra; nel consiglio di guerra romano si sollevarono parecchie 
voci autorevoli in favore di questo piano ; il questore Cajo Cassio 
fermò particolarmente Pattenzione sulle didìcoltà che presentava la 
marcia attraverso il deserto, e sui gravi rapporti che penenivano 
dai presidii romani posti sulla riva sinistra dell'Eufrate intorno ai 
preparativi di guerra dei Parti. Se non che in contraddizione con 
questi rapporti il principe arabo Abgaro riferiva, che i Parli di- 
sponevansi ad abbandonare le loro Provincie occidentali; ch'essi 
già avevano impaccato i loro tesori e si erano posti in cammino 
per mettersi in salvo presso gli Ircani e presso gli Sciti; che 
basterebbe una sola marcia forzala sulla via più breve per rag- 
giungerli e per distruggere con molta probabilità almeno la re- 
troguardia del grande esercito capitanato da Sillace e dal visire 
e che si farebbe un immenso bottino. Queste relazioni dei Beduini 
amici decisero la scelta della via; T esercito romano, composto 
di sette legioni, di 4000 cavalieri e 4000 frombolieri e sagitarj, 
Marcia si scostò dall'Eufrate e volse i suoi passi per le inospitali pia- 
dt'serio. nure della Mesopotamia settentrionale. A grandissima distanza non 
si scorgeva nemmeno l'ombra d'un nemico; la fame, la sete e l'im- 
menso deserto di sabbia sembravano posti a guardia delle porle 
dell'Oriente. Dopo molti giorni di una marcia disastrosa, non 
lungi dal primo fiume detto Balisso (Belik). che l'esercito romano 
aveva a transitare, si scopersero finalmente i primi cavalieri ne- 
mici. Abgaro alla testa de' suoi Arabi fu inviato ad esplorare, 
le schiere dei cavalieri partici si ritirarono oltre il fiume e scom- 
parvero inseguite da Abgaro e da' suoi. Con impazienza attende- 
vasi il suo ri tomo e con esso più esatte informazioni. Il generale 
sperava in fine di raggiungere il nemico, che andavasi senza posa 
ritirando; il giovine e valoroso suo figlio Publio Crasso, che 
aveva combatluto colla massima distinzione sotto Cesare nella 
Gallia (V. pp. 227. 2i2) e che da questi, messo alla testa d'una 
schiera di cavalleria celtica, era stato spedilo a prendere parlo 
alla guerra che combatlevasl contro i Parti, ardeva del desiderio 
di azzufi^arsi coi medesimi. Vedendo che non arrivava nessuna 
notizia si prese la risoluzione di portarsi avanti abbandonandosi 



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MORTE DI CRASSO. SCISMA TRA GLI AUTOCRATI. 317 

alla buona ventura: fu dalo il segnale della partenza, si passò 
il Balisso e, fatta una breve fermata a mezzodì, l'esercito con- 
tinuò senza posa la sua marcia a passo acceleralo. Tutto ad un 
tratto e tutto air intorno si udi il suono dei timballi dei Parti; 
dovunque si volgesse lo sguardo vedevansi sventolare i loro serici 
vessilli trapunti d^oro, splendere i loro elmi e le loro corazze 
ai raggi del cocente sole meridiano e a canto al visire starsi il 
principe Abjjaro co' suoi Beduini. 

Il duce romano s'accorse troppo lardi della rete, entro la quale Sistoma 
si era lasciato prendere. Con molla perspicacia aveva il visire ""je^^ 
preveduto il pericolo che lo minacciava, e pensalo ai mezzi di Romani 
stornarlo. Egli ben comprese, che la fanteria orientale non avrebbe ,1% 
potuto reggere contro allo legioni romane; e.^so se ne liberò e, J*^*^*'- 
inviando codesta massa capitanata dal re Orodo stesso verso T Ar- 
menia perchè inservibile in una battaglia campale, impedi che 
il re Artavasde facesse marciare i promessi 10,000 cavalieri di 
grave armatura per rinforzare l'esercito di Crasso, e dei quali 
questi aveva grande bisogno. 11 visire mise per contro in pratica 
una tattica assolutamente diversa della romana e che nel suo 
genere era insuperabile. Il suo esercito si componeva esclusiva- 
mente di cavalleria ; la linea era formata dalla cavalleria pesante 
armata di lunghe lancie, e uomini e cavalli erano coperti da co- 
razze metalliche a siiuame 0 da collari di cuojo e bandelle 
simili; la massa delle truppe consisteva in arcieri a cavallo. A 
fronte di queste truppe erano i Romani nelle eguali armi tanto per 
fortezza quanto per numero assolutamente in isvautaggio. Perquanto 
fosse eccellente la loro fanteria di linea nel combattere a breve 
distanza, tanto da vicino col giavellotto pesante, ([uanto nella mischia 
colla daga, essa non poteva però costringere un esercito composto 
di sola cavalleria ad attaccare battaglia con essa, e quando le le- 
gioni venivano ad azzurrarsi con codesti barbari, esse trovavano 
anche qui nelle schiere di lancieri coperli di ferro avversarli degni 
di misurarsi con esse e se sorte vuole ad esse superiori. L'esercito 
romano irovavasi strategicamente inferiore a fronte di quello dei Par- 
ti, perché la cavallerìa panica intercettava le comunicazioni e tat- 
ticamente perchè ogni arma di breve portata, se non viene fatto di 
combattere petto a petto, deve cedere a quella di lunga portata. La 
posizione concentrala, su cui si appoggiava Tarte di combattere 
dei Romani, accresceva il pericolo a fronte d'un simile attacco; 
quanto più folta riusciva la colonna romana, tanto più terribile 
era senza dubbio il suo urto, ma tanto meno mancavano le vit- 
time alle armi di lunga portata. Nelle condizioni normali, quando 
trattasi di difendere citlà, di vincere difficoltà topogralìciie , co- 



I 



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31S '^"^ LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

♦ » ■ 

desta tanica , ridotta alla sola cavalleria, non potrebbe giam- 
mai mettersi completamente in pratica; ma nel deserto della 
Mesopolamìa, dove l'esercito, quasi come una nave in allo mare, 
non sMmbatteva per molli giorni né in un intoppo nè in un 
punto strategico, codesto modo di guerreggiare era irresistibile 
appunto perciò che le circostanze quivi permettevano di svi- 
lupparlo in tutta la sua purezza e quindi in tutta la sua forza. 
Qui tutto concorreva a far sfigurare i fanti stranieri a fronte dei 
cavalieri indigeni. Mentre il fantaccino romano sopraccaricato d'ar- 
mi e di effetti a stento si strascinava sulla sabbia o sulle steppe 
e soccombeva alla fame e più sovente alla sete su quella vergine 
via scarsamente provveduta di sorgenti, il cavaliere partico vo- 
lava come il vento attraverso codesto mare di sabbia abitualo 
com' era dall' infanzia a sedere, per non dire a vivere, sul veloce 
suo destriero o sul suo cammello e assuefallo da lungo tempo 
ad alleggerirsi i disagi di codesta vita e, occorrendo, a soppor- 
tarli. Quivi non era pericolo che la pioggia venisse a mitigare 
l'insoffribile calore e ad allentare le corde degli archi e le co- 
rejrgie delle frombole degli imberciatori e dei frombolieri nemici; 
quivi in molti siti non potevasi nemmeno scavare nella profonda 
sabbia i necessari valli ed elevare i ripari del campo. Difficilmente 
può la fantasia immaginare una posizione, in cui tulli i vantaggi 
militari siano più da un lato e lutti gli svantaggi dall'altro. — 
Se ci si domandasse, come presso i Parti sia sorla codesta nuova 
tattica, la prima nazionale che sul proprio suolo si chiarisse su- 
periore a quella dei Uomani, noi non potremmo rispondere se 
non con supposizioni. I lancieri e gli arcieri a cavallo erano an- 
tichissimi in Oriente e formavano già il fiore degli eserciti di 
Ciro e di Dario ; ma queste armi avevano sin là figurato sol- 
tanto in seconda linea servendo essenzialmente di surrogalo al- 
l' infanteria orientale che era assolutamente insenibile. Anche 
gli eserciti partici non si scostavano in ciò menomamente dagli 
altri eserciti orientali ; se ne contavano di quelli, che per cin- 
que sesti si componevano di fantaccini. Fu nella campagna di 
Crasso che la cavalleria comparve per la prima voi la sola in 
campo e quest'arma ebbe perciò un impiego assolutamente nuovo 
ed un'importanza del tutto diversa. L'incontestata superiorità 
della fanteria romana nella mischia sembra avere suggerito, in- 
dipendentemente gli uni dagli altri, agli avversarj di Roma nelle 
diverse parli del mondo al tempo stesso e con eguale successo 
di combatterla colla cavalleria e colle armi a grande portala. Ciò 
riusci completamente a Cassivellauno nella Bretagna (V. p. 2iC), 



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I 



MORTE or CRASSO. SQSMA TRA GLI AtTOCRATL 34^ 

in parie àVercingetorice nella GalHa (V. p. 237), eiò era stato ten- 
tato sino ad un cerio grado già da Mitradate Enpatm(V. p. 68) 
c fn ora messo in pratica sa una più TB9ta scala e con maggiore 
perfezione dal visire di Orode; cui venne particotarmoBte tu t> 
concio la circostanza, che nella caTàllerit pMMite trorò il meis» 
dì formare una linea, nell'arco lazionale. maneggiato eoo molta' 
maestria in Oriente e partioolnimente neUe proviiieie persiane 
on'arma efflcace per ferire a grande distami e al postutto nelle 
condizioni del paese e nel caraUere delia popolMione la possi*» 
bilità di dar fonna al geniale suo pensiero. In quest*incontro,in 
coi le armi IH corta portata dei Remasi ed il loro sistema di 
eonoenlraalone soggiacquero per la prfma volta alle armi di lunga 
portata ed al sistema di spiegare le troppe in battaglia, cominciò 
qnella rìfoluzione militare, che aoltonto coir IbMIqiìom dèi- 
r ardìiòagio ebbe il pieno- suo compimento. 
.,TÌh' queste condizioni fu combattala la prima battaglia fra fio» Battaglia 
meni e Parti nel mezzo d' un deactto d'arenala sei leghe verso 
mcnodi da Carré ( Harran), dove efti nna gaaniglone romena , 
verso settentrione alquanto ptA victao ad lehnea. GH Imberela^ 
tori romani inìaiarent la lotta , ma toelo plagatono innansl 
air immenso numero dei Parti ed alla maggiore elasticità e 
maggiore portata òe*lofo archi. Le iegiooiy che, nonr caran* 
dosi del suggerinmito .di nfttciili àwednti di cbadnrle contro 
il nemico possibilmente spiegata, eratto stata ordinata in un qua* 
drato delf allena di dedici coenì au ogni Iato, Ihrono tosta set- 
fraflÉOe; e tempestata dalle -tarriMil Ikeceto, che« lanciata ioehe 
a easofy colpinrano Iv'.lore Timme^ e aHe quali I soldati remani 
non potavano assohitantanta in nessui^ modo rìspnidere. La ape* 
numi che il nemico acoocalo avesee UulUma fNecla, aeemparve 
guardando aU'idimcMa.tla di eamtaelU caileU dicódeita terribìH 
armi. I Pjinl si estenderne mmpf^ pM« Per neh eiesve girato^ 
IhriMjMiasse'alla testardi in cos^o di truppe scelta compoeto 
diidiriptii; di imberdatori e di tantarta di Hnea, si porta In- 
anuii fMr attaccale^ Purloeammta Inseguita da qneatoimpetveeo 
ufOclalef il nemico rinnncta di fitta al pieapien di accerehtare i 
ftomani e ai ritrasscMa quando il corpo di ti||pe di Pohtto pmdeita 
Intlmamkenta'di vista 11 grosso deQ^esercitMòmane» ta oaftlleila 
Manali armata di lotta punto Jtee alto, e eosne per lacantailme 
ffMMÉMb da tutti i lati le dtapitae acfaiere dai Partì: alBne di 
clfoondarB i Romani Vedeeifl f^Ba^dhe i suoi soldati infitti 
dal dàrdl dui IhunboUerlia caVaHò^ cadeifunii in gnn mmoro senn 
alcuB eoetn(tlci,:easo ai avventa da forsennido cdHe auu cataU 



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320 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

leria celtica senra corazze contro i lancieri nemici coppr ti di 
ferro; se non ctie quei valorosi, che, dtsprezzando la morte, 
afferravano colle mani le lancie nemiche, o spiccavansi da cavallo 
per meglio e?»sere addosso ai nemici, fecero indarno tanti mira- 
coli. Le reli [aie di quej^to corpo, fra le quali trovavasi lo stesso 
comandante Publio ferito nel l>raccio destro , furono spinte sn 
una piccola altura, dove servirono di onen lo liers.if^lio ai from- 
bolieri nemici. Alcuni Grei i della Mesopotiimia pratichìssimi del 
paese scongiurarono Publio a scendere con e a tentare di 
salvarsi, ma esso non volle dividere la sua sorte da quella dei 
valorosi, che il temerario suo coragr^io aveva strascinato a morte, 
e si fece trafiggere dal suo «scudiere. Molli degli ufficiali, super- 
stiti seguendo il suo esempio si iraHssero di propria mano. Di 
tutta la divisione, forte di circa 0000 nomini, non furono fatti 
prigionieri oltre 500 circa; nessuno potè salvarsi. Intanto aveva 
cessato T attacco contro il grosso dell'esercito e nessuno ne ^ra 
scontento. Md quando finalmente la mancanza di ogni notizia del 
corpo di truppe capitanato da Publio Crasso scosse l'esercito dalla 
fallace sua quiete e quando per averne contezza esso si avvicinò al 
campo di battaglia, e fu recata al padre sopra una pertica la testa 
del figlio, allora ricominciò la terribile battaglia colla stessa vio- 
lenza di prime e colla stessa disperazione. Non era possibile né 
di sbaragliare i lancieri, nò di colpire i frombolierì; la notte 
soltanto fece cestire codesta carneflcioa. Se i Parli avetsoro bi* 
vaccaio sul campo di battaglia non un sol uomo dell* eserdlo 
romano si sarebbe torse salwle. Ha non abituati a oombaUere 
diveraamente che a cavallo, e perciò col timore d'una sorpresa, 
avevano i Parti rabitndìne di non mettere il loro eattpo gìam* 
mai vicino al oemieo; e allonianandesi con ischerno gridarono 
al Romania che essi Cieefin dono al soprano duce d'una notte 
per piangere il flgUo» e a cpapo ft wo tome portali dai vento per 
ritornare la domane a raceofliere, come dissero, la sangi^anie 
Marcia selvaggina. I Romani, come era naturale, non attesero il domani. I 
f^a^e. Mi^ooomandanti Cassio e Ottavio — - MareoGrasso aveva smarrita la 
ragione — ordinarono tosto , coir osservanza del silenzio e col* 
r abbandono dei feriti e dei dispersi (circa 4000>» a tntti coloro 
elle erano atti a marciare di porsi in cammino per mettersi al 
stotro entro le nra di Carré. Al loro ritorno 11 giorno appresso 
i Parti si occuparono prima di tdtto a rintracciare e flnini Ro* 
mani 'sbingltati« e avendo il presidio e gli abitanti di Carro avola 
abbaslanaa presto da qnatelie disertore r informazione deirannr^ 
nota calaslrolè androno con tatto solioaitadine ad in^trare lo 



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MORTE DI CRASSO. SCISMI TR.V GLI AUTOCRATI. 32i 

sconfitto esercito e ne salvarono le reliquie inipedendono la ine- 
vitatjiie totale dislruzione. Le sì iiiore <lella ravallcria partirò noni 
potevano nemmeno |>ensarc a siringere (Vassedio la città di arre. Ma 
i Romani ripartirono spontaneamente da Cnrro, sia per mancanza 
(li viveri, lia per soverchia fretta del supremo duce, che f sol- Partenza 
dati avevano tentato invano di allontanare dnl comando per so- cam. 
sliiuirvi Cassio. Si diressero verso le montagne dell' Armenia. 
Marciando la notte e riposando il giorno, Ollavio raggiunse con 
un corpo di 5000 uomini In fortezza di Sinnaca , di*?tante una Sorpresa 
?ola marcia dai luoghi alti e sicuri, e liberò persino con peri- siniuca. 
colo delta propria vita il supremo duce, che la guida aveva 
fuorviato e dato in mano al nemico. Allora il visire si avvi- 
cinò a cavallo al campo romano, onde in nome del suo re nfTrire 
ai Romani pare ed amicizia c proporre un conve^rno personale 
tra i due comandanti. Uemoralizzntn qual era, Tesercito romano 
scongiurò, anzi costrinse il comandante ad accettare T offerta. Il 
visire accolse il consolare e il suo stato maggiore coi soliti onori 
e di nuovo offrì di conchiudere un patto d'amicizia; soltanto ricor- 
dando con giusta amarezza la sorte che avevano avuto i trattali 
conchiusi con Lucnllo e con Pompeo relativamente ai confini 
deir Eufrate (V. p. i35), egli chiedeva che fosse tosto messo in 
nehito. Fa condotto innanzi un cavallo ambiante magnificamente 
bardato: era un dono che faceva il re al sapremo duce romano; 
ì servi del visire si affollarono intorno a Crasso, zelanti di met- 
terlo in sella. Sembrò agli ufijciali romani come se si avesse Tin- 
tensione d^impossessarsi della persona del generale; Ollavio, 
inerme qual era, trasse ad uno dei Parti il hrando dalla gaaina 
e stese morto lo stalliere. Nel tumulto avvenutone furono am- 
mazsaii tatti gli ufficiali romani; il vecchio dace egli pure, come 
ifwra fatto il suo bisnonno (Voi. IL p. 52), non volendo servire 
Tiiente di trofeo «1 Bemieo»ceroò-e trovò la morte. Le truppe ri- 
miste nel ciOlpo sena diioe furono in parte fatte prigioniere, in 
^Mb iNipne* L^opera incominciata colla giornata di Carré Iti 
coMiMfMiea^'qQella di dinoaca (0 giugno 701); amiradae farono S3 
vegistrate^i canto a quelle combattute suirAlìa» presso Canne 
e presso Aranslo* L'eeercito dell'Eufrate più non eslsfero. Sol- 
tanto alla schiera di cavalleria di Gajo Cassio, che alla partenza 
da Carré era stala <Hataecata dair esercito principale e ad aieune 
allae disseTninate qua e là, nonché a qnalciie feggiasco rinsd di 
salvarsi dai Parti e dai Beduini e di prendere isolatamente la 
lia ler lire ritorno nella SieliiJliiOltre 40,000 legienan romaiM, 
che avevano passato r Eufrate» non ne ritornò la qnarta parte; 
storia rommuL Voi. 111. SI 



aan imo oimTù^ cafitoio n. 

la mefà era rimasUi moria; circa iu,000 prigionieri furono, se- 
gueiidu il roslume panico, dai vincitori trasportali all' estremo 
Oriente ilei loro re^^iio , nolla oasi di Merv, come schiavi sollo- 
posli al servizio militare. Per la piàma volta, dacché le aquile 
conducevano le legioni erano le medesime divenute in quesfanno 
sei;nale di vittoria nelle mani di nazioni sUdaiere , quasi con- 
tempuraucameule di una seliiaUa germanica in Uccidente ( V. 
p. 2'jO ) e dei Parli in Oriente. DelP impressione prodotta dalla 
sconfina dei Romani in Oriente non abbiamo par troppo nes- 
suna soddisfacente relazione; ma deve essere slata profonda e 
durevole. Re Orode celebrava appunto gli sponsali di suo figlio 
Pacoro colia sorella dei nuovo suo alleato, re Àrtavasde d' Ar- 
menia , quando arrivò la notizia della vittoria riportata dal suo 
visire e secondo Puso orientale gii fu eziandio recato il capo 
reciso di Grasso. La mensa era già sparecchiata; una truppa no- 
made di saltimbanchi delPAsia Minore, onde di quel tempo Don 
era penuria, e i quali spargevano la poesìa e i* arto scenica dei 
Greci sino nel più lontano Oriente, rappresentava appunto di- 
nanzi la regia corte le t Baccanti > d'Euripide. L'attore, che 
faceva la parte dì Agave, la quale nel dissennato suo entusiasmo 
bacchico aveva lacerato il proprio figlio (Penteo) e di ritorno dal 
Citerone D9 portava la tesla sul tirso, la scambiò ora con quella 
sanguinante di Crasso e con immenso ginUlo del pubblico com- 
posto di barbari semi eilenizzati rioluonò la nota canzone: 

» Ora dal monte, or noi 

» Alla reggia rechiam quesla novella 

» Orrevol preda e bella • ('). 

Dai tempi degli Achemenidi in poi era questa la prima seria vitto- 
ria che gli Orientali riportassero su IP Occidente; e v'era pui*e 
un profondo significato in ciò che per celebrare questa vittoria la 
più bella produzione del mondo occidentale, la tragedia greca 
fufiesse in quella raccapricciante caricatura col mezzo dei deca- 
duti suoi interpreti la parodia a sé stessa. Il patitotismo romano 
e il genio deir Eliade cominciavano al tempo stesso ad aocomo* 
darsi ai ceppi dei sultanismo. 
c usegum- Codesta ealaalrofe, terribile per sé slessa, sembrata doTorlo 
AC di ;ia divenire ancbe nelle sue conseguenze e scuotere le fondamenta 

(') Inveco dì Iraduire la versione tedesca di Mommsen abbiamo cretluto 
di dare la traduiioue di FellQC Belotti. («M^ tkt IMh 



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MORTE DI dUSSO. tGtSItA TIU GLI AUTOCRATI. 323 

flfli doninio romano in Oriente. Sra ancora il minore dei mali, seormua. 
«e ora i Parti enne assetati padroni oltre TEnfrate^ se TArme* 
sta» dopo dio già priou detta oatastrole toccata a Grasso si era 
stacoata dalia lega romana, dopo la medesima cadeva intieramente 
sotto la clientela del Farti, se al fedeli cittadini di Carro face- 
vasi duramente scontare la levo deroiione per gli Occidentali dai 
nuore rignorà loro imposto dai Parti nella persona di un tale 
Andromaoo/ cIm fu una delle gidde elio trassero i Romani in 
perdiàone. Ora (erano 1 Parli quelli, che disponevansi con 
tutta serietà a passare l^Enf^te» onde d'accordo wfiì Armeni e 
sogli Arabi scaedara i Roasani dalla Siria. I (Hudei e pareccliie 
altre popolasioni ocddentali attendevano la liI)erazione dal dominio 
romano con non minore impellenza di quella colla quale gllEIlenl 
stanziati olive PEuflrale attendevano di essere liberati da quello dei 
Parti; a Roma era imminente lo scoppio della guerra civile; un 
attacco fàtto appualo quivi e In questo momento era cosa peri- 
Dolosissima. Ma per buona sorte per Roma I generali d* ambedue 
le parli erane stati cambiati. Il sultano Orode aveva troppe ob- 
bligazioni verso P eroico prindpe^ il quale prima gli aveva messo 
in capo la coma, poi aveva fatto sgombrare il paese dai ne- 
mici, per non ricortere immediatamente al mezzo del carnefice 
onde liberarsene. Il suo posto di supremo duce dell'* esercito d'in- 
vasione della Siria fa conferito ai prindpe Pacoro, Aglio del re, 
cai per essere tanto giovine e senza esperienza venne assonato 
quale consigliere per le cose militari il principe Osace. — Dal 
lato dei iiomani il posto di Cras») nella Siria venne prowiso- 
rlamenle assegnato ai risoluto ed assennato questore Gajo Cassio. 
Siccome i Parti, appunto come prìmn Grasso, non si diedero Difesa 
grande fretta di attaocaro, ma si contentarono di mandare negli p^^i^ 
anni 70i e 702 oltre r Eufrate delle deboli schiere, che furono 53. ss 
facilmente respinte, cosi Cassio ebbe tutto il tempo di riorganiz- 
zare alla bella meglio r esercito e colPajulo del fedele alleato 
dei iUimani Erode Antipatro di ridurre airul)))idienz^ i Giudei, 
che« irritati in graaia delia spogliazione del tempio fatta da Grasso, 
avevano dato di piglio alle armi. Il governo romano avrebbe 
quindi avuto tutto il tempo di spedire delle truppe fresche per 
k difesa del minacdato confine; ma per le agitazioni della in- 
cipiente rivoluzione nella f^i fece, e cosi avvenne, che^ allorquando 
Tanno 703 comparve suir Eufrate il grande esercito d'invasione 
dei Partì, Cassio non aveva ad opporgli se non le due deboli le- 
gioni composte degli avanzi deir esercito di Crasso. Colle me- 
desime Gasalo^ eoae mt ben aatnralo, non poteva né impedire 



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LIBIIO QUINTO, CAPITOLO IX. 

il passags^io del fiume, né difendere il paese. La Sirta fa qaiodì 
percorsa dai Parti e tutta VXsìsl Minore versava nello spavento. 
Ma codesti barbari non conos<%vano l'arie di assediare le città. 
Da Aoliochia , ove Cassio si era ritirato colle soe truppe, essi 
non solo ripartirono come vi erano venuti, ma nella loro ritirata 
furono sairOronte tirati in una imboscata dalla cavallerìa di 
Cassio e battuti dalP infanteria romana; fra i morti fa trovatoli 
principe Osacc stesso. Tutti quivi s^accorsero, che T esercito dei 
Parti, condotto da un generale di ordinario talento e su un ter- 
reno ordinario, non era dì mollo superiore a qualunque altro 
esercito orientale. Non era però detto, che si rìnunciasse alPag- 
gressione. Ancora neir inverno del 703/i mise Pacoro il suo 
campo presso Glrrcstica sulla sponda destra dell'Eufrate, e il 
nuovo governatore della Siria, Mnrro Bibulo, altrellanlo meschino 
rome genoralr quanto inetto come uom di Stato, non seppe fare 
nulla di meglio che chiuderpi nelle sue fortezze. Tutti ritenevano 
•jO elle nel 704 la guerra irromperebbe con nuova forza. Ma Pacoro, 
invece di volgere lo armi contro i Romani , le vol5;r' contro il 
proprio padre, e si mise perciò in accordo pe rsino col poveriia- 
lore romano. Con tutto ciò non fn però cancellata la macchi,! 
dallo scudo dell'onore romano, nè in Oriente ripristinata Li con- 
siderazione per Roma, ma fu impedita rinva>iono partici nel- 
l'Asia Minoro e fu maoteaato, almeno provvisorìamente» il con- 
tine dell' Eufrate. 

Iiiipres- A Roma rawaaipanle vulcano della rivoluzione confondeva 
propoli, i questo frattempo colle vorticose sue nubi di fumo tutti gli 
I" sturili. Si mancava assolutamente di soldati o di danaro per 
dalla 'omliaitore i nemici del paese e nessuno volgeva omai più im 
sconiuta pensiero alle sorli dei popoli. 11 fatto, che l'enorme calamità 
Carré, nazionale avvenuta a Carré ed a Sinnaca interessò c^li nomini 
di Staio di quel tempo molto meno che non qnel meschino taf- 
feruglio successo sulla via Appia , nel quale pochi mesi dopo 
Crasso era rimasto morto Clodio condoilìere di bande, é uno dei 
tratti caratteristici più orrendi dell'epoca; ma la cosa si spiega ed è 
quasi scusabile. La scissione tra i due autocrati, da lungo tempo 
preveduta inevitabile e sovente annunziata come vicina , si an- 
dava ora a gran passi approssimando. La nave della repubblica 
romana si trovava, come neir antico mito greco lo schifo del 
marinajo, quasi fra due roccie spinte T una contro l'altra ; quelli 
che vi si trovavano, attendendo nella più terribile angoscia di 
udire da un momento alPattro lo smcchiolante tremendo urlo, 
&ta\4no collo sguardo fìsso snUo onde» cii«, sempre più gigante- 



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MORTE DI CR.VSSO. MSìLV TRA GLI AUTOCRATI. dSìS 

«che elevandiDÙrSi t^Dgevano nella vorticosa voragine, e, meolre 
ogni più liofe SMnrìmenlo aitraeva i loro sgaardi, nessuno osava 
volgere le pnptlle né a deetra nò a manca. 

Dopo le raggoanloToU conceKsioni , ehe Cesare aveva fallo a socir.u- 
Pompeo nel congresso tenalosi in Lucca neir aprilo del 698, per ^{i^j^**^ 
«ai gli aniocrati ave?ano messo in equilìbrio i loro poleri, non buona 
mancavano nella loro sitnasione io condizioni esteme della du-'^^^^l^^''' 
rata, in quanto piiO in generale essenri quistione di durata in aatocratt 
«ma divìsioBO del potere monarcbieo per sé indivisibile^ Una qui* 
elione hf^n diversa era quella di sapere, se gli autocrati erano 
per allora ben (ìoeisi a tenersi uniti e a considerarsi franca- 
menle eguali nei potere. Abbiamo già osservalo, che in quanto 
a Cesare non v^ era aicun dnbbio, daccbé egli mercè le conces- 
sioni accordale a Pompeo aveva ottenuta la proroga del tempo 
necesiiario ai soggiogameoto della <jlallia. Quanto a Pompeo si 
può ritenere, che egli non avesse giammai pensato sul serio alla 
collegialità. Egli era una di quelie leggiere e triviali nature, verso 
le quali è pericoloso di tm prova di generosità: nella meschina 
sua mente egli risguardava certamente come un dovere imposto 
dalla prudenza di daro alla prima occasione il gambetto al rivale 
riconoscinto a malincnoro come uomo di merito» e il triviale suo 
animo anelava di reodero a Cesare in scaso Inverso la pariglia 
deir umiliazione ricevuta dalla sua condisceiidenia.Soper6Fom» 
pM> in graiia del suo carattere balordo e della sua pigrisia non 
aveva probabilmente Tm avuto intemione di lasdar durare Ce* 
Saro È canto a sè»rintenaioiie di sdogliere la coalliione non si for^ 
mò in lai che poco a poco» Il pubblico, che In generele pene- 
trava lo viste e le iniOMioai di Pompeo meglio di lui stesso, 
non si sarà in nessun modo ingannato, che per lo meno colla 
morte della bella Giulia^ awemta nel fioro delia sua età nell'an- 
lune del 900 , seguila ben presto da quella deirunlco suo Ù- 
gliuollno^ erano sciolti i rapporti personali tra II di lei padre ed 
il di lei consorte. Cesare fece il lenlativo di riannodare i legami 
di panMla sciolti dal destino: egK chiese hi mano dell^ unica 
figlia di Pompeo e offri a questi la mtane della sua pià prosdma 
parente, Ottavia, nipote di sua sorella; ma Pompeo lascid sua 
figlia in mogtis al di lei marito d'aUoro, Panato Siila, figlio del 
dittaloro e si ammogliò egli ateseo colla figUa di Quinto Metello 
Mplone. La rottura personale al ero evidentemente verificata e 
fu Pompeo quello che si rifiatò di poigeie la mano; si riteneva 
che non doroase urdmro a verifiearsi la rottoro politica. Ma la 
cosa non andò co^: ni^U aflSurl pubblki lii lotlon mantenalo 



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326 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

provvisoriamente un accorilo collegiale. La causa, per cai Cesaro 
non voleva sciogliere pubblicamente codesta relazione, era il «ojf- 
giogamcnto delia Gallio, cui dedicava le sue cure e che desiderava 
che fosse prima divenuto un fatto compiutole Pompeo noi voleva fare 
prima che coir assunzione della dittatura non fossero pervenute 
intieramente in suo potere le autorità governative e Tltalia. È cosa 
singolare, ina comprensibile, che in ciò gli autocrati si aiutassero 

^ 1 L'cipi iM anieiile: dopo la catastrofe di Aduatuca neir inverno del 
70u Pompeo cedette in via di pre.siito a Cesare una delle due 
legioni italirlie lasciale andare in congedo ; Cesare per contro 
dava a Pompeo il suo assenso egli accortlava liitlo il suo npnofrpo 
rtiUatoiv ^^^^'^^^ nello misure repressive che questi andava prendendo 
'contro la caparbia opposizione repubblirnna. Soltanto (lopo che 

>»i Pompeo con questi mezzi si fu nel principio del H)^2 j^-ocac- 
cialo il consolalo indiviso e una iniluenza superiore a ifuella di 
Cesare nella capitale, e dopo che lutti coloro, che ernno alti n 
portare armi in Italia, eljbero prestato nelle sue mani ed al suo 
nome il giuramento militare, fu suo interesse di romperla con 
Cesare e al più presto possibile; e Pi niente fu abbastanza chiaro. 
Attacchi La persecuzione giudiziaria praticata con tutta la durezza (V. 
^^tìf^ p. 319' appunto contro gli antichi partigiani di Cesare in seguito 
l'ompt'o al tumulto avvenuto sulla via Appìa poteva forse essere consi- 
cUsnrp ^lerata come una semplice golia.iiginu. La nuova legge contro le 

70 mene elettorali, che riportavasi sino al G8i e comprendeva anche 
le scabrose precedenze riferibili all' aspirazione di Cesare al con- 
solato (V. p. 310), non meritava nemmeno essa una particolare 
attenzione, sebbene non pocin seguaci di Cesare credessero di 
vedervi uno scopo manifesto anzi che no. Ma quando Pompeo 
non elesse a suo collega nel consolato il già suo suocero Ce- 
sare, come lo voleva lo stalo delle cose e come era consigliato 
da molte ragioni, e si associò invece il suo nuovo suocero Sci- 
pione, considerato generalmente come un suo fantoccio (V. p. 312), 
si vide chiaramente a che cosa mirasse; e più ancora quando 
allo stesso tempo egli si fece prorogare per altri cinque ann» 

Vi — sino al 701) — la luogotenenza nelle due Spagne e asse- 
gnare sulla cassa dello Stato una ragguardevole somma iìssa 
per pagare il soldo alle truppe, e non solo non patini per 
Cesare l'eguale proroga del comando e 1" eguale assegno pecu- 
niario . ma in uno col nuovo regolamento p^ le nomine alle 
iuogotenenz.e accennò persino, sebbene alla lontana, ad un ri- 
chiamo (li Cesare prima del bjrmine convenuto. Queste mene ave- 
vano evidentèmeate per iscopo di mwar^ la posizione di Cesare 



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■ORTB DI ÒRASSO. 8G1WA TAà 6LI AtJTOCRÀTI. 327 

e quindi di roreBCltirto. Il momento non pofeta essere più pro- 
piiìo. Cesare avera fatte tante concessioni nel congresso di Lncca 
a Pompeo soltanto perdiè, net caso eventnate di nna rottura 
con Fompeo, Crasso e il ano esercito siriaco si sarebbero neces- 
sariamente nniti a Cesare; e questi potefa tm assegnamento 
eopra Crasso perchè fln dai tempi di Siila egli era stato acerrimo 
nemico di Pompeo e quasi d*allora in poi amico politico e per* 
eonale di Cesare, e non potendo divenire egli stesso re di Ro- 
ma, si sarebbe col svo carattere accontentato ben anche a dive- 
nire il banchiere del nnovo re di Roma; Cesare poi non poteva 
in nessun caso temere di vederselo a fhmte qnale alleato dè*snoi 
oemìeL La catastrofe del mese di giugno 701 , ohe nella Siria 83 
costò te vita al generale Crasso e che distrusse P esercito, fii 
qnindi anche per Cesare nn colpo terribile. Pochi mesi dopo av- 
vampò nella Calila , appunto quando sembrava totalmente som- 
messa, rinsurreilone naaionale più larte che mai, e per la pri- 
ma volta sorse in qnel paese contro Cesare nn avversario degno 
di lui, Yerdngetorìce, re degli Alvmati. La sorte aveva un'altra 
volta sorriso a Pompeo: Grasso era morto, tutta la Galìia tro- 
vavasi in sollevazione, esso di fhtto dittatore di Roma e padrone 
del Senato cosa avrebbe potuto succedere^ se invece d* intri- 
gare cosi da lungi contro Cesare egli avesse sena*altro obbligato 
i cittadini o il Senato a richiamare ImmediatamenteCesare dalla 
Qalliat — Ha Pompeo non seppe mai aflnerrare la fortuna pel 
ciofib. EgH annunziò abbaaln»a dilarammite la sua rottura con 
Cesare; i suoi atti non ne ammettevano alcun dubbio .sino dal 70i^ si 
e già nella primavera del 7$) manifestava espUcItameoite nna ^ 
sillitia intenzione, ma non seppe risolverai e laseiò passare inu- 
tilmente molti mesi. 

Sebbene Pompeo tentennasse, la crisi, spinta delta fona stessa giì 
delle cose, andava però sempre più avvidnandosL LMmmineQte 
goerra non era già nna lotta della repubblica contro la monarchia di 
— lai lotta era siau gift dedsa da anni sibbene nna lotte ^ed ? 
per la corona di Roma fn Pompeo e Cesare. Nessuno dei pre* p[^"' 
tendenti trovava però il suo conto a prommelsnl francamente, 
poiché squarciato che avesse II velo uvreMbe hm addirittura 
scendere nel campo dell'avversario tutta la lagg uar de v oMssima 
parte della borghesia, la quale desiderava la conthraasione della 
repubblica credendola possibile. Le antiche grida di andarmi» che 
erano state in tuona te da Gracco e da Druso, da Cinna e da 
SìHa^ per quanto usate e scipite fossero, erano tsttavia ancora 
àhìmianzà buoQti per dare il segnale deir attacco nella lotta di 



antichi 
nomi 



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3t8 LIDRO QUINTO, CAPÌTOLO IX. 

due generali che comballdssero per ottenere la signorìa assolata ; 
e sebbene allora tanto Pompeo quanto Cesare si nnnoverass^ro 
ufllcialmenle ai cosidetto partito poiiolare, non poteva nascere 
ii minimo dubbio, che Cesare avrebbe scritto sulla sua bandiera 
« Popolo e progresso democralico », Pompeo stilb sua «Aristo- 
crazia e legitliraa costituzione ». Cesare non aveva alcuna scelta. 
La Egli era di fatto seriamente dem#ialico; la monarchia, come 
crazui r intenderà, era più di nome che di fatto diversa dal go- 
e verno popolare di Gracco, ed egli era un uomo di Stnto li sen- 
Cesare. j^n^jj^j troppo nobili e troppo profondo per nascondere il suo 
colore 6 per combattere sotto un'altra bandiera che non la sua 
propria. Il profltto immediato, che gli valse codesto grido di guerra, 
era senza dubbio assai tenne; esso si limitava nella cosa pria- 
ctpale ad essere dispensato dall'incomodo di chiamare il r^o 
per nome e di coatemare col nome anatomizzato la masMt dei 
tiepidi ed i propij parligMBi. La bandiera democratica non ap- 
portava più atonn prefitto poaitivo dopo che gli ideali di Gracco 
erano stati disonorati e resi ridicoii da Giodio; imperciocché, 
(alla forse astrazione dai Transpadani , dove polevasi allora tro- 
vare un circolo di qualche importanza, cha si sarebbe lasciato 
indurre dalle parole bellicose della democram a prendere pirte 
L arislo-alla lotta t — Cosi sarebbe alala decisa nel somstante contUtto 
crulA. QQ^ijg |3 p^pte (li Pompee«i|iiaiid'«Mbe noa fosse stata coaasot- 
Pompeo, t' intesa, cb*egli vi dovesse entrare ooM generale deUa repib» 



Mica legittima. Se giammai la natora «veva formato no 
per easere membro d'en' aristocrazia, era qmtÀ Pooipee, e nlf 
tanto «olivi impreveditt e Tefoime Tifavano determioits 
a disertare il campo aristocratico per entrare nel democratico. 
Se esso ora faceva ritorno alle sue tradizioni aìilanef àò non 
era leltanlo eonforme airandameoto delle eose« ma sotto ogni 
rapporto d^imnaediatoTantaggie. Oianloera «bmto ii grido d'al- 
larme dei democratici» altfettanlo poaaente doveva essere quello 
del c oiiae r va l iv i, ove fosso pronunciato da un uomo di vaglia. La 
nagglotania, e almeno il nerbo delia im8lMala« JippartaDera al 
partilo ooelitnslonale, e per la eea forse aneriea e morale eia 
qeello abe nella sovraetenle letta dei pretendenti doveva intena^ 
nire In mede tnteievolee lorae deeiaiwKiIen nsMevn che di an 
direttore. L'aitnale ano capo^llarco€atone, faceva come tale il 
dovere al modo a«n , eepeneoda «gni<#l»r|pppria vìhl e lepi 
aenza apacanza di sneaeBae; la Meltft ni prepii 4omi 4 am 
virt«« ma rimanere liallftSM^^BttiinpIla 4it m peate peidtiie è 
eesfr lodevole nel lattite eoa nel captiene. Egk,mm seppe ni 



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5I0RTE DI CRASSO. SCISMA TRA GLI AUTOCRATI. 3^ 

organizzare, iiè Lrarre a tempo debito in campo la possente ri- 
serva, che in Italia si era per cosi dire sponlaneamenie dichiar 
rata pel partilo del governo rovesciato, e per buoni molivi egli non 
aveva poi mai nemmeno domandala la direzione miUUie» dalla 
quale alla fin fìne tulio dipendeva. Se in luogo di qmi^oomo, 
che non sapeva essere nò x^apo-parle, nè generale, avesse alzate 
la bandiera della vìgente cOsUtiuioBe un uomo della fama poli» 
Uca e inililare di Pompeo, i monicipalisU d' Italia sarebbero ne- 
cessariamente moni in. frotte a 8«hìerani sotto la medesima 
- onde combattere doq gii pel re Pompeo, ina contro il re Cesare. 
A questa un' altra causa s'aggiunse per lo meno altrettanto im* 
porlanie. Era caratteristico in Pompeo Timbaniuo di trovare il 
modo di dar forma alle sne risoluzioni anche quando vi era de- 
liberato. Se egli era forse capace di dirigere la guerra» era oerla- 
aiente incapace di dichiararlai il partito di Catone invece era certa- 
mente incapace di condurla» ma capacissimo» è anzitutto dispostis* 
sino di motivarla contro la monarcliia che andavasi maturando. 
Secondo T intenzione di Pompeo— menure egli stesso si teneva in 
disparte e secondo il suo costume ora diceva di voler quanto 
prima recarsi nelle sue Provincie spagnuole, ora disponevasi ad 
assunere il comando sulle sponde, deir Eufrate — il Senato do- 
vevi romperla con Cesare» gU doveva dichiarare la guerra e in- 
caricare lui di dirigerla ; era altresì sua intensione di presen- 
tarsi» fMindo mostra di cedere alla richiesta universale» quale 
proiettore deUa costituzione contro le ttaccUnaaioni demagogo- 
monarchiche» quale soldato leale e uomo onesto sostenere Tordiue 
contro Panarchia» come generale edotto legalmente dal Senato 
agire contro Pimpentore della plebe, e pensava di soiigere nn^al- 
tra volta quale salvatone della patria^facendo cosi alleanza coi con- 
servativi» Posnpeo si procacciò un nuovo esercito aggiunto a quello 
dé*sfoi aderenti e un conveniente manifesto di guerra — van- 
tlii^Micqttlstati al caro presso del consorzio cogli avversari di 
prìiife^DeUeinnamemeliscepvenevolezze»checonien^ 
eoaliiieBe^ne emerse a si sviluppò preliminarmenln una» quella 
«M armai lattasi assai seiì^ che Pompeo si lasciò cadere dalle 
mani il potere di procedere <iontro Cesare a ano talento e cfhe 
in ansato ponto decisivo si reso dipeDdente. da tatto le ev^n- 
tataUtà e da talli i caprioli di una corpowAMM aiistocsaticai. 
^llÀIbcfpa^^ anni aveva J 

iDffil O jT p wffCin tentarsi di starsene oziosa ^Ulif ce^ e €|ie anpana "^Uni. 
^va ih|Uurè». fu quindi in grazia deUaeoviasmnieiiiUiv^ 
antocràti riòondòtta sulla scéna politica. Era questo precipua- 



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380 liduo quinto, cAriTOLo ix. 

mento il circolo, che trovò in Catone il suo centro; cu! apparte- 
nevano qnei repvbblicani che erano determinati di tentare sotto 
qualsiasi condizione e ii più presto possibile la gaerra contro la 
monarchia in favore della repubblica, ii doloroso esilo del len- 
tativo fatto nel 696 (V. p. 296) ii aveva persuasi che , abbando- 
nati a loro atesai» essi non erano in grado nè di fare la goerra 
né di provocarla; tatti sapevano, che persino in Senato i mem- 
bri che lo componevano» pochi eccettaati , erano senza dubbio 
eontraij alla monarchia « ma che la maggioransa non avrebbe 
Tointo restanrare il governo oligarchico se non quando avesse 
potato farlo sensa pericolo , e per arrivare ad nn tal ponto, do- 
veva certo correre di grati tempo. Avuto riguardo da un Iato 
agli autocrati, deli* altro a codesta rilassata maggioranza, la quale 
anzitutto voleva la pace « qualunque costo ed era contraria ad 
ogni atto riciso e sopra tatto ad una rìcisa rottura con uno o 
coir altro degli autocrati, il partito di Catone non ravvisava la 
•possibilità di giungere ad una restaurazione deir antico governo 
86 non nella coalizione col meno pericoloso degli autocrati. Se 
Pompeo si dichiarava per la costituzione oligarchica e si offriva 
di combattere contro Cesare, Popposizione repubblicana poteva 
e doveva rieonoeeerlo quale suo generale e d* accordo con esso 
obbligare la tfanida maggioranza alla dichiarazione di guerra. Nes- 
suno poteva omai Ignorare, die Pompeo non pensava seriamente 
al mantonimento della eostituzione; ma facendo egli sempre le 
cose a metà non ebbe la lucida e sicura coscienza, come 1* ebbe 
Cesare, che il primo atto del nuovo monarca doveva essere quelle 
di fàriaradicahttentoedefinittvamento Unita coiranticagtia oliga^ 
chica. In ogni modo la guerra formava un esercito eflèttlvamente 
repubblicano e generali repubblicani per eccellenza , e riportala 
la vittoria sopra Cèsare, si sarebbe poi sotto migliori aospicj 
provveduto non solo a togliere di mao uno dei monarchi, ma 
la stessa incipiento monarchia. Nella disperata posizione, in cui 
versava Toligarchia, l' offerta di Pompeo di unirsi ad essa era 
fa miglioiN» sorto che essa potesse attendersi. 
Loro La cenclusione ddP alleanza tra Pompeo ed !1 partito <Ii €8- 
^ tono suecesse, s^ si vuole, assai rapidamente. Si m osservato 
Pompeo, un rimarchevole ravvicinamento da ambe le parti già duoranto la 
dittatura di Pooftpeo. Il contegno Pompeo neìla^ erid di Ifr 
Ione, il brusoo suo rituto di aecetlare la dittatura offertagli dalla 
plebea la recisa sua dichiarazione di non accettare questa ^ca 
ohe dal Senato, r Inesorabile sua severità contro i perturbatoti 



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MORTE DI CRASSO. SC1S5IA TRA GLI AUTOCRATI. 831 

delia tranquillità d'ogni genere e particolarmente contro i de- 
mocratici, la sorprendente officiosità, con cui egli trattava Ga* 
ione ed i suoi aderenti politici, sembravano atti calcolati a bella 
posta per guadagnarsi gù animi degli amanti deirordine^qoanto 
erano offensivi pel democratico Cesare. Dair altro canto anehe 
Catone ed i suoi addetti si erano decisi di appoggiare Pompeo e 
con qualche insignificante cambiamento nella fonna dlncariGario 
della dittatola inTece di combatterlo col solito rigorismo; Pom- 
peo aveva primamente ricevuto dalle mani di Bibulo e di Catone 
il consolato assoluto. Se li partito di Catone sino dal principio 
del 70S se la intendeva con Pompeo sia pure seeretamente, Tal- ss 
leanxa si poteva considerare come formalmente conclusa allor- 
quando nelle elesioni consolari pel 703 non fu scelto Catone ^< 
stesso^ ma insieme con nn nome insignificante della maggioranza 
senatoria uno dei più pronunciati seguaci di Catone^ Marco Clan- 
dio liaroelk». Onesti non era un Tiolento zelatore e meno an* 
Cora un genio^ ma nn aristocratico fermo e severo, appunto Vno* 
mo^ di cui , nei caso che si avesse dovuto fare la guerra a Ce- 
sare> si poteva servirsi per dichiararla. Considerate le misure re* 
presslve mene recèntemente in pratica contro r opposizione re- 
pobUicana e considerate le condisioni della giornata , una ele- 
zione cosi ringoiare non poteva essere avvenuta se non coir as- 
senso, 0 per Io meno colla tacita permissione deirantocrata che 
allora dominava in Eoma. Con lentezza e con pesantezza, come 
era sno eoslume^ ma con sicurezza e linperiurhabllltà procedette 
Pompeo allora alla rottura con Cesare. 

Cesare per contro non aveva 1* intenzione di romperla in que-Resisten/a 
sto momento con Pompeo. È bensì vero, ch^ egli non avrebbe vo- ^^^^1^^ 
imo dividere la signoria seriamente e per lungo tempo con nes- cesare, 
iuno^ meno poi con im collega cosi inferiore qua! era Pompeo, 
ed è fuor di dubbio^ che era da Itingo tempo deciso, appena re- 
cata a Une la oonqulMa delk ,G8llla,dl ImpowesBarsI de! domi- 
nlo assoluto e^ occorrendo» ancbe colta fona - delle armi. Ma un 
nomo qnal era Cesare» nella euf mente air nlBclale prevaleva 
assolatamente Puomo di Stalo, non poteva disconoscere, che 
la rloifanlzzazione dello Stato eolia forza delle firmi lo scon- 
volfOi^pMlSMidnmente nelle sne conseguenze e sovente lo rovina 
per sempre, e doveva! quindi procurar di districare la matassa 
pilpNiMMIttcoii^ menl paelM o almeno senza venire ad unV 
|Mri» giirra cittadina. Se poi el6 non pertanto non era possi- 
bile di eritare la guerra dvtte» egli non poteva desiderare di 
«adorvlsl spinte ora the neUa-'Mtta Plnaorrezione di Yerdnge» 



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'éSì Linna Quimo, capitolo ix. 

lorice aveva messo di bel nuovo tutto in soqquadlro e ve Io te- 
.'>3yì. ai neva occupato senza pOi>a tlairiTiverno 701;2sinoairinverno 703, 
ch] ora che Pompeo e il partito cùsiiiuzioiiale, a lui nemico per prin- 
cipio, dominavano in Italia. Per questi motivi egli si sforzava di 
durare in buoni mpiiorii con Pompeo, di mantenere così la pace e 

w di ottenere possiljiimciue in modo pacifico pel 706 il consolato 
statogli assicuralo sino ilaii' epoca del convegno di Lucca. So dopo 
d'avere recato a buon line gli atfan celtici si fosse poi messo alla 
testa dello Slato in modo regolare, avrebbe potuto, superiore qual 
era a Pompeo ancora piùcome uomo di Stalo che come generale, 
tentare di vincere il medesimo senza gravi ilinìoolià tanto in 
Senato quan lo nel Foro. Sarebbe forse stalo possibile di rinvenire 
pei posante, lorbiìlo ed orgoglioso rivale una qualche posizione 
onorinca e senza influenza, in cui egli si sarebbe accontentalo 
di ecclissarsi; i replicati tentativi di Cesare per mantenersi in co- 
gnazione con Pompeo avranno avuto di mira una siffatta solu- 
zione e di far cessare le antiche conlese nella successione dei 
rampolli nati dal sangue dei due rivali. L'oppoòiziono rt^pubbli- 
cana sarebbe allora rimasta senza capo dirigente, quindi verosi- 
milmente tranquilla e si sarebbe manlen!ita la pace. Se ' io non 
riusciva e se dovevasi, come era probabile, avere in uliinìo nna- 
lisi ricorso alla forza delle armi, Cesare disponevi! allora io Uo- 
ma, come console, della ubbidienle maggioranza del Senato c \^o- 
leva renderò difficile la coalizione dei pompejani e dei l epubbli- 
cani, ;in7i renderla impotente e condurre la guerra molto più 
acconriamenle e con maggiore vantaggio che non facendo mar- 
ciare ora le sue truppe come proconsole della Gallia contro il 
Senato ed i suoi generali. La riuscita di (juesto piano dipendeva 
certamente dalla circostanza, che Pompeo fosse tanto compiacente 

19 da permellere che Cesare presentemente ancora otlenesse pel 706 
il consolato promessogli nelP adunan/a di Lucca; ma succe- 
dendo pur anche che ciò non avvenisse, a Cesare conveniva di 
dimostrare coi falli e costantemente la massima pinghevolezza. 
Cosi facendo egli guadagnava tempo per raggiungere intanto il 
suo scopo nella Gallia, lasciava agli avvcrsarj l'odiosa iniziativa 
della rottura con Pompeo e quindi quella delio scoppio della 
guerra civile, ci6 che in faccia alla maggioranza del Senato ed 
al partito degli interessi materiali e particolarmente a tronlt 
de' propri soldati era per Cesare della massima importanza. — 
» Ciò gli servi di guida nelle sue azioni. Egli previdentemente ac- 
crebbe U suo esercito e colle nuove leve fatte nelP inverno del 

siri ftomento a4 oiMUfli U Amn^ro il^lMjt m Je|iMi. am^nm 



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MORTB DI CRASSO. SCISMA TRA GU AUTOCRATI. 333 

le due imprestategli da Pompeo. Ha al tempo stesso egli approvò 
pnliblicamenie il eontegno di Pompeo durante la dittatara e ri- 
eionobbe essere al medesimo dovuta la rìpristinazione delt^ordine 
Bella capitale, respingendo come calonole gli avvertimenti di amici 
zelanti. Egli considerava poi come guadagnato ogni giorno che 
procrastinava la catastrofe^ passava sopra su tatto ciòclie era pos- 
sibile e tollerava quanto tollerare si poteva, mantenendosi riso» 
tato nella sola decisiva richiesta di ottenere per Tanno 709 il se> ^ 
condo consolalo, statogli formalmente concesso dal sno collega, 
qnando nel 705 spirava la sua carica di luogotenente, essendo 40 
ciò conforme alla ragione di Stato della repnbblica. 

Questo appunto fa II campo di battaglia della guerra diploma- Att i dù 
«Ica che stava per incominciare. Qualora Cesare fosse stato co* l^^tm* 
stretto a deporre la sua carica di luogotenente prima dell'ultimo ^a'»- 
di dicembre 705 od a protrarre l*assunzione del consolato oltre 
il I.* gennaio 70(^, se fosse quindi rimasto per qualche tempo tra ^ 
la luogotenenià cessante ed 11 consolato incipiente senza im- 
piego, per conseguente — secondo il diritto iromano che per- 
metteva la procedura criminale soltanto contro Pindividuo disim- 
piegato — esposto ad essere attaccato criminalmente, essendo 
Catone da lungo tempo pronto ad attaccarlo in via crimi- 
nale e Pompeo per Ini un protettore più che sospetto, il pub- 
blico a ragione gli profetizzava in questo caso la sorte toc- 
cata a Mlone. E per raggiungere il loro scopo gli avversarli di 
Cesare avevano un mezzo semplicissimo. Secondo il vigente 
erainamenlo elettorale ogni candidato per la carica consolare era ^^"pj!!'^ *' 
tenuto di presentarsi personalmente prltna deirelezione, quindi'^^i :'>i^<^^)t* 
sei nfesi avanti di entrare in carica, presso colui che dirìgeva le ^aii^ 
eleiioni e di far registrare il suo nome sulla lista ufficiale del^^^^^^*^'^- 
candidati. Togliamo ammettere che nel trattato di Lucca si sarà 
ritenuto come soltMnteso, che Cesare fòsse dispensato da co- 
desf obbligo di pura formalità, stato del resto già le moltissime 
volle condonato ai candidati; se non ché il relativo decreto non 
era* stato ancora spedito, ed essendo ora Pompeo 11 padrone della 
situazione, Cesare dipendeva in ciò dal buon volere del suo ri- 
vale. Hon al sa comprendete il motivo che decise Pompeo di rì- 
nuneiate spontaneamente a questa favorevole sua posizione, e co- 
me' col suo assenso e durante la sua dittatura (702] Cesare fosse tu 
dispensalo da oodeÀa personale insintiazione da una legge tri- 
bunizia. EsseMo poi tosto dopo stato pubblicato il nuovo ordì- 
nanento elettorale (?. 'p. 81(^, fu nel medesimo ripetuto Toh- 
biìgo genemle ai tandidati di fare personalmente iscrivere i 



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334 LIBRO QUINTO, CAPITOLO IX. 

loro nomi, aggiungendo che non era fatta eccezione di sorte a 
favore degli esentuati da antichi plebisciti; il privilegio stato 
accordato a Cesare veniva quindi formalmente abolito colla re- 
cente legge generale. Cesare se ne lamentò e la clausola fu an- 
che aggiunta, ma non confermata da un apposito plebiscito, 
cosi che questa disposizione, aggiunta con una semplice inter- 
polazione alla legge già promulgata, doveva legalmente venire 
considerata come nulla. Ciò che Pompeo avrebbe quindi potuto 
semplicemente conservare, aveva preferito di regalare, poi di ri- 
prendere e finalmente di velare la revoca nel modo il più 
Illativo sleale. — Se con codesta misura si tentò soltanto indiretta- 
brlviare™^"^® di Ottenere l'accorciamento della luogotenenza di Cesare, 
il regolamento per le luogotenenze emanato al tempo stesso len- 
m?Sa deva per contro in modo assoluto allo stesso scopo. I dieci anni, 
«are P®* ^^^'^'^ ultimo era stata assicurata a Cesare la luogotenenza 
colla legge proposta da Pompeo stesso d'accordo con Crasso, 
ri.» decorrevano, secondo la pratica in corso, dal primo marzo 693 
V.» sino alTultimo di febbrajo 703. Siccome però, stando al costume 
anteriore, il proconsole o il propretore avevano il diritto di en- 
trare nella loro carica provinciale immediatamente dopo spiralo 
il primo anno del loro impiego, cosi il successore di Cesare non 
•'0 doveva essére nominato fra i magistrali urbani del 704, ma sib- 
w bene fra quelli del 70.), e non poteva dunque entrare in caricn 
4.S avanti il primo gennajo dal 700. Cesare aveva anche durame gii 
V.) ultimi dieci mesi dell'anno 703 un diritto al comando, non in 
base alla legge pompeo-Ucinia , ma in base air antica consuetu- 
dine, in quanto che il comando prorogato, anche dopo spiratoli 
termine, continuava sino alParrivo del successore. Dacché" però 
il nuovo regolamento del 702 non ammetteva a coprire i posti 
delle luogotenenze i consoli ed i pretori che sortivano di carica, 
sibbene quelli che erano sortiti da cinque e più anni addietro, e 
prescriveva quindi un intervallo tra la carica civile ed il comando 
invece del passaggio immedialo sino allora in uso, nulla più si 
opponeva al diverso rimpiazzo istantaneo di ogni luogotenenza 
resasi legalmente vacante. La meschina circospezione e la tem- 
poreggiante malizia di Pompeo sono in queste disposizioni con- 
fuse in modo singolare coir astuto formalismo e col dottrinari- 
smo costituzionale del partito della costituzione. Alcuni anni pri- 
ma che si potesse fare oso di codeste armi diplomatiche esse 
furono poste in punto, e si prepararono le cose in modo sia di 
poter costringere Cesare a deporre nelle mani dei successori il 
^jp^^p,jjoi;|^8i5^jft,4èp il termine assicuratogli dalla 



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iioftTR DI muo* nmMk m «iti AUTodUTi. m 
logge di Pompeo, quindi col primo mino IdH^mà di poter eon- «9 
«ideraro come nulli i voti da esso racsoiti nelle eleiioni pel 706. » 
Non potendo Cesare impedire qaeste mene, tacque eiÌ9>c|6 ch^ la 
90se malnrassero.^ . . . ^ > . . 

Si procederà dunque passo passo sulla lentissima tia cosUlu- 
sionale. Secondo V ossenrania antica correva al Senato Pobbligo "iiii ' 
di deliberare iu priucipio del 703 sul conferimento delle luogo- ^j^^^^*^*^ 
tenenze deiranno 705 in quanto spettassero agli ex consoli, in lO) cesare, 
principio del 704 in quanto dovevano assegnarsi agli ex pretori ; so 
il primo dibattimento porse la prima occasione di discutere in 
Senato sulla nomina di nuovi luogotenenti perledueGallie e la 
prima occasione di mettere in aperta collisione il partito della 
costituzione spinto innanzi da Pompeo e i difensori di Cesare In 
Senato. Il console Marco Marcello fece la proposizione di asse* 
gnare ai due^consolarì da dotarsi di luogotenenze per quelPanno 
dai primo marzo 705 in avanti quelle fino allora amministrate 
dal proconsole Cj^o Cesare^ Llrritazione da lungo tempo repressa 
irruppe allora come un torrente dall^ aperta diga: in questo di- 
battimento si sfogarono gli aderenti di Catone dicendo contro 
Cesare tutto quello che pensavano* Essi sostennero, che il di* 
]-iUo accordato con una legge eccezionale al proconsole Cesare 
di insinuarsi assente per reiezione consolare, abrogato con po« 
steriore plebiscito, non fosse rism^ato validamente nemmeno in 
questo. U Senato doveva, secondo il loro parere, eccitare quel 
pubblico ufficiale a rimandare i soldati che avevano finito il loro 
tempo, essendo ormai compiuta la sommessione della Gallia. Le 
concessioni di cittadinanza fatte da Cesare neirAlta Italia e le 
iusiiiuzioni di colonie furono da essi dichiarate contrarie alla 
costituzione e nulle; e a maggiore evidenza inflisse Marcello la 
peoa Jella staffìlatura — permessa soltanto contro i non-citta- 
dini — contro un ragguanlevole giudice della colonia cesariana di 
Como, il quale, quamio pure non i^poltasse a quel silo il dirillo 
(li cittadinanza, ma soltanto il diritto Ialino, era auiuri/.zalo a 
l oclainare il dirillo di cittadino romano ( Y. p. "lìOI ). — Coioiu, 
che a qui 1 tempo parteggiavano per Cesare — fra i quali il più 
valente Cajo Yihio Pansa , figlio d^un esigliato da Siila, ma ciò 
non per laiilo spintosi innanzi nella carriera politica, prima uf- 
liciale neiresercilo ili Cesare e in quesl' anno tribuno del popolo 
— sostenevano m Senato, che tanto lo stato delle cose nelle GalUe 
quanto V equità esigevano uoa solo di non richiamare Cesare 
prima del tempo, ma di lasciargli anzi il comando e insieme il 
consolato^ si riferivano senza dubbio alla circostanza, che 



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poclii anni prima Pompeo aveva accumulato appunto cosi le luo- 
gotenenze spagnuole col consolalo e anche preseniemenle acca- 
mulava nella sua persona oltre l'importante carica d'ispettore 
generale delle veliovaglie della capitale, il supremo romando in 
Italia con quello nella Spagna e che lutti gli iioiniiii atti alle 
armi avevano presidilo il giuramento nelle sue mani e non ne 
erano ancora stati sciolti. — Il processo cominciò a formularsi, ! 
ma non per questo procedette meno lentamente. Accorgendosi la 
maggioranza del Senato, che la rottura si andava avvicinando, 
lasciò passare molti mesi senza prendere alcuna deliberazione, 
e altrettanti mesi si penleitpro in grazia del famoso tentennare 
di Pompeo. Ruppe questi liiulmenle il silenzio e abbracciando il 
parliiri (Iella cosiUuzioiic si dichiarò, a dir vero come sempre 
con ritenulezza e titubanza, ma perù con sufflcienle chiarezza, 
contro il fin allora suo alleato. Egli respinse con brevi e aspre 
parolp le rirbieste degli amici di Cesare di concedergli Tacca- 
mulameiiio del consolato e del proconsolato . ^ofigiangendo con ' 
goffa rozzezza che una simile domanda gli semliruva come se il i 
figlio esibisse le bastonate al padre. In massi iii;M>f7li accettava la , 
proposta di iMarcello, in quanto che egli pure dichiar ivi ìi non 
voler permettere che Cesare fosse investito immediatarni me del 
consolato e del proconsol.ilo. T.asciava perù comprendere, senza 
dichiararlo esplicitamente, die nel raso estremo si concederebbe 

48 forse a Cesare 1* ammissione alle elezioni pel 706 senza esigere 
la personale sua presenza e cosi la continuazione della luogo» 

'»'^ tenenza sino al l'i novembre 70,j, L' incorreggi i)iie temporeggia- 
tore a (Toiisenti perù intanto alla procrastinazione della nomina 

«0 dei succ^^^o^ sino iloiio il febbrajo del 7(>V . riù fh*^ fu rerosi- 
milmente chiesto dui sostenitori di Cesare in ha>e ad una clao- 
soln delia legge ponipeo-licinia , che violava ogni dibaltiinenfo 
del Senato sulla nomina <1ei sncrossm i prima del principio del- 
l'ultimo anno delh Ino^'oionenza di Cesare. — Le delermina- 
^ioni del Senato risultarono quindi in questo senso (29 sellem* 

51 bre 703). 11 conferimento dello Ino^'otonenze drlle G^ilìie fu 

50 dunque portato air in dine del giorno pel primo marzo 704; ma 
sino d' allorn fn deciso In scioglimento doiresercltn di Tesare, 
appunto come si cri già praticato con un r'^^h'scilo riguardo 
air esercito di Lm iillo ^V. pp. 09. i01\ in modo cioè che i ve- 
terani del medesimo fossero indotti a rivolgersi al Senato per 
ottenere il loro congedo. Gli )mici di Cesare ottennero a dir 
vero, per (pianto costituzional melile lo potevano, col loro veto 
tribumxìo la oaeaaziofie éì codeste detenDìoazioni ; ma Pompeo 



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MOATE DI CBàSSO. SCISMA Tfi4 CU àUTOCR.VTI. 

ùlMtmt apertamente, »M gfi impiegali arno obbligati ad «bbi^ 
àtm dmmmìe al Sanato a ehe «cito qoealD rapporto la iilH^ 
eessiOBi e simiglianti antiquate formatilà Ben amlibero avita 
alesila inflaaow. M parlilo oUfarehioo, di eai Pompeo era ora 
diveDOlo irprapagoalore , non Dascondeva TiiilaBiioaa di prò» 
cedm dopa ma eventuale vittoria alia revinona delia eoeUta» 
dona nel avo aoMO, alininandone tutto dò eiie aveva soltanto 
r apparena di approeslmafai alia libertà popolare , a fa tema 
dabbìo per qnailo motivo die tralasciò di servirei in alena modo 
dai ooni4 BegU attacchi da esso diretti contro Gesara La eoa» 
liaone tra Pompeo ed il partito daUa coatitaaieiia era qnindi 
formalmente proelamaia a |ià pronondatà andie la santeoza €on> 
tro Giaaia; soUanto il tannine detta eeaunnieaalone era aneoii 
temto sospese. La eMani pd. aagnenta anno rinsdvono tnttaa 
Ini awarse. 

Durante qnasta manovre beUleose dd partili avvern a Cesare contram- 
era qsasti rinsdto a tineere V inenrredone galUea e a ridurre 
a condisioni padfleha tntio il paste soggiogalo. Faeendo aervim Cesate, 
il eomodo pretesto ddla. difesa dd confini (V. p.it7IQ^ma osien* 
sibitmenta affina di provara ebe le legioni non erano più asse» 
imamente indiapansabili ndla Gallia»eili dna dalla datedd W 
ne Inviò una nati' iiatta letientrionale. Sa non prima , tsgU do» 
vava in ogni caso accorgerli allora» che gli sarebbe stato impos* 
sibila di nan volgere le aimt centro i saoi condltadini; ma sic- 
came era assd desiderabile di tenere aneora per qaaldie tempo 
le legioni ndla Gallia appena appena padftc9ta,egli feeadònon 
pertanto anctaa ara InMà gli sfar» onde indngiara e» ben cono* 
scenda Tastramo amora di pace ddla maggioranaa dd Senato, 
non rinnndava alla sparanxa di trailenerla ancora dalia dicbara- 
dona di guerra msìgrado la pressiona die Pompea eserdtava 
svila madadma. Egli nan riaparmìò nemmeno grandi sacrificj tanlo 
per nan ridarsi, ainmno per allora^ad aperta inimidsia colla su* 
prema aniorilà goveniaUva. Quando il Sanata ( nella primavera 
dei TH) dietro solladtsalane di Pompeo diresse rinvilo tanto a so 
questi quanta a Gasare di cedere daacnno una legione per la 
semataBia gnehra contro ì Parti (V. p. df8), a quando in con- 
formiti di questo Invilo Pompeo redamb da Cesare la legione 
cadatagli parecetai anni prima onde imbarcarla per la Siria, Ce- 
sare satisfece aKn doppia licUesta, pdché nan potevad aantte- 
ÉBin «è ropportnnttè di eodaslo smmlocoBsolto^ nò requitò della, 
domanda di Pompeo e percbò a Geasre molto più importava il 
mantenimento della fona ddla legge e della lealtà formalCi che 
nonesa. Td. IIL SS 



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unno QUI5T0, capitolo ix. 

non alcune migliaja di soldati di piii. Le due legioni arrivaront? 
senza farsi molto aspettare e si misero a disposizione del go- 
verno; ma questo, invece d'inviarle sulle sponde deir Eufrate, le 
lennf^ n Cnpna n disposizione di Pompeo ed 11 pubblico ebbe 
un" altra volta occasione di confrontare i manifesti sforzi di Ce- 
sine onde scongiurare la rottura coi perfidi preparativi di guerra 
(lei snoi rivali. — A Cesare era riuscito di compenre per le 
trattative col Senato non «olo uno dei due consoU In carica, 
Cnrione. Lucio Emilio Paolo, ma eziandio il tribuno del popolo Cajo Cìf 
rione, forse il più eminente fra t molti genii scapestrati di quék' 
repoca (*): insuperabile nella ricercata eleganza, nella eloqnea» 
facile e spiritosa, negli intrighi e in quella attività^ die nei ca- 
ralteH dotati d'energia, na impeltroniti negli oiiosi momenti di 
palisi, si desta con maggiore forza ; ma esso era insuperabile aa« 
che nella dilapidazione e nel talento di far debiti — che am» 
montavano a sessnntn milioni di aesterai (quattro milioni di tal- 
leri = a L. 15,000,000 ) — ed era inancanle di ogni principi» 
politico e morale. Egli si era ofTerto già prima a Qesare,iBi la 
sna offerta era stala respinta ; Cesare lo frro sno dapo d*«rere 
coBOScinto il sno talento dagli attacchi diretti contr' esso — il 
prezzo fn ragguardevole, ma la merce lo valeva. Mei primi mesi 
dei suo tribunato del popolo Curione si era mostralo repobbUr 
cane iodipendellte e come tale a veva fulminalo e tempealalocoii' 
tre Cesare e contro Pompeo. Egli seppe óon una rara destre» 
trar partito da qneata poshsione apparentemente ìmparztaie , e 
so quando nel mese di marzo 704 fa messa nnovamente in discus- 
riìbaui- sione la propesta pel conferimento della Imigotenenia delle GalUe 
^^^1^ pel prossimo anno» egli si associò pienamente a qneala lieois- 
richiamo ziono, ma domandò che fosse estesa al tempo stesso anche a 
Colare Pompeo ed al suol comandi straordìnaij. La sua esposiu'aM* 



^ ^'^ qualmente mio Stato eeslHasìonale non sìa possibile senon tb- 
' ' gllendo di mezzo qualsiasi posizione eooezionale, ohe qnmrto a 
Pompeo» essendo «gli stato InTostlto del prooonsotalo eoUanl» 
dal Senato, esso ancora mene di Gessrè poterà rifintare. nbbi*' 
dienza al medesimo, che il pandale riohiamo ili vm del due 
getterai! non fiirebbe che accrescere il pericolo pel mameaimenla 
della costiintlone, persuase pienamente tanto I semtdottlpelllici, 
qnaiito la- grande moltitudine, e la dlehtarialoiie di Qoileiie é% 
fare «so del reco^ the gli eceortsma' la eesUMsiMke, cofiira ogD'^ 
parziale procedimento a scapilo di Gasare t«M in filiate 



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MOIITB DI dUftSO. màUk lÌLK GLI AUTOCRATI. jAft^ 

ìftf baiarlo e tuxnl Cesare nòn esitò a diohiararsi dispoflio A ii^ 
dettare la proposta di Gnriime e di deporre la lnofoteMina ed 
U comando ff^aì qaal TOÌia li Senato lo rfcbiedesae, sempre che 
Pompeo bcease altrettanto; egH era sicuro del titto ano, giacché 
Pompeo sena) il ano comando italo4spanico non era pift da te- 
mera!. Per lo ateaso motivo Invece Pompeo non poteva a meno di^ 
riOnfarvisi ; laaaa rìapo^ts,choGesare dovesse precederlo e ch^esso 
tosto segnlrebbe il dato esempio, non accontentava nessuno e 
tanto meno ch'egli non istabiiiva nemmeno mi termine perdere^ 
forma alla snà promessa. La decisione si léce attendere ancora 
dei mesi; Pompeo ed il partito di Catone, conoscendo il perioo*? 
loso spirito drila maggioranza del Senato, don vollero azzardare 
di mettere ai voti la proposta di Carìone. GlBsare profittò del* 
Testate per constatare lo stato pacifico nelle Provincie' da ivi 
conquistate, per tenere snlla Schelda una grande rivista delle 
sue truppe e per fàre un giro trionfale nella tuogotenenza del* 
ritalia superiore a lui intieramente devota; T autunno lo trovò 
in Raveuna, dnà al confini meridionaU della sua provincia. La 
votazione sulla proposta <1i Curione non potendosi piò lunga- 
mente dilazionare ebbe finalmente luogo e la sconfitta dei par» 
tito di Pompeo e di Catone fu pienamente constatata. Il Senato cesai, 
deliberò con 370 voti contro 20 , che i proconsoli delie Spagne pompeu 
« delle Gailie fossero da invitarsi a deporre al tempo stesso letietiiainaii 
loro cariche; e con immenso giubilo udirono i buoni cittadini 
iH Roma la censobnte notila della salutare astone di Curione. 
Pompeo ta dunque dal Senato Invitato a dimettersi come lo fu 
Cesare, e mentre questi rrn pronto ad eseguire il comando del 
Senato, Pompeo rifiutò addirittura di unironrìarvisi. fi console 
Cajo Marcello, presidente, t^ugino di Harco Marcello e come questi 
appartenente al pàrtito di iSatODe, tenne alla servile maggioranza 
un amaro sermone; ed era senza dubbio uno scandalo di essere 
in cotal guisa battuti nel proprio éamj^b e battuti mediante la 
falange dei codardi. Ma come pretendere alla vittoria sotto un 
generale, il quale, invece di dettare corti e ricìsi ì suoi ordinr 
ai senatori, andava ne* suoi vecchi anni un'altra volta da nn 
maestro di retorica, ónde con una riforbìta eloquènza gareggiare' 
col brillante e fresco talento di Curione? ' ' ' 

La coalizione sconfitta in Senato »ì trovava nella piti crudele Dic|ihiT«« 
«iiiuazìone. La frazione di Calotte si era aséiinta r incarico di ''Jf* • 
spingere le cose alla rottura e tìi trascinare séco li Senato , e fS^nz. 
veileva ora nel più spiacevole modo arenarsi il 5ud naviglio nei 
«lassi fàndi dtila nlasaata magtioriima. I taj^' della medesima 



•W ' • '^WBno QumTO^ CAWTaba bl - ■ - • 

(lovoUero Uiìire da Pompeo nelle coiifercnze i più amari rimpro- 
veri; egli parlò cop energia e con piena ragione dei pentoli 
delb pace oppareale e se non dipendeva che da lui di tagliare 
il nodo cou un pronto fatto , i suoi alleati sapevano benissimo 
ciressi *ion U) potevano aspettare e che dipendeva da cs^^ì di 
farla finita come avevano promesso di farlo. Avendo i propugna- 
tori della costituzione e del reggimento senatorio già prima d Va 
dichiarato come oz.iose fonnalilà i diritli cosiitu/.ionali della bur- 
giiesia e dei Iribuiii dei popolo (Y. p. 337), ora si videro ridoni 
alla necessità di trattare nello stesso modo le determinazioni ùol 
Senato stesso , e siccome il governo legillimo non Toleva saI- 
var?i di propria volontà, lo v< llei o salvare suo malgrado. Ciò 
non era nò nuovo nè accidentale; nell'isiossissimo modo, cuinc 
ora Catone ed i suoi seguaci , avevano nnrho Siila ( Voi. II. 
p. fili) e LucnHo (V. p. 62ì dovuto prendere sopra H ìi>ro ogni 
energica lisolnzione presa nel vero interesse tlel governo; la 
macchina della costituzione era inlieramenie logora e come d i 
secoli i comizj erano ridotli allo aero, cosi ora anche il Sonalo 
altro non era che un edifìcio che andava sfasciandosi. — Si 

ISO sparse la notizia (ottobre 704), che Cesare a\esse fatto venire 
(|ualtro legioni dalla Gallia Transalpina nella Cisalpina, e che le 
avesse fatte accampare presso Piacenza. Sebbene questa trasloca- 
lione di truppe fosse in sé uni delle attribuzioni del luogote- 
nente, sebbene Curione si sforaasse in Senato di far toccare con 
mano la completa falsità della notizia e il Senato rigettasse a 
pluralità di voti la proposta del console Cajo Marcello di dare 
a Po^npeo Tordine di marciare contro Cesare, il suddetto, con- 
sole si recò ciò non per tanto in compagnia dei due consoli 

49 eletti pel 705 e appartenenti al parlilo di Catone presso Pompeo 
e Quei Ire uomini eccitarono in forza della propria auloriù il 
generale di mettersi- a^la testa delle due legioni accampate presso 
Capua e di chiamare a $ao giudizio sotto le armi la milizia iui- 
lic^..l>if&cUaenlf po levasi immaginare una dittatura più irro- 
gelare per. imprendere U- guerra civile; ma non v'era più tempo 
di badare a si%jUe cesf a4C0fi4aiìe: Pompeo accollò, l'iucarico. 
Si diede tosto mano ai..|HPfi|!|Bf alivi di guerra, si cominciarono la 
leve ; affìne di sollecitare personal naente jiiiMOlo ùOi^mvi^?i^&> 

•10 iNkrtì liei 4ipc;^i« 70i dalla cfpitale^ 
vuìinatum Cesare aveva paggiaiito intieramente il «io e<)flpe, quello di 
oire lasciare a' suoi awecsarj rini^livai^^lls^ gu^ra civile. Tenen- 
do» sulla vi« 4el .dirUio, Cesare a.vm eÌ)jiMigl4o:P9»peo a di- 
chiara la 0iieiTa.^ à 4iclil4farU 4iene miUKf^mW^.-^ 



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MORTB BIXiCiaSS9t MMI-H^ OflC'JniTOCRATI. 

«MVle ThraMR0iiaria >e iai|ii»rjnlei col lenran soHa' i^aitiioiatdta 
ilei Smnaò. Onestò «ni cia ofl(8iic(nMila#oeb,6QM)eiiii risiMjto 
Mie mmb mn potesse M^liitàmttilo -UkideDii-tonaie aoa iìIHp- 
4oìr, che ìa fueatta gnerre si tnlCaBse di • tatCaltro ohe di ib^ 
«oli ^Qiitloqi di diiiitiOi Ofa eiia ta. gaénra «ni. dkhiaiaUi ìjQ> 
<p0mvj Osare di renire alte snaiii al più presto possii>ièe. 
€li amaneali degK arvarsarj erano appena ^eoaiofiiatli e persno 
-la eapitalo eia 'Sfianiilia.: I« dieci ^o dedki fiordi ^vi si. fotefa 
eduoare «d esefctto lre volte più numerosD' Mie Ih^ppe di Ce- 
•sars atamiajte neirAlta HaUa; ma Qnoon.noK.eraii&poaslttllà di 
eorprcailere Boaa indifesii e fofse d^tqkpadréDifsi tuttv Ita- 
Ila con' una pretta eampagné Isfeniale eotaii^ a^i afmrsaij 
•le migliori toro tergenti óutSliarie prima. .aBoora eb^esat te ne 
potessero utilmente senrire. Il saggio ed energico- Cuilooe, il 
i]nale, deposta la sua carica di tribuno (IO dicembre 70i), ii ao 
era recalo immanUneote presso Cesane a Ravenna, infermò il 
:suo patrono del reno «tato delle cose e non ebbe i)i$ogno di 
tanto per persuadere Cesare, ctie un più lungo tentennare non 
poteva che riuscire pernicioso. Ila non volendo prestare occasione 
di lagnanze a* suoi avversar], Cesare non aveva fino allora fatto 
yenìre in Ravenna stessa nessuna truppa e non poteva quindi 
per allora fare altro che dare T ordine a tutti i corpi di mot- 
tersi in marcia in tutta fretta e altendore in Ravenna almeno 
V arrivo della legione più vicina. In questo frattempo egli spedi 
«n Mììiaiiun a Roma, che, so non profittò, compromise colla 
sua comlìscendeuza ancora maggioimente i suoi avì'ersarj nella 
pubblica opinioni! e forse li ilecise, avendo egli Paria ili tempo- 
treggiare, a ordinare ron ma [^^^iore calma gli :irniamcnti contr'esso. 
In codesto uUimatìiin Cesare non insistetle su Lulle le coiulizion* 
l^ià falle a Pompeo e si dichiarò pronto tanto a deporre pel ter- 
mine fis^to dal Senato ia carica di iuogolenenlo della liallia 
Transalpina, quanto a sciogliere otto delle dieci It 2;ioni a lui 
speUanli, si <liLliiarò ez,iaiidio contento, se il Sonato git lasciava 
la luogotenenza della Gollia Cisalpina e dcirilliria con una le- 
gione, ed anche delia sola Gallia Cisalpina con due legioni, non 
già $ino air insediamento nel consolato, ma ^ino alla line delle 
eleiioiii pei 701). Egli si limilo i|uìikìì a quelle proposte conci- 48 
native, che da bei principio delle trattative ii pai ti lo del Sonato 
e Pompeo stesso avevano dichiarato di accettare, e si disse pronto 
a vivere da pi ivate dal momento dell'elezione al consolalo sino 
air installazione. Non si può però dire con certezza, se .Ce$ai:9 



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342 LIBRO QUITfTO, CAPITOLO IX. 

facesse queste sorprendenti concessioni con tuUa serietà een^ 
desse di poterla vincere con Pompeo con coleste esibizioni, 
oppure se egli calcolasse, ebe dairallro lato le cose fossero 
mal tanto inoltrate da trovare in qaeste propone qualche oon 
oltre la prova, che Cesare stesso considerava la sna causa come 
perduta. Pare verosimile, che Cesare cosmieltette piiUosto ^<^ 
mure di essere an glaocatore troppo tenerarìo , che non quellt 
peggiore di promettere eiò eh' ^li non aref à riatenzioBe di 
nanltncrc, e che, se le sne proposte lessero per mintcolo stat» 
accettate, egli avrebbe mantenuta la tua parola. Garione aiwM 
un'altra volta rinearieo di rappresentare il suo patrono aèl- 
I iiitiiu Fantro del leone. Esso percorse in tre giorni la via da Bdvetiiya 
rimilio 3 Homa. Quando i nuovi consoli Lucio Lentolo'e Caio Marceli» 
Sfilato (*) coDTooamo il Senato ia prima volta il 1.' gen* 

^ '^9 **' najo 705, egli consegnò in pieno consiglio la memom diretta 
dal generale al Senato. I ^ibnnidel popolo, Marc' Antonio — cs- 
Bosdìtto nella cnmiea scandalosa quale InlhnoaaieodiCinoae 
• compagno di tatto te sue pazzie , ma al tempo stesso twite 
nelle ynarre egiite e galliclia qoal Itrillante nficiaio di caTalte- 
ria — ' e Quinto Cassio^ già questore di Pompeo , i quali ora al 
posto di Canone promoTcnrano in Roma to cose di Geain^stil' 
ledtaroBO Pimmediata lettura delia memoria. Le p^ole serie e 
chiare, collo quali Cesare esponevi contatta la irresistibile forza 
della Terìtà la minacciante guerra citite» il desiderio uniTemle 
della pace, V albagia di Pompeo^ la propria pieghetolena, le pro- 
poeto di comsUìasicme si moderato da sorpròndere gltslMBSMi 
aderenti, la Hcisa dIciiianiioQe cb'egli Intondofa di porgere così 
Pnltima volta la mano pel mantenimento dolte pace, fecsm li 
pià profonda impressione. Malgrado il timore che Incatsranot 
soldati di Pompeo alllnenli nella capitole te spìrito Mia auf^ 
gioranta non era dnWoj non conteniva permellere eiis nv^ 
nondasae. I consoli, i qaali come presidenti lo potemotai^n 
rifiatarono di mettere ai voti la rinnovato proposta di Cmn, 
che fosse inginato nelto stosso lampo a tatti doo i loogoleoeiiiiili 
deporre le loro cariche di comandanti» e tetto le altre propali 
dlTlcondliadone contenute néltosoa memoria, Aonchè la prepaili ; 
di Marco Celio Rote e Maroo GaHdto d'invia&e immediatsMii | 
Pompeo in Ispagna. £ non poto esam masai al voti nemmsoo la 
proposto di Maórco Marselte, che era nao del pift promnciaii 

V) (*) <^isttn3:umi dal consolo oniniiitio dell'anno 704; questi era «tt , 
cugino, il console del 705 era un fialclio di Marco Marcello console ddTtf' j 
SI noTtt. 



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MOUTB Df GRASSO. SCISMA TtlÀ GLI AUTOCRATI. 343 

parti tanti di Catone, il quale soltanto non era sì cieco come il 
suo partilo sullo stato militare delle cose, di sospemlere cioè la 
conclusione sino che la milizia italica non foss(3 sotto le armi e 
potesse protoggere il Senato. Pompeo fece dichiarare col mezzo 
del suo solilo organo Quinto Scipione,ciregli ora o giammai era 
risoluto di assumere la causa del Senato e che se ne laverebl)e 
le mani quando s'indugiasse più a lungo, il console Lentulo di- 
chiarò apertamente, che ormai non si inltavn più della deci- 
siime del Senato, ma che, quando il medesimo perseverasse nella 
ssa servilità, egli d'accordo co' suoi amici avrebbe fatto di prò* 
pria aatorità quanto occorreva. Ridotti cosi ap^li estremi, la ma^^- 
fiorassa ordinò quanto le venne imposto: che Cesare rimettesse 
entro uo breve termine la carica di luogotenente della nallia 
Transalpina a Lucio Domizio Enoharbo , quella di luogotenente 
■della GalUa Cisalpina a Marco Servilio Noniano e congedasse 
i^esercito; che diversamente egli sarebbe considerato come reo 
dì lesa maestà. Essendosi i tribuni dei partito di Cesare servili 
del loro Mi0 oentro questa risoltzione, essi furono non solo 
almeio come essi sostennero — minacciati dai soldati di Pom- 
peo coi loro bnndi nello stesso Senato e per mettere in salvo 
la vita furono costretti ad uscire dalla ciità travestiti da schiavi, 
ma il Senato sotto rimprassione del terrore ccmsìderò il loro 
allo costituzionale come un tentativo di rivoluzione, dichiarò la 
patria in pericolo e ebiamò nelle forme di pratica tutti i citta- 
iliai sotto le armi ponendo alla testa degli armati tatti gli ini* 
piegati fedeli alla casliUisiooe (7 gennajo 705). 4» 

Ora la misara era ooltta* Informato dai tribuni rifog^aUsi Gosan 
Dai avo campo» onde essere protetti « deiraccoglieosa ohe ave- (1^3. 
vaao KTOto nella capitale le sue proposte» Cesare raccolse in- 
forno a sé i addati della tredicesima legione arrivati allor al- 
lora in Rafenaa daMoro alloggiamenti presso Tw§$il0 (Trieste) 
e fece loro conoscere lo stato delle cose. Non era soltanto il go* 
fiiaie eoaoicitore del cuora vanno ed il Iminatore delle meati, 
lo eoi brillanti parole in questo solenne momento dèi sno pro- 
prio e del destino dal mondo si elevavano splendide e grandi, 
non soltanto il generoso comandante generale ed il vittorioso 
capitano che parlava a soldatit i quali erano slati da Ini stesso 
ciiiamati sotto lo armi e da otto anni arevano con sempre mag- 
giore antnsiasmo segoito le sne insegne: era anzitatiorenergico 
e consegaanto uomo di Stato, il quale da ventotto anni avara 
si nella buona come netTarvaraa fortuna propugnata la causa 
delia libertà, il quale per la libertà arerà alikuntato i pugnali 



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Sii • hifm mm^ m^mMi*. r 

degli assassini e i carnefici deiraristocrazia, i brandi dei Ger- 
mafu e i fluUi dello sconosciuto Oceano senza indietreggiare e 
senza vacillare, aveva laceraui la cuslituzione di Siila, rovesciato 
il reggiinciUo del Senato, aveva difesa e arnuia T inerme demo- 
crazia nella lolla combattuta olire l'Alpi; ed esso non parlava 
ai pubijlico clodiano, il cui entusiasmo era slato da moUu U'uipo 
ridotto in ceneri e scorie, ma sibbene a giovani delle città e dei 
villaggi dell'Alta Italia, che sentivano vivameole il possente ia- 
s( iiio della cittadina libertà» capaci ancora di pugnare e di mo- 
rire per un'idea, i quali pel loro paese avevano col mezw delb 
rivoluzione ollenulo il diritto di ciltadinanz-j loro negalo dal 
jrovemo, i quali colla caduta di Cesare sareblji^ro ancora stnii 
abbandonati alla scure ed alle verghe, ed essi avevano manitesie 
prove (V. p. 335) quale inesorabile uso pensasse di farne l'oli- 
gurchia contro i Transpadani. Dinanzi ad un siiTalto uditorio un 
tanto oratore iìhsc lo stato delle cose in chiaro facendo sentire 
la riconoscenza, che la nobiltà serbava al generale ed ali esercito 
per la conquista delle Gallio, la disprezzanie soppressione dei 
comizii, il terroiismo a cui ei\ì sii[r^rt.((o jj Senato, il «acro do- 
vere di difendere colie armi il tribunato del popolo osi orto dai 
padri alla nobiltà cinque secoli addietro colla forza delle armi, 
di mantenere i antico giaramenlo che i padri nvevaDo fa ito pei 
sé e pei nipoti dei loro nipoti di difendere sino alla morte i 
tribuni della repubblica (Voi. I. P. l p. 885). — E quando Ce- 
sare, capo e duce del partito del popolo, dopo d\ivere esaurito 
ogni tentativo dì conciliazione, dopo che la sua piegiievolezza 
era giunta al colmo, si volse ai «oldali del popolo ittvitaniloli di 
seguirlo neirultima, inevitabile, decisiva lotta contro la non meTio 
odiata che disprezzata, non meno perrida che incita e incorreg- 
gibile nobiltà, non un ullìciale, non un niUito si ritrasse. Fu quindi 
ordinata la marcia; alla testa del suo antiguardo passo Cesare 

10 stretto ruscello (Rubicone;, che separava la sua provinrìa dr\W 
ritalia e oltre il quale la costituzione teneva al bando il pro- 
console delle Gallie. Riponendo dopo un'assenza di nove anni 

11 piede sol patrio suolo, Cesare fece altresì il pómo pastQ 
4aUa Tìa <l6lla rivoiiuiofte. t il dad^ era gallato.». 




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CAPITOLO X. 



BRINDISI, LERIDA, PARSAGLU, TAPSO. 



» .« i tiut) »igaou, Clio {.iiiu Aiiovd avevano lioinitiato in comune ^'^w 
a Roma, dovevano dunque decidere le anni per sapere qaato dei conten- 
dae ne dovesse o^sere il primo ed assolato padrone. Vediamo ora 
quale fosse h pro[)or2ioiie dalle fono per ia somstante gnem 

tra Cesjre e Pom[ìeo. 

ì/à foTv.a (li Cesare era anzitutto riposta ne! potere assoluta- ^oiera 
mente illimitnto, di cui egli go leva nel suo partito. Se nel mode* *"'^|**'*'" 
.«imo si confondevano ìe iJce i iella democrazia e della mollar» .Sf**"* 
chia, ciA non era la conseguenza di una coalizione contratta ae- portlS!! 
cidentiilmenle e che nccii leu talmente potesse sciogUmi; ma 
nella essenza della denirM inzia senza costitazione rappresenta- 
tiva , che la democHìzia e la monarchia trovassero al tempo 
stesso in Cesare U più alla ed ultima loro espressione. Tanto 
negli altari politici quanto nei militari decideva Cesare assola- 
tamente ia prima ed ultima istanza Per quanto egli tenesse in 
onore ogni utile strumento, questo i»eru nitro non era che uno 
strumento; Cesare non ;ivevn compagni nel suo partito; gli fa- 
cevano corona soltanto aiutanti politico-militari, raggranellati d'or- 
dinario nelle file dell' esercito e abituati soldatescamente a non 
chiedere giamiaai il perché e lo ecopo di tale o lai altra ope- 



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346 LlBftO aVmTO, CAFITOLO IL 

razione, ma a prestare cieca ubbidienza. E questo fu il moiivo 
per cui, quando cominciò la guerra civile, di tuui i soldati e di 
tulli gli ufficiali di Cesare non vi fu che uno solo, il quale si 
rifiutò di ubbidire e questi fu appunto il migliore di tutti, lo che 
prova la verità di quanto abbiamo detto intorno ai rjji porli fra 
Labivno. Cesare ed i suoi partigiani. Tito Labieno aveva divij^o con Cesare 
latte le tribolazioni della triste epoca ealilinana (V. p. 154 i e 
tutto lo splendore delia vittoriosa carriera gallica, aveva d'ordi- 
nario comandato in primo e sovente si era trovato sotto a' suoi 
ordini la metà dell' esercito; egli era indubiiatamente il più an- 
ziano, il più formidabile e il più fedele degli ajutanii di Cesare ed 

90 anche il più alto locato e il più onorato. Ancora nelPaono 7ui 
gli aveva Cesare deman l.ito il supremo comando nella Gallia Ci- 
salpina, sia per porre in rn mi sicure questo posto di fiducia, 
sia pfip promovere al temiuj stesso Labienu nella sua candidatura 
pel consolato. Ha oppunto in quest'incontro Labieno si mise in 
relazione col partito avverso, si recò al princìpio dell»^ osti li là 

49 nelPanno 70o nel quartier generale di Pompeo invece di recarsi 
in quello di Cesare e combattè durante tuttala guerra civile con 
una irritazione senza esempio contro il suo antico amico e ge- 
nerale. Noi non siamo abbastanza informali né del carattere di 
Labieno, nò rìelle circostanze che lo decisero a mutare bandiera; 
ma questa apostasia non è in realtà che una nuova prova, che 
il supremo duce può fare maggiore assegnamento sui suoi capi- 
tani che sui suoi marescialli. Labieno era secondo tulle le ap-" 
parenze una di quello naturo, io qiiali ai talenti militari asso 
ciano la più crassa ignoranza politica, e le quali, quando sgra- 
ziatamente vogliono 0 devono trattare la politica , si espongono 
a quegli insani accessi vertiginosi, onde la storia dei maresciaiU 
di Napoleone registra parecchi esempj tragi-comici. Efrli si sarà 
creduto in diritto di figurare come secondo comandante della 
democrazia a canto a Cesare, e non essemlo questa sua preten- 
sione slata riconosciuta, si sarà deciso di recarsi nel campo iie- 
intco. In questa circostanza sì conobbe per la prima volta tutta 
rìmportanKa del danno, che derivava dalla maniera, con cui Ce- 
sare 8l afinrifa ^e* suoi ufficiali come semplici ajutanti, non edu- 
•caodone nel suo campo alcuno capace ad assumere uno speciale 
comando, mentre egli per la eventuale estensione della guerra in 
toUe le Provincie del grande Slato abbisognava urgentemente 
a|>puBto di uomini di tal fatta. Ma qvesto svantaggio era però 
'abboadantemeDio iHlanciaio dalla prima e |iià necatsaria aaadì- 
.xloii# di ogni sncceisp, dall' unità M coMndai 



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BRINDISI. ' 3i7 

L'unità (li dilezione otteneva la sua piena forza dairabi- 
Jiià degli strumenti. Qui veniva in prima linea 1" esercito, che ce«in. 
contava ancora novo legioni di fanteria, ossia luif ai più 50,000 
nomini, ma tutti agguerrìli,6 che per due terzi avevano fatto 
tutte le campagne contro i Celti. La cavalleria componevasi di 
mercenari germaiiici e norici , la bravura e la fedeltà dei quali 
erano state sperimentate nella guerra contro Yercingetorice. La 
guerra combattuta con alterna lorluna durante otto anni contro 
la nazione celtica, la quale, benché sotto il rapporto militare in- 
feriore niritalica , era pur valorosa, aveva procacciato a Cesare 
r occasione di organizzare il suo esercito come egli solo era ca- 
pace di fare. Per IMdoneità dei soldato vuoisi anzitutto flsica robu- 
stezza: nelle leve ordinate da Cesare si guardava più alla forza 
ed alia destrezza delle leclute, che alla sostanza e ali ) moralità. 
ìXn IVrcellenza dell" esercito dipende anzitutto, come l' eccellenzui 
idi ogni buona marchinii, dalla facililà e dalla prcstez.za dei mo- 
vimenti; nella prontezza alP immediala partenza in qualsiasi 
tempo e n^^lla pre.Nlezza delle marcie pervennero i solfìali di Ce- 
sare ad una perfezione di rado raggiunta da altri, mai superala. 
Il coraggio prevaleva come era naturale sopra ogni altra cosa: 
Cesare possedeva in un grado eminente l arte di enritarc la gara 
soldatesca e lo spirito di eorpo, talché la di utilizi une accordata 
a tnigoli militi e à intiere divisioni sembrava persino ai tardivi 
ma necessaria gerarchia del valore. Egli abituò i suoi soldati a 
MQ avere paura, occultando ad essi non di rado, se lo si poteva 
lire sensa un grave pericolo, una imminente battaglia e lasciando 
che si trovassero air impensata in faccia al nemico. Ma non mi- 
nore del valore era V ubbidienza. Il soldato era avvezzato ad 
eseguire ciò che gli veniva ordinato senza chiederne il motivo e 
rintenzione; e non di rado gli si imponevano degli strapazzi 
grtlniti col semplice intento di abiliuirlo alla dil&eÀlearte della 
«teca ot^iaMa. La diaci^a «ra severa , ma non tarantola: 
ai awemva inesorabilmente qaando il soldato si trovava dioaim 
al aanieo; i» altre cirooatmize, e parHoolarmeata dopo la viUoria, 
non si giardava tanto per sottile, e se allora ad an bravo soldalo 
veniva in mente dì proCamarai o di oroarai eoa armi eleganti o 
con altri oggetti di lusso, e persino se conunelteTa qualche bru* 
lalkà 0 qnalcbe azione infiaatifloabile, pureli^ non ledesse i 
raiporli militari, si passava fla|m le pazzie e sopra i delitti, od 
ai xvolisii 4ei pronunciali il generale faceva il sordo. Gii ammo- 
■tlMUBWili. per contro non erano mai perdonati né ai «otoii nA 
al oorpo '•(iMO» Ha 4 Tifo «oMf lo in jneiale oon-.^eyo, mtm 



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"S^ft LIBRO QUIKTO, CAPITOLO X. 

sollafité ^il^rdo, vàloroso «d iibbidient«^ e^' d^^eUéilD'iii* 
che di buona veglia e di propria volontà; sélMUi allémtani 
gènio é ooBcesso^ di' eooitafre coli' iMipid e colia ipersM » 
ariBitnfto colia eosofieoza di eiiere. «tilmenia aOoparate b tei'- 
vire con piacere la mnccbiné anhoata eh* esse reggoao. Stf 
esigere da* sooi soldati prova di valore 1* anelalo dete «tponi 
l'Rsime con essi al pericolo , Cesare ha avut^ ooGashUM anche 
coniQ generale di trarre la spada dalla piaina e di servìrsena 
come qaahinqoe de* suoi soldati; quanto ali* attività edagli Ktni^ 
"pani egli era poi ^ gran lunga ai medesimi superiore. Cesare 
provvedeva aninché la vìuorla, che prima iP ogni altro rkioiKla 
9eii2a debbio in vantaggio del (renerale^si estendé;?^ afadlie^'all^ 
speranze del soldato. Abbiamo già ossenRato(V. p. i^]come ^ 
sapesae enluaiasiMire i aoldati per la causa della democrazia > 
per quanto H lampo fattosi prosairo permetteva ancora remti- 
sia!«mo, e cdnn uno degli MOpi della guerra fosse IVgaafUanea 
politica della provincin TranspadanOf patria della maggior parie 
de^sQoi aoldati, coll*ltalia propriamente detta. Già s*intende,cbe 
non v^era mancanza di ricompense maleriali, tanto particolari 
per azioni segnalate, quanto generali per ogni valoroso soldato: 
e non occorre di dire, che gli oftlrinli ricevevano delle dotazioni, 
i soldati dei regali, e che pel trionfo erano deatinati i doni pii^ 
sontnòal e più splendidi. Ma Cesare, da generale speriueAtato, 
conosceva anzitutto Parte &i destare il sentimento della eoiive- 
niente applicazione in ogni singola parte della possente macchina 
L* uomo comune è destinalo a servire e non si rifiata ad essere 
strumento quando sa che lo guida nn maestro. In ogni luogo e 
sempre teneva il generale il penetrante suo sguardo fisso m tatto 
feserctto, premiando e ponendo con giustizia imparziale e addi- 
tando airattività di ciascuno le vie pel benessere di tutti, cosi 
che non faceva sperimenti né si prendeva giuoco delle fatiche e 
del sangue anche dell* infimo mortale, ma, «^(icorrendo, egli per 
Contro esigeva illimitata rassegnazione sino alla morte. Senza 
rendere ostensibile tutto il sno macchinismo, Cesare lasciava perd 
indovinare abbastanza la connessione politica e militare delle 
cose, onde esseri apprezzato dal soldato come uomo di Stato é 
come generale e divenirne come Pideale.E^ii trattava t soldati non 
come snoi pari, ma come Uomini che avevano diritto di sapere la 
verità ed erano capaci di sopportarla, e che avevano a pi^Star fedo 
at!f» promesso » allf^ assicurazioni del generale senza supporre 
ingannì o rroder*"" l'ie dfrpH»"*; remo vorclil camerata in pace ^ 
li t{«erffa, fr* l-qnaéc m -v^ ei» lao Ht^eglt' io»iMpMin ' elii»> 



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mare per nome c col quale nan si fosse trovato p^(04aal9 .caia*' 
pagne più o Dieno in qaalche rapporto personale;. Mjqse Iioobì 

compagni, coi quali egli in tutta conQdenza chiaccberava e con- 
versava con quelU lulia sua serena facilità; come clienti, dei quali 
aveva il santo dovere di rimunerare i servigi, di vefidicare i sof- 
ferti torti e hi morte. Non vi é forse mai stato un esereiiOyChe 
foésc èi compiutamente ciò die dev^ essere un esercito: una nac*. 
china capace di raggiungere i suoi scopi, colla ^rolontÀ di rag* 
giungerli, posta nelle mani d' un maestro, il quale le comanica 
h propria elasticità. I soldati di Cesare erano e si seaUvanoca* 
paci di lottare contro una forza decupla; e qui noteremo, che, 
facendo la tanica romana assegnamento particolarmente sulU mi* 
scliia 0 ^ui combattimento col brando, il soldato provetto romaJlo 
era di ^'raii lunga superiore al novizio di quello che sia al giorno 
d' oggi nelle nostre condizioni il veterano alla recluta ('). Ma gii 
vfM-sarj vedevansi umiliati piii ancora per la costante e coni* 
movente fedeltà, colla quale i soldati di Cesare tenevano al loro 
generale, che non pel loro maggior valore. È uh fatto senza 
esempio nella storia, che, come abbiamo già osservato , allora 
(juando Cesare disse a' suoi soldati di seguirlo nella guerra ci- 
vile, nessuno, se si eccettua Labieno, vi si rifiutò. Le speranze 
degli avversar] su una numerosa diserzione an Uirono fallite ap- 
punto si vergognosamente come era andato fallilo il tentativo 
fatto per mettere lo scompiglio tanto nel suo esercito quanto in 
quello di Lucullo (V. p. 336); e perfino Labieno giunse nel 
campo di Pompeo seco traendo bensi una schiera di cavalieri 
celli e germani, ma non un solo legionario. I soldati capitanati 
da Osare poi, come se avessero voluto mostrare, ch'essi prende- 
vano a codesta lotta tanto inleres^^e quanto ne prendeva il loro 
l^en* I li*', si accordarono nel rinunciare sino a {guerra finita ni 
sul lo che Cesare aveva promesso di raddoppiare tìal raomenio 
diikiif .4UComi«ei^,^tiUià| fi di soocorrero ioUnto i bisognosi 

• 4 

% _ • 

• * 

^ (') Lo centurione della deciiiu legione di Cesare fatto prigioniero disse al 
sipfemo duee nemtoo, ehe eoo dieei dcr sooi egK aOMoiebbe te pia ttlenle 
coorte (30O nomini ) neinfoa i beli. Afrìe. M). — NàpOlton» diceva « ebe Mi 
modo di combattere dej»» antiflù te balUglie si rlducevano a tasti duelli; 
ivSU» tebbfft d' ua golpato iìe' nostri tempi sarebbe miiiaiUeria ciò ch'ove una 
veritÀ su quelle di quel centurione ». — Quale fosse lo spinto luiiiiari-, che 
aaimava l' caercito di Cesare, lo provano I Aoeniii^ll amietil alle me me* 
morie e consistenti in un* feltxione safla guerra aMeitia, actMtE QMlche 
|nre,da tm ufficiale di rango subordtnnto, e qnr^la sulla seetnla mewa tpa^ 



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3ÌM) titillo QUIETO, CAPITOLO X. 

loro commìliloni col danaro raccolto e messo insieme dài più 
facoltosi; oltre di che ogni basso ufficiale armò e assoldò a pro- 
prie spese un cavaliere. • • « - > .w .. 

Kuizc Cesare aveva dunque quanto gli abbisognava: forta illimitata 
(:<-sare. politica e militare ed un esercito fidato e pronto ad entrare in 
campagna; ma il suo potere era però ridotto ad una estensio- 
Alla ii iiin. ne di paese relativamente assai limitala. Essa restringevasi es- 
spnzialmente alla provincia deir Alta Italia. Questa provincia era 
non solo la più popolata fra tutte le provlncie italiche , ma an- 
che alTezionaU alla causa della democrazia che era causa pro- 
pria. Dello spirito, che vi dominava , abbiamo una prova nella 
condotta tenuta da un distaccamento di reclute di Opitergio 
(Oderzo nella Marca Trevigiana), le quali non mollo dopo scop- 
piala la guerra nelle acque illiriche, bloccate su una meschina 
zattera dalle navi da guerra nemiche, si lasciarono dardeggiare 
tutta la giornata sino al tramonto del sole senza arrendersi, dan- 
<losi spontaneamente la morte nella seguente notte quelle, che 
non erano slate colpite dai dardi nemici. Da ciò si comprenderà 
quale assegnamento Cesare poteva fare su una simile popolazio- 
ne. Nel modo che la medesima già gli aveva somministrato i 
mezzi, onde abbondantemente raddoppiare il primitivo suo eser- 
cito, cosi numerose accorsero le reclute anche dopo lo scop- 
pio della guerra civile in seguito alle ordinate numerose leve. 
Mnii;» Neir Italia propriamente delta per contro V influenza di Cesare 
non era di gran lunga da paragonarsi con quella degli awer- 
snrj. Sebbene egli avesse saputo mettere con destrezza dalla porle 
del torto il partilo di Catone, e avesse persuaso sufficientemente 
del suo buon diritto tutti coloro che desideravano un pretesto, 
onde con buona coscienza rimanere neutrali , come la maggio- 
ninza del Senato, od abbracciare il suo partito, come i suoi 
soldati ed i Transpadani, la massa dei cittadini , come era na- 
lurale, non si lasciò però trarre in inganno, e, quando il luo- 
jjolenenle delle Gallie, calpestando ogni formalità, fece marciare 
le sue legioni verso Roma, scorse in Catone ed in Pompeo i di- 
ronsori della legìttima repubblica, in Cesare T usurpatore demo-. . 
nalico. Generalmente attendevasi poi dal nipote di Mario, dal, 
genero di Cinna, dal socio di Catìlina la ripetizione degli orrorii 
commessi da Mario e da Cinna, la realizzazione dei saturnali- 
deir anarchia progettati da Calilina; e .sebbene Cesare pure gua-^ 
dagnasse così degli alleati, sebbene i fuggiaschi politici accor-'; 
resinerò in massa ad ingrossare le sue file, sebbene i disperali 
vedessero in lui il loro salvatore, e le infime classi della plebe. 



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MlMMil. m 

capitale e delle eitià pnwinelalt in Minito alk aoliiiadd 
800 avticliiaivi ti agllanero » tstla qoef la gente amica era però 
plà perìcolo» dei nemici. E ancom meno ehe in Italia ateva i-e 
CteBtfe infiieiMi nelle profincie e negli StaU irassallt UGalliai''^^*"'"'' 
Transalpina sino al teie ed al ««naie della Manica nbbtdifa a 
dir vero a*saol ordini^ ed i coloni di Narbona ed i cittadini ro» 
mani Iti staUlili gif erano aiffnienati, ma nella pnrrincta narbone^ 
sesteaaa contam molU aderenti anche il partito della coslilnzìode« 
e le previttcìe recentemente oonqalstate erano per Cesare nel- 
r imminente gnem dvile molto pi A nn pece che un Tantaggio; 
coèi ctaè per beone ngieni egli nelia medesima non fece alcnn 
nso della teleria e ben scaree della cayalleria celtioa. Nelle al- 
tre proiincie e nei ^cIbI Stati semi, e intieramente Indipendenti 
avefa Cesare bensì tentalo di trovare appoggio, aveva fatto degli 
splendidi doni ai prìncipi, aveva tetto costmire magnifici ediflq 
in pareecbìe città e airoccaslone aveva dato loro ajuti pecnniarj 
e mìtilari ; ma al postntto non ne era natnralmente risultato un 
gtnn Vantaggio e le relazioni coi prìncipi germaniel e celti delle 
pronrìneiefenane e danubiane, particolarmente col re nerico Tosto, 
importante pMrarra^lamento della oavalleffa , erano le nnkhe 
di slmil genere cbe potessero avere per Ini nna qnalcbe impor* 
lama. 

Mentre Cesiare scendeva in campo eoltanto quale comandante u 
delie Gallle sena altri meaai esaenilall fnoichd bnoni 
tanti» nn esendio fedele ed nna provincia afUmionata, Pompeo 
alP.lncotttfo vi scendeva qnal capo deità repnbfaHca romana e 
eoa tette le risorse , di ent disponeva il governo legitliiM del 
grande Stato remano. Se però la sna posizione poKUcà e mili- 
tare eia molto pift ragguardevole , essa era anche molle mene 
elilsMi e solida. L'nnità nel comando superiore, che di sua na- 
tola e- necessariamente risultaTa dalla posizione di Cesare, era 
eoBlraria alla natura della coalizione ; e sebbene Pompeo, troppo 
soldato per non riconoscerne T indispensabilità, cercasse (Pira- 
porla alla coalizione facendosi nominare dal Senato solo e asso- 
luto comandante supremo delie forze di terra e di mare, il Se- 
nato non poteva però essere trasamìnto e non gli si poteva to- 
gliere una preponderante influenza sulla suprema direziuiie po- 
litica ed una eventuale, e perciò doppiamente perniciosa, inge- 
renza nella suprema direzione militare. La ricordanza delia ven- 
tonne accanita lotta tra Pompeo ed il partito della costituzione, 
la convinzione da ambedue le parli vivamente sentita e mal 
celata, che la prima coos^ueiiza della riportata viiiona i>areb«' 



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LIBUO QUINTO, C.VPJTOLO X. 

he là rollura fra i vìDcitori, il disprezzo cht le duè parli pet 
itùp^o buone ragioni reciprocamente si trìbttlatano , V in»- 
nodo nimero di uomini distinti ed indueiiti nelle file deir ari- 
stocrazia e r ìDteUetluale o morale inferiorità di proMOohò tolti 
gli interesiati , {Hisdacevano in generale presM fli avverivi iH 
Cesare un ripugnante concorso di ctrtoMiOze, che forma il 
più bruito contrasto eoi procedere concorde e risoluto deiraltra 
delia — ^^^^^^ avverealj di Cesare furono in modo straord»' 

• oaiizione. nario aentitt latti gli svantaggi Mia eoaiìzione di poterne tta 
loro Domiebe , era tuttavia anche qoesta coalitMHie una pnlimii 
assai ragguardevole. Essa doltóiiata eacl«M?tmeiile il mmi Ititi 
ì porti, latte le navi da guerra» tetto H veieriala letale erano 
in seo potere. Le due Spagnoi il patrimonio per ooai dire 4i 
Pompeo , come le due Gallio erano quello di Cesare, si neiM' 
nevano fedeli al loro signore ed erano affidate ad amminisintort 
valenti e fidati. E cosi pare nelle altre proYlnoie,ad eccetieeei»hen 
inteso^ delle dne Qallie, ì poeti di laogotenentl e di comandanti 
erano alati assegnati durante gii nltimi anni a nomim èabbene 
sotto rinflnenaa di Pompeo e detta minorania del Senato^ <Mt 
Stati dienti presero depperlntlo e con grande risolniezie portile 
contro Cesare e in favore di Pompeo» i principi e le eliti di 
maggiore importanza si trovavano nei più intimi rapporU est 
Pompeo In graaia delle tante cerìdie da esao coperte ^egUisi 
stato compageo d*armi dei re detta Mauritania nella gnerra ce»' 
tro i Mariani ed ama rìsttmrato U regno del re nonida (Tot. H 
pw 807); cosi nella gierra mitradatka» dopo d'averiielaiMltiatm 
gran anero di principatt seeerdmeli é temporali, avevn risinèiiilì 
i regni del Bosforo, dett* Armenia e della Cappadocia, e ereelo li 
regno gelate di DclioUffo (V. pp. IM. iÈè); end fn per sao in- 
polso intrapresa la gnerra egtaia e col mem del ano aiutante 
fu nuovameofe staUliu la dgnoria dd Lagidi (T. p. IM). Per^ 
dno la dttA di Massdia , netta provincia afidau a Cesare, an- 
dava bend dehitrioe andie a qnestidtpareediieeeneeaBionl,B» 
doveva a Pompeo^ dipendeniemente dalla gnerra aertoriana» aa 
raggaardoToiissInie allaiigamenlo dd eoe tenìiorto (V. p. Ktt)» 
oHreoh^ V oHgaidiia quivi dominante d trovava cella remana 
in una lega naturale assodala da mM diri rapporti evenlmali. 
QnesU rifaardi persoMli e quesle eondìzieiat, nendiè la tona 
del vindiore in tre parti del tnende, che in <|uesle lontane re- 
gioni del regno, aorpattaya di anUo quella dd eonqwstaleM 
dette Cdtte, nneomneL pei« foivf a Gesim fona Mam dw le 
uea ignoffise vista ed inteotieoi dett'ereie di Gajo Qraeso eolie 



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BRINDISI. ' jÌ5à 

uecessilù della fusione degli Stati vassalli e sui vantaggi che of- Giuba 
Irivano le colonizzazioni provinciali. Nessuno dei dinasti vassalli kq^MU. 
TedeTasi minacciato sì da vicino da codesto pericolo quanto Giuba 
re Mia Numidia. Egli non solo alcani anni addietro > vivendo 
aneora suo padre lempsale, era venuto con Cesare a gravi con- 
tese personali, ma quello stesso Cartone, che fra gli ajutantidi 
Cesare occupava ora forse il primo posto, aveva da ultimo Catto 
alla borghesia romana la proposta di confiscare il regno nu- 
«lidtco. Se le cose dovevano essere spinte al segno, che gli Stati 
vicini indipendenti dovessero prendere parte alla guerra civile 
romana, quello dei Parti era colla lega conclusa tra Pacoro e 
Bibulo (V. p. 384) già allealo col partilo aristocratico, mentre che 
Cesare si sentiva troppo Romano onde imbrattarsi per interessi 
di parie coi vincitóri del suo amico Crasso. — Quanto alPItalia, L'itaii.t 
ta grande matnsloranxa della borghesia, come abbiamo gi& detto, csm. 
era contraria a Cesare; anzitutto, come bea naturale, lo era Ta- 
rislocraaia colle raggnardevolissime sue adereoie, e non molto 
meno i grandi capitalisti, I qnalì nel caso di una completa ri* 
forma della repubblica non potevano sperare di conservare i 
loro panlall tribunali de^giuratlellloro monopolio delle spoglia* 
xioal. Non meno antidemocratico era lo spirito dei piccoli capi- 
talisti, dei proprietaij di beni rurali^ e in generale quello di 
tntie le classi della popolaaione che avevano qualche cosa a per- 
dere; solo che in queste classi il pensiero del termini pel paga* 
mento degr Interessi, quello delle seminagioni e delle messi pre^ 
valeva d* ordinario ad ogni altra consideraxione. — ^esercito, di L'esercii.} 
cui disponeva Pompeo^ si componeva particolarmente delle groppe pompeo. 
spagnuole ammontanti a sette legioni agguerrite e sotto ogni 
rapporto sicure^ alle quali agginngevanri le divisioni, benché de- 
boti e disperse^ della Siria, deir Asia, della Macedonia, deir Africa, 
della Sicilia e d^allri luoghi. In Italia trovavaifsi allora sotto le 
armi loltanto le due legioni cedute da Cesare, lo stato effettivo* 
delle quali non oltrepassava i 7000 uomini e la cui fo^eltà po« . 
levasi dire plà che dubbia, poiché, levata nella GalUa Cisal- 
pina e composte di antichi commilitoni di Cesare , esse erano 
assai malcontente dello sconvenevole intrigo, col quale si aveva 
latto loro cambiare 11 campo (V. p. 338) e ricordavano bramosa- 
mente il loro generale, che generosamente aveva fatto loro anti- 
cipare i doni promessi ad ogni soldato In occasione del suo 
trionfo. Ma astiaalone fotta dalla circostaua, che le truppe spa- 
gnuole potevano arrivare in Italia la piìauvifa o por la via di 
terra passando per la Gallia, o per mare, si poteva richiamare 

Slorfo nomami. VoL IH. tt 



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^ LIBRO QUISTO, Gi^rrOLO X. 

^.'i dal congedo i militi delle altre tre legioni della leva del 
.*a (V. p. 397) e cosi le reclute italiche assunte al servizio nel 702 
(V. p. 311). Comprese queste, il numero totale delle truppe, di 
cui Pompeo poteva disporre soltanto in Italia , senza contare le 
sette legioni in Ispagna e le divisioni sparse nelle altre provin- 
ole, saliva a dieci It gioni (*), circa G0,000 uomini, e non era quindi 
CdagtJaziuiie. .-^e Pompeo sosl^'nova, che non gli ot coi'reva che di 
battere i piedi in terra per vedere il suolo copriisi d'armali. 
Gli é ben-i vero, che vi voleva del tempo, ancorché non lungo, 
per addestrare e rendere queste truppe pronte a scendere in 
campo, ma lo relative disposizioni per istruirle e quelle per le 
nuove leve ordinate dal Senato in seguito dello scoppio della 
guerra civile erano già dappertutto in corso. Immediatamente 
v.> dopo il decisivo senatoconsulto (7 gennajo 70.')) , nel cuore del- 
r inverno, gli uomini più rispettabili dell" aristocrazia si erano 
recati nelle diverse Provincie, onde sollecitare la partenza delle 
reclute e la fabbricazione di armi. Era sensibilissima la iq^^panza 
di cavalleria, giacché si era obbligati di fare assoluto assegna- 
mento sulle Provincie e particolarmente sui contingenti cellici; 
tanto per incominciare furono presi e messi a cavallo trecento 
gladiatori dalle sale di scherma di Capua appartenenti a Cesare; 
ma ciò fu tanto biasimato che Pompeo sciolse questo corpo so- 
stituendovi trecento cavalieri scelti fra gli schiavi-pastQ(;i ^pa- 
gliesi. — Il tesoro dello Stalo era esausto come al solito; onde 
raccogliere V indispensabile numerario si cercò il modo di gio- 
varsi delle casse dei comuni e p^n^ffloifgi, tejqj^^ 
templi dei municipii. . ■ 

Cesare 1» queste condizioni fu cominciata la guerra ai primi di geu- 
j»rende(i9najo delf anno 705. Cesare non aveva olire una legione di truppe 
affenslva.jjj pumo d'entrare in campagna, 5000 fanti e 300 cavalion", ac- 
campata presso Ravenna sulla via maestra circa cin(iuanla leghe 
lungi da Roma ; Pompeo disponeva di due deboli legioni, 7u0u 
f-iuli ed una piccola schiera di cavalieri, accampate presso Lu- 
cerla egualmente sulla via maestra, presso a poco ad eguale di- 
sianza dalla capitale e capitanate da Appio Claudio. Le altre 
truppe di Cesare, non comprese le divisioni delle reclute che 
slavano ancora addestrandosi al mestiere delle armi, stanziavano 
metà sulla Saona e sulla Loira, V altra metà nel Belgio, mentre 
le riserve di PpmReq.g»* arnvav^o ^tufijgj^^i^tj^ftgllj 

(') Pompeo stesso (Caos. 6. c. 1 , 6) Addusse qvestt cttA e dò coVMn 
om notM»«li^6iBo HiMIt io Itelia oiffa.oo «dori • aiym looinl • m 
ne flonAiBSf la 4Mii mfiW {Qm. ft. & % IO). 

« « • 



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MUKDMt. SSS 
é^vàd. Boliii yrima eli9 potesse arrivare in Italia soltanto Pan- 
figiiardo'Mlo ichiero Misalpioe di Cesare, doveva quivi tro- 
varsi pronto i ricoferlo un esercito di gran lunga più numeroso. 
Sottbfra ma pania di Toler prendere r offensiva con un corpo 
tfi Imppo Mia Iona dì quello di Catìììna e in sul momen- 
to, sansa una possente riserva, contro un esercito superiore, 
die d'ora hi ora andava crescendo ed era comandato da un 
esperto generale; ma era un.i pazzia nel scnsu (IWnniliale. Se 
5i protraeva il principio della lotta sino al!f! primavera, le truppe 
spagnuole di Pompeo avrebbero preso T offensiva nella Gnilia 
Transalpina, le sue trnppe italiche nella Gallia Ci^nlpim, o Pom- 
peo, nella tattica a Cesare egnale. supr^riore neiP esperienza, di- 
veniva in una simile guerra repobrc un formidabile avversario. 
.\bilnato ad operare con forze siiperinrì lentampnio e sicura- 
mente egli sì sarebbe ora forse lascialo sviare da un risoluto im- 
provvìso attacco, e ciò che non aveva potuto fnr perdere la tra- 
montana alla tredicesima legione di Cesare dopo la dura prova 
della sorpresa gallica e della campagna invernale nel paese dei 
Beilovacì fV. p. 267), cioè la snliitaneitA della guerra e gH stra- 
pazzi ìneviiabili in una simib* s! iirinnp dm-p va mettere lo scom- 
piglio nelle schiere di Pompeo non uuT.r i organizzate e composte 
di vecchi soldati di Cesare odi reclute male addestrate. — Ce<?are tesare 
entrò dunque in Italia {•). Bne vie conducevano allora dalla Ro- 
magna verso il mezzodì: la via Erailio-Cassiana, che per Bologna 
attraverso l'Appennino conduceva nd Arezzo e a Roma , e la Po* 
pillio-FIaminia,che da Ravenna sulla spiaggia dell' Adriatico con- 
dqceva a Fano, dovn si divideva prondondo verso Occidente la 
direzione verso Kornn passando pel Furio, e verso mezzodì con- 
duceva in Ancona per proseguire di l'» neil' Apulia. Solla prima 
arrivò Marc' Antonio sino ad Arezzo, siiIPnlfn si avanzò Cesare 
stesso.Non si trovò in nessun sito rp.i. lenza: gli ufficiali arruolali 
di ragguardevoli famiglie non ordina militari, le masse di reclute 
erano soldati, i cittadini or ino preoccupati dal pensiero di essere 
impacciati in un assedio. Allorché Curione marciò con I60O nomini 
sopra Iguno, dove si ernnn rarcolte due mila reclute umbrìclie 
comandate dal pretore Quinto Minuccio Termo, alla semplice no- 
i«ia del suo avvicinamento il pretore ed iaoldaU mostrarono le 

(•HI aeBatOttmeuIlp portava la data delTgennajo: li (8 sì sape^ a in Romn 
? in n^TT^ BtoniU,e>e Cesare aveva passato a cmìhm (C.c. ad Au. 7. io. 
^,10. i ) , ,1 messo Impiegò da Roma a Baveona almeno Ire giorni. La par. 
t^n.i dovP ^n.ndl ^serP avvenuta 11 12 gennajo, ebe secondo la conntfe i 



in 
Italia. 



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356 LIBRO QUINTO, CAP ITO LO X. „' 

calcagna; e cosi avvenne in minori proporzioni nelle altre loca- 
lilà. Cesare aveva la scella o di marcinre su Roma, cui i suoi 
cavalieri in Arezzo si erano giù avvicinali sino alla distanza di 
venroUo leghe, o di marciare contro le legioni accampale presso 
Lucerla. Esso scelse qnest' ullimo partito. La costernazione della 
Roma parte avversaria era senza limiti. Pompeo ricevette in Roma la 

►•varuata. jjQjj^jjj jglP avvicinamento di Cesare; sembrava alla bella prima 
cif egli avesse in animo di mettere la capitale in istalo di di- 
fesa, ma quando fu informalo della marcia di Cesare nel Piceno 
e de' suoi primi successi vi rinunciò e ne ordinò f evacuazione, 
il gran mondo fu preso da un lerror panico accresciuto dalla 
falsa notizia, che la cavalleria di Cesare si era già fatta vederr 
presso le porle della città. 1 senatori, cui era stato riferito, che 
tutti coloro che rimarrebbero nella capitale, sarebbero traltali 
come correi del ribelle Cesare, sortivano in furia dalle porle. I 
consoli stessi avevano perduto talmente la testa, che non misere^ 
al sicuro nemmeno le casse pubbliche , e allorché Pompeo li 
invitò di rimeiliare a coileslo sconcio, avendone tutto il tempo* 
gli risposero che ritenevano cosa più sicura, che egli occupasse 
prima il Piceno I Non si sapeva dove dare del capo; fu tenuto 
un gran consiglio di guerra in Teano Sidicino (23 gennajo), cui 
assistettero Pompeo, Labieno e i due consoli. Furono presentate 
ancora delle proposte di accomodamento fatte da Cesare, il quale 
si dichiarava ancora adesso pronto a sciogliere immediatamente 
il suo esercito, a consegnare le sue provincie ai nominali suoi suc- 
cessori e a chiedere in modo regolare, che gli fosse concessa la 
carica di console, purché Pompeo si recasse in Ispagna e in Ita- 
lia si disarmasse. Fu risposto che, quando Cesare ritornasse tosto 
nella sua provincia, il governo s'impegnava di far procedere con 
un senatoconsullo, da adottarsi nel modo legale nella capitale, 
al disarmamenlo in Italia e ad effettuare la partenza di Pom- 
peo; ciò che forse non doveva essere una goffa bindoleria, sib- 
bene T accettazione del proposto accomodamento; ma ad ogni 
modo era in realtà il contrario di ciò che si chiedeva, Pom- 
peo declinò V abboccamento con Cesare da questi proposto e 
lo dovette declinare, onde non irritare maggiormente coli* ap- 
parenza di una nuova coalizione con Cesare la già desta dif- 
fidenza del partilo della costituzione. In quanto alla guerra 
fu stabilito in Teano, che Pompeo assumesse il comando dell»? 

r.ombalii- truppe stanziami presso Lucerla, sulle quali, malgrado la poca 
"J,^"^ fiducia che ispiravano, si faceva però il maggiore assegnamento. 
Piceno, che colle medesime occupasse il Pit'eno,p;itria sua e di Labieno, 



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BIUK0I8I. 



3o7 



€l|t évi» tome treitocinqne aoni addietro (Voi. I(. p. 296), chia- 
masse egU Steno «oUo le .bandiere tulli gli nomini capaci di p«r* 
lare le anni, e eerottse, alla testa delle fldate coorii ptceotioe e 
Mie aali€l»e guerreggiate coorli di. Gesace, di porre «d argine 
sir avatuamenio del nemico. Ma era da sapersi, se la proviacia 
picena avrebbe potato maoleoerai «aléa aiiiD a cIm i^ompea vi 
fosRo onrivato |»er difendieria. Cesaxe eoi suo esercito nuoTananle 
liopito, perGomendo la via del iitorale e paesando da Ancoaat vi 
era già penetrato. Qui pure si progrediva nei preparatifi; Mila 
eitlà dì Oaino^ «la nella regione più nordica d^ Pieeeo, atai» 
racooHa «aa raggoaféevole adiiera di reclute coMUitate da 
Azio Vaie; uà dietro preghiera del meuicipio Vare sgombrò la 
città aaceca prliea dell* arrivo M Gasare e * un pugno dé*iitoi 
aeldalib raggiunta aodoala schiera non lungi da Osìnie» ^pe w 
Imre eembaitimeole «-r Ae lo il prine in «loosta guerra-» Im> 
atè a oboFagliaria eempletamente. Apposte cerne Aiio Varo sgom- 
braroBo tosto dopo* Gaio LeetUe ineee een aaO0 mmM Game- 
rlBO, Felillo teetnto. Sflulere M 8000 AaiolL I aoldeil aHieilo» 
Bili, a Pompeo alilM»doimTCtoo par la asaalno parte ie loro aae 
e aegolroBO il loro fuimle oHre i confini; la provineta ateaaa 
era poi per eod dire .già perMa qiando vi arrivò Pnlidale 
Lneie Vlboltio.Rofe ■nadtfUifi*^ Poaipeepar dirìgerala difesa; 
eaao «mi era itnnebilB aenalore^eni «n esperio miliiare; intinFia 
devette aceoelaetaral di prendeeo in consegna lo sei e eetieailla 
eaolole^ leeeelle dagli inetti nflldail amMM e eoriflnrle prof* 
viaoflaoienie nella pià .vicina pittali d^ami. Qneat^en Cortlnto, cornni.» 
pnnto centrala delle leve nel terriaaij eUtenae^ narsioo e peigne; le 
fccinie Ivi «d«nate,aifealtW^«<>nttei>Amivcno il ec»tingente 
delle piÀ MUoese e fidalo pnifin«ie<italklio e il notte MPe- 
seiolte del perttto della ceaUlnalone^fto slavi forMandeal. Quando 
viieirité VIMlie^ Gesaie la treveva nneota alcane glorttate di 
naavoìa ad41efe*o$ ^ctt v* eia jlonfae nnli che inpedlaie di ose* 
gniré le iatmainni dolo da Pompeo di notieiail inunediataBenlè 
In «itieic .e M condeiro neU' Apatia tanto lo roelnie M Pieeno 
liUoeaMite nilvale»#nnte qneVondonale in Gorfinto. cede luriaie 
al gpoeae dalPoesr^ Se non die In Gorflnio ccmendàwto 
«le Demille dasignete aaoeo s a e iie di. Gesm^nellt lopgoteiflMi 
delU Gelila Xraiiariffine, «na ideile ptt tuiildij mediocri team 
deirariateemeia romanes ie #ie»to jm «ole slrlfiM d*«seguiie 
gli ordini 41 Peaipeo, ma impedì ealandie ohe VMUe per le 
mene il leoaaie iieU'ApnIia eolle raolnie ddPIcena Egli eraeeal 
fimnimente peranpsoi elie Peiapee imlnilaiaa aattamo fm ea» 



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3S6 LIBRO QUINTO, CAPITOLO X. 

priccio e che dovesse necessariamente venire in soccorso, che egli 
non pensava nemmeno air assedio e non concentrò in Corfinio 
tampoco le schiere delle reclute sparse nelle città vicine. Ma 
Pompeo non venne, e per buone ragioni, poiché egli poteva bensì 
servirsi delle sue due mal sicure legioni come riserva per la 
leva in massa picentina, ma non poteva soltanto colle medesime 
offrire battaglia a Cesare. Invece dopo pochi giorni (14 febbrajoì 
arrivò Cesare. Alle sue truppe si era unita nel Piceno la dodice- 
sima legione e dinanzi a Corfinio l'ottava delle transalpine, ol- 
tre le quali furono formate tre nuove, sia coi soldati di Pompeo 
fatti prigionieri, sia con quelli che si presentavano voìontarj. sia 
lìnalmente colle reclute che tosto per ordine di Cesare si chia- 
marono sotto le armi , così che Cesare dinanzi a Corfinio già 
trovavasi alla testa d'un esercito di 40,000 uomini, la mela dei 
qaali bene agguerriti. Sin tanto che Domizio nutriva la speranza 
di vedere arrivar Pompeo, egli pensò alla difesa della città, ma 
quando dalle sue lettere si vide finalmente disingannato, decise non 
già di perseverare nel posto perduto, colla quale rfsoluzione egli 
avrebbe reso il più segnalato servizio al suo partito, e nemmeno 
di venire ad una capitolazione, sibbene, dopo d'avere annunziato 
ai soldati come prossima la liberazione, di disertare insieme coi 
nobili ufficiali nella seguente notte. Se non che esso non seppe 
dare forma nemmeno a questo bel piano. Il suo conteso im- 
barazzato lo tradì. Una parte delle truppe cominciò ad ammu- 
linarsi; le reclute marsiche, che non credevano possibile una 
siffatta infamia del loro generale, volevano venire alle mani co- 
gli ammutinati; ma esse pure dovettero persuadersi, sebbene a 
presa, malincuore, della verità deir accusa,' tutta la guarnigione si 
assicurò allora de' .suor comandanti e diede questi, sé stessa e la 
città in potere di Cesare (20 febbrajo). Al primo mostrarsi dei 
picchetti della cavalleria di Cesare deposero le armi il corpo 
di 3000 uomini stanziati in Alba , e le 1500 reclute raccolte in 
Terracina ; una terza divisione di 3500 uomini che trovavasi in 

si^reca^ Sulmona era già stata obbligata a capitolare. — Pompeo aveva 
a data r Italia perduta quando Cesare aveva invaso il Piceno; egli 

brindisi, voleva solo tardare quanto gli fosse possibile di imbarrarsi, af- 
fine di salvare le truppe che potevansi ancora snlvare. Si era 
quindi messo lenlamenle in marcia per raggiungere il più pros- 
simo porto marittimo di Brindisi. In questa città si raccolsero le 
due legioni di Lucerla e tutte le reclute, che Pompeo in tutta 
fretta potè levare nella spopolala Apulia , nonché i coscritti, che 
i consoli ed altri incaricati chiamarono sotto le anni; e a Brin- 



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diri si dftmero édttiffiò t molU' fuggiaschi poHtìei, fra i qnatt 
anomraronsi ì pift raggnardevoH senatori in compagnia delte 
loro famiglie. Si procedette air imbarco ; ma il navìglio dfaponì* 
Mie non tastava ad aecogllmln una aol volta tutta la massa 
di S5»000 Individoi che ancora rimanevano. Altro non restava imbuta 
se non dividere 1* esordio. La più grossa metà IH imbarcata la ^^f^ 
prima (4 marte); Pompeo attese in Brìndisi 11 ritorno del navi* 
Ilio per farri salire la metà minore di circa 10,M0 nomini , 
poiché; per «inanto fosse desiderabile Poccnpazione di Brindisi 
per fare nn tentaHvo di riprendere r Italia, Pompeo non si In- 
sìngava di poter tenere ^neHapiamlnngamenie contro Cesare. In 
questo f^ttempo Cesare arrivò sotto Brindisi e tosto la strinse 
d* assedio. Egli fece ptfma di tntto nn tentativo per cbindere la 
bocca del porto con dlgiie e con ponti nuotanti, onde Impedire 
r approdo alla 41otta, che Pompeo attendeva dt ritorno; ma Pom* 
peo aveva fatto armane le navi mercanHII, che si trovavano nel 
poito e rlnsci ad Impedire 11 blocco totale del porto, sinché, ri* 
tornata la flothi, egli potè, malgrado la vigilanta degli assedlantl 
e lo spirito avverso dei cittadini « sottrarre con grande de» 
.siresza dalh portata di Cesare e condnire in Grecia illese tutte 
le sue tròppe (t7 mano). Per la mancania d'un naviglio andò 
Cilllto il blocco e non In possibile d^insegoife r esercito. In 
ina campagna di dae mesi , senza essere vennto ad nn solo 
eombattimento serio, Cesare aveva ridotto nn esersflo composto 
di dieci legioni a tale sfasciamento, che a grande ilento la parte 
itfoore del medesimo potè alla bella meglio salvarsi al di là 
del mare; ed era venata In sao potere tutta ta penisola Italica 
compresa la capitale col tesoro iéllo Stato e con Mtlo le prov- 
vlgiooi ivi ammonticchiate. Non senza ragione lamentava il par» 
tlio soccombente la terribile rapidità, rawedntiiaa e P energia 
dei c mottto ». 

Hon era per6 ben sicaro, se GoHa cemiuista ItaKa Cesare nisuiuu 
àvesse pinltoste guadagnato che perduto. Sotto il rapporto mili- 
tire furono ora chiuse delle raggnardevélisilme sorgenti agli av^Snanziaru 
versa rif, mentre si aprirono per Cesare; già nella primavera del- eonqMa 
fanuo 705 contava il suo eserci